Ždanov
Sul politicamente corretto
Algra Editore, 2024
«Contemporanea, 9»
Pagine 160
€ 14,00
In una libera Repubblica è lecito a chiunque di pensare quello che vuole
e di dire quello che pensa.
(Spinoza, Tratctatus Theologico-Politicus, titolo del cap. XX)
Questa la quarta di copertina, firmata da Davide Miccione, Direttore della collana nella quale il libro esce:
«Il politicamente corretto, l’oblio del corpo e della biologia, il crollo di ogni tentativo di trasmettere un’attitudine alla comprensione del reale, l’odio per la propria storia culturale e le sue feconde contraddizioni, il tentativo di operare ortopedicamente sul linguaggio. Questi sono alcuni degli argomenti di Ždanov. Evocando sin nel titolo i guardiani delle più ottuse ortodossie novecentesche Biuso compie una difesa solenne e dolente e a volte dura e beffarda della necessità di serbare il pensiero, la libertà e la nostra natura cercante di fronte a chi ha deciso di maneggiare la bontà e i valori come fossero un randello o un sudario» .
E questa è la pagina introduttiva:
«Andrej Aleksandrovič Ždanov (1896-1948) fu, tra l’altro, capo del Dipartimento per l’agitazione e la propaganda dello Stato Sovietico. In questa veste elaborò una Dottrina per la quale ciò che viene chiamato scienza, cultura e conoscenza deve essere sempre subordinato agli scopi supremi della pubblica autorità, a ciò che tale autorità ritiene essere un Valore, costituire il Bene. Questo libro intende mostrare che lo spirito di Ždanov, lo ždanovismo, pervade di sé molti fenomeni collettivi e molta elaborazione culturale del XXI secolo e soprattutto intrama la tendenza omologatrice, uniformante e politicamente corretta dei media, della rete Internet, delle università e dei governi. In questo senso, Ždanov non è un testo dedicato soltanto al politicamente corretto ma costituisce un tentativo di ragionare sulla difficoltà o persino sulla impossibilità di buona parte della cultura dominante di pensare il mondo. Di questo inciampo il politicamente corretto è spesso l’aspetto più grottesco e in ogni caso emblematico e assai grave.
Naturalmente, il libro avrebbe potuto intitolarsi anche Goebbels. Sul politicamente corretto» (p. 9)
Il libro si compone di una premessa, sei capitoli e l’indice dei nomi:
Un titolo
1. Un sintomo
2. Umanitarismo
3. Contro l’etica
4. La dissoluzione della scuola e delle università
5. Femmine e maschi
6. In difesa delle libertà
Indice dei nomi
Il volume è disponibile in varie librerie e sul sito dell’editore, che ringrazio ancora una volta per l’apertura e il coraggio che mostra nel pubblicare libri così critici nei confronti delle idee dominanti.
Recensioni
–Francesco Marotta su Diorama Letterario, n. 387 / Settembre-Ottobre 2025
–Marcosebastiano Patanè su il Pequod, n. 10, dicembre 2024
–Federico Nicolosi su Dialoghi Mediterranei, n. 70, novembre-dicembre 2024
–Stefano Isola su ACrO-Pólis, 25 agosto 2024
–Marta Mancini su Aldous, 3 luglio 2024
–Enrico Palma su Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee, 11 giugno 2024
–Sergej su girodivite.it, 23 maggio 2024
–Sarah Dierna su Discipline Filosofiche, 29 aprile 2024







Andrea Zhok, 1.2.2026
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Come al solito, con la dovuta calma, dopo che la tempesta è finita e quando cominciano a crescere i fiori sulle tombe, le verità si definiscono.
L’IDF ha ammesso ufficialmente il conteggio di 71.667 palestinesi uccisi nei due anni successivi al 7 ottobre 2023 (è ovviamente legittimo ipotizzare che se questi sono ammessi, in realtà siano ben di più, ma lasciamo stare).
Secondo l’IDF di questi 71.667 ben 20.000 erano combattenti di Hamas.
I parametri per definire cosa sia un combattente di Hamas per Israele sono notoriamente problematici e, diciamo così, “generosi”; ma ammettiamo per un momento che il dato sia reale.
Questo significa che oltre 51.000 civili (sic!) sono stati uccisi dall’esercito.
Ora per piacere continuate a spiegarci che Israele rispetta i civili e che i dati dell’autorità palestinese sono farlocchi (davano 56.000 morti).
Continuate a spiegarci che la repressione iraniana delle rivolte interne chiama in causa la nostra umanità, richiede sanzioni durissime e un cambiamento di regime, anche bombardandoli, ma che per Israele questo è inapplicabile.
Il punto di fondo, semplice, è lo stesso che abbiamo rilevato mille volte, e negli ultimi anni con particolare frequenza.
La “verità istantanea” promossa dalla propaganda internazionale, che è nelle mani di pochissime agenzie di stampa internazionali e di reti social imponentemente finanziate, non mira mai alla verità storica e sa benissimo che prima o poi verrà smentita. Ma tutto ciò non è rilevante, perché l’unica cosa che serve è riuscire a dare forma momentanea alla maggioranza dell’opinione pubblica nel periodo necessario e sufficiente per perseguire i propri fini politici.
Il meccanismo serve a produrre una “verità protempore” spendibile nella fase calda in cui gli eventi si decidono. Una volta che questa è scavallata, una volta che il risultato è ottenuto, i fondi che finanziano queste “verità protempore” vengono ritirati, le pressioni sulle redazioni vengono allentate, perché lo scopo è stato raggiunto.
L’opinione pubblica internazionale esce appagata dal cinema dove i buoni hanno vinto e può andare a farsi una pizza.
E la cosa sconcertante e deprimente è che funziona sempre, benissimo, come un orologio.
Anni e anni in cui regolarmente l’opinione pubblica viene attizzata ad hoc in qualche impresa presentata come altamente morale: “bombardamenti umanitari”, “sacrosanto diritto all’autodifesa nazionale”, “tutela armata dei diritti umani”, “abbattimento di feroci dittatori”, “interventi di polizia internazionale”, “esportazione della democrazia”, “eliminazione delle altrui armi di distruzione di massa”, ecc. ecc.
E sempre, regolarmente, dopo un po’ si viene a sapere (o, almeno, chi vuole informarsi, può facilmente venire a sapere) che era un cumulo di palle strumentali e che chi dava una spiegazione non morale ma strutturale (a chi giova? chi ne guadagna?) aveva ragione.
E una settimana dopo, si può riavviare la giostra senza tema che qualcosa non funzioni.
Un nuovo sdegno morale a orologeria, una nuova cooptazione delle “migliori forze morali dell’Occidente” (fase in cui un po’ di figuranti dello show business si assicurano la pagnotta chiamando a raccolta l’indignazione popolare), una richiesta di inderogabili interventi draconiani, una tempesta di fuoco su qualche luogo remoto, e via pronti a ripartire per un altro giro…
Sulla censura, parte essenziale di ogni dittatura, in occidente.
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Andrea Zhok, 24.1.2026
Scusate, ma l’ennesima baruffa social pro o contro Barbero proprio non si può sentire.
L’antefatto, credo a tutti noto, è che un video dello storico Alessandro Barbero è stato censurato su Meta – su suggerimento del fact-checking di Open – perché avrebbe contenuto delle inesattezze e/o perché sarebbe risultato troppo virale (cioè, suppongo, troppo influente per un messaggio contenente, forse, inesattezze.)
Ora,
che Barbero sia simpatico o meno;
che si esprima in maniera sempre rigorosa o meno;
che sia uno specialista di storia e non di diritto;
che sia di sinistra e non di destra;
che le cose dette contengano delle inesattezze o meno;
che siano pro o contro il governo;
tutto queste cose sono semplicemente dei distrattori che con il problema essenziale non c’entrano nulla.
Mettersi a dibattere, dividersi e polemizzare, come al solito, in fazioni a sostegno di una o dell’altra delle varie opzioni di cui sopra è un modo per intorbidire le acque, per rendere invisibile il vero problema.
Il vero, unico, fondamentale e gravissimo problema è lo stesso che qualcuno di noi sollevava già almeno dieci anni fa quando iniziarono a chiudere i primi siti accusati di essere “di estrema destra”.
Allora alcuni si rallegravano perché venivano messi a tacere dei reprobi (cioè, quelli che qualcuno vi aveva presentato come reprobi).
Ma, come dicevamo allora, se vuoi avere una democrazia che matura dal basso, se vuoi che esista la possibilità di una maturazione dell’opinione pubblica attraverso la libertà dialogica, semplicemente NON ci devono essere interventi selettivi sui contenuti.
Per le fattispecie che rappresentano reato (associazione a delinquere, incitamento al suicidio, diffamazione e simili) deve funzionare la polizia postale e la magistratura (che, per inciso, oggi NON funzionano affatto in questo campo.)
Per tutto ciò che è contenuto, vero o falso, lodevole o disdicevole, accreditato o neofita, conformista o bastian contrario, la rete dovrebbe funzionare attraverso algoritmi neutrali, di valore generale, sintattico e non semantico, come le leggi pubbliche che – così si narra – dovrebbero essere uguali per tutti.
Lo scandalo, all’interno di cui tutti viviamo, è che il più potente luogo di maturazione dell’opinione pubblica oggi – i social media – siano nelle mani di gestori privati, del tutto opachi, soggetti a pressioni unilaterali da parte di alcune lobby finanziarie o politiche (tutti i social media maggiori, tranne uno, hanno i server e la base legale in California).
Questo semplice fatto che tutti abitiamo in Occidente è uno scandalo, che da solo compromette e distorce in modo devastante ogni processo democratico.
Noi oramai abbiamo fatto l’abitudine a considerare normale che a Tizio venga chiusa di punto in banco la pagina, che Caio venga messo in shadow ban a capocchia, che i messaggi di Sempronio vengano resi virali mentre quelli di Gertrude vengano chiusi alle condivisioni, ecc.
Ma è inutile che chiacchierate del controllo mediatico e delle violazioni della libertà di stampa nelle mitiche “autocrazie”: tutto questo che stiamo vivendo in Occidente è già la morte della democrazia, e ci siamo dentro integralmente e da tempo.
Una pagina molto significativa (e realistica) sul Politically Correct, tratta da un importante libro di cosmologia: Più veloce della luce. L’avventura di una rivoluzione scientifica, di João Magueijo (Rizzoli, 2003).
Davide Amato è un mio studente che sta redigendo la tesi di laurea magistrale.
Con il suo consenso pubblico questo brano nel quale si riferisce a Ždanov.
Mi sembra infatti che queste righe colgano in modo particolarmente chiaro uno dei punti fondamentali dell’oppressione contemporanea.
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Il Politically Correct è da questo punto di vista una forma della spoliticizzazione della questione sociale, che viene interpretata attraverso una lente esclusivamente psicologica o addirittura moralistica.
Al contrario, sostiene Biuso, «è necessario demoralizzare il problema e ripoliticizzarlo» (p. 44). Il che è esattamente l’obiettivo dell’intera opera filosofico-politica di Karl Marx: dare al problema dello sfruttamento nella società una connotazione politica e di classe, e non esclusivamente etica e individualistica.
Occorre affrontare il problema dell’immigrazione, dei rapporti internazionali, dell’ordine pubblico, dei diritti civili, dei diritti sociali attraverso lo sguardo politico di chi guarda innanzitutto agli interessi: cui prodest? Chi trae guadagno da una politica sull’immigrazione incontrollata? Chi trae guadagno dalla dissoluzione della famiglia come nucleo fondante della società occidentale (in termini educativi, economici, sociali)? Chi trae guadagno dall’eccesso di tolleranza dello Stato verso la delinquenza e la criminalità?
La società (così come la storia) è mossa infatti da movimenti di interessi molteplici, e solo in rari casi la lente moralistica è quella adatta ad interpretare fenomeni sociali complessi, e certamente non lo è mai nella sua esclusività.
Le radici profonde della dissoluzione dell’occidente vengono naturalmente dagli Stati Uniti d’America, dove le università sono ridotte a ciò che questo articolo descrive in modo plastico.
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James Hankins, un addio illustre a Harvard
Federico Rampini, Corriere della Sera 30.12.2025
Il classicista James Hankins ha iniziato a insegnare nel prestigioso ateneo nel 1985 divenendo un «emerito». Se ne va perché «Il miglior studente di Harvard… è stato respinto da tutti i programmi di dottorato a cui aveva fatto domanda. È il protocollo non scritto di non ammettere maschi bianchi»
Se si vuol capire la crisi delle università di élite in America, ecco una testimonianza d’eccezione: l’addio a Harvard di uno dei più grandi studiosi della cultura classica occidentale, un italianista di fama mondiale. È un divorzio pubblico, annunciato e motivato perché Harvard ha ripudiato questa tradizione culturale: la nostra. È solo l’ultimo episodio di una storia che ha almeno sessant’anni alle spalle…
James Hankins (nato nel 1955 a Philadelphia) è uno dei più importanti storici americani, uno specialista del Rinascimento italiano e della tradizione classica. È stato professore all’Università di Harvard dal 1985, e dopo oltre quattro decenni di insegnamento ha assunto lo status di emerito in quell’ateneo. Questo grande classicista, autore di oltre venti saggi tradotti nel mondo intero, la cui produzione spazia dall’antica Grecia all’epoca aurea della cultura umanistica italiana, oggi annuncia che lascia Harvard definitivamente. Non per anzianità, non per andare in pensione. Ecco perché, nelle sue parole:
«Due settimane fa ho tenuto la mia ultima lezione a Harvard University, dove sono stato professore di storia per quarant’anni. Quattro decenni di esperienza in una delle principali università del mondo mi hanno offerto un punto di osservazione privilegiatoper seguire la progressiva sostituzione della storia dell’Occidente con la storia globale. Questo cambiamento è una parte della ragione per cui le giovani generazioni si trovano oggi in uno stato di disorientamento morale e intellettuale. Sono arrivato al termine di un contratto quadriennale che avevo firmato nell’autunno del 2021. In quell’anno decisi che non volevo più insegnare a Harvard. Venivamo da quasi due anni sottoposti al rigido regime Coviddell’università. Si trattava di una forma di governo emergenziale che rispecchiava fin troppo fedelmente l’accettazione acritica, da parte dell’intero Paese, in nome della presunta “Scienza” sostenuta dal potere pubblico, di invasioni tiranniche della vita privata. A Harvard ai professori veniva imposto di tenere le lezioni con la mascherina e di svolgere i seminari su Zoom. Nessuna delle due pratiche era compatibile con la mia idea di educazione liberale».
L’anno precedente l’università si era inginocchiata collettivamente durante l’Estate di George Floyd (le proteste di massa guidate da Black Lives Matter dopo l’uccisione dell’afroamericano a Minneapolis da parte di un poliziotto, ndr). Pensavo che si trattasse di un vuoto gesto di virtù esibita, ma mi sbagliavo: ebbe conseguenze serie sul modo in cui conducevamo le nostre attività. Nell’autunno del 2020, esaminando le candidature ai programmi di dottorato, mi imbattei in un candidato eccezionale, perfettamente adatto al nostro corso di studi. Negli anni precedenti sarebbe balzato immediatamente in cima alla graduatoria. Nel 2021, però, un membro della commissione ammissioni mi disse informalmente che “quella cosa” (cioè ammettere un maschio bianco) “quest’anno non poteva succedere”. Nello stesso anno, uno studente universitario che avevo seguito come tutor, di un’intelligenza fuori dal comune, letteralmente il miglior studente di Harvard — vincitore del premio per il laureando con il miglior curriculum accademico complessivo — fu respinto da tutti i programmi di dottorato ai quali aveva fatto domanda. Anche lui era un maschio bianco. Telefonai a diversi amici in varie università per capire perché fosse stato respinto. Ovunque mi raccontarono la stessa storia: le commissioni di ammissione ai dottorati in tutto il Paese stavano seguendo lo stesso protocollo non scritto che valeva anche da noi. L’unica eccezione che trovai a questa esclusione generalizzata dei maschi bianchi era una persona che era nata donna. Credo che Harvard oggi stia seguendo una rotta migliore sotto la guida del suo attuale presidente, Alan Garber. La reazione alla sconcertante indifferenza dell’università verso le manifestazioni antisemite seguite alle atrocità del 7 ottobre 2023, ha costretto la Harvard Corporation — l’organo che sceglie il presidente — a cercare una guida sicura. Ciononostante, ritengo di poter utilizzare molto meglio il mio tempo e la mia esperienza nella mia nuova sede istituzionale — la Hamilton School of Classical and Civic Education presso la University of Florida — anziché a Harvard. Il motivo è semplice: la Hamilton School è impegnata nell’insegnamento della storia della civiltà occidentale. Quando la pedagogia progressista ha sostituito i corsi sulla civiltà occidentale con la storia globale, si è prodotto un danno serio alla socializzazione dei giovani americani. Quando non si insegna ai giovani che cosa sia la civiltà, si scopre che le persone diventano incivili».
Il rifiuto di studiare e di insegnare quella cosa orribile che è la cultura e civiltà occidentale, in realtà ha una storia ben più antica dell’Estate di Floyd, di Black Lives Matter, della «woke culture». Ho ricordato un antefatto nel mio saggio “Grazie, Occidente” un anno fa. L’università di Stanford, uno degli atenei più elitari della California, abolì il suo corso di storia intitolato “Civiltà occidentale” già nel 1963. Oltre sessant’anni fa. Cioè, occhio al calendario: ben tre anni prima che Mao lanciasse la Rivoluzione culturale in Cina, cinque anni prima del Sessantotto europeo, in America un pezzo di cultura accademica era già pronta a inabissarsi nel disprezzo di sé. E Stanford non era considerata un’università radicale, anzi era un ateneo moderato rispetto alla vicina Berkeley, dove di lì a poco sarebbe scoppiato il Free Speech Movement, la prima contestazione studentesca degli anni Sessanta. La distruzione della nostra eredità culturale, l’amputazione delle nostre radici, ha una storia antica. Quello che il classicista e italianista Hankins evoca in modo pudico – la sostituzione della “storia occidentale” con la “storia globale” – è in realtà un insegnamento ideologizzato che ha una tesi precisa: dobbiamo studiare le culture delle altre etnìe per imparare da loro, e per correggerci dei nostri peccati originali. È uno degli errori dell’Occidente che mandano in estasi dei leader come Xi Jinping (la cui figlia ha studiato a Harvard), Putin, Erdogan, Mohammed Bin Salman. Per loro è semplicemente incomprensibile che una civiltà rinneghi sé stessa, volti le spalle alla propria storia, smetta di insegnarla, o addirittura la metta in stato di accusa permanente.
La resa di conti di Trump contro Harvard è solo un micro-episodio, un aneddoto recente, marginale e forse irrilevante. Lo scontro Trump-Harvard non affronta alle radici l’opera di distruzione sistematica dell’autostima americana-occidentale, che una parte dell’accademia persegue dall’inizio degli anni Sessanta. Trump e l’America MAGA non hanno i mezzi, né politici né economici né intellettuali, per invertire quella tendenza in modo sostanziale e durevole. La reazione deve avvenire in modo endogeno, cioè dall’interno del sistema educativo. Un segnale interessante è proprio che un grande studioso del Rinascimento come Hankins non getta la spugna, bensì cambia università. L’America è pluralista, anche nelle istituzioni accademiche. La concorrenza interna può aiutare, tanto più che gli atenei super-élitari dell’Ivy League hanno aggiunto al loro antico antiamericanismo e antioccidentalismo altre pulsioni auto-distruttive: l’escalation predatoria delle rette, per esempio, semina dubbi sulla validità dell’«investimento su Harvard» (o Yale, Princeton, Columbia), alla luce delle probabilità di ammortizzarlo e ripagarselo sull’attuale mercato del lavoro.
La disgustosa ipocrisia dei decisori dell’Unione Europea che strillano e blaterano di “libertà di espressione” nel momento stesso in cui privano di ogni elementare diritto e tolgono ogni libertà di parola a chi tra gli europei non si piega alle narrazioni dominanti e portatrici di guerra. Uno spettacolo veramente infame.
Sulla psicopatologia dell’occidente oligarchico.
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Premiata società Sociopatici & stragisti
il Simplicissimus, 17.12.2025
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La sociopatia occidentale esplode sotto gli occhi di tutti proprio in questi giorni di colloqui frenetici per la pace: incredibilmente essi si svolgono tra l’Europa, l’Ucraina e gli Stati Uniti, senza interrogare quella che in termini giuridici si chiama la controparte, ovvero la Russia. Così ci accapiglia per mettere a punto ipotesi prive di consistenza, perché rinunciano a chiedere cosa ne pensa l’avversario. sono finzione e disperazione. Evidentemente l’abitudine a pensare di poter imporre a chiunque e in qualunque condizione la propria volontà, sta giocando un brutto scherzo agli occidentali che di fatto stanno mettendo le basi per un conflitto mondiale. L’incontro di Berlino è stato quanto di più onirico si possa pensare e la proposta europea di mettere assieme una “forza multinazionale” per difendere l’Ucraina da futuri attacchi, si scontra frontalmente con le ragioni stesse per cui la Russia è intervenuta in Ucraina, ovvero impedire che questo Paese diventasse un trampolino di lancio, in senso figurato, ma anche concreto, se pensiamo ai missili, per aggredire la Russia, intenzione esplicitamente espressa per un motivo o per l’altro da circa 80 anni. Il conflitto è scoppiato, sia per proteggere le popolazioni russofone a rischio di pogrom, sia per contrastare l’avanzata dell’alleanza atlantica fino nel cuore del territorio russo, ma oggi, a guerra persa, si pensa di mettere in piedi una presenza militare della Nato sotto mentite spoglie invece di arrendersi a ciò che i russi vorrebbero, ossia un’Ucraina neutrale. Non solo, ma si è così stupidi da pensare che la Russia possa piegarsi a queste condizioni, come se fosse la parte sconfitta. O così cinici da proporre cose del tutto inaccettabili per l’avversario preparando in tal modo il pretesto per la continuazione della guerra.
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La situazione è ridicola e tragica perché questa sociopatia, mescolata alle illusioni e una sempre più debole capacità cognitiva, non tiene in alcun conto la vita umana: non certo quella egli ucraini spinti al massacro servendosi di un comico sionista che peraltro parlava russo quando si esibiva in qualità pianista con il sesto dito, non certo quella dei palestinesi di Gaza, ma in generale quella di qualsiasi Paese aggredito in tutto l’arco di tempo che va dalla fine sella seconda guerra mondiale ad oggi. Si sa che i sociopatici sono spesso serial killer. e in effetti vediamo squadernarsi un panorama terrificante. In uno studio redatto da James A. Lucas gli Stati Uniti hanno fatto tra i 20 e i 30 milioni di morti in 37 Paesi e nel conteggio sono escluse Ucraina, Siria, Libia, Yemen e Libano. Vi lascio il link a un riassunto di questo studio che prende in esame Paese per Paese, le ragioni del conflitto e il numero di vite umane bruciate per rimanere seduti sul trono del mondo.
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A questa strage continua hanno spesso partecipato, sia in veste di alleati sul campo, sebbene marginali o in quella di alleati politici, anche le colonie europee, che a queste imprese sanguinose hanno sempre comunque offerto una copertura morale. Sono le stesse che adesso vogliono la continuazione del conflitto, anche a costo di una guerra nucleare. Lo vogliono talmente e sono così a corto di immaginazione e di ragioni che l’Ue ha cominciato a perseguire chi mostra la realtà per quella che è senza piegarsi alla propaganda bellica che , ovviamente, non può ammettere una sconfitta dell’alleanza occidentale. In questi giorni Bruxelles ha imposto sanzioni a Jacques Baud, un ex colonnello svizzero residente in Belgio. Il motivo: si presume che agisca come “portavoce della propaganda filo-russa” e diffonda “teorie del complotto”, mentre in realtà non ha fatto altro che raccontare la guerra senza le illusioni, le farneticazioni e le menzogne che sono d’uso nell’informazione mainstream. In precedenza la stessa sorte era toccata a due giornalisti tedeschi, Thomas Röper e Alina Lipp, mentre molti altri sono stati inseriti in una lista di proscrizione. Come è ovvio queste, misure sanzionatorie contro la “disinformazione” sono incompatibili con la stessa legislazione dell’Ue e sotto molti aspetti costituiscono una violazione dei diritti fondamentali a cui la stessa Unione sostiene di ispirarsi. Ma non meraviglia certo che un milieu politico espresso dalle oligarchie di potere faccia cose del tutto contrarie al mondo che vorrebbe rappresentare, ciò che meraviglia è che ci siano molti disposti a credere che questo venga fatto in nome di una democrazia che sta emigrando dal nostro continente. O a far finta di crederci per quieto vivere o per interessi personali o semplicemente per l’impossibilità di immaginare qualcosa di diverso.
Condivido pienamente. Il mostro che si chiama Unione Europea è parte dell’occidente e non dell’Europa; è una struttura oligarchico/finanziaria che da anni, lentamente ma inesorabilmente, oscura ogni pensare critico e cancella i diritti della persona; è una congrega di criminali che opera attivamente per il danno dell’Europa e dei suoi cittadini. Il mio auspicio è che crolli e non rinasca mai più.
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Il fascismo degli imbecilli
Target, 16.12.2025
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Per certi versi, è più pericoloso di quello delle persone serie. Ed è quello verso cui stiamo precipitando in Europa, senza che la maggioranza se ne accorga. Sapete la tiritera “cominciarono andando a prendere…“. Il rischio è quello, che nessuno faccia nulla perché pensa di non essere nella lista degli obiettivi. Oggi sono i putiniani – categoria peraltro priva di senso, e che comunque non richiede alcuna dimostrazione, basta lanciare l’accusa infamante – domani toccherà a qualsivoglia forma di dissenso, di qualunque genere.
La Commissione Europea, un organismo a-democratico, si sta trasformando (anzi, si è già trasformata de facto) in una oligarchia fascistoide, che poggia su una burocrazia acefala e corrotta.
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L’ultimo, gravissimo episodio sono le sanzioni europee contro il colonnello Jacques Baud, che molti di voi conosceranno per essere stato spesso ospite del canale di Giacomo Gabellini. Ex ufficiale dell’intelligence svizzera, ha operato anche in ambito NATO, ed ora analista e saggista.
L’accusa formale è quella di essere un propagandista di tesi “associabili” a quelle del Cremlino. In pratica, di avere e sostenere idee proprie e difformi da quelle gradite agli oligarchi di Bruxelles.
Ma, io ritengo, c’è anche qualcos’altro. Non a caso, il provvedimento è stato firmato da Kaja Kallas. Una figura nei confronti della quale il colonnello Baud non ha mai mancato di esprimere pubblicamente la propria disistima più totale.
Le sanzioni contro Baud (che, ricordiamo, significano blocco dei conti correnti e molto altro, e che di fatto impediscono d’ora in avanti di intervistarlo, poiché ciò metterebbe a rischio l’intervistatore e comporterebbe l’oscuramento del canale) sono un classico esempio di squadrismo intimidatorio.
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Di fatto, un passo ulteriore – e gravissimo – di censura, che ormai non colpisce più soltanto i russi, ma chiunque argomenti in modo credibile contro le fasci-fandonie di Bruxelles.
Sembra un dettaglio, ma è un segnale che, sentendo avvicinarsi la fine, i nazi-burocrati del IV Reich bruxelliano faranno ricorso a qualunque mezzo per difendere il proprio potere.
Devono essere spazzati via. Come si fa con la spazzatura.
La cosiddetta destra e la cosiddetta sinistra: insieme contro le libertà, soprattutto contro la libertà più preziosa e più pericolosa, quella splendidamente sintetizzata nelle parole di Baruch Spinoza:

«In una libera Repubblica è lecito a chiunque di pensare quello che vuole e di dire quello che pensa»
(Tratctatus Theologico-Politicus, titolo del cap. XX)
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L’EPOCA DEL VIRTUE SIGNALLING
Andrea Zhok, 5.12.2025
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Oggi il Teatro Grande Valdocco di Torino ha negato la sala, preventivamente noleggiata, al prof. Angelo D’Orsi che insieme al prof. Alessandro Barbero e ad una pluralità di altri intellettuali avrebbero dovuto dar vita all’evento “Democrazia in tempo di guerra. Disciplinare la cultura e la scienza, censurare l’informazione”.
Simultaneamente si infiamma ulteriormente la polemica per la presenza per la casa editrice “Passaggio al Bosco” alla kermesse libraria “Più libri, più liberi” di Roma. Dopo Zerocalcare oggi è la volta di Corrado Augias ad annunciare la propria assenza dalla manifestazione per protesta contro il fatto di aver dato ospitalità ad una casa editrice di estrema destra.
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Questi due eventi hanno qualcosa di profondo in comune, qualcosa, vorrei dire, di epocale. Per metterlo in evidenza bisogna fare due osservazioni, la prima intorno alla temperie ideologica e la seconda intorno allo stile.
Sul piano ideologico, osserviamo innanzitutto come i posizionamenti di autori come D’Orsi e Barbero da un lato e dell’editore “Passaggio al bosco” non potrebbero essere più diversi. Essi hanno una sola cosa in comune: testimoniano di narrazioni divergenti rispetto al conformismo perbenista sedicente “liberaldemocratico” che domina i centri di potere e di informazione in tutta Europa.
Questo conformismo, originariamente nato come frutto del trionfo neoliberale, oggi è ideologicamente immensamente flessibile, annacquato, ma è tenuto assieme, più che da qualche idea definita, dall’identificazione “virtuosa” con le preferenze dei “ceti erogatori di prebende”.
In sostanza, per quanto di principio questo groppo ideologico ritenga di far riferimento ad un certo impianto liberale e neoliberale (europeismo, atlantismo, liberismo, dirittumanismo, femminismo, scientismo, secolarismo, individualismo) in verità è straordinariamente disponibile a tutti gli aggiustamenti del caso, battendo i tacchi di volta in volta a favore della legge e dell’ordine o del libertarismo assoluto, della mano invisibile o dei “prestiti di guerra”, dell’inclusivismo buonista o del bullismo ghignante.
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Questa posizione ideologicamente fluida, tenuta assieme dai desiderata delle oligarchie paganti, ha un grande problema, e questo ci porta al secondo punto. Le “opinioni giuste” oggi non possono più fidarsi di essere coerenti con un paradigma, neppure liberale o neoliberale. Come nelle epoche più oscure della storia, non ci si può fidare del proprio intelletto o della ragionevolezza o del principio di non contraddizione per “pensare la cosa giusta” o almeno per essere esenti da rimprovero.
No, bisogna continuamente giocare ad un gioco di rincorsa all’ultima “opinione buona”, una rincorsa che potremmo chiamare di “conformismo estremista”.
Bisogna tenere le antenne all’erta per capire se è il momento di dimostrarsi patriottici prestando il petto alle baionette nemiche, o di dimostrarsi anarconidividualisti nel perseguimento del proprio utile; se bisogna dimostrarsi empatici con l’oppresso o se è il momento di colpevolizzare le vittime per il mal che gliene incolse; se è il momento di venerare le regole o di denigrarle col saggio cinismo della Realpolitik, ecc.. E soprattutto, bisogna tenersi sempre all’erta per capire in quali contesti bisogna utilizzare un criterio di giudizio o invece quello opposto.
Vale tutto e dunque niente vale stabilmente.
Ora, l’unico modo per tenersi all’altezza di questo processo di sottile continuativa sintonizzazione verso la voce del padrone (le richieste del caporedattore, le circolari del dirigente, le valutazioni del ministero, ecc.) consiste nel lanciare costanti segnali della propria virtù, della propria ottemperanza, e di riceverne dagli altri.
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Questa è l’essenza di ciò che gli americani chiamano “virtue signalling”: l’esibizione costante di segni di appartenenza al gregge dei buoni, dei disponibili, della gente perbene, di tutti quelli che non discutono mai, ma al massimo aggrottano le sopracciglia.
Il teatro che non concede il palcoscenico ad un dibattito che protrebbe contestare la lettura oggi prevalente rispetto alla Russia non sta, ovviamente, mettendo in discussione quelle opinioni. Non le conosce, non gli interessa conoscerle, non sarebbe in grado di discuterle e non vuole discuterle. Sta solo lanciando un segnale alla propria catena di erogatori di prebende, un segnale che dice: “Ci siamo capiti, sono ottemperante, sono a disposizione.”
La stessa cosa fanno i Zerocalcare, gli Augias et alii, con i loro proclami che ricordano tanto Ecce Bombo (“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”). Stanno segnalando alle loro catene (afferenti ai medesimi erogatori) che stanno dalla parte dei buoni, di chi sa come pensarla giusta, quelli di cui ci si può fidare, che non metteranno mai in imbarazzo i vertici della catena alimentare.
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Naturalmente la sostanza del contendere è perfettamente pretestuosa. Chiunque abbia avuto un libro esposto in libreria sarà stato in compagnia di altri libri che considerava odiosi. Il punto non è mai la sostanza, ma la sceneggiata, la segnalazione.
L’essenza di questa ubertosa fioritura delle “segnalazioni di virtù” consiste nel rifiutare rigorosamente ogni discussione nel merito, ogni confronto su contenuti, ogni analisi materiale. Ci si conforma e ci si coordina tra quelli che la pensano bene, e che perciò possono continuare a ricevere becchime, e quelli che deviano o – Dio non voglia – si oppongono.
Fornire un diapason su cui sintonizzare le parole per chi “pensa bene” è, più o meno, l’unica funzione rimasta alle “grandi testate giornalistiche” che oramai non vendono neanche per coprire le spese di riscaldamento.
E questo li aiuta a coprire le spese rimanenti.
Segnalo il numero 2/2025 della rivista/libro Itinerari della ragione, nella quale i curatori scrivono (a p. 7 dell’Introduzione):
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«In particolare si sta assistendo da anni a una preoccupante deriva, che sta diffondendosi nelle università inglesi e statunitensi, ma non solo, che porta a rimuovere dagli ambienti pubblici, dalla cultura e dall’insegnamento opere e autori ritenuti per qualche motivo scorretti rispetto alla sensibilità e ai valori contemporanei (secondo quella che viene chiamata cancel culture, e che altro non è che la damnatio memoriae della peggiore repressione controriformistica e clericale), a “decolonizzare” arti, scienze e filosofia, con la conseguenza, per esempio, di voler rivedere la nomenclatura binomia linneiana, sostituendo alla terminologia latina quella delle lingue delle popolazioni indigene, sui cui territori si trovavano piante e animali classificati e via così con simili amenità. Una deriva che si potrebbe sintetizzare, semplificando, con l’imporsi della mentalità woke, che rappresenta forse il peggiore complesso delle assurdità contemporanee, che la razionalità illuministica avrebbe giustamente liquidato come superstizione e valutato come l’infame, visto il connesso bagaglio di dogmatismo, di censura e di negazione della libertà di pensiero e di parola che comporta»
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Pdf di alcune pagine dell’introduzione
Mi raccomando: da stampare e da portare sempre con sé, insieme ai preservativi (e alla penna).

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Una breve riflessione del collega Vincenzo Costa:
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Il libero consenso
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Sono contento di invecchiare, di aver vissuto un tempo in cui si poteva provarci con una donna, o lei poteva provarci con te, e questa cosa era fatta di corteggiamenti, di non detti, ambiguità.
Era piena di vita, contraddizioni, passioni strambe, anche sentimenti contraddittori, indecisioni. Era fatta di istanti che decidevano da sé, spesso contro ogni ragione.
Non occorrevano carte bollate e consensi informati.
La vita era seduzione, reciproca, contaminata, non stipulazione di contratti.
La vita era vita, per dirla con Simmel era “più che vita”, quando vivere era poter sbagliare, agire prima di capire.
Quando la vita era vita, poi è arrivato il progresso, la civiltà, i progressisti, questo odio per tutto ciò che è vivo.
Il maschio ha il pene e la femmina ha la vagina. Anche i maschi e le femmine di Homo sapiens.

Nel Regno Unito rischierei la galera a scrivere la frase qui sopra; in Italia ancora no.
L’occidente politicamente corretto è ormai una nave dei folli alla deriva.
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Luca Carbone mi ha inviato questa immagine, preceduta da una domanda:

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La mia risposta è stata: «perché siamo morti».
Andrea Zhok, professore di Filosofia morale alla Statale di Milano, esprime perfettamente il significato della libertà di espressione per qualunque opinione possa essere formulata. Chi chiede la censura, il carcere o la morte per le opinioni che ritiene ‘criminali’ è SEMPRE dalla parte dell’autorità, della più feroce autorità.
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ALCUNE CONSIDERAZIONI SU GIUSTIZIA E LIBERTÀ DIALETTICA
Andrea Zhok, 21.9.2025
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La vicenda “Charlie Kirk” è meritevole di riflessione non tanto con riferimento al personaggio in sé, per cui personalmente, non essendo americano, nutro un modesto interesse, ma per ciò che le reazioni alla sua morte hanno consentito di scorgere.
Come ampiamente discusso nei giorni scorsi, una significativa fetta di persone con pedigree “progressista” o “di sinistra” ha espresso soddisfazione, comprensione o giustificazione per l’omicidio. Il filo del ragionamento in questi casi è stato, più o meno: “Era una persona orribile con opinioni orribili, dunque il mondo è un posto migliore senza di lui.”
Ora, non mi interessa qui entrare in una valutazione circa se o quanto il soggetto fosse davvero orribile, o non fosse magari vittima di maldicenze e fraintendimenti. Supponiamo pure per un momento che fosse davvero la persona orribile che taluni ritengono fosse.
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Il punto di fondo è: rispetto ad una persona con opinioni orribili, è GIUSTO metterla a tacere con la violenza? Notiamo che “metterla a tacere con la violenza” potrebbe anche non passare necessariamente per un omicidio. Potrebbe essere carcerazione, minaccia, ricatto, o altre forme di violenza.
Qui ci sono due livelli di argomentazione. La prima potremmo chiamarla “kantiana” e implica che è intrinsecamente sbagliato usare violenza contro un’opinione, per quanto pessima venga ritenuta. Questo perché se generalizziamo un comportamento del genere, siccome ogni opinione significativa è insopportabile per qualcuno, ci troveremmo rapidamente in una situazione di guerra di tutti contro tutti, di universale prevaricazione. In ultima istanza la sfera stessa delle opinioni e dei ragionamenti finirebbe per scomparire, lasciando il terreno alla legge della giungla. Di fatto ogni opinione che non sia una sciacquatura di piatti irrilevante produce irritazione in qualcuno. Chiunque abbia fatto un po’ di esperienza sui social – che da questo punto di vista sono una grande palestra educativa – sa che le capacità di fraintendimento e vero e proprio odio sono assolutamente sorprendenti, anche per le opinioni meglio argomentate.
L’unico modo per non suscitare odio o disprezzo in nessuno è stare in silenzio e (forse) postare gattini.
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Ma questa forma argomentativa è percepita da molte persone, sia a destra che a sinistra, come astratta.
Queste persone seguono il ragionamento fino ad un certo punto, ma giunti a quel punto slittano verso una forma di ragionamento di tipo “utilitarista” e si dicono qualcosa del genere: “Va bene, tutto bello e buono, però la situazione di generalizzazione di quei comportamenti è meramente ipotetica, mentre di fatto, mettere a tacere quella (che ritengo essere una) brutta persona è un immediato miglioramento del mondo.”
Questa tipologia di persone spesso hanno un moto di insofferenza verso quella che percepiscono essere la “moralità astratta” di chi suggerisce di decidere le proprie azioni nei termini di “virtù” ovvero di disposizioni generalmente giuste. Si tratta in generale di persone che non ritengono esservi alcun “giudice universale” delle azioni umane, divino o umano, e che dunque, pragmaticamente, “quando ci vuole ci vuole”: se un certo atto di violenza sopprime ciò che ritengo essere un danno per ciò che sono o credo, bene così.
Ecco, ciò che a me interessa notare qui è la deprimente stupidità di chi alimenta questa visione avendo come ideale guida la “difesa dei deboli”, la “protezione degli oppressi”, la “tutela di chi è senza potere” o simili. Siccome questo tipo di ideale è stato spesso promosso o almeno agitato a sinistra, credo che questa riflessione sia particolarmente rilevante per chi ha quel retroterra – ma è in generale applicabile a chiunque pensi di agire nel nome dei deboli, degli oppressi, dei senza potere, ecc.
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Perché parlo di “deprimente stupidità”? È semplice. Perché, una volta che ci spostiamo su un piano utilitarista, cioè sul piano di un’analisi delle conseguenze pratiche delle nostre azioni, scopriamo subito che la sfera delle opinioni, delle argomentazioni, la sfera dialettica, la sfera della libertà di parola è L’UNICA LEVA A DISPOSIZIONE DI CHI NON HA POTERE. Chi detiene il potere non ha bisogno di persuadere, non ha bisogno di giustificare, perché può costringere. Mantenere massimamente viva la dimensione dialettica è – banalmente – nell’interesse dei senza potere. Ogni qual volta chi è senza potere ricorre alla violenza contro l’opinione – anche l’opinione più oscena – si sta sparando nei piedi.
La storia è piena di utili idioti che il potere ha manipolato per ottenere esattamente questo: una ritrazione dalla sfera dialettica nel nome della “giusta opinione”. Che questa “giusta opinione” riguardi i pronomi sessualmente inclusivi o l’Olocausto, che riguardi l’aborto o la razza, che riguardi il veganesimo o il riscaldamento climatico, che riguardi la rivoluzione proletaria o il darwinismo sociale, è irrilevante. Ogni restrizione dello spazio dialettico, ogni limitazione alla libertà di parola, è sempre, infallibilmente, una forma di sostegno a chi il potere lo detiene già; questo anche se la parola di cui limitiamo la libertà ci sembra sostenere il potere costituito.
Qui il metodo è tutto, il contenuto nulla.
Il terrorismo degli anni ’70 in Italia è stato un ottimo esempio di questa abilità dei “protettori degli oppressi” di spararsi nei piedi. Pensare che mettendo a tacere con la violenza qualcuna delle “voci del padrone” si sarebbe ottenuto un indebolimento del potere costituito è stata una delle più stupide e controproducenti strategie “rivoluzionarie” di sempre. Il Nobel dell’autolesionismo. A loro parziale scusante si può solo notare che spesso erano manipolati dall’interno dai servizi segreti, cioè dallo stesso potere che pensavano di abbattere.
Ma questo, ovviamente, non vale solo per quando la violenza antidialettica proviene “dal basso”, solo quando tappare la bocca alle voci ingombranti sono sedicenti giustizieri del popolo. Questo vale egualmente quando il potere finge di venire incontro ai senza potere mettendo a tacere quelli che presenta come “minacce alle opinioni sane”. Quando una decina di anni fa chiudevano siti presentati come di estrema destra” la sinistra applaudiva a scena aperta. Ed è proprio quel precedente che consente oggi al potere di chiudere i siti (presentati come) di “estrema sinistra”, o “pro-pal” o “antifa”, così come qualche anno fa lo facevano con le pagine etichettate come “novax”, ecc.
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Questo è un punto semplice e non mi sarei preso tutto questo spazio per esprimerlo se non avessi incontrato nei giorni scorsi le argomentazioni più assurde che cercavano di giustificare “un colpo di fucile ben piazzato” perché aveva tolto di mezzo un portatore di opinioni ritenute malvage.
Su questo punto si può tirare una linea molto semplice, molto diretta, molto univoca: chi lavora per ridurre gli spazi di libera dialettica, che lo faccia come correttezza politica o come censura bigotta, che lo faccia nel nome dell’inclusività o dell’unico dio, del rispetto delle minoranze o dell’amor di patria, in ogni caso sta lavorando per il potere costituito e contro chi il potere non lo ha.
Trump e la libertà di parola: dalla promessa di liberazione alla nuova censura
Pino Cabras, 18.9.2025
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Nel 2022 Donald Trump annunciava in pompa magna la sua “Free Speech Policy Initiative” (https://rumble.com/v20tpmc-president-donald-j.-trump-free-speech-policy-initiative.html): prometteva di smantellare il “cartello della censura”, colpire chi silenziava il dissenso online e riportare la libertà di parola al centro della democrazia americana. Una sorta di “ondata di liberazione”.
Persino Robert F. Kennedy Jr. mise la lotta contro la censura al primo posto tra le ragioni della sua adesione alla campagna di Trump.
Oggi però la parabola è rovesciata: tornato alla Casa Bianca, Trump ha imboccato la strada opposta, avviando nuove strette che assomigliano molto a censura, solo sotto un’altra bandiera ideologica.
Glenn Greenwald lo riassume con una frase lapidaria:
«Nessuno dei democratici e dei loro alleati mediatici che ora gridano ‘censura!’ protestò contro la campagna sostenuta dell’amministrazione Biden fatta di minacce e pressioni per censurare.
Ma vedere la destra girarsi ora e difenderla è il motivo per cui questo ciclo non finisce mai.»
Intanto, sul fronte dei media, si muovono forze ancora più potenti. Larry Ellison, mega-miliardario fondatore di Oracle e donatore di milioni all’esercito israeliano, ha visto il figlio acquistare Paramount/CBS per affidarne la direzione a Bari Weiss, sta cercando di comprare CNN e ora è in corsa, insieme ad Andreessen Horowitz, per comprare TikTok.
Una concentrazione enorme di potere editoriale in pochissime mani. Un “colpo di fortuna” per Israele — come osserva ancora Greenwald — proprio mentre il suo sostegno nell’opinione pubblica statunitense crolla. L’uccisione di Charlie Kirk non è solo un delitto: sembra far parte di una battaglia di potere durissima, una lotta spietata per l’egemonia. I gruppi più estremisti, vicini a Israele e ai neoconservatori americani, vogliono riportare il movimento di Trump e dei MAGA sotto il loro controllo, senza lasciare spazi liberi o voci fuori dal coro, senza sbavature né ripensamenti, e farsi regime. Mentre all’inizio dell’amministrazione Trump il vicepresidente Vance si permetteva di prendere a pesci in faccia i censori, ora c’è puzza di Restaurazione. Milioni di elettori statunitensi traditi reagiranno, ma ora non hanno più alleati alla Casa Bianca. Qualsiasi discorso sulla democrazia americana (e altrove non è che sia meglio) è già dentro l’abisso.
La promessa di liberare la parola si è trasformata in una nuova stagione di controlli e manipolazioni. La censura non è mai stata davvero abolita: cambia solo padrone.
La fantasia (sopra) e la realtà (sotto).

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Non è difficile distinguere tra chi ama e difende le libertà e i diritti e chi invece finge di farlo.

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L’Unione Europea contro le libertà degli europei.

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Arrest this high priest of hate
The End of Woke is ignorant, offensive, and I have no intention of reading it.
di Titania McGrath, The Critic, 27.8.2025
Sono grato al Prof. Orazio Portuese, mio collega al Disum di Unict, per avermi invitato a far parte della School for Saving Classics, da lui ideata e diretta.
Orazio ne ha illustrato contenuti e finalità in una interessantissima intervista dal titolo L’Università per la salvaguardia e la valorizzazione della cultura classica (‘UnictMagazine’, 24.6.2025). Ne consiglio la lettura integrale e intanto ne riporto qui alcuni brani.
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SSC sta per School for Saving Classics, l’accademia in difesa dei “classici”, ma anche per Scuola Superiore di Catania, proprio lì dov’è nata, a margine di uno dei “colloquia” internazionali promossi per celebrarne il 25esimo anniversario, l’idea di istituire un Centro di ricerca interuniversitario dedito alla salvaguardia e alla valorizzazione dei classici greci e latini, ma anche al Fortleben, ossia allo studio della ‘sopravvivenza’ della tradizione greco-romana nella modernità.
L’ideatore e primo direttore è il prof. Orazio Portuese, associato di Lingua e Letteratura latina nel Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania e giovane presidente del corso di laurea in Lettere, da sempre – confessa con un sorriso – mosso dall’impulso di «diffondere il verbo antico».
Il Centro si avvale della collaborazione dei dipartimenti di Scienze umanistiche, dove ha stabilito la sede, di Giurisprudenza, Scienze della Formazione e Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania, con una cinquantina di docenti coinvolti, e del supporto di una rete internazionale di partner accademici – tra cui le università di Parma, Strasburgo, Heidelberg, Newcastle e Virginia – e di istituzioni specializzate come il Centro studi classica (IUAV) e la World Philology Union di Oslo. «L’obiettivo – spiega Portuese -, alquanto ambizioso ma necessario, è quello di restituire centralità alla cultura classica greca e latina, valorizzandone la straordinaria eredità attraverso un approccio integrato e multidisciplinare».
Come è nata l’idea di istituire all’Università di Catania un Centro di ricerca dedicato alla ‘salvezza’ e alla riscoperta della cultura classica?
Il 28 novembre 2023 ho promosso un Colloquium internazionale presso la Scuola Superiore di Catania dal titolo ‘School for Saving Classics’ (SSCl) che, oltre a celebrare due insigni classicisti del nostro Ateneo, la latinista Rosa Maria D’Angelo e il filologo classico Antonino Maria Milazzo, al cui magistero si deve l’avvio di un percorso di antichistica all’interno stessa Scuola Superiore, era incentrato sul tema della cosiddetta Cancel Culture: un’espressione, ormai diffusa, per descrivere una grottesca forma di ‘cancellazione’ del passato, che dimostra quanto avesse ragione Walter Benjamin, quando diceva che «neppure i morti saranno al sicuro, se il nemico vince».
E la cultura classica è davvero a rischio di cancellazione?
Se si volesse tentare una definizione, per quanto provvisoria, di tale fenomeno, bisognerebbe forse partire dall’idea, insinuante e perentoria insieme, che il passato debba essere emendato, riscritto, talvolta persino derubricato dai suoi stessi accadimenti. O meglio: che certi fatti, certe espressioni dell’umano – giudicate oggi inammissibili o offensive – non meritino più nemmeno la sopravvivenza nella memoria, se non come colpe da espiare o documenti da censurare.
Accade così che la Cancel culture, sovente animata da un intento correttivo che sconfina nell’anacronismo morale, finisca per richiedere – talora con zelo militante, talaltra con compiaciuto moralismo – l’abbattimento di statue ritenute indegne (come quelle di Cristoforo Colombo negli Stati Uniti), il silenzio sui simboli ritenuti distanti dai valori del presente (come le vestigia del Ventennio fascista in Italia), il bando della lettura dei classici greci e latini in lingua originale, o addirittura la loro estromissione dai programmi scolastici e universitari. In questo scenario si inscrive la nascita della School for Saving Classics: un atto di ‘resistenza’ al tentativo di cancellare il nostro orizzonte simbolico, la nostra memoria identitaria, la nostra tradizione, che non è adorazione di ceneri, ma fuoco da tenere acceso.
Ma è opportuno, in tutti i casi, conservare anche certi orrori del passato e tramandarli?
I contesti sono diversi, ma una sola è l’illusione: che eliminare un simbolo equivalga a correggere la storia. Così non si educa: si diseduca. Perché ciò che va insegnato – alle nuove generazioni, che di paideia hanno urgente bisogno – è la capacità di discernere, non la tentazione di cancellare. Occorre mostrare il passato per intero: le sue glorie e le sue infamie, i suoi slanci e i suoi crimini. Cancellare è sempre più semplice che comprendere: ma è anche più sterile.
E tutto questo accade – paradossalmente – proprio mentre il presente si proclama più aperto, più inclusivo, più dialogante. Ma l’inclusione si rovescia in esclusione, il dialogo si trasforma in interdizione, e il tempo, invece di essere interrogato nella sua irriducibile alterità, viene costretto a parlare la lingua d’un eterno presente assolutizzato, che non tollera contraddizione né distanza: quello che T.S. Eliot definiva con sarcasmo «il provincialismo del tempo presente», cioè il vecchio errore dello storicismo ingenuo, per cui il tempo che viene dopo sarebbe, per ciò stesso, “più vero” del tempo che lo precede.
Una sorta di damnatio memoriae travestita da progresso. Non a caso abbiamo scelto come simbolo del nostro Centro di ricerca un olio su tela di Magritte (risalente al 1948), noto con il titolo di ‘La memoria’ e raffigurante la testa di una statua femminile che sanguina.
[…]
A vostro avviso, la società è consapevole della necessità di conservare e ravvivare questo patrimonio?
Quest’ultimo è forse l’aspetto più importante del nostro Centro: il tentativo di rinnovare l’approccio alla cultura antica, rivolgendoci alla società civile, nella sua dimensione più ampia. Nelle università i pochi antichisti superstiti promuovono convegni e seminari volti a (ri)accendere nelle comunità studentesche l’amore per la cultura greco-romana; nell’editoria fioccano libri di taglio più divulgativo con cui specialisti del settore tentano di smascherare i fraintendimenti di fondo della cancel culture (Borgna, Lentano) o di mostrare quale grave mutilazione rischi la nostra società con una rinuncia alla cultura greco-romana (Canfora, Dionigi).
[…]
“Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero”. Quanto è importante questo principio per corroborare le missioni del Centro?
L’invito di Goethe a trasformare l’eredità in conquista è molto più che un principio pedagogico: è il nucleo stesso della missione che anima il nostro Centro. La cultura classica non si eredita per semplice trasmissione; si eredita nel momento in cui viene fatta propria attraverso un atto di comprensione e interpretazione. L’eredità, per non restare un simulacro, deve essere rifondata. Il nostro Centro nasce proprio da questa esigenza: evitare che il patrimonio classico diventi oggetto di culto inerte o di rimozione ideologica, e farne invece materia viva, materia da conquistare. In questo senso, l’esercizio della filologia non è un atto antiquario, ma un’operazione conoscitiva e civile. Ovidio, nelle Epistole dal Ponto (1, 5, 53-54) scriveva che …magis utile nil est / artibus his quae nil utilitatis habent (“Non c’è nulla di più utile di queste arti che non hanno alcuna utilità”): cioè non c’è nulla di più utile di ciò che non si misura con la logica immediata dell’utile. […]
In un’epoca in cui tutto ciò che non produce profitto immediato viene bollato come superfluo, occorre ribadire che proprio le discipline “improduttive” sono quelle che garantiscono una cittadinanza culturale consapevole. Rivalutare le arti inutili significa restituire loro visibilità e dignità nel discorso pubblico. Significa riconoscere che leggere Seneca o Eschilo non è un lusso, ma un esercizio di lucidità. Significa che la cultura non serve a fare soldi, ma a non essere schiavi, come ci insegna la tradizione stoica.
Quando si inizia a porre delle eccezioni alla libertà di espressione, il risultato non può che essere uno solo, questo:
L’Ue getta la maschera: la libertà è solo un’illusione
il Simplicissimus, 26.5.2025
Nell’immagine di apertura vedete il documento grazie al quale Thomas Mann fu espulso dalla Germania nel 1936. Trattandosi di un premio Nobel, cosa che allora aveva un valore, e visto che lo scrittore non aveva ascendenze ebraiche, la cosa si presentava abbastanza delicata e così l’espulsione venne richiesta ufficialmente da Ernst von Weizsäcker, allora inviato del governo nazista a Berna, a causa di una lettera di Mann pubblicata dalla Neue Zürcher Zeitung, il giornale di Zurigo, fortemente contraria alla politica del Terzo Reich. Caso del destino, il figlio di von Weizsäcker, Richard, diventerà il presidente della Germania appena riunificata. Ci si potrebbe domandare se sia una mera coincidenza, oppure il contesto dei veleni di allora non abbia continuato a vivere sottopelle in attesa di rispuntare alla prima occasione propizia. E questa ha un nome inequivocabile: Ue. Sì perché sta accadendo di nuovo: il Consiglio dell’Unione Europea ha imposto sanzioni per la prima volta contro due giornalisti tedeschi, Alina Lipp e Thomas Röper che ha fama internazionale.
Le accuse nei confronti dei due sono stanzialmente analoghe e si riferiscono al fatto che essi diffondono “sistematicamente disinformazione sulla guerra di aggressione russa contro l’Ucraina e delegittimano il governo ucraino, soprattutto allo scopo di manipolare il sentimento pubblico tedesco riguardo al sostegno all’Ucraina”. Inoltre, in particolare Röper, “è coinvolto e sostiene l’uso della manipolazione e dell’interferenza delle informazioni e facilita un conflitto armato in un Paese terzo“. Siamo evidentemente nel Paese di Alicee dove decisori che non sembrano avere un’età mentale di molto superiore a quella in cui normalmente si legge il racconto di Lewis Carroll, fanno carne di porco di ogni regola della democrazia: la disinformazione consiste nel dire che la Russia sta vincendo la guerra, fatto inequivocabile, e che il governo ucraino è illegittimo, cosa del tutto ovvia visto che le elezioni sono saltate da oltre un anno e questo, anzi, è uno dei problemi che si pongono sulla via della pace. La disinformazione semmai viene da chi dice il contrario.
Ma in ogni caso ci si chiede che fine abbia fatto l’articolo 11 della carta fondamentale dell’Unione secondo cui “Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere e comunicare informazioni e idee senza ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. La libertà e il pluralismo dei media devono essere rispettati”. Buttato nel luogo dove dovrebbe stare tutta l’Ue. Però ecco la trovata pseudo giuridica, anzi meramente linguistica: visto che in mancanza di reato, non ci può essere punizione, il Consiglio dice che devono essere prese delle “misure” che sono di fatto peggio della galera, ovvero il divieto di ingresso in altri Paesi dell’Unione e il “congelamento” di tutti i beni che equivale al sequestro. Secondo la legge tedesca la confisca dei beni è attuabile solo in presenza di un reato penale (ma in questo caso non esiste) che abbia direttamente a che fare con i beni stessi. Ma evidentemente la decisione del Consiglio diventerà preminente, specie con il cancelliere BlackRock. Il livello intellettuale, oltre che etico è così deprimente che alla fine di questo riaccendersi dell’inquisizione, il Consiglio dice che tutto questo sarebbe conforme alle leggi europee, anche se non tenta minimamente di spiegare come mai le opinioni sono libere solo quando coincidono con quelle della Ue e dei suoi capetti corrotti. In questo caso il mascheramento di decisioni contrarie a qualsiasi legge di uno stato di diritto, corrisponde allo smascheramento della dittatura di fatto che si va preparando.
Faccio notare che nel testo di questo scellerato Consiglio di assoluti servi del potere finanziario, si trova uno dei topoi del globalismo, ovvero l’idea che esprimere un’opinione, sia perciò stesso “manipolare”. In un certo senso è ovvio che sia così, visto che da anni le opinioni pubbliche vengono condizionate attraverso narrazioni inconsistenti e del tutto contrarie alla realtà delle cose: si teme che la corrente principale del discorso pubblico venga perturbata. Il globalismo delle menzogne insomma concepisce l’informazione esclusivamente come manipolazione dal momento che è ciò che fa in continuazione. Viviamo infatti in una mediocrazia che ha reciso qualsiasi legame con i cittadini. Certo non è un caso che le decisioni contro Alina Lipp e Thomas Röper, arrivino dopo che quest’ultimo ha decostruito e ridicolizzato le ragioni con cui l’Ue si appresta ad istituire un tribunale farsa contro la Russia, cui non parteciperanno gli Stati Uniti. Un tribunale che tra l’altro costerà un miliardi di euro, senza tenere conto degli “incentivi” ai giudici che dovranno far passare tesi del tutto contrarie ai fatti. Ma tutto questo alle fine servirà a Bruxelles per rubare alla Russia i 300 miliardi congelati dalla Ue. Cosa che sarà l’atto finale dell’euro, moneta con cui nessuno vorrà più avere a che fare.
Pensare a vanvera
il Simplicissimus, 18.5.2025
Succedono cose davvero strane e inesplicabili, o meglio giustificabili con la semplice assenza di pensiero dietro le parole, l’abracadabra delle formule politicamente corretto o le parole d’ordine che vengono sparse come lo ioduro d’argento nelle nuvole per far piovere. Per esempio quando si stava formando il nuovo governo tedesco era emersa nelle cronache la notizia che l’Afd era stato schedato come movimento “sicuramente di estrema destra” dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, cosa che poteva anche essere interpretata come il tentativo di mettere fuori legge questo partito. Ma adesso che il governo è fatto, questa schedatura è stata frettolosamente cancellata. Ora lasciamo perdere il gioco politico dietro tale andirivieni di definizioni e il fatto, strutturalmente assai più inquietante, che l’ufficio per la protezione della Costituzione sia un’ emanazione del ministero dell’Interno, realizzando un vulnus non da poco per lo Stato di Diritto: la cosa rilevante è che questa cavolata ha focalizzato per due o tre settimane il dibattito pubblico. Dietro però non c’era nulla, solo una bolla di sapone come dimostra il fatto che si è passati da un’opinione a un altra in brevissimo tempo.
In realtà la gran parte delle cose che formano il mormorio dell’informazione e dei social, è semplice aria fritta, o magari solo impanata, discutono di cose che non hanno senso e che chiudono le persone dentro un labirinto che impedisce loro di percepire il mondo reale e li fa correre in giro, almeno fino a quando quando esse non sono toccate direttamente, scuotendosi dall’ipnosi. È insomma uno pseudo discorso che ovviamente non viene mai argomentato, ma solo asserito. Questo crea scontro, anche se in realtà non c’è nulla su cui scontrarsi, ma solo immagini olografiche. Per questo ho titolato il post pensare a vanvera: è la parola ideale per definire il tempo presente poiché deriva da fanfera voce che poi ha dato origine a fanfara, ovvero all’azione collettiva che da aria alle trombe, il che si lega al frastuono mediatico e alle sue fanfaronate. Per la verità, a Venezia, vanvera definiva anche un accessorio dei vestimenti femminili che permetteva di separare le pesanti gonne delle dame dalle adiacenze del lato B e quindi facilitava l’espulsione di gas intestinali. E anche questo ci sta alla perfezione se si pensa alla qualità di gran parte degli ordini del giorno da cui simo subissati.
Ne volete un esempio? Il nuovo Papa non aveva nemmeno finito di dire che la famiglia si forma tra un uomo e una donna che subito su tutto il mainstream è comparsa la notizia che il nonno di Leone XIV aveva un’amante o forse era addirittura bigamo. Come dire si predica bene, ma si razzola male e svalutare attraverso questo insensato moralismo genealogico, le parole di Prevost. Sì, siamo ridotti questa continua guerriglia di scemenze: così nello stesso giorno si esalta la lotta contro la l’omolesbobitransfobia, mentre si ci si scandalizza come beghine di fronte a un tradimento. Ieri, come accadde al nonno del Papa, si rischiava la galera per una storia extra moenia, oggi la si rischia se si osa dire che un uomo non può rimanere incinto. Ma c’è, come chiunque potrebbe capire se solo lo volesse, una sostanziale differenza, a prescindere dalle mutazioni culturali: una volta si poteva finire in galera per qualcosa, oggi per sostenere una verità. Del resto l’omolesbobitransfilia è una cosa radicalmente diversa dal suo contrario: non si tratta di combattere i pregiudizi, ma di crearne di nuovi che rassomigliano all’ applicazione dell’ingegneria genetica alle coltivazioni. Si tratta, per ora, di un’ingegneria etica che si propone essenzialmente di negare in radice la biologia in funzione delle teorie maltusiane. Non è una posizione, diciamo così, dialettica, tipica di un marxismo orecchiato, nel quale la natura sarebbe unicamente espressione dei rapporti di produzione e dunque socialmente variabile: al contrario, l’idea fondante è dell’uomo come “ente naturale”, ovvero della profonda unità uomo-natura che la storia non sopprime.
Vabbè mi stavo inutilmente inerpicando su sentieri interrotti che del resto non sono frequentati dal pensiero a vanvera e quindi nemmeno seriamente discutibili. L’importante è dar fiato alle trombe.
LE UNIVERSITÀ AMERICANE SONO STATE DISTRUTTE DALL’ATTIVISMO WOKE
di Luca Ricolfi, sociologo per la fondazione Hume
Startmag, 10 maggio 2025
Antefatto. L’università di Harvard, una delle più prestigiose del mondo, è un ente privato che, per il proprio funzionamento, usufruisce di cospicui finanziamenti pubblici. Una settimana fa l’amministrazione Trump ha inviato ai vertici dell’università una lettera in cui ricorda che ricevere il finanziamento pubblico non è un diritto, e che d’ora in poi i fondi federali continueranno ad essere erogati solo a determinate condizioni. Alcune di tali condizioni sono sicuramente discutibili, ad esempio la richiesta di non ammettere studenti “ostili ai valori e alle istituzioni americane” (che cosa sono i valori americani?). Altre sono ragionevoli ma difficili da applicare, come la richiesta di combattere le discriminazioni contro gli studenti ebrei o israeliani, o evitare vessazioni anti-semite e programmi ideologizzati.
Ma le condizioni più interessanti sono quelle che appaiono decisamente ovvie o scontate. Due su tutte. Primo, Harvard dovrà abbandonare politiche di reclutamento che discriminano in base a “razza, colore della pelle, religione, sesso, origine nazionale”. Secondo, Harvard dovrà rinunciare alle politiche di ammissione (degli studenti) e di assunzione (dei docenti) che discriminano sulla base dell’orientamento politico-ideologico, e dovrà cercare di promuovere il pluralismo delle idee (viewpoint diversity).
E’ curioso che, anziché apprezzare gli intenti egualitari e anti-discriminazione delle raccomandazioni di Trump, la maggior parte dei media italiani abbia interpretato tali raccomandazioni come un attacco “senza precedenti” alla libertà accademica, un’intromissione indebita della politica nel mondo della cultura, una prepotenza rispetto a cui Harvard e le altre università minacciate da Trump avevano non solo il diritto ma il dovere di opporre “resistenza” (termine evocativo della lotta al nazi-fascismo).
Come mai questa reazione della maggior parte dei nostri media?
Credo che la risposta sia che pochi conoscono la vera storia delle università americane, e in particolare di quel che è capitato dal 2013 in poi, ossia da quando la cultura woke e l’ossessione per il politicamente corretto si sono saldamente installate nei campus e nelle redazioni dei giornali.
Difficile riassumere, nello spazio di un articolo, quel che è successo nel corso di un decennio, ma ci provo lo stesso elencando alcuni dei cambiamenti (o delle radicalizzazioni) che più hanno messo a soqquadro la vita universitaria.
Uno. I criteri di reclutamento di studenti e professori sono diventati sempre più politici e meno meritocratici, con l’adozione di politiche esplicitamente discriminatorie verso bianchi, maschi, eterosessuali, studenti conservatori o non impegnati.
Due. Sono stati aperti appositi sportelli (BRT, o Bias Response Teams) per permettere non solo la denuncia (sacrosanta) di abusi, violenze, intimidazioni, ma anche quella di qualsiasi violazione dei codici woke in materia di linguaggio o espressione delle proprie idee e sentimenti. Qualsiasi situazione fonte di disagio per qualcuno è stata ricodificata come micro-aggressione, con conseguente instaurazione di un clima di paura e di autocensura (chilling effect). Il numero delle prescrizioni e dei divieti del galateo woke è enormemente cresciuto, non solo nelle università ma più in generale nei media, nella vita sociale e nel mondo del lavoro.
Tre. Si sono diffuse e ampliate le pratiche volte a togliere la parola agli studiosi considerati politicamente scorretti o portatori di idee non gradite all’establishment progressista, con campagne di delegittimazione o boicottaggio, con pressioni a non concedere la parola a determinati relatori (deplatforming), con cancellazioni di inviti (disinvitation), con azioni collettive volte a impedire materialmente di parlare a ospiti sgraditi per le loro opinioni.
Quattro. Si sono moltiplicati i tentativi (per lo più riusciti) di ottenere licenziamenti e sanzioni nei confronti di professori per le idee che avevano espresso. Greg Lukianoff, presidente della Fondazione FIRE, che si occupa di difendere i diritti individuali e la libertà di espressione, ne ha contati centinaia in pochi anni, e ha osservato – a partire dal 2015 – un ritmo di crescita superiore al 30% all’anno.
Tutto questo fin dai primi anni ’10, ben prima dell’inasprirsi della situazione con le proteste studentesche seguite all’intervento israeliano a Gaza.
Morale. Può darsi che l’intervento di Trump, alla fine, non riesca a ristabilire la libertà accademica, che per definizione richiede l’astensione della politica. Ma quel che è certo è che nel decennio precedente la libertà accademica era stata distrutta dall’attivismo woke, che aveva reso irrespirabile la vita nei campus. L’intervento di Trump, sicuramente ruvido e sgradevole nei modi, è stato dettato dalla necessità di ristabilire la libertà accademica, non certo di sopprimerla. La domanda quindi non è “riuscirà Harvard a resistere alle ingerenze di Trump?”, bensì: riuscirà Harvard a tornare un’università normale, in cui chiunque possa sentirsi libero di esprimere il suo pensiero, anche se contrasta con l’ortodossia woke?
Roma, 27 aprile 2025
«La direttrice del Cimitero Acattolico di Roma ha comunicato il divieto di portare bandiere rosse [sulla tomba di Gramsci], così come le bandiere di partito tutte perché potevano turbare altri frequentatori e perché “non era riguardoso per le altre persone sepolte di diverse fede politica all’interno del Cimitero”. Si tratta di una disposizione che appare assurda e irrispettosa della stessa memoria di Gramsci e della democrazia».
Si tratta della follia politicamente corretta la quale, come da previsione, ha un unico esito: il silenzio delle parole, di ogni simbolo, dell’intelligenza stessa.
Credo che il politicamente corretto sia più pericoloso di ogni Inquisizione conosciuta, proprio perché si maschera da rispetto quando è soltanto l’espressione di un moralismo e di un’ignoranza fanatici.
Stasera sono andato al cinema. Prima dell’opera scelta si sono susseguiti i trailer di altri cinque film.
Tutti e cinque simili tra di loro e assai banali, tutti e cinque intrisi e costellati dei temi e delle tonalità dominanti del gender, dell’immigrazione, dei buoni sentimenti. Cinque film del tutto falsi, una finzione mal riuscita.
Non bastava: uno spot celebrava il riciclo differenziato dei tappi delle bottiglie (e analoghe azioni eroiche) come mezzo per salvare la Terra, uno spot dalle modalità rivolte agli infanti deficienti che sono diventati i cittadini.
Così lo spirito del tempo celebra il proprio conformismo.
Semplice buon senso, esattamente.
Leggo solo oggi questo magnifico testo di Simone Lenzi sugli effetti della stupidità autoritaria del Politicamente corretto woke e gender (a Livorno e ovunque):
La gogna rossa nel comune di Livorno
il Foglio, 21.10.2024
Versione in pdf
Eh sì, i buoni, gli inclusivi, gli accoglienti, i difensori delle donne, quelli che istituiscono o approvano le commissioni «contro l’odio», quando si tratta di escludere, respingere, insultare e odiare (anche le donne) sono tra i primi e molto bravi.
Nella loro ipocrisia sono proprio patetici ma anche pericolosi.
(La citazione del brano contro Zakharova è tratta da un articolo dell’inclusivo, accogliente, progressista, liberale Corriere della Sera)
Il documento che allego dimostra la gravità delle pratiche discriminatorie ed escludenti messe in opera dal Comune di Bologna. Per l’assegnazione delle case popolari la condizione è condividere la visione del mondo degli amministratori.
Nel documento si specifica inoltre che due appartamenti destinati ai disabili saranno assegnati ai “normodotati” se non ci saranno disabili che supereranno il «test di affinità» richiesto dalla circolare. E pertanto i requisiti ideologici diventano preferenziali rispetto alla condizione economica e all’essere portatori di handicap.
Una tipica espressione della dittatura del politicamente corretto.
Sandra Harding, docente in un’università statunitense, definisce i Principia di Newton un manuale dello stupro, per la centralità che ha in quella trattazione il concetto di forza.
Fonte: Is Newton’s Principia a rape manual?
Stephen Hicks, 24.6.2017
Effetti dell’accoglienza.
Aggiornamenti dalla Francia, uno dei territori d’origine della vicenda gender:
Théorie du genre et wokisme
par Michel PAROLINI, La sociale, 4.12.2024
Siamo tutti politicamente corretti 🙂
La barbarie gender tocca senza scrupoli i bambini nella fasi più delicate dalla loro crescita.
E le università dell’Impero statunitense diventano pienamente complici; quelle italiane si mostrano, come sempre, particolarmente zelanti
Buone notizie da Le Figaro del 4.9.2024:
Le mouvement de reflux du wokisme dans les entreprises américaines s’est amorcé récemment.
En mai 2022, après avoir perdu 200 000 utilisateurs, une note interne de Netflix rappelle aux salariés que leur travail est d’abord de divertir et que si certains contenus sur lesquels ils doivent travailler les dérangent, le mieux est de quitter l’entreprise. Quelques mois plus tard, en avril 2023, le brasseur Anheuser-Busch (Budweiser) perd 5 milliards en bourse après un partenariat avec une influenceuse trans. Le président de la compagnie s’excuse par un tweet : «Nous n’avons jamais eu l’intention de prendre part à un débat qui divise les gens. Notre métier consiste à rassembler les gens autour d’une bière». Fin novembre 2023, le président de Disney déclare : «les créateurs ont perdu de vue ce que devrait être leur objectif numéro un. Nous devons d’abord divertir. Il ne s’agit pas d’envoyer des messages».
Depuis 2024, les déclarations sont suivies d’actes. Des entreprises n’hésitent plus à déclarer publiquement qu’elles abandonnent leur politique woke afin d’être davantage en adéquation avec les aspirations de leurs clients. Ainsi, Tractor supply dont la clientèle est essentiellement composée d’agriculteurs, a annoncé sa décision d’arrêter sa politique de diversité et d’inclusion. Un autre géant du marché agricole, Deere & Co, adopte la même démarche dans la foulée. Tout récemment, coup sur coup, Jack Daniels (Whisky), Harley Davidson (motos) et Ford (automobile), ont déclaré se recentrer sur les besoins de la clientèle et annonce mettre fin à leur politique de Diversité, d’Équité et d’Inclusion. Le mouvement est donc nettement amorcé aux États- Unis. Il faudra donc sans doute attendre quelques années pour qu’il arrive en France…
–Su ACrO-Pólis del 25 agosto 2024 Stefano Isola ha dedicato un’ampia riflessione a Ždanov:
Per un’ascesi barbarica
«La pedofilia è un modo di essere che va incluso» e un pedofilo va chiamato (per non offenderlo e non discriminarlo) «persona attratta dai minori».
A proposito di questa ennesima violenza e perversione del wokismo statunitense – rivolta contro i bambini -, consiglio la lettura di Il buon pedofilo vittima delle discriminazioni, il Simplicissimus, 31.8.2024
Da: Woke e tabù
di Davide Miccione
Aldous, 20.8.2024
Riporto qui ampi brani di un articolo del quale consiglio la lettura integrale. In questo testo Miccione dà conto infatti dell’analisi del politicamente corretto che Costanzo Preve formulava già all’inizio degli anni Dieci del XXI secolo
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Sarebbe un vero peccato non corrispondere alla gentilezza che l’editore Petite Plaisance di Pistoia ha mostrato per i lettori mettendo loro a disposizione tutti questi “piccoli Preve”. Mi riferisco a quella serie di volumetti di prezzo e foliazione ridotta (molto meno di cento pagine e di dieci euro) spesso tratti da volumi collettanei o da opere maggiori di Costanzo Preve e centrati su temi quanto mai attuali e puntuali: il Sessantotto, il ruolo degli intellettuali, le differenze tra destra e sinistra o, come nel caso del libro di cui qui parliamo, il politicamente corretto. Un’occasione dunque per scoprire o riscoprire o approfondire un autore che ha pochi eguali per parresia (a volte ai limiti di una, per me deliziosa, brutalità), coraggio intellettuale, preparazione, sistematicità. Preve riesce come pochi a congiungere l’analisi del minuto, dell’attuale, del singolare con un solidissimo incardinamento teoretico, con una rapida e sicura risalita alla matrice del suo pensiero, con il suo sistema, con quel corpo a corpo che svolge con l’intera tradizione occidentale e soprattutto con Hegel e Marx.
Il titolo oggetto di queste brevi righe è il serio Elementi di politicamente corretto doppiato da un ancor più serio sottotitolo: Studio preliminare su un fenomeno ideologico sempre più invasivo. Entrambi rivelano la natura sistematica e fondata di questo autore che mai però, ennesimo peccato dell’accademia italiana, ha insegnato in una università. Il volume inizia con una breve perlustrazione del rapporto tra struttura e sovrastruttura risolto olisticamente, in un reciso rifiuto della abituale meccanicità topografica del sotto/sopra, attraverso il concetto di “totalità unica espressiva” segnalando “al lettore la centralità del concetto di ideologia per la riproduzione del sistema capitalistico” (p. 8).
Il Politicamente corretto rappresenta per Preve non un errore di sistema, non una esagerazione di alcuni elementi da parte di soggetti ipersensibili, non qualcosa di laterale ed episodico, ma la principale Formazione Ideologica unificata “di una nuova fase del modo di produzione capitalistica postborghese e postproletario” (p. 9). Questa centralità è del resto dimostrata dalla recente e sempre più approfondita riflessione, in pensatori interessati ai destini della cultura e della convivenza umana, sulle conseguenze concettuali e sui concetti soggiacenti della correttezza politica. Penso tra i tanti testi (di cui una parte significativa si limita a resocontare le vette di stupidità della correttezza politica o proporre una sacrosanta ma insufficiente difesa della libertà di pensiero) al necessario e recente Ždanov. Sul politicamente corretto di Alberto Biuso per i tipi di Algra che indaga l’ontologia implicita di queste proposte o, andando indietro di qualche anno e concentrandosi sul piano della teoria politica, a Il lupo nell’ovile di Jean Claude Michea per i tipi di Meltemi.
Il politicamente corretto, come “forma di totalitarismo ideologico flessibile”, svolge per Preve una funzione dissuasiva nei confronti della filosofia come tentativo di “salvare la polis dalla dissoluzione” (p. 13). Una continua perimetrazione di ciò che si può dire e pensare può far vacillare i pensatori meno indipendenti e meno coraggiosi nonché la gran parte degli ascoltatori/lettori che dovrebbero avventurarsi, proprio per poter capire e pensare, fuori dalla zona di conforto abituale. Di passaggio segnaliamo, nel libretto, alcune importanti pagine di Preve sulle antiche e attuali forme di riproduzione sociale della filosofia e sul suo miserevole attuale stato.
[…]
Una situazione, questa, meglio illustrata dalla seconda lettura, questa “antropologica”, che è il cuore della proposta teorica di Preve e che vede il politicamente corretto come una “tarda elaborazione razionalizzata del sistema dei tabù che regge tutte le società primitive, che al di là delle radicali differenze dei marxiani modi di produzione hanno regole che si sono riprodotte fino ad oggi”. (p. 18) “Nessuna civiltà umana può esistere o riprodursi senza un sistema di interdizioni” annota Preve e “nelle nostre civiltà monoteistiche, il Politicamente corretto è una secolarizzazione dell’interdetto alla bestemmia” (p. 19). Se si pensa come alcune parole ritenute politicamente scorrettissime non le si pronunci neppure per dire che non vanno pronunciate, allora è proprio l’interdetto alla bestemmia divina l’unica analogia che venga in mente.
Ma, al di là degli utilizzi attuali, questa suggestione antropologica fa pensare che se non la nascita perlomeno l’espansione enorme del fenomeno, qualcosa abbia a che vedere con la religione. Potremmo pensare che la secolarizzazione, la perdita di vigenza delle regole diffuse dalla religione abbiano creato un vuoto, per dir così, di “catechismo”. Una incertezza su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è lecito e ciò che non lo è. Tramontata ormai l’idea di una emancipazione dalla minorità forse il sistema, da sé, aborre il vuoto creando il proprio personale catechismo della bontà e comminando pene sociali a chi non si conforma.
L’impostazione di Preve rende così più chiara la questione e potremmo vedere il momento attuale (Preve ci ha lasciato nel 2013 e la prima edizione di questo testo è del 2010) come quello in cui le elite, per “calmierare” le idee che le inquietano e per serrare i ranghi degli ormai pochi sostenitori, procedono ad una progressiva tabuizzazione di tutte le questioni in modo da toglierle dal dibattito e da un’eventuale presa di coscienza collettiva. Un “blocco” di sicurezza alla pensabilità del mondo che ben si coadiuva con l’oblio della storia e più in generale con l’indebolimento culturale indotto.
La tabuizzazione antropologica e la deviazione linguistica del tentativo di cambiare la realtà sociale e politica da parte della sinistra americana danno un quadro chiaro della vicenda sicuramente influenzata, secondo Preve, da una mancata rilettura del dogma del progresso, “ultima religione popolare della sinistra europea” (p. 31) e da un ceto medio “del tutto privo di ambizioni di guida politica (…) pronto ad accettare il politicamente corretto come suo nuovo profilo identitario di appartenenza” (p. 33). Questa ideologia viene analizzata da Preve nella sua derivazione europea con i suoi principali elementi, dall’americanismo a quella che lui chiama teologia dei diritti umani, alla dicotomia destra/sinistra eccetera.
Da: Esercizi di bispensiero (per le vacanze)
di Davide Miccione
Aldous, 13.8.2024
Putin è il nuovo Hitler e arriverà con le sue truppe fino a Lisbona, bisogna fermarlo mandando armi. Putin è sopravvalutato e basterà inviare le armi all’Ucraina per respingerlo. (queste due frasi vanno recitate a giorni alterni, mai insieme).
Picchiare i fascisti è antifascismo.
Per risolvere i problemi ecologici bisogna sostituire l’intero parco auto dell’umanità con nuove auto elettriche.
Il digitale non inquina e non consuma, le informazioni in cloud sono allocate in uno spazio metafisico privo di effetti energivori ed ecologici.
Il ristoratore che sostituisce le dieci copie del suo menu che duravano sei mesi con un qrcode che costringe ogni giorno i clienti a decine di operazioni telematiche è un benemerito dell’ambiente perché si sa che il digitale è meglio della carta.
Il cliente del suddetto ristoratore che non possiede uno smartphone e non può leggere il menu si ricordi che questa è la società dell’inclusione.
La ragazzina che rimprovera il padre di poca sensibilità ecologica per la sua auto a benzina chiede poi la sostituzione del suo smartphone (anch’esso evidentemente fatto di aria e intelligenza).
Anche il tizio che non ha denaro e non riesce a trovare una spiaggia libera, tra i tanti lidi, e un parcheggio non a pagamento si ricordi che questa è la società dell’inclusione.
Sembra che, casualmente, gli strumenti tecnologici siano tanto più inquinanti e pericolosi per l’ambiente quanto meno costosi. Un diesel del 2001 sembra più dannoso di un jet privato, una vecchia stufa a legna più di una enorme piscina privata usata solo da tre persone.
Il livello dell’inclusione in una società si misura dalla discriminazione percepita e non dal livello di tutela economica e sanitaria che una società è in grado di garantire.
I diritti individuali sono tanto più centrali quanto meno costano allo stato. Sarà sicuramente casuale.
In ogni società dell’inclusione che si rispetti devi stare attento a quello che dici se no ti escludono.
Il ministero ritiene che si debba aumentare il tempo-scuola per combattere la povertà educativa. Il ministero ritiene che i licei che durano solo quattro anni siano l’innovazione del futuro.
Chi è stato obbligato per legge a vaccinarsi ha dovuto giustamente firmare il libero consenso.
Per i giovani è fondamentale la socializzazione. La didattica digitale è il futuro.
Chi si sente donna anche se è uomo può essere donna; chi si sente giovane anche se è anziano può essere giovane. L’autopercezione è fondamentale. Chi si sente ricco anche se è povero può essere ricco. Ah no, questa è vietata.
Se avete trovato queste affermazioni ragionevoli e per nulla contraddittorie potete andare in vacanza sereni. Il mondo peggiorerà ma voi non ve ne accorgerete. La beatitudine è solo a un passo.
In questa realistica analisi del giornalista Alberto Capece risuonano alcuni elementi concettuali che ho cercato di evidenziare in Ždanov:
-«argomentazioni grottesche e confuse tipiche dello scientismo ignorante che affligge i nostri tempi»;
-«in nome dell’ inclusività. che poi è in realtà l’esclusione delle donne»;
-l’ennesima espressione del culturalismo più delirante, per il quale «non esiste alcun metodo scientifico per identificare una donna»;
-«Ciò che si vuole negare è semplicemente la realtà, ovvero il fatto che la biologia prevale sul genere il quale riguarda invece la percezione di sè»;
-«Tutto ciò è una conseguenza della sub cultura in cui nuotiamo: già da decenni la percezione ha preso il posto dell’essere in ogni campo, come è naturale in una società basata sul narcisismo individuale, tanto che ormai sembrano non contare più le condizioni oggettive».
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La percezione vince l’oro
il Simplicissimus, 10.8.2024
In un primo momento avevo pensato che il Cio, per calmare le acque, avesse pensato di offrire qualcosa al pugile algerino Imane Khelif, che si batte contro le donne. purché perdesse contro qualche avversaria e salvasse il comitato olimpico dalla grossolana insipienza che lo ha portato ad ammettere un maschio nelle competizioni femminili, con argomentazioni grottesche e confuse tipiche dello scientismo ignorante che affligge i nostri tempi. Poi ci si sono messe di mezzo le minacce dell’Algeria che forse dovrebbe migliorare le sue attribuzioni di sesso alla nascita e così Imane che è maschio senza se e senza ma, visto che, come ha stabilito l’ Iba, ovvero l’Associazione pugilistica internazionale, possiede i cromosomi XY, ha conquistato l’oro olimpico.
Ma al di là della cronaca per così dire sportiva, questo evento è di fatto la campana a morto per le competizioni femminili: infatti basta avere sul passaporto la dicitura “femmina” per poter gareggiare nei tornei femminili. E questo può accadere a causa di un errore di registrazione alla nascita, abbastanza raro, ma non rarissimo e poi non corretto, oppure potrebbe derivare da una legislazione o un sistema di regole che consente a un maschio genetico di cambiare sesso sui documenti qualora si senta donna. In più questo esempio assieme a quello del pugile taiwanese Lin Yu-Ting, potrebbe portare a “errori” e “cambiamenti” intenzionali in vista delle competizioni, tanto più che dietro di esse generalmente c’è anche un cespite economico di qualche tipo. Del resto già oggi nei campus americani, dove lo sport è spesso più importante dello studio, succede sempre più spesso che gli uomini si dichiarino donne, gareggiano con loro e vincono premi: il caso più noto è quello di “Lia” Thomas che battendosi inizialmente con gli uomini era al 452 posto in classifica dei nuotatori maschili, mentre ora che si è dichiarato donna vince tutte le gare in stile libero e i relativi premi. Insomma basta la parola visto che il comitato olimpico non fa più controlli, in nome dell’ inclusività. che poi è in realtà l’esclusione delle donne. Caso strano non si trova mai una donna che vuole vedersela con gli uomini.
Questa cosa la si intuisce quando l’ orrendo Cio, per bocca del suo presidente, tale Thomas Bach sostiene che “non esiste alcun metodo scientifico per identificare una donna“. Il che è abbastanza strano visto che le olimpiadi e lo sport in genere dividono da sempre maschi da femmine per la differenza di forza fisica. Senza dire che conosciamo le differenze genetiche e fisiologiche tra i due sessi. Possiamo capire che a Bach, con quella faccia da tedesco ligio agli ordini, sfugga la differenza, ma è chiaro che da ora in poi regnerà il caos nello sport occidentale e altre manifestazioni atletiche internazionali finiranno per prendere il posto delle olimpiadi che peraltro suscitano sempre minor interesse e sono in via di diventare una gazzarra alla wrestling, come dimostrano bene gli stadi vuoti di Parigi, salvo quello riempito fino all’orlo per assistere all’ultimo incontro di Imane. Le parole del Cio ci dicono anche come sia stato strumentalmente introdotto il concetto di intersessualità, che in questo caso non c’entra proprio nulla e che riguarda comunque pochissime persone.
Ciò che si vuole negare è semplicemente la realtà, ovvero il fatto che la biologia prevale sul genere il quale riguarda invece la percezione di sè. Se uno si percepisce femminile – e ha tutto il diritto di farlo – non per questo diventa realmente femmina e non lo diventa nemmeno con la più ardita chirurgia, come dimostrano i frequentissimi suicidi di queste persone che sono preda di una vera e propria mafia medica che fa soldi sfruttando in maniera criminale queste situazioni. Se uno si percepisce come Napoleone, per fare il classico esempio barzellettiero di pazzia, non per questo può pretendere di essere imperatore dei francesi in nome dell’inclusività Anche perché c’è già Macron che ha occupato quel posto nel manicomio europeo.
Tutto ciò è una conseguenza della sub cultura in cui nuotiamo: già da decenni la percezione ha preso il posto dell’essere in ogni campo, come è naturale in una società basata sul narcisismo individuale, tanto che ormai sembrano non contare più le condizioni oggettive. Molti misuratori economici puntano sulla percezione degli operatori, altri sulla percezione delle temperature oppure del grado corruzione o di libertà. E via dicendo, compreso il mondo stesso: in quanto percezioni esse non hanno solo un blando legame con la realtà, ma non sono nemmeno oppugnabili in quanto soggettive. L’unica realtà “dura” che viene presentata come tale è la volontà del potere come la psicopandemia ha perfettamente dimostrato: in quel caso ogni percezione o ogni dubbio viene bandito e diventa reato .
Strepitosa è la sintetica e libera analisi con la quale Walter Lapini, Professore ordinario di Letteratura greca nell’Università di Genova, descrive l’Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario (ANVUR), la quale sta distruggendo la ricerca, costringendo gli Atenei a «una perpetua psicosi operativa e persino lessicale, costretti a usare la quasi totalità del loro tempo per risolvere gli pseudo-problemi creati dall’Agenzia stessa».
Tra le molte e anche amaramente ironiche osservazioni di Lapini, centrale risulta il fatto che valutare in modo astratto e con le stesse rigide modalità la ricerca nei campi più disparati e tra di loro diversi «è come voler contabilizzare la fede, l’amore, la felicità: un’idea fanatica, sovietica, da chiesa medievale».
Un’idea, appunto, ždanovista.
L’articolo è uscito sul Corriere della Sera del 3.7.2024 e lo metto qui a disposizione come pdf:
L’Anvur ha 18 anni. Ma già mostra le rughe
A proposito dell’articolo di Eugenio Mazzarella uscito ieri sul Fatto Quotidiano, segnalo un commento di Davide Miccione, il quale reputa «interessante quel passaggio sull’allargamento sociale di libertà già presenti da sempre nelle classi ricche. Una sorta di osso di gomma (o forse non è proprio un osso, ci somiglia) al cane affamato».
Un articolo di Eugenio Mazzarella sulla «polizia del linguaggio che ne violenta natura e funzione», sul «‘fascismo’ linguistico del politicamente corretto».
Festa dell’Unit*. L’opprimente polizia morale della lingua
il Fatto Quotidiano, 6.7.2024
[…] nel lato oscuro dell’Impero Recensione di Sergej a: Ždanov. Sul politicamente corretto in Girodivite.it 23 maggio […]
Gli eventi danno ragione all’analisi tentata in questo libro.
Nel crepuscolo della ragione e dell’Europa accade di leggere che la Divina Commedia sarebbe stata composta da una donna, la madre di Dante Alighieri; in una scuola di Treviso il preside autorizza due studenti islamici a non studiare Dante in quanto islamofobo.
A p. 13 di Ždanov si legge: “Chiede che non venga più letta nella scuole italiane la Divina Commedia poiché Dante raffigura islamici ed ebrei nella luce peggiore” (p. 13).
“Allo stesso modo si comincia a invocare la censura di Shakespeare e di Dante Alighieri in quanto antisemiti e antislamici” (pp. 32-33).
La condanna moralistica e anacronistica dei capolavori letterari viene discussa anche alle pp. 68 e 153.