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Si prenda in mano un libro veramente pagano, per esempio Petronio, in cui in fondo non si fa, non si dice, non si vuole e non si giudica niente che non sia, secondo un criterio cristianamente ipocrita, peccato, anzi peccato mortale. E tuttavia, che senso di benessere nell’aria più pura, nella superiore spiritualità dell’andatura più veloce, nella forza liberata e traboccante, sicura del proprio avvenire! In tutto il Nuovo Testamento non si trova una sola bouffonerie: ma con ciò un libro è confutato…Paragonato a quel libro, il Nuovo Testamento rimane un sintomo di una cultura decadente e della corruzione -e come tale ha operato, come fermento della putrefazione.

— Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, 9[143], trad. di S. Giametta, “Opere” III/2, Adelphi, pp. 70-71

Polvere

Teatro Stabile – Catania
Antigone
di Sofocle
Traduzione e adattamento: Laura Sicignano e Alessandra Vannucci
Con: Barbara Moselli (Antigone), Sebastiano Lo Monaco (Creonte), Lucia Cammalleri (Ismene), Egle Doria (Euridice), Luca Iacono (Emone), Silvio Laviano (messaggero), Franco Mirabella (Tiresia)
Scene e costumi: Guido Fiorato
Musiche originali eseguite dal vivo: Edmondo Romano
Regia di Laura Sicignano
Produzione Teatro Stabile di Catania

È la polvere il centro di questa interpretazione del testo sofocleo che ne taglia alcune parti, altre ne accorpa, trasforma il coro di vecchi in voce di singoli soldati, traduce il flusso del greco nel frammento della contemporaneità. Ma in tutto questo esprime un profondo rispetto per la differenza e l’enigma che i Greci sempre sono.
La polvere del tempo che tutto costituisce e tutto dissolve, dando respiro a qualunque dolore e tragedia. La polvere con la quale Antigone dà sepoltura a Polinice, compiendo il rito e trasgredendo l’ordine illegittimo di Creonte. La polvere che i soldati gettano su di lei per punirla e umiliarla. La polvere che Creonte diventa, che vorrebbe diventare, quando si compie la profezia di Tiresia e gli dèi puniscono l’umano che aveva osato annullare i loro riti. La polvere dei muri delle case che precipitano, dei luoghi che si spezzano, della storia che conferma la propria natura tanto effimera quanto dolorosa. Sostanzialmente insensata.
La tentazione di ‘attualizzare’ il testo emerge in pochi momenti, per fortuna (mentre era pervasiva e aveva reso povera una messa in scena di qualche mese fa all’Elfo di Milano). La distanza degli elleni è rimarcata dalle musiche che riecheggiano quelle dell’antica Grecia: tribali, arcaiche, stranianti. Perché tribali, arcaiche e stranianti sono le tragedie, dentro le quali spira «un’atmosfera oppressiva, popolata di spettri»1. di angosce, di indicibili colpe, di polvere.

Nota:
1. Eric R. Dodds, I Greci e l’irrazionale, La Nuova Italia 1978, p. 55

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