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Les vrais lecteurs de Spinoza forment continûment comme une confrérie secrète. Ils n’écrivent pas nécessairement de commentaires sur ses livres et se contentent de l’aimer vraiment. On ne les reconnaît donc à aucun signe convenu. Ils trouvent simplement rassurant que cet homme ait existé, qu’il ait su résister, avec tant de joie calme, à l’adversité. Ils lui sont reconnaissants d’avoir pu formuler, avec tant d’exactitude, une si puissant pensée. Ils tentent de s’en servir pour être vivants. Seul hommage qui vaille.

— Roger-Pol Droit, Spinoza. Le philosophe de la joie, “Le Point”, 12 luglio 2007, p. 78

La memoria / La morte

Roma
di Alfonso Cuarón
Con: Yalitza Aparicio (Cleo), Marina de Tavira (la signora Sofia), Jorge Antonio Guerrero (Fermin)
Messico –  USA, 2018
Trailer del film

Cuarón torna con la memoria a Roma, il quartiere di Mexico City dove è cresciuto. Il bianco e nero è funzionale al ricordo e non alla vicenda, che ne viene forse impoverita. Torna dunque  in quel suo mondo e costruisce un archetipo della tata candida, affettuosa, dolce, rassegnata. Intorno a lei un universo di persone tristi o arroganti, tutte prese dal proprio sé, da quell’io al quale Cleo sembra aver rinunciato. La vita quotidiana di una famiglia borghese e della sua domestica si scandisce in ritmi sempre uguali sino a che due avvenimenti che si intrecciano -uno privato che tocca Cleo e uno pubblico con un massacro di studenti (siamo nel 1971)- sembrano trasformare il divenire ma si ricompongono alla fine nell’inevitabile ingiustizia della vita.
C’è qualcosa di artificioso e freddo in questo umanistico omaggio agli ultimi, qualcosa di cerebrale sino alla finzione. Il talento tecnico di Cuarón è certo ma anche in questo caso, come in Gravity, è privo della passione metafisica che è l’unica capace di trasformare gli eventi in epica. E senza epica l’arte diventa un rifugio sentimentale.
A coinvolgere è soltanto lo sfondo culturale nel quale il Mexico vive, il suo archetipo, il culto verso la morte che lo permea. Non a caso sono questi i momenti più riusciti del film, quelli nei quali si accenna alla morte o la si vede in chi non riesce a nascere. Distendendosi per gioco accanto a uno dei bambini, Cleo afferma: «Non è poi così brutto morire».

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