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Ždanov

Ždanov
Sul politicamente corretto
Algra Editore, 2024
«Contemporanea, 9»
Pagine 160
€ 14,00

In una libera Repubblica è lecito a chiunque di pensare quello che vuole
e di dire quello che pensa.
(Spinoza, Tratctatus Theologico-Politicus, titolo del cap. XX)

 

 

Questa la quarta di copertina, firmata da Davide Miccione, Direttore della collana nella quale il libro esce:
«Il politicamente corretto, l’oblio del corpo e della biologia, il crollo di ogni tentativo di trasmettere un’attitudine alla comprensione del reale, l’odio per la propria storia culturale e le sue feconde contraddizioni, il tentativo di operare ortopedicamente sul linguaggio. Questi sono alcuni degli argomenti di Ždanov. Evocando sin nel titolo i guardiani delle più ottuse ortodossie novecentesche Biuso compie una difesa solenne e dolente e a volte dura e beffarda della necessità di serbare il pensiero, la libertà e la nostra natura cercante di fronte a chi ha deciso di maneggiare la bontà e i valori come fossero un randello o un sudario» .

E questa è la pagina introduttiva:
«Andrej Aleksandrovič Ždanov (1896-1948) fu, tra l’altro, capo del Dipartimento per l’agitazione e la propaganda dello Stato Sovietico. In questa veste elaborò una Dottrina per la quale ciò che viene chiamato scienza, cultura e conoscenza deve essere sempre subordinato agli scopi supremi della pubblica autorità, a ciò che tale autorità ritiene essere un Valore, costituire il Bene. Questo libro intende mostrare che lo spirito di Ždanov, lo ždanovismo, pervade di sé molti fenomeni collettivi e molta elaborazione culturale del XXI secolo e soprattutto intrama la tendenza omologatrice, uniformante e politicamente corretta dei media, della rete Internet, delle università e dei governi. In questo senso, Ždanov non è un testo dedicato soltanto al politicamente corretto ma costituisce un tentativo di ragionare sulla difficoltà o persino sulla impossibilità di buona parte della cultura dominante di pensare il mondo. Di questo inciampo il politicamente corretto è spesso l’aspetto più grottesco e in ogni caso emblematico e assai grave.
Naturalmente, il libro avrebbe potuto intitolarsi anche Goebbels. Sul politicamente corretto» (p. 9)

Il libro si compone di una premessa, sei capitoli e l’indice dei nomi:

Un titolo
1. Un sintomo
2. Umanitarismo
3. Contro l’etica
4. La dissoluzione della scuola e delle università
5. Femmine e maschi
6. In difesa delle libertà
Indice dei nomi

Il volume è disponibile in varie librerie e sul sito dell’editore, che ringrazio ancora una volta per l’apertura e il coraggio che mostra nel pubblicare libri così critici nei confronti delle idee dominanti.

Recensioni

Sarah Dierna su Discipline Filosofiche, 29.4.2024

 

Goldbach

Le Théorème de Marguerite
di Anna Novion
Francia – Svizzera, 2023
Con: Ella Rumpf (Marguerite Hoffmann), Julien Frison (Lucas Savelli), Jean-Pierre Darroussin (Laurent Werner), Sonia Bonny Eboumbou (Noa)
Trailer del film

Nel 1742 il matematico Christian Goldbach formulò una congettura riguardante i numeri primi,  ipotizzando che «ogni numero intero maggiore di 5 può essere scritto come somma di tre numeri primi». Discutendo con Eulero, i due arrivarono alla formulazione per la quale «ogni numero pari maggiore di 2 può essere scritto come somma di due numeri primi». Questa versione è chiamata ‘congettura forte di Goldbach’.
Si tratta di uno dei problemi della teoria dei numeri che resiste a una dimostrazione completa. Quelle sinora presentate riguardano infatti numeri molto grandi. Di questo e di altri problemi analoghi si parla anche in un libro di Ian Stewart – Domare l’infinito. Storia della matematica dagli inizi alla teoria del caos (Bollati Boringhieri, 2011) – che ho recensito alcuni anni fa sulla RIFP: Matematiche.
Il film narra di Marguerite Hoffman, una dottoranda della École normale supérieure di Parigi che da anni si dedica alla ricerca di una soluzione/dimostrazione della congettura di Goldbach. Sembra essere arrivata alla meta quando un nuovo dottorando le mostra, pubblicamente, che nella dimostrazione c’è un vuoto che invalida l’intero impianto. Per Marguerite è una catastrofe. Il relatore della sua tesi, il Prof. Werner, le propone di occuparsi di un altro tema con un diverso relatore. La ragazza si sente abbandonata e decide di dimettersi dall’ENS, lasciare la residenza, cominciare un’altra vita, del tutto ignota nei suoi sviluppi. Trova lavoro come commessa e va a vivere con una ballerina assai vivace, che le mostra altri aspetti della vita umana, diversi e lontani rispetto alle matematiche. Il talento di Marguerite è però talmente grande che impara a giocare a Mahjong e a sbancare i tavoli dei giochi clandestini assai diffusi nel quartiere cinese di Parigi. Il gioco è infatti letto da Marguerite in termini (giustamente) matematici, di ricorrenze e probabilità, e in esso la ragazza non ha rivali. Ma è proprio da questo gioco che torna a Goldbach – la sua ossessione – sino a proporre al collega che aveva colto l’errore della precedente dimostrazione di lavorare con lei. Le pareti della sua casa si trasformano in una enorme lavagna nella quale Marguerite e Lucas vergano giorno e notte i simboli che conducono alla dimostrazione. Ma qualcosa ancora non funziona. La dimostrazione sembra davvero impossibile se deve valere per tutti i numeri. La ragazza sembra rinunciare, tanto da tornare alla sua casa in provincia, dove trova su una parete un vecchio disegno della piramide di Goldbach. Osservandolo ne trae delle conclusioni nuove, dalle quali scaturiscono nuovi eventi.
È un film coraggioso e coinvolgente. Coraggioso nel porre al centro della vicenda una questione matematica astratta e complessa, anche se poi naturalmente tutto si incentra sul carattere introverso, ingenuo, suscettibile, difficile e un poco autistico della protagonista. Coinvolgente nel descrivere con plausibilità ogni passaggio sia numerico sia esistenziale e nel narrare con misura i sentimenti che si intrecciano, profondamente si intrecciano, alla teoresi matematica.
Che cosa sono i numeri? Questa è una domanda molto più complessa di quanto appaia e non è casuale che una definizione sia mancata per secoli, preferendo la scoperta e l’utilizzo delle proprietà dei numeri. I numeri servono a contare degli oggetti ma essi non sono oggetti. I numeri sono entità astratte ma le loro applicazioni intessono la nostra vita quotidiana e la determinano. I numeri sono costruzioni mentali che hanno però tutta l’aria di poter continuare ad aver senso anche se non ci fossero più da nessuna parte delle menti in grado di pensarli. I numeri non sono empirici, non hanno volume, spessore, percepibilità. Eppure ci sono. I numeri sono l’esempio forse più chiaro di enti che consistono (bestehen) senza esistere (existieren), per dirla con Alexius Meinong. L’elemento forse più inquietante e insieme più potente delle matematiche è che in esse non esistono verità che si riferiscano al mondo reale ma dimostrazioni che si riferiscono al mondo logico.
Il film cerca di mostrare (ogni dimostrazione in questo ambito è impossibile) che l’esistenza umana è fatta di precisione tanto quanto di incertezza, di nettezze intrecciate alle sfumature, di rigore razionale e insieme di radicale follia. Nel film gli ultimi due elementi, rigore e follia, risultano in modo del tutto naturale inseparabili. E anche questo rende Le Théorème de Marguerite uno dei film migliori che abbia visto di recente, un’opera davvero assai bella e che fa pensare. 

Il paradigma Eichmann

La zona d’interesse
(The Zone of Interest)
di Jonathan Glazer
Gran Bretagna, Polonia, USA, 2023
Con: Christian Friedel (Rudolf Höss), Sandra Hüller (Hedwig Hense Höss)
Trailer del film

La zona di interesse è quella tra il campo nazionalsocialista di Auschwitz in Polonia e la villa dove abitano il primo comandante del campo, Rudolf Höss, e i suoi familiari. Insieme alla moglie, ai cinque figli e alla numerosa servitù, Höss conduce la vita di un affettuoso padre di famiglia, nonostante gli impegni del campo: organizza gite sui prati e sul vicino fiume (dove si svolge la scena iniziale, dopo un lungo buio sullo schermo), trascorre qualche minuto con le amiche della moglie in visita, apprezza e segue i tanti miglioramenti che la coniuge apporta alla casa e al suo ampio giardino. Rifornisce anche la famiglia di beni (abiti e gioielli) sottratti ai prigionieri, comportamento punito dalle regole delle SS e che probabilmente è la ragione dell’ordine di trasferimento che riceve e che la moglie – innamorata della villa di Auschwitz e dei suoi dintorni – rifiuta, lasciandolo partire da solo. Per giustificarne ufficialmente il trasferimento, a Höss viene attribuito un incarico di supervisione di tutti i campi di concentramento. La scena finale lo vede di notte da solo uscire dal grande edificio dell’Amministrazione a Oranienburg, vicino Berlino. Vomita più volte e, dopo un breve inserto nel quale vediamo l’attuale Museo di Auschwitz, guarda gli spettatori e va via.
La distanza, la freddezza, l’assenza di primi piani, i colori saturi e intensissimi (quasi da pubblicità o da fumetto), la presenza di numerosi simbolismi anche onirici caratterizzano un film di notevole suggestione e significato, il cui argomento principe non è Auschwitz ma è ciò che possiamo definire come paradigma Eichmann, dalla nota risposta del responsabile dei campi nazionalsocialisti: «Ero un funzionario, ho fatto solo il mio dovere». 

Anche Rudolf Höss è un funzionario, convinto – si legge nella voce di Wikipedia a lui dedicata (come tante altre voci per molti versi carente ma in questo caso accettabile) – di avere «un compito che egli, in qualità di soldato in tempo di guerra, sosteneva di non poter rifiutare». Compito di un buon funzionario è infatti quello di portare a termine nel modo più integrale ed efficiente gli incarichi che l’Amministrazione gli affida. Questo, dal punto di vista del paradigma Eichmann, è un dovere che non può turbare il funzionario stesso, la sua vita privata, la famiglia, qualunque sia il compito, poiché se i funzionari discutessero gli ordini ricevuti, e le Leggi sulle quali tali ordini si basano, l’Amministrazione cesserebbe di esistere. Questa innocenza e buona coscienza si allarga poi non soltanto alla famiglia ma anche al più ampio contesto sociale e antropologico che pure è consapevole dell’orrore, o almeno ne è a conoscenza, ma ritiene che per arrivare a tanto ci siano delle ragioni, anche delle ottime ragioni, delle ragioni di salvaguardia del corpo collettivo (quello tedesco o italiano, ad esempio), delle ragioni etiche.

Il paradigma Eichmann va quindi molto oltre gli anni 1942-1945 in Germania, dalla conferenza di Wannsee alla sconfitta militare. Va molto oltre gli anni 1933-1945, quelli del regime nazionalsocialista. Il paradigma Eichmann è tuttora attivo, funzionante, giustificato ed efficiente. Tre esempi recenti.

In questi mesi in Palestina – nella striscia di Gaza e in Cisgiordania – è in atto un genocidio palese e terrificante. L’organizzazione Save the Children afferma che a oggi (febbraio 2024) «circa 12.400 bambini sono morti e altre migliaia rimangono dispersi. Inoltre, in Cisgiordania sono stati uccisi 100 bambini palestinesi. L’organizzazione ha, inoltre, riferito a gennaio che, in media, circa 10 bambini al giorno hanno perso una o entrambe le gambe nell’enclave palestinese da quando è iniziata l’offensiva israeliana. Molte di queste amputazioni sono state eseguite senza anestesia» (Fonte: Gaza, numero senza precedenti di bambini uccisi e mutilati). E tuttavia la zona d’interesse dell’Occidente non soltanto continua serena la propria  vita ma giustifica l’olocausto palestinese con tutti gli argomenti o i silenzi possibili, fornendogli anche supporto militare, finanziario e soprattutto politico.

Secondo esempio. Un intero Paese d’Europa, l’Ucraina, viene progressivamente annientato allo scopo di fermare le tendenze multipolari in atto da tempo nella politica mondiale, la tendenza a un ridimensionamento dell’unilateralismo e del dominio americano. Tendenza che gli Stati Uniti d’America – soprattutto il Partito Democratico e i suoi sostenitori nella finanza – non accettano in alcun modo. Le vittime di quest’ultimo conflitto imperialista voluto dalla NATO sono appunto l’Ucraina e l’intera Europa, la cui economia è in forte declino a causa del divieto di commerciare con la Russia (consiglio su questo tema la lucida analisi condotta da Leonardo Mazzei su Sollevazione del 13.2.2024: Terza guerra mondiale). E tuttavia i governi e molti cittadini europei, vittime di questa guerra che va a solo vantaggio degli USA, sono attivi sostenitori della potenza che li sta utilizzando per i propri scopi geopolitici. L’esecutivo italiano in carica, guidato da Giorgia Meloni, è all’avanguardia di tale sostegno al governo fantoccio di Kiev, come lo fu il governo Draghi.

Il terzo esempio concerne l’epidemia Covid19, sulla quale ho scritto molto (anche un libro: Disvelamento. Nella luce di un virus) e aggiungo quindi solo poche parole. Parole che riguardano due categorie: i responsabili dell’Università di Catania e alcuni dei suoi impiegati. I primi hanno sospeso dalle funzioni e dallo stipendio un professore che da più di vent’anni cerca di dare tutto ciò che può in termini scientifici e relazionali agli studenti a lui affidati. Sospensione che è durata un paio di settimane perché l’Amministrazione centrale (il governo italiano pro tempore) decise di attenuare le punizioni comminate ai cittadini non vaccinati ma i cui effetti di perdita di lavoro e di risorse di vita hanno toccato altri docenti e lavoratori per periodi assai più lunghi. I secondi – gli impiegati di Unict – hanno agito con molto e convinto zelo per impedirmi l’ingresso fisico nel Dipartimento al quale appartengo.
Si tratta di un esempio molto meno tragico dei due precedenti ma che ha la stessa duplice radice. La prima è la comfort zone nella quale i complici di un male si sentono sollevati da ogni responsabilità perché hanno semplicemente «eseguito gli ordini» e perché ritengono dogmaticamente e acriticamente che un governo  (soprattutto se della loro ‘parte politica’) non può non fare gli interessi dei suoi cittadini e quindi bisogna ubbidirgli. Di questa comfort zone il film di Glazer è un’espressione davvero evidente e assai efficace. La seconda radice è la motivazione burocratico-amministrativa: ‘non abbiamo nulla contro il Prof. Biuso [o contro qualunque altro cittadino] ma abbiamo la responsabilità amministrativa e dobbiamo dare corso alle norme volute del governo’.
Rudolf Höss e Adolf Eichmann diedero nei processi la stessa risposta. Due persone anch’esse responsabili, scrupolose e persino etiche, come si vede anche dalla lettera che Höss inviò al figlio Klaus prima di essere giustiziato mediante impiccagione il 16 aprile 1947:
«Mio caro Klaus! Tu sei il più grande. Stai per affacciarti sul mondo. Ora devi trovare la tua strada nella vita. Hai delle buone capacità. Usale! Conserva il tuo buon cuore. Diventa una persona che si lascia guidare soprattutto da un’umanità calda e sensibile. Impara a pensare e giudicare autonomamente. Non accettare acriticamente e come incontestabilmente vero ciò che ti viene rappresentato. Impara dalla mia vita. Il più grave errore della mia vita è stato credere fedelmente a tutto ciò che veniva “dall’alto” senza osare d’avere il minimo dubbio circa la verità che mi veniva presentata. Cammina attraverso la vita con gli occhi aperti. Non diventare unilaterale: esamina i pro e i contro di tutte le cose. In ogni tua impresa non lasciare parlare solo la tua ragione, ma ascolta soprattutto la voce del tuo cuore. Mio caro ragazzo, ora molte cose non ti saranno del tutto comprensibili. Eppure ricordati sempre di queste mie ultime esortazioni».

I cittadini che giustificano il genocidio palestinese, quelli che sostengono gli USA contro l’Europa, i funzionari e gli impiegati che mi hanno sospeso dalle funzioni e dallo stipendio potrebbero riflettere sulle parole del loro modello e collega Rudolf Höss: «Il più grave errore della mia vita è stato credere fedelmente a tutto ciò che veniva “dall’alto” senza osare d’avere il minimo dubbio circa la verità che mi veniva presentata».
La zona d’interesse mostra come spesso il bene stia nel disobbedire e il male consista nell’essere parte attiva o passiva dell’Amministrazione.

Abilitazione Scientifica Nazionale

Dall’8 luglio 2021 al 15 febbraio 2024 sono stato membro e presidente della Commissione Scientifica Nazionale per il Settore Concorsuale 11/C1-Filosofia teoretica, che corrisponde al Settore Scientifico Disciplinare M-FIL/01. Ciascuno dei 190 Settori Concorsuali nei quali è suddivisa l’Università italiana ha infatti il compito di vagliare, per il proprio ambito/settore, le candidature degli studiosi che intendono ottenere l’Abilitazione Scientifica Nazionale, vale a dire l’abilitazione necessaria al fine di poter accedere ai concorsi come professore Ordinario (in gergo ‘di I fascia’) e come professore Associato (in gergo ‘di II fascia’).
Le commissioni sono composte da cinque membri, sorteggiati tra i professori ordinari che presentano la propria candidatura e che superano delle precise soglie di competenza scientifica. Una volta sorteggiate e insediate, le commissioni nominano al proprio interno un presidente e un segretario. Le commissioni durano in carica per cinque quadrimestri. Il biennio 2021-2023 è stato prorogato di un ulteriore sesto quadrimestre, rimanendo dunque le commissioni in carica per poco più di due anni. Di fatto il compito della commissione che ho presieduto si è concluso con l’ultima riunione (30 novembre 2023) ma di diritto siamo rimasti in carica sino appunto al 15.2.2024.
L’Università italiana è un mondo molto complesso (a volte dall’esterno quasi incomprensibile) con strutture, regole, prassi che si articolano su vari livelli: scientifico, didattico, relazionale. Da quando esiste l’ASN (dal 2010) ottenere l’abilitazione è una condizione necessaria ma non sufficiente per aspirare a entrare nei ruoli universitari o per passare da ricercatore a professore associato e da professore associato a ordinario. Sul sito del ministero [https://www.miur.gov.it/abilitazione-scientifica-nazionale] la procedura viene descritta in questo modo:

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«Con l’articolo 16 della Legge 240 del 2010, per la partecipazione ai concorsi nelle singole università per la qualifica di professore di I o II fascia, è previsto come requisito necessario il possesso dell’Abilitazione Scientifica Nazionale.
L’Abilitazione Scientifica Nazionale è una procedura di valutazione non comparativa gestita direttamente dal Ministero attraverso le Commissioni nazionali di ognuno dei Settori concorsuali.
L’Abilitazione Scientifica Nazionale costituisce pertanto il titolo richiesto per partecipare:

  • ai concorsi indetti dagli atenei con procedura aperta (ex art. 18, L. 240/2010)
  • ai concorsi riservati (fino all’anno 2019) a coloro che già sono in servizio presso l’ateneo (ex. art. 24, comma 6, L. 240/10); 
  • alle procedure di assunzione per coloro che, essendo inquadrati come ricercatori di tipo b) (tenure – track), possono al termine del triennio essere assunti come professori di II fascia (ex. art. 24, comma 5, L. 240/2010).

L’Abilitazione Scientifica Nazionale è stata oggetto di alcune modifiche normative nel corso del 2014: da procedura a cadenza annuale (tornate 2012 e 2013) è diventata una procedura senza soluzione di continuità che si svolge durante tutti i mesi dell’anno. Nel processo dell’Abilitazione sono coinvolte 190 commissioni concorsuali (corrispondenti ai Settori concorsuali). Le Commissioni sono composte da cinque Professori ordinari, sorteggiati dal MIUR nell’ambito di apposite liste formate dall’ANVUR.
Tutte le procedure, dalla fase della candidatura alla pubblicazione dei risultati, sono gestite in modalità telematica. I risultati e gli atti dell’Abilitazione Scientifica Nazionale sono altresì consultabili direttamente attraverso l’apposita piattaforma ASN».

C’è infatti un sito dedicato a questa complessa procedura e vi si possono trovare documenti e informazioni di volta in volta aggiornate:
https://abilitazione.mur.gov.it/public/index.php.
La commissione 2021-2023 del Settore di Filosofia teoretica ha valutato 115 candidati, dei quali 27 per la I fascia e 88 per la seconda. Di ciascuno di questi studiosi abbiamo valutato i titoli (numerosi e di varia natura) e le pubblicazioni. Ogni candidato può presentare 15 pubblicazioni se aspira all’abilitazione a professore ordinario e 10 se punta all’abilitazione a professore associato. Ne consegue che abbiamo valutato  poco meno di 1300 pubblicazioni  (in varie lingue) tra libri, contributi in volume, saggi di rivista. È stato un lavoro davvero molto impegnativo ma di grande interesse sia scientifico sia professionale. Da questo incarico si esce infatti avendo una conoscenza assai chiara delle direzioni, delle prospettive, dei contenuti e delle metodologie di ricerca di chi in Italia si dedica alla Filosofia teoretica.
Sono stato molto fortunato perché la commissione che ho presieduto è stata composta da studiosi non solo di grande competenza filosofica ma anche e soprattutto psicologicamente equilibrati (cosa non ovvia) e di sicura correttezza deontologica. A conclusione del nostro lavoro, a fine novembre 2023, ho loro indirizzato queste poche righe, che spero possano descrivere il clima di lavoro all’interno della commissione.

«Cari amici,
[…]
Rileggere tutti i giudizi è stato impegnativo ma proficuo per una ragione ben precisa (oltre quella tecnica): ho infatti potuto confermare tramite una lettura ormai sinottica quanta dedizione e rigore abbiamo dedicato in questi due anni al nostro lavoro. Era nostro dovere, certo, ma non sempre la consapevolezza di un dovere conduce alle relative azioni.
Possiamo qualche volta aver sbagliato, sia individualmente sia collegialmente, ma se è successo non lo abbiamo mai fatto con malizia o pregiudizio nei confronti di nessuno, qualunque fosse la sua qualifica, scuola, tesi teoretica, metodo di ricerca.
Questo è uno dei risultati che mi porterò da questa bella esperienza scientifica e professionale: la consapevolezza che anche in un contesto degradato come è in Italia la funzione pubblica, anche in un ambiente spesso tossico quale è quello accademico, si può – se si vuole – espletare il proprio compito con correttezza e con serenità.
E tale risultato è dovuto naturalmente alle vostre persone».

Ringrazio quindi anche pubblicamente i colleghi professori Tiziana Andina, Franco Ferrari (membro in carica per il I quadrimestre), Giovanni Maddalena (segretario), Francesco Piro (per i quadrimestri dal II al VI), Salvatore Tedesco. E ringrazio i candidati che con il loro lavoro e le loro pubblicazioni hanno accresciuto le mie conoscenze.

Filosofia prima

Che cos’è la Filosofia teoretica
in Dialoghi Mediterranei
n. 65, gennaio-febbraio 2024
pagine 31-36

Indice
-Filosofia
-Filosofia prima
-Filosofia teoretica
-Verità e divenire
-Una teoresi antropodecentrica

Un mio vecchio studente ha letto il testo (la rivista è uscita il primo gennaio di quest’anno) e mi ha rivolto delle parole di elogio che riporto qui (con la sua autorizzazione) non perché di elogio ma perché colgono quello che è stato il mio scopo nello scrivere questo breve saggio di presentazione della Filosofia teoretica, che vorrebbe avere una valenza anche didattica:
«Studiato al primo anno, Che cos’è la filosofia teoretica, permetterebbe allo studente di rendersi conto di cosa sia la meravigliosa disciplina che ha scelto di studiare.
Studiato al secondo anno, Che cos’è la filosofia teoretica, aiuterebbe lo studente a meglio orientarsi, a capire che quella che ha svolto non è filosofia, che filosofia è altro.
Studiato al terzo anno, Che cos’è la filosofia teoretica, permette allo studente di capire cos’è davvero la filosofia e di distinguerla dalla chiacchiera».
Ha poi citato un brano del testo a suo parere significativo:

Teoresi è un crocevia, è il luogo nel quale il pensiero raggiunge i suoi confini estremi, cogliendo la vita, spiegando la sofferenza e accettando l’assurdo. Filosofia pura, che pone se stessa lontano dall’ovvio, oltre l’atteggiamento naturale, al di là del semplice darsi degli enti all’esperienza empirica per cogliere invece ciò che riluce e traluce nello sforzo di comprendere di che cosa gli enti sono enti, che cos’è l’essere che di tutti loro si predica. Senso comune, tradizioni e chiacchiera vengono sostituiti da uno sguardo rivolto all’essere degli enti, a quella struttura che come tale non appare in evidenza ma che rende possibile ogni altro apparire 

e ha concluso affermando che «questo saggio dà conto di cosa siano i tornanti della filosofia. Una Khere esistenziale, una svolta». Lo ringrazio anche pubblicamente e spero che sia proprio così.

Titoli di laurea e dottorato di ricerca

Uno degli inevitabili effetti delle lauree attribuite da parte delle Commissioni universitarie senza alcun merito dei candidati (lauree insomma regalate) è che esse valgono sempre meno.
La situazione si aggrava se si osserva che anche a candidati dal percorso modesto e con una tesi di laurea altrettanto ‘nella norma’ viene sempre più attribuito il voto massimo e la lode. In alcuni Dipartimenti del mio Ateneo – vari corsi di medicina ad esempio – il «110 e lode» è diventato pressoché ‘di default’ e anche in altri settori si va nella stessa direzione.
Un fenomeno inflattivo di questa natura e portata ha l’effetto di cancellare il significato e il valore delle lauree con lode ottenute da chi davvero le merita e, in generale, di svuotare il valore legale del titolo di studio. Effetto che rappresenta una grave ingiustizia sociale e impedisce che l’impegno, lo studio, i risultati ottenuti funzionino anche da ascensore sociale. Tutti laureati con 110 e lode significa infatti nessun laureato con 110 e lode. E subentrano, inevitabili, i privilegi delle condizioni sociali e familiari di partenza.
Una prova evidente di questa perdita di valore legale e sostanziale delle certificazioni di laurea è il bando di concorso di un Premio assai interessante che l’amministrazione della città di Recoaro dedica da quest’anno a uno dei suoi ospiti più famosi: Friedrich Nietzsche.
In un’altra pagina di questo sito ho invitato a partecipare a tale concorso (l’abstract va inviato entro il 30.1.2024). Ma quali studiosi potranno partecipare al concorso? Quali sono i requisiti? Sono due: uno è l’età massima «non superiore ai 40 anni», l’altro è il «possesso del titolo di dottore di ricerca».
E infatti molti studenti hanno cominciato a capire che la laurea magistrale vale sempre meno e si presentano numerosi ai concorsi per entrare in un Dottorato di ricerca, il quale non garantisce comunque nulla né sostanzialmente né giuridicamente sul futuro, una volta conseguito il titolo. E tuttavia il diploma di dottorato viene percepito sempre più come la vera laurea, visto che quella nominale cessa di avere significato e prestigio. I posti disponibili nei dottorati sono però pochi; in ogni caso sono assai meno rispetto alle candidature. E questo produce frustrazione in chi concorre e non accede, pur avendo spesso un’ottima formazione.
Sarebbe stato del tutto naturale, in condizioni normali, aprire ai possessori di una laurea magistrale il concorso dedicato a Nietzsche. Ma tali lauree non garantiscono più l’acquisizione di solide competenze, dato che appunto vengono regalate con facilità dagli Atenei. E vengono regalate anche perché è stato il Parlamento italiano, sono i governi italiani a premere verso tale direzione. Esiste una norma infatti che penalizza Dipartimenti e Atenei che vedono iscritti molti studenti «fuori corso». Penalizza vuol dire che tali Dipartimenti e Atenei ricevono meno finanziamenti dallo Stato. La soluzione più facile per le Università è dare la laurea a tutti gli iscritti (e farlo in fretta), che essi la meritino o meno. Come ha affermato Eugenio Mazzarella, a questo punto sarebbe opportuno dare il certificato di laurea insieme al certificato di nascita (il corso ovviamente a scelta dei genitori), in modo che tutti i cittadini risultino laureati.
Il danno funzionale per la società italiana in termini di competenze dei suoi membri laureati e il danno esistenziale e collettivo in termini di giustizia sociale è enorme. Ma molti studenti e le loro famiglie continuano a festeggiare con spumante, corone d’alloro e botti il conseguimento di un titolo dal valore sempre più insignificante.
Anche questo è un modo per mantenere il corpo sociale in una condizione infantile. Tale dramma educativo conferma che si fa di tutto, davvero todo modo, per non far pensare le persone. Dalla scuola ridotta ad assistenza sociale alla televisione del tutto obbediente e menzognera, alle grandi distrazioni costituite dai social network e da casi di cronaca nera seguiti dai media per settimane e settimane, si opera allo scopo di evitare che le persone diventino libere, competenti, critiche, mature. Questo è sempre stato l’obiettivo dell’autorità ma nel presente esistono mezzi assai efficaci per raggiungerlo (ho parlato in modo più ampio e argomentato di tutto questo in un saggio del 2019 dal titolo La scuola del liberismo e la crisi delle scienze europee).
Questo il testo del bando per chi intende, e può, partecipare al concorso nietzscheano:
Primavera 1881, Nietzsche a Recoaro: la straordinaria bellezza

[L’articolo è stato pubblicato anche su girodivite.it]

Democrazie pedagogiche

Democrazie pedagogiche
in Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee
3 dicembre 2023
pagine 1-7

In questo articolo ho cercato di seguire la genesi di ciò che Jacob Talmon definisce «democrazia totalitaria», a partire dal pensiero di Jean-Jacques Rousseau e dall’azione politica dei giacobini.
A fare da fondamento alla politica degli ultimi due secoli sono un’antropologia e una teoria educativa interamente rinnovate e (rispetto al passato) capovolte. Dalla ὕβρις greca al peccato cristiano, dai miti orientali al fatum latino, la realtà della vita umana era sempre stata vista come intrisa di limite, intessuta di dolore, destinata in pochi a una faticosa felicità e nei molti a una pena senza senso, lenita dalle periodiche pause della festa e dalla speranza escatologica in un incerto, enigmatico altrove. Con l’Emilio e con il Contratto sociale la natura umana diventa invece una sostanza plasmabile in tutte le forme, indirizzabile a qualunque obiettivo, docile alle riforme più ardite e pronta quindi alla felicità degli dèi.
Le istituzioni purificate e l’educazione onnipotente divennero quindi lo strumento che avrebbe dovuto sradicare gli impulsi aggressivi per far emergere al loro posto l’innocente bontà della natura umana. Un’antropologia e una teoria dell’educazione alle quali verrebbe da rivolgere la domanda che nel recente film di David Fincher il protagonista a un certo punto pone: «A chi crede nella naturale bontà degli uomini vorrei porre una sola domanda: ‘ma di preciso su che cosa ti basi nel fare questa affermazione?’» (The Killer, USA 2023).
Non la democrazia intesa empiricamente come dialogo, rispetto delle differenze, continuo, faticoso e non garantito miglioramento per prove ed errori, ma la democrazia concepita come necessaria condivisione di una verità salvifica, di valori assoluti in nome dei quali privare della libertà di parola, di movimento, di lavoro chi non li condivide (state pensando anche al Covid19 e alla cancel culture? state pensando bene).
Il testo cerca di indicare la presenza dello spirito totalitario nelle pedagogie che dominano il presente, vale a dire in quelle che determinano la vita quotidiana, il lavoro scientifico, la pratica didattica nelle scuole e nelle università anche italiane.

[Foto di Edwin Andrade su Unsplash]

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