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Il magistero di Mario Dal Pra

È da poco uscito un ampio volume dal titolo Mario Dal Pra nella ‘Scuola’ di Milano: la filosofia nella storia della filosofia e della scienza. La filosofia come riflessione critica sulle varie tradizioni concettuali (a cura di Fabio Minazzi, Mimesis 2018).
Dario Generali, che di Dal Pra è stato allievo, vi ha contribuito con un saggio su Mario Dal Pra: un maestro di rigore scientifico e civile nella Statale degli anni Settanta (pp. 507-515).

È un testo molto bello, che -autorizzato dall’Autore, che ringrazio- metto qui a disposizione di chiunque voglia capire le condizioni e le contraddizioni dell’università italiana, a disposizione in particolare dei miei studenti.
Generali descrive infatti con la consueta lucidità la propria vicenda accademica, il legame con il suo maestro, la figura di Dal Pra come filosofo e cittadino, gli eventi e i contesti nei quali essa ha operato.
È un testo anche drammatico ed emozionante. Drammatico per le pratiche spesso inique che vi emergono, emozionante per il modo sempre intriso di tenacia ed equilibrio esistenziale con il quale Generali ha affrontato gli eventi che narra. Si tratta dunque di una testimonianza culturale, scientifica e civile di grande importanza, nella quale viene descritto con chiarezza il clima che si respirava alla Statale di Milano dopo la scomparsa dei grandi maestri degli anni Settanta.
A riprova di tutto questo segnalo alcuni brani particolarmente significativi.
Il primo si riferisce alla metodologia di ricerca sviluppata da Generali a partire dal lavoro di Dal Pra: «Un modello di storia della scienza attento non più solo alla idee filosofiche della scienza, ma anche ai suoi aspetti operativi, che non venivano più considerati dettagli tecnici ininfluenti, ma aspetti rilevanti per il suo sviluppo al pari di quelli teorici, con la conseguente definizione di un autonomo statuto epistemologico della disciplina, ormai chiaramente distinto rispetto a quello della storia della filosofia, dalla quale pure era partita la rinascita della storiografia della scienza del decennio precedente» (p. 509).
Il secondo è una verità che, dopo molti anni di insegnamento, risulta anche per me evidente: «Ogni docente, dalla scuola primaria all’università, insegna in primo luogo e fondamentalmente se stesso» (p. 513).
Il terzo è espressione della forza con la quale Generali coniuga lavoro filosofico e testimonianza civile: «A questo modo di procedere mi indirizzava però con forza il modello dalpraiano, che avevo sposato senza riserve, di una società governata dalle strutture della razionalità e non dalle forme irrazionali e premoderne di un potere fondato sulle relazioni personali» (p. 514).
Infine, mi ha colpito il riferimento che Generali fa a uno dei più significativi libri di Mario Dal Pra, la «splendida monografia sullo scetticismo greco» (p. 512). E mi ha colpito perché da studente iscritto al primo anno di Filosofia alla Sapienza di Roma seguii un corso di Storia della filosofia antica dedicato proprio allo scetticismo e fu allora che lessi anch’io l’eccellente libro di Dal Pra, che conservo con cura nella mia biblioteca nell’edizione in due volumi della Universale Laterza. Il libro è di 580 pagine ed era uno dei tanti che chi affrontava quell’esame doveva studiare, insieme naturalmente alle fonti dirette del pensiero scettico. È così che si fa filosofia, è così che la si insegna.

Riviste di Filosofia

Bizzarra è spesso la logica che muove gli apparati burocratici, che da strutture al servizio di un’attività si trasformano in autoreferenziale insensatezza. Un esempio assai chiaro è l’ANVUR –Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (consiglio di aprire il link, anche per notare la tristezza del sito)- istituita nel 2006 e che in pochi anni è riuscita a trasformare la ricerca, vale a dire il cuore di ogni società complessa che non voglia perire, in un cumulo di lutti dell’intelligenza. Uno degli strumenti a questo scopo è la differenziazione delle riviste scientifiche in riviste (e basta) e riviste di «classe A». Una distinzione esclusivamente italiana, assente in qualunque altra parte del mondo e là dove fu tentata ben presto cancellata.
In base a tale distinzione, un articolo o un saggio pubblicato su una rivista di classe A sarebbe solo per questo migliore di un articolo o un saggio pubblicato su una rivista non di classe A.  L’errore logico-scientifico che sta alla base della partizione tra riviste e riviste di classe A è evidente e consiste nel far dipendere il valore del contenuto da quello del contenente, far dipendere l’argomentazione dalla sua confezione, far dipendere il pensiero dalla sua sede editoriale.
Gli effetti molto negativi di tale classificazione sul sistema universitario e della ricerca sono molteplici e vengono ben evidenziati in un documento redatto da numerose riviste di area filosofica, che invito a leggere per intero (sono solo quattro cartelle) e del quale riporto qui alcuni brani.

Per un coordinamento delle riviste di filosofia [Documento completo, pdf]

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Questo documento è aperto alla sottoscrizione di tutte le riviste edite in Italia e operanti per intero o parzialmente nel campo degli studi filosofici. Esso intende costituire la base progettuale per un coordinamento della loro azione anche a fronte della complessità dei problemi e degli eventi che in Italia particolarmente oggi richiamano la filosofia alla responsabilità del proprio ruolo pubblico.
[…]
La presenza di una originale ed autonoma progettualità sembra essere in genere un carattere distintivo delle riviste scientifiche, che non possono quindi considerarsi alla stregua di semplici contenitori il cui livello di interesse scientifico e culturale sia unicamente commisurato alla qualità scientifica mediamente rilevabile nei saggi in esse pubblicati. Questo carattere emerge con particolare forza nel caso delle riviste di area filosofica, nate assai spesso come espressione di specifici indirizzi metodici e tematici, di progetti scientifici e culturali diversi e a volte fecondamente rivali, la cui storia, il cui variegato intersecarsi, i cui sviluppi e le cui trasformazioni nel tempo fanno corpo unico con la storia stessa della filosofia del Novecento. La conservazione di queste specificità e del pluralismo di cui sono espressione è un bene irrinunciabile che non va messo a rischio, ma anzi valorizzato al massimo grazie all’accoglimento di un comune canone di rigore metodologico e procedurale. Un requisito egualmente irrinunciabile è l’amplissima trasversalità disciplinare della produzione scientifica nel campo; una trasversalità che non va confusa con il dilettantismo e la genericità dell’analisi, ma intesa come rigorosa interdisciplinarità e come espressione di quella apertura ai risultati scientifici di discipline a vario livello confinanti (dalle scienze naturali alle humanities, alla storia, al diritto, all’economia, alla teologia), che sembra essere costitutiva della ricerca filosofica.
[…]
Sebbene l’accoglimento o meno del contributo sia vincolato al giudizio dei referee, lo scopo della revisione non si esaurisce nella formulazione di un tale giudizio, che andrà comunque accuratamente argomentato; l’opera dei revisori può rivolgersi anche all’autore per offrirgli un utile strumento di confronto, eventualmente anche attraverso proposte di modifica e suggerimenti critici.
La procedura di revisione a doppio cieco non è necessaria dove si tratti di contributi la cui pubblicazione impegna direttamente la responsabilità delle Direzioni e del disegno culturale e scientifico delle riviste.
[…]
Lo standard di qualità, che gli strumenti e le regole di cui sopra mirano a conseguire, intende superare ogni classificazione e non contempla alcuna ipotesi di distinzione per classi o fasce di scientificità. Il maggiore o minore prestigio di una rivista è un fattore certamente inevitabile della ricerca scientifica, che deve tuttavia essere lasciato alle libere, mutevoli e non standardizzabili dinamiche delle comunità scientifiche.
La precisazione è d’obbligo in Italia, dove la valutazione della ricerca, affidata dalla normativa vigente all’ANVUR, ha investito in modo diretto, tramite gli strumenti con cui si è scelto di attuarla, l’ambito operativo delle riviste “scientifiche”. Lo strumento che si è privilegiato per i cosiddetti settori “non bibliometrici” è quello di un rating che istituisse una lista di riviste di “classe A”, considerate di elevato standard qualitativo. Sebbene rivolta a riviste provenienti da ogni paese, questa classificazione non gode di alcun riconoscimento presso la comunità scientifica internazionale, ha validità solo per la legislazione italiana e obbedisce sostanzialmente a finalità interne all’economia della ricerca universitaria.
Data la diversa natura delle finalità che ispirano l’accordo di cui al presente documento, va da sé che lo strumento del quale si è detto non può qui essere preso in considerazione. […] La fissazione di una lista di riviste di “elevato” standard qualitativo può solo condurre, infatti, a una valutazione meccanica che prescinda dai contenuti progettuali e dal valore intrinseco delle pubblicazioni, con il risultato di trasferire anzi su queste ultime il rating del contenitore. Favorisce inoltre una maggiore “settorializzazione” delle pratiche di pubblicazione, che scoraggia forme di ricerca interdisciplinare, dato che la classificazione è stata riferita a singole aree o settori disciplinari. È anche tendenzialmente lesiva della ricchezza e della pluralità del panorama culturale, e delle corrette condizioni del mercato editoriale, determinando di fatto un pregiudizio notevole a danno delle riviste non incluse nella classe A che, trovandosi fatalmente svantaggiate nelle scelte degli autori, vedranno messa a rischio anche la capacità di mantenere un adeguato standard di scientificità e di conservare l’interesse dei lettori. Favorisce inoltre il diffondersi di un comportamento adattativo e conformista da parte dei giovani ricercatori.
[…]
La presentazione o meno di contributi alla VQR, da parte degli autori italiani, è soggetta a troppe variabili casuali o estrinseche per essere considerato un indicatore anche solo approssimativo di qualche affidabilità.
[…]
L’aspetto focalizzato in quest’ultimo rilievo è degno di particolare attenzione. Esso concorre a conferire al rating delle riviste, comunque messo in opera dall’Agenzia, i tratti inquietanti di un intervento esercitato dall’alto e da parte di una istituzione di nomina governativa su libere dinamiche culturali, protette dall’art. 33 della Costituzione.
[…]
Il documento è aperto alla sottoscrizione di altre riviste che lo condividano.
Per adesioni o informazioni scrivere a: coordinamentoriviste@gmail.com 
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La rivista Vita pensata, della quale sono direttore scientifico, ha aderito al documento, che si può leggere anche on line sul sito della Società Italiana di Filosofia Teoretica.

 

Biblioteche

«Sospetto che la specie umana  -l’unica- stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta»
(Jorge Luis Borges, La Biblioteca di Babele in Finzioni, Meridiani Mondadori, p. 688)

La Biblioteca del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania possiede un patrimonio di circa 350.000 monografie e alcuni Fondi di grande pregio sia scientifico sia artistico. La sua Emeroteca conserva quasi 600 testate di periodico attive e quasi 3000 cessate.
Dal marzo del 2017 svolgo la funzione di delegato del Direttore del Disum alla gestione di tale struttura. Coordino dunque una commissione composta da quattro colleghi e da una Bibliotecaria. Dal giorno del suo insediamento l’attività della commissione è stata improntata ai seguenti principi:
1. Affrontare in modo consapevole e quotidiano i problemi incancreniti da anni di gestione non all’altezza della complessità e ricchezza di questa struttura.
2. Attuare tale tentativo attraverso modalità trasparenti, determinate e rispettose delle norme, del patrimonio librario, degli studiosi e degli studenti che utilizzano la Biblioteca più ricca dell’Ateneo di Catania.
3. Salvaguardare strutture, patrimonio e servizi che appartengono all’Università di Catania e quindi ai cittadini che la finanziano con le loro tasse.
4. Responsabilizzare tutto il personale della Biblioteca, che abbiamo incontrato in varie occasioni e con il quale interagiamo costantemente.
5. Rendere una concreta e virtuosa pratica quotidiana l’indicazione che avevamo dato in occasione del primo incontro con il personale della Biblioteca (8 maggio 2017), riassunto nella seguente espressione: «La Biblioteca non esiste in funzione nostra ma siamo noi che esistiamo in funzione della Biblioteca». Così come noi docenti esistiamo per il Dipartimento, non il Dipartimento per noi docenti.
Al momento del nostro insediamento la situazione della Biblioteca del Dipartimento di Scienze Umanistiche è apparsa caratterizzata da alcune gravi criticità; mi limito a segnalarne soltanto due:
-La mancata catalogazione dell’intero patrimonio librario e la dispersione di un numero imprecisato di volumi.
-La disfunzionale interruzione per la pausa pranzo dei servizi bibliotecari e dell’apertura delle sale di lettura.

Elementi positivi sono stati e sono invece:
-La disponibilità di gran parte degli impiegati a dare il proprio contributo al recupero di una corretta gestione. Abbiamo visto persone ritrovare entusiasmo per il loro lavoro in Biblioteca.
-L’attività di catalogazione e controllo a scaffale, che sta dando ottimi frutti.
-La realizzata apertura dei servizi bibliotecari senza interruzioni sino alle 16.45 e della principale sala lettura della Biblioteca sino alle 19.40, anche con il contributo di studenti tirocinanti e part-time.
-La collaborazione costante con il Centro Biblioteche e Documentazione dell’Ateneo, che ha messo a disposizione le proprie competenze e la presenza, quando richiesta, del proprio personale, a cominciare dalla Dott.ssa Daniela Martorana, senza la quale tutto questo semplicemente non sarebbe stato possibile.
Stiamo vedendo con autentica gioia la crescita del numero di studenti e docenti che usufruiscono dei servizi della Biblioteca, dei suoi spazi, del suo splendido patrimonio.
«Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. […] Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di ‘passato’, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti» (Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano. Seguite dai taccuini di appunti, Einaudi 1988, pp. 121-123). Desideriamo mantenere vive le biblioteche-sorgenti delle quali parla Yourcenar e per raggiungere tale obiettivo è necessaria la collaborazione di tutti, a partire dai nostri allievi.
Anche per questo lo scorso 28 maggio abbiamo incontrato alcuni rappresentanti degli studenti, ai quali abbiamo consegnato una comunicazione -mia e della Dott.ssa Martorana- che evidenzia gli elementi di criticità nei comportamenti dei fruitori della Biblioteca. La si può leggere qui: La Biblioteca, gli studenti, i lettori. In essa ricordavamo alcune elementari regole di utilizzo di un bene prezioso e collettivo, alcune elementari regole di civiltà bibliotecaria. Si tratta delle norme che vedete qui accanto, tratte dagli articoli 6 e 7 del Regolamento di Ateneo. Abbiamo chiesto ai rappresentanti degli studenti di collaborare alla messa in atto e soprattutto alla interiorizzazione di tali pratiche.
La situazione, invece, si è aggravata, come testimonia uno scambio epistolare relativo ad alcuni comportamenti che persistono, in particolare:
-La mancata restituzione nei tempi previsti dal regolamento di Ateneo dei volumi presi in prestito (comportamento messo in atto anche da alcuni docenti, verso i quali stiamo assumendo i provvedimenti previsti dal regolamento).
-L’abitudine a sottolineare e apporre segni vari sui libri della Biblioteca.
-Il mancato rispetto del silenzio quando si sta e si studia in Biblioteca.
-L’utilizzo degli armadietti -nei quali lasciare gli zaini mentre si sta in Biblioteca- come deposito di effetti personali per l’intera giornata e persino portandosi le chiavi a casa. Ci sono giorni in cui a inizio mattina sono presenti in Biblioteca due o tre studenti ma gli armadietti chiusi sono quasi quaranta.
Su questo e su altri problemi ho avuto uno scambio epistolare con alcuni rappresentanti degli studenti. Rendo nota soltanto una mia lettera poiché non sono stato autorizzato dai miei interlocutori a pubblicare le loro. Ecco il testo di una mail del 6.6.2018:

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Quanto sta accadendo nella Biblioteca del Disum è di una gravità inaudita e la responsabilità è tutta e soltanto dell’inciviltà e della scorrettezza degli studenti.
Se già da ventenni non si è in grado di rispettare un servizio pubblico, le strutture collettive, gli altri colleghi, questo spiega perché la Sicilia tutta vive in una condizione civile pressoché infima.
La «situazione d’emergenza» della quale parla non è creata dal destino cinico e baro, da una calamità naturale, dall’inefficienza dei servizi bensì dalla rozzezza umana e sociale dei fruitori della Biblioteca, dei vostri rappresentati, che evidentemente non siete riusciti a convincere a cambiare atteggiamenti, nonostante la chiarezza con la quale io e la Dott.ssa Martorana vi abbiamo parlato nell’incontro dello scorso 28 maggio. Incontro da noi sollecitato perché non era difficile capire dove stesse andando la china intrapresa.
Ho ribadito ieri alla Dott.ssa Martorana l’assoluta inopportunità legale e di fatto a farsi custodi dei beni personali dei fruitori. Se gli studenti del Disum non sono in grado di rispettarsi a vicenda, questo non deve mettere a rischio penale gli addetti alla Biblioteca.
Noi stiamo facendo il possibile per fornirvi strutture e servizi adeguati. Al resto deve provvedere la civiltà e l’intelligenza dei fruitori, civiltà e intelligenza evidentemente carenti.
Siete voi che dovete dire ai vostri colleghi che la Biblioteca ha delle regole scritte e delle regole che nessuna comunità civile si sognerebbe di scrivere.
Dite loro che gli armadietti della Biblioteca servono soltanto per stare in Biblioteca e non come deposito per poi andarsene in giro per il Monastero.
Dite loro che senza il rispetto di queste elementari regole di convivenza non sarà più possibile utilizzare la Biblioteca.
Dite loro che i responsabili della Biblioteca sono amareggiati, delusi e indignati.
Si andrà verso la progressiva chiusura dei servizi e questo lo si deve unicamente e soltanto alla responsabilità degli studenti.
In questi giorni sarò impegnato con esami e convegni e dunque non potrò incontrarvi. Non ho comunque nulla da aggiungere a quanto ho detto il 28 maggio e sto ribadendo in questa mail.
Gli studenti di Catania stanno mostrando di non meritare la loro Biblioteca. Non si tratta infatti dei comportamenti di questo o di quello ma di un clima sociale di sopraffazione e illegalità, senza il quale questi gravissimi fatti non accadrebbero.
In tale situazione non si può parlare di «malcontento» degli studenti -verso chi se non verso se stessi e i propri colleghi?- e di «fase intermedia» -verso quale fase definitiva?- ma piuttosto di fallimento sociale e antropologico.
Come responsabili della Biblioteca noi abbiamo fatto e facciamo la nostra parte. Siete voi ora che dovete risolvere i vostri problemi, che non hanno a che fare con la Biblioteca ma con lo stare al mondo, un pessimo stare al mondo.
Ho intenzione di rendere pubblico il mio sconcerto di cittadino e di docente. Le chiedo per questo l’autorizzazione a diffondere anche la sua mail. Se non me la concederà -come è suo diritto- renderò pubblica soltanto la mia replica.
Se riceverete le lamentele dei vostri colleghi, comunicate loro questa mia risposta. Noi ci siamo assunti le nostre responsabilità. Voi assumetevi le vostre.

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Sto dedicando molto tempo ed energie a questa Biblioteca, cosa che continuerò a fare sino a quando rivestirò tale incarico, il quale essendo fiduciario potrà cessare in qualsiasi momento. Un impegno che in cambio mi sta offrendo una formidabile e istruttiva esperienza sociologica e antropologica. I corpi sociali costituiscono davvero un intero. Per quanto circoscritti e parziali, l’insieme di eventi che ho qui cercato di documentare mostrano le radici profonde dei limiti della vita collettiva del Sud. In ogni caso non dispero affatto e sono anzi fiducioso nel futuro, anche guardando ai risultati positivi che stiamo raggiungendo con la collaborazione di tutti, a cominciare dalla maggior parte degli studenti che non mettono in atto i comportamenti descritti. Una minoranza danneggia anche loro ma vorrei vederli reagire nei confronti di pratiche gravemente scorrette. Senza la collaborazione di quanti ne fanno parte nessuna struttura può espletare il proprio compito, volto all’interesse collettivo e non alla prevaricazione o ai privilegi di pochi.

Per la scienza, per gli studenti

Per la scienza, per gli studenti è una delle massime che guidano da tempo la mia esistenza. Da quando ho cominciato a insegnare -un bel po’ di anni fa- a oggi che la mia vita vede un compimento e una svolta.
Il compimento consiste nel fatto che ho vinto un concorso dell’Università di Catania e sono diventato professore ordinario di Filosofia teoretica. Nel gergo accademico l’espressione si riferisce al grado massimo della docenza universitaria e quindi della ricerca e dell’insegnamento in Italia (in Europa e altrove la formula è Full Professor). Un’altra denominazione -più ufficiale anche se meno utilizzata- è ‘Professore di prima fascia’.
La Commissione che mi ha conferito tale qualifica è stata composta da tre docenti. Due sono stati sorteggiati tra sei nomi di ordinari di Filosofia teoretica: Eugenio Mazzarella (Università Federico II di Napoli) e Luigi Tarca (Università Ca’ Foscari di Venezia). Il terzo è stato designato come membro interno dal Dipartimento di Scienze Umanistiche di Unict: Giancarlo Magnano San Lio. Ringrazio i colleghi professori per la generosa valutazione che hanno formulato della mia attività scientifica e didattica.
La svolta consiste nel fatto che farò di tutto per meritare questo riconoscimento della comunità filosofica e moltiplicherò il mio impegno verso la conoscenza e la sua trasmissione.
Al di là del mio caso personale, mi auguro che questo esito abbia anche un significato civile: entrare all’Università non è infatti facile, soprattutto per chi -come me- ha trascorso 17 anni nei Licei (esperienza bellissima) e quindi non ha intrapreso una carriera ‘canonica’. Spero che questo significhi che con abnegazione al sapere, passione per la scrittura, dedizione didattica e -naturalmente- con l’apprezzamento e il sostegno dei professori di un determinato ambito di studi, l’università rimane aperta a chi ama studiare e insegnare.
Pubblico quattro documenti/pdf relativi al concorso. I primi due si possono leggere anche qui: Procedura di selezione per la chiamata a professore di prima fascia ai sensi dell’art. 18, comma 1, della legge 30.12.2010, n. 240 – M-FIL/01 (DISUM)

Ringrazio coloro, e sono molti, che lungo gli anni mi hanno dato forza con la loro stima e il loro affetto e insieme ai quali posso ora condividere la soddisfazione di questo καιρός. Sono infatti convinto che un singolo da solo non possa ottenere alcunché nella vita, che qualunque risultato professionale conseguiamo lo raggiungiamo sempre in un contesto ben preciso, che la nostra persona è al servizio delle collettività alle quali appartiene e non il contrario. E io sono orgoglioso di appartenere all’Università di Catania e a un Dipartimento così ricco di intelligenze, energie e anche di simpatie tipicamente siciliane. Elencare tutte le persone alle quali debbo questo risultato sarebbe bello e doveroso ma riempirebbe pagine. Mi limito a rivolgere loro la dedica che il mio maestro pose a uno dei suoi libri più importanti: «Agli amici che l’hanno reso possibile: si riconosceranno»1. Aggiungo le parole affettuose e credo significative che mi hanno indirizzato due di queste persone:
«Diventare professore ordinario è il traguardo e il risultato dovuto al tuo impegno e alla tua passione assoluti, assoluti; risponde al palpito della filosofia nelle tue vene. La forma adesso calza a pennello la sostanza, per dirla con le parole con cui commentai il tuo passaggio ad associato, ma da allora la tua persona si è perfezionata ancora e molto e il successo che merita, di cui sarai orgoglioso e anch’io con te, è grande».
«Mi rallegra non soltanto per te, ma anche perché significa che in fondo il mondo accademico non è poi così terribile come è rimasto nella mia memoria. Sei stato davvero bravo, terribilmente testardo e bravo. Les opiniâtres sont les sublimes, scriveva il mio adorato Hugo. La perseveranza sostiene il coraggio come la ruota supporta la leva: rinnovandone costantemente il punto d’appoggio. Ti abbraccio in questa giornata importantissima per la tua carriera, te la sei guadagnata ‘con il sangue e col ferro’ e te lo dico: se sei arrivato vivo fino a qui, credimi, sei un guerriero».
E dunque ancora una volta e con rinnovata energia «an die Sachen selbst als freie Geister, in rein theoretischem Interesse»2.

1  Eugenio Mazzarella, Tecnica e Metafisica. Saggio su Heidegger, Guida 1981, p. 11.
2 [Alle cose stesse come spiriti liberi, nel puro interesse teoretico]. Edmund Husserl, Aufsätze und Vorträge. (1911-1921). Mit ergänzenden Texten, «Gesammelte Werke», vol. XXV, Martinus Nijhoff, Dordrecht/Boston/Lancaster 1987, p. 206.

Riforme

L’editrice Petite Plaisance continua la pubblicazione dei numeri della rivista Punti Critici.
Nel numero 5/6 del dicembre 2001 vi apparve un mio saggio dal titolo Sulla «Grande Riforma» della scuola italiana. In esso proseguivo la riflessione iniziata sulla stessa rivista (numero 2 – settembre/dicembre 1999) con un contributo su Educazione e antropologia.
A distanza di diciotto anni da questi due saggi -e da quelli di analogo argomento pubblicati sulla rivista diretta da Dario Generali il Voltaire. Cultura Scuola Società– provo la tristezza di aver compreso che cosa fosse in gioco e di aver previsto con sufficiente esattezza  che cosa sarebbe accaduto alla Scuola e all’Università. Tra l’altro, in questo saggio (alle pp. 168-169) mi esprimevo criticamente sul concetto di flessibilità, che non a caso è stato ripreso ed enfatizzato positivamente dal Presidente della CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) durante un recente dialogo che abbiamo avuto nel mio Dipartimento in occasione del IV Colloquio di ricerca.
Posso dire che questi testi rappresentano un’archeologia (nel senso foucaultiano) della catastrofe educativa italiana ed europea.

«Negli scorsi decenni ciò che chiamiamo cultura è stato visto da molti quasi soltanto come uno strumento di potere e di discriminazione. Nella impossibilità di elevare tutti al sapere, quanti hanno aderito a quella concezione hanno poi operato – consapevolmente o meno non ha importanza – allo scopo di distruggere la cultura come valore e di dequalificare scuole e università ponendole al servizio del ‘mondo del lavoro’, vale a dire del capitalismo globalizzatore dominato dagli Stati Uniti d’America. Questo è il vero significato delle riforme scolastiche in corso in Europa da alcuni anni, comprese quelle imposte in Italia dal ministro Berlinguer e dai suoi consiglieri-successori».

L’arte

Ho inserito su Dropbox il file audio (ascoltabile e scaricabile sui propri dispositivi) della lezione di Filosofia della mente del 19 maggio 2017 nella quale è stato letto e commentato il mio saggio «Abbiamo l’arte per non naufragare nella verità». Sull’estetica dionisiaca di Nietzsche («Koiné», Anno XIV – nn. 1-4, Gennaio/Dicembre 2007).
Tra i temi affrontati: il corpomente plurale; il fatalismo gioioso; una razionalità nomade e dionisiaca; la forma e le condizioni del bello; Wagner, le scienze e le masse; l’essere e il divenire; «il minuto più tracotante e menzognero della storia del mondo»; il mito del dato e l’osservazione carica di teoria; l’invenzione della fotografia e l’arte come risignificazione; la Critica del Giudizio, Marcel Duchamp e Piero Manzoni; Olimpiodoro il Giovane; …la tristezza degli studenti per l’ultima lezione del biennio magistrale -e dunque della loro carriera- ma anche un pomeriggio insieme a Siracusa 🙂
La registrazione ha una durata piuttosto lunga (1.52 minuti) perché non è stata interrotta nei minuti di intervallo, durante i quali abbiamo continuato a discutere. Nell’ultima ora il dialogo con gli studenti si fa serrato.
Forse è questo il documento audio nel quale meglio si può percepire come cerco di insegnare e quanto sia decisivo il contributo sempre intelligente dei miei allievi.

[Ringrazio la Dott.ssa Ana Victoria Guarrera per la registrazione di questa e di altre lezioni del Corso di Filosofia della mente 2016-2017]

I professori resistenti

I professori resistenti e il Congresso negato per «ordine pubblico» 
il manifesto
28 settembre 2017
pag. 11

Trascrivo qui l’incipit e la conclusione dell’articolo.
« “Si sa che la gente dà buoni consigli / se non può più dare cattivo esempio” canta De André in Bocca di Rosa. Capita così che dalla sicurezza della propria cattedra non pochi professori parlino e scrivano contro colleghi del passato che si sarebbero sottomessi a poteri autoritari e totalitari di diverso segno. Ma che cosa avrebbero fatto loro trovandosi in quei frangenti?
[…]
Il tentativo di trasformare i docenti da ricercatori scientifici a funzionari dello Stato impauriti e prudenti può essere attuato in forme molto diverse, non soltanto con la violenza esplicita dei regimi fascisti ma anche con l’asservimento liberista del sapere a scopi puramente economicisti».

Tra i professori universitari che si rifiutarono di prestare giuramento al fascismo ci fu il filosofo Piero Martinetti, al quale dedico questo articolo.

Sciopero

Nel corpo sociale accadono a volte dei fatti sorprendenti. Uno di questi è lo sciopero indetto da una categoria di lavoratori che non sciopera mai: i docenti universitari, i quali non svolgeranno il primo appello della sessione d’esame che va dal 28 agosto al 31 ottobre 2017. Il secondo appello si terrà invece regolarmente.
Lo sciopero non è stato indetto da sigle e organizzazioni sindacali, più o meno rappresentative, ma da un movimento spontaneo di docenti che si chiama Movimento per la dignità della docenza universitaria .
Lo sciopero ha un obiettivo circoscritto, preciso, legittimo e doveroso. Perché è un obiettivo sia pragmatico sia simbolico e riguarda il blocco degli scatti stipendiali.
Il governo Berlusconi bloccò gli scatti di stipendio di tutti i lavoratori pubblici dal 2011 al 2014. Per le  altre categorie di pubblici dipendenti -dai magistrati alle forze dell’ordine, dai diplomatici ai colleghi delle scuole- tale blocco è cessato il primo gennaio del 2015, data dalla quale questi lavoratori hanno potuto ricevere aumenti di stipendio e godere degli effetti giuridici  dello sblocco (sulla pensione e altro).
Soltanto per i docenti universitari questo non è accaduto. E anzi il blocco è stato per noi prorogato di un altro anno. Solo per noi. Questo significa che il lavoro profuso negli anni dal 2011 al 2015 è come se non si fosse mai svolto, è come se non avessimo lavorato. E questo comporterà perdite complessive molto consistenti, soprattutto per i docenti assunti negli anni più recenti.
Perché? Quali sono le ragioni di questa discriminazione, quali le motivazioni di tale disprezzo? Che cosa hanno i docenti universitari in meno di magistrati, membri delle forze dell’ordine, docenti delle scuole?
Si tratta di una delle tante modalità con le quali i governi che si sono susseguiti negli ultimi anni -di destra o di sinistra che siano- intendono umiliare l’Università, la quale ha naturalmente i suoi difetti anche assai gravi -come tutte le strutture umane- ma è ancora un luogo di elaborazione di pensiero critico, è ancora libera dai ricatti e dalle imposizioni dei governi, come invece accade a militari, giornalisti RAI, funzionari di varia natura.

Come si legge nel sito del Movimento:
«È indubbio che l’attacco all’università pubblica nel nostro paese è passato anche per il blocco/cancellazione delle classi e degli scatti dei docenti universitari; peraltro unico caso tra il personale pubblico non contrattualizzato che non ha goduto di una qualche forma di recupero.  Ed è pure indubbio che tali scelte politiche, che peraltro pesano maggiormente sulle retribuzioni più basse e sui docenti più giovani, costituiscono un attacco al valore sociale del lavoro di ricerca e di didattica svolto dai docenti italiani».
L’astensione dagli esami è dunque «finalizzata a ottenere l’adozione di un provvedimento di legge, in base al quale:
1) le classi e gli scatti stipendiali dei Professori e dei Ricercatori Universitari e dei Ricercatori degli Enti di Ricerca Italiani aventi pari stato giuridico, bloccati nel quinquennio 2011-2015, vengano sbloccati a partire dal 1° gennaio del 2015, anziché, come è attualmente, dal 1° gennaio 2016;
2) il quadriennio 2011-2014 sia riconosciuto ai fini giuridici, con conseguenti effetti economici solo a partire dallo sblocco delle classi e degli scatti dal 1° gennaio 2015.
Tale manifestazione conflittuale è conseguenza di una vertenza che si trascina senza esito apprezzabile fin dal 2014, come testimoniano numerose lettere firmate da 10.000 o più Professori e Ricercatori Universitari e Ricercatori di Enti di Ricerca Italiani: lettera al Presidente del Consiglio del 2014, lettera al Presidente della Repubblica del 2015 (che la trasmise, cogliendone la rilevanza, al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), altre due lettere al Presidente del Consiglio nel 2016 (in seguito alle quali una nostra delegazione è stata ricevuta da delegati della Presidenza del Consiglio il 30 novembre 2016).
[…]
Un incontro avvenuto il 27 marzo 2017 tra una nostra rappresentanza e tre delegati della Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca lasciava presagire qualche sviluppo positivo, ma poi, dopo un successivo incontro del 7 giugno scorso (ottenuto solo dopo tre richieste al MIUR, in data 20 aprile, 11 maggio e 21 maggio scorsi, al fine di avere risposte), non si è avuto alcun riscontro» .
Da qui la decisione di scioperare. Decisione nata dal disprezzo e dall’indifferenza di governi, ministri dell’Università e partiti verso le più che legittime richieste dei docenti. Decisione del tutto legittimata dalla Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, come si legge in questo documento della Commissione. Ogni tentativo -da qualunque parte provenga- di modificare le modalità dello sciopero o di intervenire sulle commissioni d’esame è pertanto da considerarsi fantasioso e illegale.

L’Università in Italia e in Europa vede certamente molti altri ostacoli nell’espletamento della propria funzione e tuttavia è importante evitare il cosiddetto benaltrismo, una fallacia per la quale rispetto a un ben preciso, praticabile e circoscritto obiettivo, c’è sempre qualcosa di più importante da tenere in considerazione, c’è ben altro. È vero: nel mondo e nella vita c’è sempre ‘altro’ -è quasi tautologico- ma l’azione umana, che sia individuale o collettiva, deve sempre concentrarsi su qualcosa di de-finito rispetto al tutto.

Una studentessa di sociologia dell’Università di Trento -Gilda Fusco- ha colto il significato e le implicazioni dello sciopero dei docenti in modo davvero profondo. Ed è confortante che tra gli studenti ci siano delle intelligenze critiche capaci di scrivere questo:
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«È luogo comune che i docenti in generale, e quelli universitari in particolare, siano dei “privilegiati”: riceverebbero uno stipendio spropositato a fronte di un carico di lavoro irrisorio. Ma sul lavoro dei docenti, di ricerca e formazione, si fonda l’intera società: la trasmissione dei saperi, necessaria in ogni ambito della vita umana, è quella che ci ha consentito di raggiungere gli sviluppi (culturali e tecnologici) che spesso, nella vita quotidiana, diamo per scontati. La stessa democrazia, con le sue costituzioni e i suoi diritti sociali, civili e politici, si deve anche all’opera (oltre che dei rivoluzionari) di pensatori e studiosi che, secondo molti, perderebbero tempo dietro i libri senza produrre nulla di “concreto” per la collettività. Altri, si potrebbe replicare, sono i “privilegiati a torto”, e tanti gli esempi che si potrebbero portare.
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Ciò che preoccupa di più, tuttavia, è l’immagine (sempre più diffusa) che si ha di scioperi e proteste sociali in genere. ‘Se viene fatto a discapito di un’altra categoria uno sciopero non ha nulla di positivo’, ha dichiarato uno dei rappresentanti [degli studenti]. Eppure, come mostra la storia, uno sciopero per essere efficace ha bisogno proprio di ‘danneggiare’ qualcuno. È esattamente quello che facevano i braccianti del primo ‘900: rifiutavano di coltivare la terra – anche per settimane, e non per qualche giorno – a discapito dei padroni e della produzione. Certo non si può paragonare gli studenti (i danneggiati di oggi) ai vecchi proprietari terrieri, ma è anche vero che oggi uno sciopero, per danneggiare il datore di lavoro o la controparte (il governo, nel caso dei docenti), è spesso costretto a creare disagio ad altre categorie sociali. Così gli scioperi dei trasporti colpiscono i pendolari, e quelli dei docenti nuocciono agli studenti. Dovrebbe saperlo bene la rappresentanza studentesca, che sostiene sempre la causa degli operatori delle mense universitarie, nonostante i loro scioperi creino anch’essi disagio a chi mangia a mensa per risparmiare. È brutto che lo sciopero crei danni, ma è così che funziona.
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D’altra parte se la ‘comunità universitaria’ non è riuscita a smuovere il blocco degli stipendi, perché mai i docenti non dovrebbero usare altri mezzi di lotta? Siamo sicuri che siano stati i professori a dividere la comunità? O, piuttosto, sono state le altre componenti universitarie a ‘tradire’ i docenti, lasciando che i loro diritti continuassero ad essere lesi, lamentandosi poi per lo sciopero di alcuni di loro, giunto dopo tre anni di petizioni presentate inutilmente al governo?»
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(Testo integrale dell’intervento di Gilda Fusco)

Uno degli effetti dello sciopero in corso è che il corpo sociale si sta finalmente accorgendo della nostra esistenza.
Negli ultimi due anni, infatti, siamo stati in agitazione contro le pratiche antiscientifiche dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) e contro la cosiddetta Valutazione della Qualità della Ricerca, i cui effetti sono gravemente distorsivi della ricerca stessa. Su questo abbiamo scritto, ci siamo riuniti in assemblee, molti di noi hanno alla fine sabotato il processo non rendendo disponibili le proprie pubblicazioni per la VQR, subendo conseguenze anche personali. Ma nessuno in Italia sembra averlo saputo. E invece ora finalmente la situazione dei docenti italiani, e quindi anche dell’Università, arriva alle orecchie delle famiglie e del corpo sociale, uscendo dai confini dell’accademia. Anche questa ragione mi induce ad aderire allo sciopero
Lo faccio con la profonda convinzione di stare agendo in difesa di tutta l’Università, compresi i nostri studenti.
E pertanto in base alle modalità previste dal Movimento per la dignità della docenza universitaria (e a meno di revoche dello sciopero -sempre possibili- nei prossimi giorni) è mia intenzione non svolgere gli esami delle mie materie fissati per il 12 settembre 2017, che saranno rinviati al successivo appello del 3 ottobre.
Questa mia intenzione politica non costituisce comunicazione formale all’Amministrazione universitaria, che mi riservo di informare nei modi e nei tempi previsti dalla normativa in vigore, modi e tempi ricordati, tra l’altro, in questo documento.
Svolgerò invece gli esami di altre materie, programmati nei giorni 13 e 14 settembre 2017, oltre a tutti quelli del mese di ottobre. [Qui il calendario completo dei miei appelli giugno-novembre 2017]

Lo scorso 10 luglio sono stato intervistato da Radiozammu sulle motivazioni e sulle modalità dello sciopero dei docenti. Questo è l’articolo che sintetizza quanto ho detto e nel quale è possibile ascoltare la registrazione  dell’intervista (la durata è di 11 minuti):
Sciopero docenti – Prof. Biuso: «Lavoreremo il doppio ad ottobre, ma lo sciopero va fatto»

Infine: la considerazione per me più importante è che tutto questo sta avvenendo non per iniziativa di organizzazioni sindacali o di movimenti politicamente organizzati ma per la spontanea mobilitazione di base dei docenti universitari in Italia. Questo significa che il corpo sociale non è totalmente anestetizzato e rassegnato, nonostante lo strapotere dello Spettacolo, dell’informazione controllata dai governi, della stanchezza collettiva. Questo significa che si può avere ancora fiducia.

[Questo testo è stato ripreso e pubblicato sulla rivista di politica universitaria Roars il 7.9 2017, con il titolo Lo sciopero di chi non sciopera mai]

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