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Democratici?

Tra i tanti commenti dedicati ai risultati delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, tenutesi lo scorso 26 maggio, ne ho letto uno che mi è parso emblematico. Questo:

 

(Fonte: Twitter)

Il testo è stato scritto da un soggetto che su twitter ha come avatar una foto di Enrico Berlinguer e che in altri interventi accusa l’attuale governo italiano di ‘assassinare la democrazia’. E poi scrive questa frase contro il suffragio universale.
Non si tratta di un caso di confusione ideologica da parte di una singola persona. Affermazioni come queste esprimono con efficacia il fondamento antidemocratico del politicamente corretto e, in generale, di chi oggi si crede di sinistra ma vive in sé impulsi decisamente autoritari. Avevo già letto molte affermazioni di questo tenore -formulate anche da persone che conosco- dopo la vittoria dei sostenitori della Brexit nel Regno Unito. Si tratta, lo sappiano o meno, di posizioni vicine a quelle sostenute dal lussemburghese Jean-Claude Juncker -Presidente della Commissione Europea- quando con esemplare chiarezza afferma che «il ne peut pas y avoir de choix démocratique contre les traités européens», ‘non può esserci scelta democratica contro i trattati europei’ (Fonte: Europe : une élection contre la démocratie, di Adlene Mohammedi, «Philitt», 26 maggio 2019).
Negli anni Dieci del XXI secolo semplici cittadini e potenti burocrati europeisti invocano dunque la fine o la neutralizzazione di una conquista di civiltà politica come il diritto di voto garantito a tutti i cittadini. E questo perché i risultati del voto non sono a loro graditi. Sta qui uno dei nuclei di ogni politica autoritaria, classista, tecnocratica. Elementi, questi, che pervadono in modo ormai patologico i sostenitori di una ‘sinistra’ che apprezza la democrazia soltanto quando le elezioni vengono vinte dai suoi esponenti e la rifiuta quando a prevalere sono altri.
Potrei tuttavia essere in fondo d’accordo con l’autore di quel tweet. Con qualche integrazione però: «Vuoi votare? Sostieni un esame nel quale dimostri di aver letto e compreso la Repubblica di Platone, Il Principe di Machiavelli, Il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno. Soltanto sulla base (almeno) di questi testi puoi infatti davvero intendere la politica». Siamo d’accordo, amici democratici che disprezzate il suffragio universale allorché i vostri ‘valori’ non prevalgono?

L’antropologia di Jannacci

Enzo Jannacci
Quelli che…
(1975)

Un elenco e una tassonomia dell’umano. Nelle nostre società, certo, ma anche al di là di esse. I luoghi comuni, le abitudini, le invenzioni, i paradossi, le pigrizie, il fluire, lo stare, i sentimenti, la storia, la solitudine, il sarcasmo, la miseria, il riso, la malinconia. L’esistere, la morte, il tempo.
In altri brani di questo grande artista si enunciano termini come «nano, negher, terun», certamente invisi ai paladini del politicamente corretto, che potrebbero accusare tali canzoni di essere discriminanti, offensive, persino ‘razziste’. Paladini e fanatici della censura che vorrebbero sterilizzare la densità del linguaggio in una neutralità slavata e spenta. E invece tutti ci ritroviamo in almeno una delle forme umane ironiche, divertenti e patetiche cantate da Jannacci. Io mi sono riconosciuto in otto di esse…

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Postilla al Sessantotto

Guy Debord aveva previsto la dissoluzione delle istanze di classe in una società dello spettacolo del tutto interclassista e antipolitica, quella che il Sessantotto ha favorito. È anche questo che ho cercato di argomentare nel mio Contro il Sessantotto, in entrambe le sue edizioni (1998 e 2012). Molti degli esponenti di quella stagione, infatti, si sono perfettamente integrati nelle strutture del liberalismo trionfante, adeguandosi alla società mercantile, capitalistica e ultraliberista. I diritti dell’uomo come strumento delle guerre umanitarie, un individualismo senza limiti, il politicamente corretto, costituiscono alcuni capisaldi dell’idea e dell’azione liberale, non di quella comunista, della quale rappresentano di fatto l’opposto.
Essi sono il contrario anche dell’idea e della pratica libertaria, come ben si vede dall’ordine morale imposto dal politicamente corretto, dentro il quale ad esempio la sessualità diventa talmente complicata -e anche pericolosa- da condurre al suo controllo asfissiante e persino alla rinuncia da parte dei maschi all’approccio verso il sesso femminile, per gli equivoci, il sospetto, i rischi che tale contatto sempre più comporta. Come sempre, l’Eros e il dionisiaco rappresentano un pericolo per l’ordine morale costituito, che si tratti dell’ordine vittoriano o di quello ultrafemminista, al quale -da inevitabile sessantottino- rispondo dicendo «fate l’amore, non fate la guerra», neppure quella tra i sessi.

Contro il Politicamente corretto

L’Âge des ténèbres
(titolo italiano L’età barbarica)
di Denys Arcand
Canada, 2007
Con: Marc Labrèche (Jean-Marc Leblanc), Sylvie Leonard (Sylvie Cormier-Leblanc) (Diane Kruger (Veronica Star), Caroline Neron (Carole Bigras-Bourque), Macha Grenon (Beatrice di Savoia), Emma De Caunes (Karine Tendance)
Trailer del film

Il governo del Québec emana una legge che proibisce l’utilizzo di parole antiche, dirette, eloquenti, come ‘negro’ o ‘nano’. Chi le usa rischia l’incriminazione, il licenziamento, la condanna sociale. È quanto accade a Jean-Marc Leblanc. Ennesimo evento, questo, di una ‘vita insignificante’, con una moglie rampante, delle figlie indifferenti, dei capoufficio conformisti e idioti, che sottopongono gli impiegati a training del sorriso completamente artificiosi e a corsi motivazionali del tutto scoraggianti. Di fronte all’insensatezza, allo squallore, alla violenza travestita da rispetto, il protagonista del film si rifugia nell’allucinazione e nel sogno di una vita di successo. Soluzione disperata e nichilistica. Meglio reagire e chiamare la stupidità del Politically correct per quello che è: una delle più gravi e significative manifestazioni del conformismo che domina la Società dello Spettacolo.
Non si tratta certo di un film o di sola finzione. Si moltiplicano ovunque -a partire naturalmente dagli Stati Uniti d’America- le norme che proibiscono l’uso di parole ‘offensive’. Ma a tutti alcune parole risultano offensive. A me, ad esempio, offendono non pochi sostantivi, espressioni e aggettivi di uso sempre più pervasivo. Ho quindi il diritto di chiedere che tali parole non si pronuncino in mia presenza poiché ne rimango offeso? No, naturalmente.
Grave è anche la violenza espressiva implicita nella sostituzione del maschile neutro con soluzioni un po’ grottesche e un po’ patetiche del tipo ‘dello/della studente/studentessa’ o ‘student*’. La lingua è donna e merita di essere rispettata, non di essere violata in questo modo.
Le parole sono sacre. Comunità e civiltà che cominciano a violentare le parole danno un segno esplicito della propria ferocia. Dietro questa dittatura del politicamente corretto si cela una sostanziale indifferenza nei confronti dei reali bisogni dei disoccupati, delle vittime della violenza, degli anziani. Il politicamente corretto costituisce anzi una delle cause dell’ingiustizia, in quanto rappresenta l’alibi che ritiene di poter sanare e nascondere con un linguaggio asettico la ferita sociale. Come sostiene Robert Hughes, il Politically correct è «una sorta di Lourdes linguistica, dove il male e la sventura svaniscono con un tuffo nelle acque dell’eufemismo».
Sono animalista e vegetariano ma ritengo gravissimo e insensato -un vero e proprio atto criminoso- voler censurare o stravolgere le moltissime fiabe nelle quali il lupo o altri animali appaiono in una chiave del tutto negativa. Eppure è quanto fanno seriamente negli Stati Uniti d’America. Allo stesso modo c’è chi comincia a invocare la censura di Shakespeare e di Dante Alighieri in quanto antisemiti e antislamici. Quando infatti si inizia a percorrere la china dei divieti linguistici, l’esito non può che essere la cancellazione della letteratura o la sua distruttiva ‘riscrittura’.
Amo le parole, tutte. Anche quelle che non mi piacciono. Perché «l’‘essere nel mondo’ dell’uomo è determinato, nel suo fondamento, dal parlare» (Martin Heidegger, Concetti fondamentali della filosofia aristotelica, Adelphi 2017, p. 53). Un parlare libero, armonioso, semplice e funzionale. Non censurato o autocensurato dal timore che qualcuno si possa sentire offeso dal nostro linguaggio. Per non offendere nessuno sarebbe infatti necessario stare zitti. Che è, di fatto, il vero e ultimo esito di ogni dire politicamente corretto, di un‘âge des ténèbres, un’epoca di tenebre.

Ministero della Verità

In una mattina di aprile dell’anno che forse è il 1984, Winston Smith torna a casa e comincia a scrivere i propri pensieri in un quaderno che ha da poco acquistato. Questa è la sua colpa, lo psicoreato che aveva già cominciato a commettere e che adesso è dimostrato dalla sua stessa scrittura. Winston Smith vive, infatti, in Oceania, uno dei tre stati sovracontinentali nati dalla guerra atomica degli anni ’50. Winston lavora presso il Ministero della Verità, il cui compito è la falsificazione sistematica e la creazione di documenti che modifichino il passato. Infatti, «chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato» (Orwell, 1984, Mondadori 1998, p.  260).
Lo psicoreato esiste negli anni Dieci del XXI secolo e si chiama politically correct. Esso è l’impossibilità di criticare dogmi etico-politici più o meno sensati, pena conseguenze anche sulle carriere. Esso è la disinformazione della quale parla il § XVI dei Commentari alla Società dello Spettacolo di Debord: una mescolanza di vero e di falso sempre funzionale agli interessi di chi governa. Non dimentichiamo, infatti, «che i grandi media che oggi si vantano di ‘decodificare’ le fake news degli altri, sono sempre stati i primi a rilanciare le menzogne di Stato, dalle ‘armi di distruzione di massa’ di Saddam Hussein al presunto ‘carnaio’ di Timisoara» (De Benoist, Diorama Letterario 340, p. 11).
Il politicamente corretto è l’altro nome dell’ideologicamente conforme, il quale diventa esplicita e ignorante censura in iniziative come quelle che hanno impedito lo svolgimento nello scorso febbraio di un dibattito su destra e sinistra promosso dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano con la partecipazione, tra gli altri, di Alain de Benoist. Attribuendo a questo filosofo tesi da lui mai sostenute, alcuni intellettuali (?) e giornalisti italiani hanno ottenuto la provvisoria cancellazione dell’iniziativa. «Affermano di voler difendere la democrazia e ne smantellano le fondamenta» (Tarchi, DL, p. 3). Costoro utilizzano anche «l’ingenuità, la rozzezza e la stupidità politica degli sparuti apologeti di dittature passate che non hanno conosciuto per rafforzare le premesse della dittatura del futuro, che si sforzano di trapiantare nel presente a suon di divieti, discriminazioni e punizioni» (Ibidem). La stupidità è per definizione stupida. Il risultato di quella improvvida richiesta di censura è stata infatti la sala strapiena della Fondazione Feltrinelli quando il dibattito si è poi svolto, lo scorso 6 aprile 2018.
Durante la recente campagna elettorale italiana, gruppi di miserabili e ininfluenti nostalgici come CasaPound e Forza Nuova sono stati gli alleati di una sinistra perduta che si sente viva quando agita «uno spauracchio che si pensa possa farle riguadagnare consenso e sostegni fra un certo numero di simpatizzanti e militanti ormai caduti in preda alla delusione» (Tarchi, DL, p. 19).
Contro il vero fascismo contemporaneo, che è l’ultraliberismo il quale moltiplica le guerre, strangola le economie  e cancella i diritti sociali, non si attua una mobilitazione neppure lontanamente paragonabile alle manifestazioni che hanno regalato per qualche giorno audience e dignità politica agli esigui nostalgici di Mussolini. E invece è contro gli Stati Uniti d’America che bisognerebbe mobilitarsi senza tregua, contro un sistema che -secondo l’analisi del giornalista francese di TF1 Michel Floquet- è inguaribilmente razzista, ferocemente diseguale, fanaticamente bellicista, mortalmente inquinante. Una nazione che è «la più grande prigione al mondo. In America, un adulto su cento si trova in carcere. E un prigioniero su quattro, nel mondo, è americano» (Virgilio, DL, p. 27); secondo Floquet «la democrazia e la libertà delle quali godrebbero tutti i cittadini statunitensi senza distinzione di razza, di sesso, di religione, non sono altro che una finzione, ‘un meraviglioso esempio di doppiezza e di ipocrisia’» (Id. DL, p. 26), come conferma una documentata e dolente analisi di Santo Barezini sul numero 422 di A Rivista anarchica: «Schiavi del XXI secolo».
Rispetto all’uniformismo dei padroni del mondo, sarebbe opportuno applicare la difesa della biodiversità anche alla «diversità dei popoli, nonché a quella delle lingue e delle culture che sono ad esse associate» (De Benoist, DL, p. 5; sulla questione linguistica si vedano anche i testi miei e di Dario Generali: Parola) cercando almeno di rallentare la distruzione della Terra e delle sue fonti di vita, attuata da una forma politico-economica del tutto indifferente alle leggi della natura e alla limitatezza delle risorse. Questo infatti «dimostra il secondo principio della termodinamica e la legge dell’entropia nell’assoluta indifferenza da parte di sociologi, economisti e scienziati della politica, nonostante la messa in guardia fornita dalla teoria della complessità di Edgar Morin e dalle acquisizioni di Ilya Prigogine sulle ‘strutture dissipative’» (Zarelli, DL, p. 22).
Come dimostra Orwell, il Ministero della Verità è anche sede della menzogna più profonda.

Infanzia e Islam

La sposa bambina
(I am Nojoom, Age 10 and Divorced)
di Khadija Al-Salami
Yemen, 2014
Con: Reham Mohammed (Nojoom)
Trailer del film

La madre la chiama Nojoom, che vuol dire ‘stella’. Il padre preferisce Nojoud, che significa ‘nessuno’. È emblematico sin dalla nascita il destino di questa bambina intelligente e vivace. Emblematico di società e costumi che definire ‘patriarcali’ è infangare il patriarcato. Si tratta di assai di più: di una programmatica, esplicita, radicata schiavitù implicita nel Libro Sacro dei musulmani, per il quale ogni femmina è una entità inferiore.
Nojoom viene data in sposa a 10 anni a un contadino agiato ma non si piega. Nonostante la violenza sessuale e psicologica del marito e della suocera, riesce ad arrivare in tribunale, dove chiede il divorzio, incontra un giudice intelligente e libero, diventa un caso nazionale e ottiene la libertà. Una storia vera, accaduta a Nojoud Ali e a chissà quante altre bambine dello Yemen e di altri Paesi islamici.
La piccola protagonista è del tutto credibile e il film è montato con efficacia, partendo dal presente della ribellione per tornare alla nascita di Nojoom e spiegare poi le ragioni del comportamento del padre.
Due osservazioni inevitabili.
La prima è che una simile barbarie che violenta sistematicamente delle bambine non sarebbe possibile senza il collaborazionismo femminile di madri e suocere, sempre pronte a sostenere il figlio maschio.
La seconda è la palese contraddizione di chi denuncia di continuo il dominio del maschio europeo sulle donne ma poi chiede anche ‘rispetto per l’Islam’, per le sue credenze e per i suoi costumi. Rispetto dunque di quanto di più rozzo, oppressivo, antilluministico, fanatico, antilibertario si dia nella cultura contemporanea. E questo vale per il modo in cui vengono trattate sia le donne sia gli omosessuali (equiparati a criminali destinati al fuoco eterno), come molte altre questioni.
Gli uomini (maschi e femmine) sono strani. In questo caso è il politicamente corretto che divora se stesso, chiedendo rispetto per chi non ne nutre affatto nei confronti di chi la pensa in modo diverso, abbarbicato com’è ai precetti di «Allah, il Compassionevole, il Misericordioso», Allah, il Maschio dominante.
Nel loro letteralismo scritturale, nella ristrettezza dell’orizzonte culturale, nel rifiuto delle immagini -e quindi della bellezza-, nel disprezzo per la filosofia e le scienze, nell’odio furibondo verso l’intelletto e verso ogni critica, nell’utilizzo reiterato e instancabile della parola «Allah», molti musulmani rappresentano la più grave forma di intolleranza del mondo contemporaneo.

[L’immagine qui sopra non è tratta dal film; è la foto di una vera coppia musulmana, del tutto legittima secondo i precetti del Corano]

Da Il Sacro Corano
Traduzione interpretativa in italiano a cura di Hamza Piccardo
Revisione e controllo dottrinale

II, 221 Non sposate le [donne] associatrici [un modo per definire le donne di condizione libera e non credenti; nota di agb] finché non avranno creduto, ché certamente una schiava credente è meglio di una associatrice, anche se questa vi piace.

IV, 15 Se le vostre donne avranno commesso azioni infami, portate contro di loro quattro testimoni dei vostri. E se essi testimonieranno, confinate quelle donne in una casa finché non sopraggiunga la morte o Allah apra loro una via d’uscita.

IV, 34 Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande.

LVI, 35-38 Le abbiamo create perfettamente, le abbiamo fatte vergini, amabili e coetanee, per i compagni della destra [cioè per i guerrieri credenti, nota di agb].

LXXVIII, 31-34 In verità avranno successo i timorati [di Allah; nota di agb]: giardini e vigne, fanciulle dai seni pieni e coetanee, calici traboccanti.

Incorrect

The Square
di Ruben Östlund
Svezia, Danimarca, USA, Francia, 2017
Con: Claes Bang (Christian), Elisabeth Moss (Anne), Terry Notaryy (Oleg)
Trailer del film

«Rigore è quando arbitro fischia» diceva Vujadin Boskov . «Arte è quando artista lo dice», potremmo parafrasare. «È così? Non c’è dubbio. Per ora. Finché dura il party generalizzato. La festa immobile dell’anti-arte, della spiritualizzazione banalizzata del far-niente estetico d’un inafferrabile ‘Io è un altro’, del trionfo dell’autofeticizzazione servo/sovrano» (Giuseppe Frazzetto, L’artista sovrano. L’arte contemporanea come festa e mobilitazione, Fausto Lupetti editore, Bologna 2017, p. 206).

Il party generalizzato è gestito da Christian, direttore di un Museo d’arte contemporanea di Stoccolma. Il prossimo spazio situazionale sarà The Square, un’opera spiegata con queste parole: «Il quadrato è un santuario di fiducia e altruismo, entro i cui confini tutti hanno uguali diritti e doveri». Nobile e banale idea, per promuovere la quale vengono chiamati due ‘creativi’ che realizzano un video decisamente violento, il quale suscita le reazioni indignate della gente, della stampa, delle istituzioni. Il fatto è che Christian non ha seguìto personalmente la produzione del filmato promozionale, perché occupato a recuperare portafoglio e cellulare che gli sono stati sottratti con destrezza in una piazza. Evento dal quale scaturiscono a cascata altri fatti, grotteschi e inquietanti.
Come grottesca, inquietante e aggressiva è la performance di Oleg, artista che durante una elegantissima cena appare muscoloso al modo dell’incredibile Hulk, si comporta come un animale selvaggio -è così, infatti, che viene presentata la sua opera/corpo- ed esercita violenza sui commensali sino a essere alla fine da costoro pestato. È questo il momento forse più alto -un momento che ben ricorda il Buñuel del Fascino discreto della borghesia– di un film intelligente e ironico. Un film dissacratorio dell’unico Valore Supremo che sembra pervadere il mondo contemporaneo. Il Valore che sacralizza le minoranze, le donne, i mendicanti, i ‘diversamente abili’, i profughi, gli studenti dei corsi zero, i credenti di tutte le fedi, i piangenti di ogni latitudine, salvo poi escluderli ferocemente da ogni autentico riscatto. Infatti «nel regime neoliberale post-democratico la classe dominante è legittimata a esercitare il dominio solo se si dichiara preoccupata per le sorti dei dominati», scrive Stefano Jorio in un’analisi del film condivisibile in gran parte ma non nelle conclusioni: Violenza di classe (in «il Tascabile», 14.11.2017)

Quanto più il politically correct agisce, tanto più intollerante diventa l’omologazione, tanto più l’ingiustizia trionfa nell’orgia del narcisismo spettacolare, dei social network, delle migliaia di petizioni, dell’ossessione di non offendere nessuno -proprio nessuno– quando si parla, condizione che impone il silenzio a ogni critica rivolta al mondo e alle sue manifestazioni.
È di questo che tratta The Square, del quadrato illogico del conformismo contemporaneo il quale vince nel rispetto assoluto e maniacale dovuto alla condizione e alla sconclusionatezza di tutti e di ciascuno, anche di chi -in un’altra scena emblematica- disturba una conferenza con un continuo turpiloquio (una delle manifestazioni della sindrome di Tourette). Tutti rispettati e tutti servi del sistema spettacolare, del quale il sistema dell’arte -ciò che Frazzetto definisce «il Collettivo» (op. cit., p. 45)- è metafora e sineddoche.
Il politicamente corretto esprime un nichilismo profondo, il nichilismo dell’identità che cancella ogni differenza con l’affermare che le differenze devono essere tutte eguali.

La democrazia e i suoi nemici

Sia in ambito politologico sia nella quotidiana e concreta organizzazione dei governi, il tramonto di ciò che viene ancora e per inerzia chiamato democrazia è ormai evidente. Tra le tante prove e testimonianze possibili, si possono scegliere due dati elettorali, il caso catalano e la struttura dell’Unione Europea, vale a dire il vero e proprio tradimento -ogni altra parola appare eufemistica- attuato dalle sinistre europee nei confronti della loro identità storica e politica.

Il primo dato elettorale è quello che emerge dall’elezione di Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron alla presidenza della Repubblica francese. Non mi riferisco a programmi, intenzioni, azioni di governo ma al semplice dato numerico per il quale questo presidente è stato eletto al ballottaggio del 2017 da molto meno della metà dei francesi aventi diritto di voto, esattamente da 20.703.631 elettori su 47.552.183. Quasi due terzi del popolo francese non ha dunque espresso la volontà di avere questa persona come presidente. E si tratta della Francia, vale a dire di una nazione che ha sempre espresso percentuali di voto assai alte.
Il secondo dato elettorale concerne quanto sta avvenendo in Italia, dove una variegata coalizione formata da Partito Democratico, Forza Italia, seguaci di Angelino Alfano e Lega Nord, con l’attiva complicità del governo Gentiloni e della presidente della Camera Boldrini, impone una legge elettorale che ha l’esplicito e antidemocratico obiettivo di neutralizzare la forza del Movimento 5 Stelle e di eliminare ciò che resta della sinistra. Una legge elettorale imposta con il voto di fiducia da e a un Parlamento eletto con una legge dichiarata dalla Consulta incostituzionale è il fascismo del XXI secolo.

Struttura e funzionamento dell’Unione Europea sono affidate a un’oligarchia di funzionari, tecnocrati e banchieri che nessuno ha mai eletto ma che impongono la loro ideologia ultraliberista e le loro decisioni tecnico-amministrative a tutti i governi dell’Unione. Il processo di integrazione europea mostra in tal modo la propria natura antidemocratica e antieuropea, tanto che Pierre Dardot e Christian Laval in Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista (DeriveApprodi, Roma 2016) affermano con chiarezza che è necessario dissolvere la cornice dell’Unione europea per salvare l’Europa politica. Un caso emblematico è quanto sta accadendo nella Spagna/Catalogna, dove l’insofferenza verso i poteri che rispondono soltanto al centralismo finanziario mostra allo stesso tempo le difficoltà di una cornice obsoleta quale è ormai lo Stato-nazione e la determinazione di quest’ultimo a sopravvivere a qualunque costo. Per quanto diversi siano nel tempo, nello spazio e nelle fondamenta, sembra che il crollo dell’Impero Austro-Ungarico e quello dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche abbiano insegnato poco ai decisori politici. In ogni caso, il libro di Dardot e Laval enuncia tesi fondamentali sul tradimento della democrazia operato da governi che non rispondono più ai popoli ma alle aristocrazie tecnocratiche.
Riassumendo e commentando le loro tesi, Massimo Virgilio (Diorama letterario, n. 338) scrive parole chiare e del tutto condivisibili: «A sostenere gli enormi costi della crisi, in particolare quelli relativi al salvataggio del sistema bancario, sono stati chiamati esclusivamente i lavoratori dipendenti e i pensionati. In questo modo il sistema capitalistico ha fatto della crisi un vero e proprio modo di governo, che sfrutta ‘le armi disciplinari dei mercati finanziari’ per punire severamente chiunque respinga il programma neoliberista di riduzione dei salari, liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione delle imprese pubbliche e tagli al welfare. […] L’obiettivo di questo potere è uno, l’accumulazione illimitata della ricchezza» (pp. 36-37).

Tra i non molti intellettuali di sinistra capaci di formulare analisi realistiche e non edulcorate sul sistema economico vigente, Dardot e Laval sostengono che «se il capitale e il blocco oligarchico neoliberale che lo rappresenta hanno potuto affermare la loro volontà con tanta facilità, la responsabilità è per intero della sinistra di governo. Quest’ultima da diversi anni ha fatto sua la teoria di una fine della storia che si risolve in un capitalismo senza fine, senza regole e senza confini. Ha accettato l’idea che in un mondo dalle risorse limitate e in via di esaurimento, la crescita illimitata della produzione di beni e servizi sia indispensabile ad assicurare benessere e felicità all’umanità. […] Evidentemente, sovvertire il sistema capitalistico non è più l’obiettivo di una sinistra che ormai si limita solo a proporre un capitalismo dal volto umano che nella realtà non esiste né potrà mai esistere. Come può avere un volto umano un sistema che consente a soli 62 individui in tutto il pianeta di possedere la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, ossia la metà più povera della popolazione mondiale?» (pp. 37-38).
Democrazia non vuol dire soltanto andare a votare ogni 4-5 anni per delegare qualcuno che amministri la cosa pubblica. Democrazia significa effettiva divisione dei poteri, che oggi sono invece subordinati a quello finanziario; significa la libertà di scrivere e manifestare il proprio pensiero, sempre più limitata da censure ideologico-governative e dal flagello del politicamente corretto che sottomette al diritto penale persino le opinioni storiche e filosofiche; significa libertà dal bisogno economico e non soltanto la libertà di dei diritti civili.
È dunque evidente come il neoliberismo sia «ormai così compenetrato nello Stato che chiunque abbia davvero a cuore la sovranità del popolo non può fare altro che agire contro lo Stato esistente, contro tutto ciò che nello Stato sorregge la dimensione oligarchica» (p. 38).

Imperialismo e ultraliberismo

Per quello che possono valere le cronologie, bisogna pur dire che il 2016 è stato un anno sorprendente: «Prima la Brexit, poi l’elezione di Trump, il testa a testa delle presidenziali austriache, l’uscita di scena pressoché in contemporanea di Sarkozy e Hollande, il rotondo risultato del referendum costituzionale italiano con la sconfitta del campione della Commissione europea, delle redazioni giornalistiche e degli ambienti economico-finanziari, e alla fine persino il rovescio delle ‘rivoluzioni arabe’ con la riconquista di Aleppo ad opera delle truppe lealiste del governo di Assad» (M.Tarchi in Diorama letterario 334, p. 1).
Eventi che mostrano ancora una volta la necessità di elaborare categorie politiche e metapolitiche diverse rispetto all’obsoleto schema destra/sinistra nato con la Rivoluzione Francese e ormai inadeguato a comprendere un mondo profondamente diverso rispetto a quello che si è chiuso nel 1989.
Il concetto di populismo, ad esempio, è utilizzato dai media e dai politici in un modo troppo generico, polemicamente connotato e parziale. Più esatta è la definizione scientifica che ne dà Tarchi nel suo Italia populista: «La mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione» (Il Mulino, 2015, p. 77).
Due dei protagonisti dello scorso anno sono stati Trump e Hollande. Il primo è in entrata, l’altro in uscita. Due personaggi emblematici, la cui azione politica passata e futura è stata e sarà analizzata nella sua varietà e complessità. Intanto, si può subito dire che per Trump « ‘America first’ vuol dire anche: l’Europa ben lontana dietro di noi! Dopo decenni di interventismo a trecentosessanta gradi e di imperialismo neocon, il ritorno ad un certo isolazionismo sarebbe una buona cosa, che può però avere il suo risvolto. Non dimentichiamo che nessun governo americano, interventista o isolazionista, è mai stato filo-europeo!» (A.de Benoist, p. 6).
Per quanto riguarda Hollande, Eduardo Zarelli si sofferma sul significato della decisione del presidente francese di far sfilare, lo scorso 14 luglio, delle truppe del Mali sugli Champs Elysées. La motivazione più importante di questo evento sta nel fatto che «il Mali è il terzo paese al mondo per i giacimenti auriferi e conta anche giacimenti di petrolio, di gas e soprattutto di uranio. In un periodo di crisi mondiale epocale, il governo francese voleva assicurarsi riserve significative di materie prime, in modo da riuscire ad alimentare le sue 60 centrali nucleari totalmente dipendenti dall’uranio africano, e nel contempo rimpinguare le riserve auree di Stato» (p. 15). Come si vede, si tratta di una politica classicamente imperialista, «che risponde alla strategia geopolitica di mantenere l’intero continente sotto il controllo militare e gli interessi economici delle grandi democrazie, che tornano in Africa, dopo le tragedie ottocentesche e novecentesche, con il casco coloniale dipinto con i colori dell’arcobaleno della pace. […] L’universalismo ugualitario prolunga una tendenza secolare che, nelle forme più diverse e in nome degli imperativi più contraddittori (propagazione della vera fede, superiorità della razza bianca, esportazione mondiale dei miti del progresso e dello sviluppo) non ha mai cessato di praticare la conversione, cercando di ridurre ovunque la diversità e ricondurre l’altro al medesimo riferimento: la modernità occidentale» (p. 16).
Più in generale, si tratta degli effetti di ciò che Paolo Borgognone definisce il «radicalismo liberale» sostenuto da «una sinistra mondialista, officiante l’ideologia dei diritti umani e la dittatura del ‘politicamente corretto’, tanto votata unilateralmente ai diritti civili quanto dimentica di quelli sociali; così ‘tollerante’ e libertaria da sostenere l’irreversibile uniformità dell’occidentalizzazione del mondo a colpi di ‘bombardamenti etici’ e ‘guerre umanitarie’ in ogni dove, perfetta interprete del conformismo dei nostri tempi, di quelle ‘passioni tristi’ snob e radical chic che ben vestono la misoginia morale del perbenismo. Il progressismo non solo è perfettamente calzante con il sistema liberal-capitalista, ma è anche la forza politico-culturale più adatta alla gestione delle dinamiche di una modernità che, vocandosi apolide, diventa globale e senza frontiere» (così Zarelli recensendo di Borgognone L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale, Zambon, Frankfurt am Main/Jesolo 2016, pp. 33-34).
In tutto questo è fondamentale strumento l’informazione, che anche nelle ‘democrazie avanzate’ è asservita ai grandi gruppi finanziari ed economici, i quali orientano soprattutto le emozioni, dando enfasi a immagini, dichiarazioni, eventi in relazione non al loro contenuto ma al mettere in buona o cattiva luce determinati soggetti. Un esempio evidente di tali dinamiche sta nella dichiarazione che il Segretario di stato del secondo mandato Clinton -Madeleine Albright- fece alla Cbs a proposito del mezzo milione di bambini morti durante la guerra in Iraq. La signora rispose in questo modo: «So benissimo che si è trattato di una scelta difficilissima, ma noi siamo convinti che sia stata una scelta perfettamente legittima». Zarelli si chiede opportunamente «che cosa accadrebbe nel mainstream mondiale se una tale risposta venisse data dal presidente della Federazione russa Vladimir Putin, dal presidente cinese Xi o da quello della Repubblica islamica dell’Iran, Hassan Rouhani. Non verrebbero immediatamente additati come satrapi sanguinari?» (p. 35).
Un comunista che si oppone alla svendita culturale della sua ideologia è il filosofo Slavoj Žižek, il quale in La nuova lotta di classe  (Ponte alle Grazie, 2016) sostiene la necessità che la sinistra antagonista si renda conto delle molte trappole culturali e politiche che l’ultraliberismo dissemina nei confronti proprio di chi si batte per un diverso sistema di vita individuale e collettiva. Tra queste, Žižek annovera il ‘buonismo’ che la trasforma in una «innocua sinistra del capitale, in inoffensiva sinistra borghese perfettamente funzionale alla riproduzione dei meccanismi del capitalismo globale che in teoria dice di voler combattere» (ricordato da G. Giaccio a p. 28). Sono tesi molto simili a quelle di Cornelius Castoriadis, Jean-Claude Michéa, Michel Onfray.
Esiste dunque una sinistra capace ancora di pensare e non soltanto di commuoversi.

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