Skip to content


Letteratura e Tempo sulle Madonie

Dal 10 al 12 luglio 2020 parteciperò a Una montagna di…filosofia – Festival delle pratiche filosofiche, che si terrà a Polizzi Generosa, sulle Madonie, uno degli splendidi luoghi dell’Isola.
Sabato 11.7 alle 9,30 in Piazza Gramsci parlerò di Filosofia e Letteratura; il giorno dopo alle 10,30 in Piazza Borgese affronteremo l’Enigma del tempo.
Molti altri sono gli argomenti sui quali ci confronteremo con colleghi e amici di tutta Italia.
Qui si può leggere il programma completo dell’evento (e le modalità di partecipazione), organizzato dalla Fondazione G.A. Borgese in collaborazione con la Casa dell’equità e della bellezza di Palermo. Non mancheranno, naturalmente, momenti di convivialità, eventi musicali e passeggiate.

Sloterdijk / Gnosi

Recensione a:
Peter Sloterdijk
NEGARE IL MONDO?
Sullo spirito dell’India e la gnosi occidentale
InSchibboleth, 2019
pagine 126
in Diorama Letterario – numero 356 – Luglio/Agosto 2020
pagine 24-25

Le metafisiche gnostiche, induiste e buddhiste partono tutte dalla medesima constatazione, da una pura fenomenologia dell’esserci: «Il mondo fa male: ci devono essere dei motivi. Se si conoscono questi motivi, si può far tornare tutto al suo posto».
La metafisica è una presa d’atto, una consapevolezza, una terapia. Presa d’atto della condizione nella quale non soltanto l’umano ma ogni vivente si trova; la consapevolezza delle ragioni per cui ci si trova in tale condizione; una terapia per uscirne, sempre nei limiti dati dall’essere temporale dei viventi. Tutto questo si può riassumere in un’espressione efficace come «ermeneutica dell’esser-capitati», vale a dire nella pratica teorica di una indagine sull’esserci come frutto immediato di volontà cieche -lo sperma, l’ovulo, il desiderio, la ripetizione, il consueto, il caso– e come risultato mediato di strutture fondamentali -la materia, il divenire, la finitudine, il tempo.

Giuseppe Savoca su Tempo e materia

Giuseppe Savoca: recensione a Tempo e materia. Una metafisica
in La Sicilia, 26 giugno 2020
pagina 18

Giuseppe Savoca è professore emerito di Letteratura italiana contemporanea nell’Università di Catania.
Ebbi la fortuna di seguire da studente le sue lezioni, che mi coinvolsero sino a biennalizzare la disciplina da lui insegnata, che vuol dire dare due esami distinti in due diversi anni di corso. Al Prof. Savoca devo anche lo stimolo a leggere Proust, cosa che ho iniziato a fare a 20 anni e non ho più interrotto.
Ricevere ora da lui un testo così bello è segno della fedeltà della vita, della sua luce, nonostante «la visione tragica di fondo» che intesse il mio esistere e che Savoca ha saputo cogliere profondamente. La sua rigorosa e interrogante recensione non soltanto dà conto in modo chiaro e oggettivo di ciò che il libro cerca di dire ma entra anche in un dialogo critico e fecondo con esso. La risposta all’ultima domanda che pone è che se «la materia in quanto tale è eterna» il modo in cui gli umani possiamo esperirla si pone sempre al confine del Nulla.
Come il professore ha ancora una volta perfettamente compreso, queste sono domande che ci accompagneranno sempre e dalle quali si genera la potenza della parola, che sia quella filosofica o quella poetica. Meditando su Ungaretti, del quale Savoca è uno dei più profondi conoscitori e dei più fini interpreti, l’autore ha colto con chiarezza la «profondità e abissalità tra nulla e infinito» del poeta. Anche la metafisica è un modo di porsi su questo liminare tragico e insieme luminoso.
A Giuseppe Savoca la mia gratitudine di allievo, collega e amico.

Metafisiche contemporanee

Metafisiche contemporanee
in Vita pensata, numero 22, maggio 2020
pagine 5-11

La metafisica è sempre stata un tentativo di pensare il mondo nella varietà, complessità ed enigmaticità delle sue strutture. Anche per questo essa ha mantenuto un carattere plurale, che ha generato a sua volta la molteplicità delle filosofie. Sia nella esplicita e reciproca continuità sia nel tentativo di differenziarsi l’una dall’altra, metafisica e filosofia sono state in Occidente inseparabili. La tesi aristotelica per la quale «τὸ δὲ ὂν λέγεται μὲν πολλαχῶς» ‘l’ente si dice in molti modi’ (Metaph., IV 2, 1003 a 33) si adatta perfettamente alla metafisica, che si dice anch’essa in molti modi a partire dal suo inizio e sin dentro la contemporaneità ermeneutica, fenomenologica e analitica.
La metafisica è da intendere non come fondazione/fondamento ma come comprensione dell’ininterrotto eventuarsi in cui mondo, materia e umanità consistono. Metafisica non come soggettivismo/idealismo ma come schiusura, apertura e compenetrazione del mondo umano dentro il mondo spaziotemporale che lo rende ogni volta e di nuovo possibile.
Mετά può dunque significare – e significa – non la ricerca di un fondamento assoluto o una duplicazione dell’esistente ma un andare oltre la parzialità della materia che pensa; significa l’apertura di tale materiacoscienza a sciogliersi nella materia tutta. 

Il saggio è diviso nei seguenti paragrafi:

  • Introduzione: la filosofia è una scienza?
  • Metafisiche analitiche
  • Metafisiche plurali
  • Metafisiche necessarie
  • Metafisiche perenni

«Che l’uomo non sia carnivoro per natura»

Plutarco
Del mangiare carne
Trattati sugli animali
(Plutarchi Moralia selecta: De esu carnium; Bruta animalia ragione uti; De sollertia animalium)
Introduzione di Dario Del Corno
Traduzione e note di Donatella Magini
Adelphi, 2001
Pagine 296

Una delle ipotesi più accreditate sulle origini del Coronavirus è che si sia sviluppato nei mercati di carne animale, viva e morta. Può dunque essere utile leggere quanto un antico saggio ha argomentato contro la pratica umana di mangiare la carne di altri animali.
Il volume – ben tradotto e arricchito da due feconde introduzioni e da un imponente apparato di note – raccoglie infatti tre testi di Plutarco (47-127) dedicati all’animalità: De esu carnium; Bruta animalia ragione uti; De sollertia animalium, vale a dire Del mangiare carne, Gli animali usano la ragione, L’intelligenza degli animali di terra e di mare (questo il vero argomento, al di là del modo in cui viene intitolato in latino il terzo testo). 

Molto più che trattati di zoologia antica, molto più che una godibilissima antologia di centinaia di affascinanti leggende greche e romane sul mondo animale, le pagine di Plutarco mostrano alcune delle ragioni per le quali i due immediati successori di Aristotele alla guida del Peripato – Teofrasto e Stratone di Lampsaco – si allontanarono dalla scala naturae del Maestro, sostenendo invece la presenza di una ψυχή, della mente, in tutti gli animali.
Il paradigma proposto da Teofrasto, Stratone, Plutarco è opposto a quello biblico ben testimoniato dalle parole che Yahweh (הְוֶה) rivolge a Noè all’uscita dall’arca: «Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere. Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo» (Genesi, 9, 2–3; trad. La Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane 1988, p. 50).

Il paradigma di questi Greci si può invece riassumere in alcuni punti tanto chiari quanto fondamentali per comprendere le dinamiche dell’οἶκος, della comune abitazione dei viventi:
-tutti gli animali, qualunque sia la loro specie, sono dotati di percezione, ragionamento, comprensione della complessità degli ambienti nei quali vivono. A volte alcuni di essi impazziscono e non si può impazzire se non si possiede la ragione. Essi tutti sono in grado di comprendere i pericoli e di perseguire i vantaggi, in caso contrario semplicemente non esisterebbero; rispetto agli umani, sono anche dotati di un maggiore equilibrio nei comportamenti quotidiani, tanto è vero – afferma Grillo nel Bruta animalia ragione uti – che «le bestie, invece, hanno un animo totalmente inaccessibile e impenetrabile alle passioni di provenienza esterna, e vivono tenendosi lontano da vane illusioni» (cap. 6, 989 C, p. 91). Una superiorità etica alla quale si ispirò Machiavelli per il suo splendido e incompiuto poema L’Asino;
-tra le passioni che li muovono, gli umani nutrono una ferocia smodata, una costante aggressività, un eccesso persino sadico, dal quale le specie carnivore sono invece libere. Se infatti «per loro [serpenti, pantere, leoni] il sangue è un cibo vitale, invece per voi è semplicemente una delizia del gusto» (De esu carnium, 2, 994 B; 58), sino al punto che «per un minuscolo pezzo di carne priviamo un essere vivente della luce del sole e del corso dell’esistenza, per cui esso è nato ed è stato generato» (Ivi, 3, 994 E ; 59-60);
-la struttura anatomo-fisiologica di Homo sapiens è la più evidente prova della sua natura frugivora e non carnivora: «Che l’uomo non sia carnivoro per natura, è provato in primo luogo dalla sua struttura fisica. Il corpo umano infatti non ha affinità con alcuna creatura formata per mangiare la carne: non possiede becco ricurvo, né artigli affilati, né denti aguzzi, né viscere resistenti e umori caldi in grado di digerire e assimilare un pesante pasto a base di carne. Invece, proprio per la levigatezza dei denti, per le dimensioni ridotte della bocca, per la lingua molle e per la debolezza degli umori destinati alla digestione, la natura esclude la nostra disposizione a mangiare la carne. Se però sei convinto di essere naturalmente predisposto a tale alimentazione, prova anzitutto a uccidere tu stesso l’animale che vuoi mangiare. Ma ammazzalo tu in persona, con le tue mani, senza ricorrere a un coltello, a un bastone o a una scure» (Ivi, 3, 994 F -995 A; 60-61);
-l’abitudine al sangue e alla violenza inflitta ad altri animali si trasforma inevitabilmente in crudeltà verso i propri conspecifici, verso gli umani. Lo hanno ribadito, tra gli altri, filosofi come Kant, Schopenhauer, Horkheimer, Adorno, Marcuse e lo afferma con chiarezza anche Plutarco: «Queste pratiche insegnano […] a considerare il sangue, la morte di esseri umani, le ferite e i combattimenti il più raffinato degli spettacoli» (Ivi, 2, 997 C, 67); «Una volta che ebbero così gradualmente temprato la propria insaziabilità, gli uomini si volsero alle stragi dei loro simili, ai delitti e alle guerre» (Ivi, 4, 998 C; 70); «La caccia sia responsabile del diffondersi fra gli uomini dell’insensibilità e della ferocia» poiché essa corrobora «la componente sanguinaria e ferina, che è insita in loro [gli umani] per natura, e la resero inflessibile alla pietà […] Infatti l’abitudine è straordinariamente efficace nel far progredire l’uomo con il graduale insinuarsi degli affetti» (De sollertia animalium, 2, 959 D-F, 106-107);
-nutrirsi della carne di altri animali è, di fatto, un nutrirsi di cadaveri. Plutarco è su questo punto del tutto chiaro: «Io mi domando con stupore in quale circostanza e con quale disposizione spirituale l’uomo toccò per la prima volta con la bocca il sangue e sfiorò con le labbra la carne di un animale morto; e imbandendo mense di corpi morti e corrotti, diede altresì il nome di manicaretti e di delicatezze a quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano. […] Come mai quella lordura non stornò il senso del gusto, che veniva a contatto con le piaghe di altre creature e che sorbiva umori e sieri essudati da ferite mortali?» (De esu carnium, 1, 993 B; p. 55).

L’ultimo trattato è il più lieve e curioso. In esso infatti due interlocutori, Aristotimo e Fedimo, difendono con convinzione rispettivamente l’intelligenza profonda degli animali di terra e di aria e quella degli animali marini. Una lode che arriva sino all’ammirazione e al sacro. Una lode così convinta che Soclaro, che li ha ascoltati, conclude che «collegando i vostri discorsi contrapposti, entrambi lotterete insieme validamente contro chi priva gli animali di ragione e di intelligenza» (De sollertia animalium, 37, 985 C, 188). Emerge in questo modo evidente la contraddizione logica e retorica che intride tutto il dialogo e che consiste nel fatto che gli animali così efficacemente descritti, dei quali si dimostra la sensibilità, l’intelligenza, la nobiltà dei comportamenti, vengano lodati da coloro che però difendono poi la caccia che a loro viene data, la morte che a loro viene inferta.
Credo si tratti di un effetto voluto da Plutarco, il quale – per bocca di Fedimo – riconosce l’universalità della lotta, della violenza e della morte che intridono il mondo dei viventi, di tutti gli animali: «E la natura ha creato per loro tale ciclo e tale avvicendarsi di reciproci inseguimenti e fughe come esercizio e pratica di competizione per l’abilità e l’intelligenza» (Ivi, 27, 979 A, 168). E però l’intelligenza è capace di allontanarci, per le ragioni da Plutarco ben argomentate, da una pratica tanto insensata quanto feroce come il mangiar carne.

Chomsky

Is the Man who is Tall Happy? An Animated Conversation With Noam Chomsky
di Michel Gondry
Francia 2013
Con: Noam Chomsky, Michel Gondry
Trailer del film

La bella e profonda voce di Noam Chomsky, probabilmente il maggior filosofo vivente, dispiega concetti che la matita di Michel Gondry anima rendendoli ancora più trasparenti. Rispondendo alle domande del regista, Chomsky parla delle proprie infanzia, formazione, cultura, famiglia. Accenna all’impegno politico – il filosofo è un anarchico – e fa emergere la saggezza alla quale ogni mente sensata perviene: «Polvere siamo e ritorneremo e la vita non ha senso alcuno. Ma gli esseri umani hanno bisogno di credere che non sia così».
Soprattutto, Chomsky spiega in modo semplice la sua ipotesi di Grammatica Generativa, vale a dire l’infinità semantica della mente umana che permette di combinare pochi segni – lettere, fonemi, parole – in modi potenzialmente illimitati in tutte le lingue conosciute. Una struttura che il filosofo ritiene dunque e giustamente innata, contro le ipotesi comportamentistiche e cognitivistiche della tabula rasa. È quanto in un suo testo Chomsky esprime in questo modo: «Grammatiche generative che “fanno un uso infinito di mezzi finiti” e che esprimono la ‘forma organica’ del linguaggio umano, “questa meravigliosa invenzione – secondo le parole della Grammaire di Port-Royal – di comporre con venticinque o trenta suoni questa infinita varietà di parole, che, pur non avendo in se stesse niente di simile a ciò che accade nel nostro spirito, tuttavia non mancano di svelarne agli altri ogni segreto e di far capire a quelli che non possono penetrarlo tutto ciò che concepiamo e tutti i diversi moti della nostra anima”» (Il linguaggio e la mente [Language and Mind. Third Edition], trad. di A. De Palma, Bollati Boringhieri 2010, p. 50).
La persona che ha la padronanza di una lingua, infatti, è capace non soltanto di comprendere ogni nuova combinazione di lettere, sillabe e termini ma anche di generarne a sua volta un numero indefinito. E questo accade nonostante non si dia alcun legame prefissato e rigido tra i suoni delle parole e il loro significato. Non si tratta infatti semplicemente di associare dei suoni a dei significati, di possedere una corretta competence sintattico-semantica; la performance di una lingua nei parlanti comporta la relazione costante con l’intero mondo nel quale colui che parla è immerso.
Ho apprezzato molto la pacatezza e la forza con le quali vengono enunciate e argomentate altre tesi assai importanti come il rifiuto di ogni riduzionismo – «Il mondo fisico è solo una componente tra gli altri» – e la conseguente spiegazione del rompicapo platonico della ‘nave di Teseo’ (Fedone 58A), questione che mostra come il mondo non sia fatto soltanto di elementi materici (i dati) ma di elementi materici più il significato che il linguaggio umano loro attribuisce (la semantica). In gergo tecnico: gli enti sono senso e non soltanto riferimento, connotazione e non solo denotazione. La «continuità cognitiva» della quale parla Chomsky nel film è ciò che in Temporalità e Differenza ho cercato di riassumere in questo modo: «Navi, carri, mattoncini sono entità temporali, sono quark, atomi, molecole, macrostrutture in continuo dinamismo, sono entità/eventi ai quali è l’osservatore a conferire un’identità sempre provvisoria, cangiante e insieme perdurante; temporale, quindi» (§ 3, p. 13).
Le animazioni di Gondry, apparentemente infantili ma assai raffinate, costruiscono un film teoretico, drammatico e divertente.

Gentile

Giovanni Gentile
in Vita pensata, numero 22, maggio 2020
pagine 70-79

Le parole di modestia che Giovanni Gentile formula nella prefazione del 1920 al suo capolavoro non costituiscono un’affermazione di circostanza ma sono già parte coerente del sistema: «Ogni libro è via, e non mèta; vuol essere vita, non morte. E finché si vive, convien continuare a pensare» (Teoria generale dello spirito come atto puro, p. 75). L’attualismo è anche e specialmente questo già e non ancora, è una tensione verso un assoluto fuori dal tempo e fondante il reale che però si dispiega tutto nell’atto temporale del suo farsi. È, questa, una delle più feconde contraddizioni non di Gentile soltanto ma dell’intera storia della metafisica. Perché non è una semplice contraddizione ma costituisce il tentativo di intendere, cogliere e spiegare l’unità molteplice del mondo, la differente identità del reale
In questo saggio ho tentato una sintesi di una filosofia complessa, molto lontana dalle mie prospettive e dunque feconda del confronto. Gentile rappresenta il culmine di ogni possibile idealismo e anche per questo lo capovolge in un immanentismo radicale. Ben se ne accorse la Chiesa cattolica che inserì le sue opere nell’Indice dei libri proibiti.
Nel testo non si trova nessun riferimento alla pedagogia gentiliana, che merita un’analisi a parte, fondata com’è sulla struttura socratica del fatto educativo, il quale non è frutto né del maestro né dell’allievo ma della loro relazione.
Il saggio è diviso nei seguenti paragrafi:

  • Un trionfo della soggettività?
  • Estetica, linguaggio, ermeneutica
  • Gnoseologia, fisica, antirealismo
  • Filosofia pratica
  • Ontologia e logica
  • Gentile antimetafisico
  • Essere e verità
  • Immanentismo
  • Divenire e processo
Vai alla barra degli strumenti