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Al termine della notte

Al termine della notte

Viaggio al termine della notte
di Louis-Ferdinand Céline
(1932)
(Voyage au bout de la nuit, Gallimard, 1952)
Traduzione e note di Ernesto Ferrero
Corbaccio, 1995
Pagine 575

voyageIl silenzio. Questo solo rimane dopo l’immersione in questo libro senza pari. Come Proust desiderava per la sua Recherche, dobbiamo dire anche a Céline: ‘Sì, la vita è veramente così. Le cose accadono come tu le hai descritte’.
Non la notte che ci avvolge, non il buio che percorriamo ma la notte che siamo. Questo, nulla di meno, Céline ha tentato di descrivere. Il nostro corpo, magnifico e disgustoso, desiderato e repellente. La menzogna di chi parla dell’avvenire e in suo nome intende redimere -sacrificandolo- il presente. La guerra con la sua «imbecillità infernale» (pag. 20). L’inganno delle maggioranze. La pericolosa ma inavvertita potenza delle parole che devastano i sentimenti e creano mondi; la terribilità ancora più grande di quello che non è stato ancora detto. Il commercio, «questo cancro del mondo, sfolgorante nelle réclames ammiccanti e pustolose» (230). La truffa della vivisezione, la gratuita crudeltà verso le bestie. Il tempo che non basta se non per pensare a se stessi. Il tentativo reciproco, continuo e infaticabile di fregarci a ogni istante, l’istinto assassino della gente, la sua «impotenza speculativa» che la obbliga «a odiare senza alcuna chiarezza» (421), tanto che «fidarsi degli uomini è già farsi uccidere un po’» (200). La potenza, di contro, della solitudine, di una forte vita interiore capace di bastare a se stessa. L’invincibile muraglia del destino, ai cui piedi si ricade «ogni sera, sotto l’angoscia dell’indomani, sempre più precario, più sordido» (225). Il destino che ci rende «tutti aggrappati come palle di bigliardo vacillanti sull’orlo della buca» (385). La finzione della morale, quest’immensa fatica«per non essere semplicemente, profondamente se stessi, cioè immondi, atroci, assurdi» (459). Il bisogno, l’istinto, di godere ed essere felici e l’impossibilità quindi di un vero, integrale, dolore. L’impulso a vomitare la terra intera, questo «spaventoso universo proprio orribile…» (549). La pena, quindi, che non ci lascia mai, che non si può mollare in qualche angolo di strada e che «forse è ancora meglio finire per amarla un po’ invece di dannarsi a picchiarla tutta la vita» (383). Una vita che somiglia a «una classe in cui la noia è il professore» (391). L’amore che ci manca, quello per la vita degli altri. Lo studio, l’istruzione che fa l’orgoglio di un uomo e attraverso la quale «bisogna proprio passare per entrare nel cuore della vita. Prima, ci si gira soltanto intorno» (269), tanto che non basta essere ostinati e carogne se non si aggiunge la cognizione, la quale soltanto consente di andare più lontano degli altri. Lontano fino a scorgere «sùbito in qualsiasi individuo la sua realtà di grosso verme ingordo» (372), fino a comprendere la radicale malvagità degli uomini, la loro «sporca anima eroica e fannullona» (21), capire «fino a qual punto gli uomini sono carogne» (33), gli uomini, queste bestie verticali (159).
«A ciascuno il suo terrore» (62). Qualunque cosa accada, è da soli che si muore perché la morte è inseparabile dal nostro essere, è l’altro nome dell’individualità, è la prima sostanza e l’ultimo apprendimento: «La verità è un’agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte» [cfr. Canetti: Massa e potere] (225). Una volta che si è nati, la cosa migliore è uscire da questa «notte smisuratamente ostile e silenziosa» (361), dopo essere stati «una scheggia di luce» (376).
Tutto questo e molto altro è il Voyage. Una narrazione che va da Parigi al Congo, dal fronte franco-germanico a Detroit, «dalla vita alla morte». Spinta da una inesausta «voglia di saperne sempre di più» (263), intessuta e materiata di un linguaggio senza modelli, insieme gergale ed elegante, immediato e artificioso, sensuale e plebeo senza mai essere volgare. Nello specchio deformante e quindi fedele di questo libro mi sono guardato e mi sono  riconosciuto. «Non avevo una grande idea dell’uomo io» (545).

4 commenti

  • Pasquale D'Ascola

    aprile 23, 2016

    Caro Alberto, lessi il Voyage, non ricordo più quando, da giovane mi pare, ammesso che il termine sia stato mai compatibile con me medesimo. In italiano. Più di recente in francese. E incontrare la tua passione nel riferirne, appiccica una gran voglia di tornarvi. Sapere che qualcuno che apprezzi, apprezza qualcosa che apprezzi fa sentire meglio. Per il resto Céline; non so se l’ho pensato io o qualcuno che mi pensa scrisse che Céline si immerse volontario nell’orrore. Senza essere un Cristo, abbracciò senza assolverli i poveri cristi ma in un divampante anelito al sacrificio. Nessuno ha capito, tra i suoi detrattori che se avesse aderito, da carogna come altri mediocri fecero meritando il diritto di essere cancellati dalla lista dei viventi *, alle perversioni del XX secolo ( e a quel punto una per tutte di tutte una, scelse con ogni probabilità la peggiore, le più peggiore, ovvero la più esteticamente ed antit-eticamente perfezionata e tale da essere abbracciabile ma per farne il proprio cammino penitenziale) avrebbe potuto giovarsene, per esercitare per un po’ il diritto a fare la carogna. Lui no, si immolò sull’altare della visione devastata del mondo dalla quale non volle astenersi, per dirla con lui, da fighetta piangina e ben prima della guerra, ben prima di tutto. Cèline è l’antipaolo, benché alla stregua di colui colpito da una rivelazione dalla quale però il nostro restò tanto fulminato da farla sua. Insomma della propria sedia elettrica fece l’altare e la croce sopra la quale far risuonare la propria pelle di tamburo. Il suo canto. In ligno enim caro extenditur ut tympanum fiat: et ex cruce discunt suavem sonum gratiae confiteri. (Agostino di Ippona Sermo CCCLXIII). Avvenne che l’autore coincidesse e si trasfigurasse con la prorpria opera. Il proprio timpano. Parafrasando Totò (I due Marescialli: Veda maresciallo per un ladro morire da carabbiniere è una grande soddisfazione), potremmo dire che per un ateo fu una grande soddisfazione. Un abbraccio P.

    * ma nessuno osò toccarlo, tutto sommato; nessuno avrebbe davvero mai avuto il fegato di toccare Caino, specie un Caino volontario, eroico e santo. E scrittore.

    • agbiuso

      aprile 23, 2016

      Caro Pasquale, tra tutto ciò che ho letto su Céline mai ho trovato un’ intuizione così profonda della sua persona sacra e della sua scrittura soteriologica. Sì, quest’uomo è stato Caino e Cristo insieme. La sua vita lo dimostra, la sua opera ne risplende.

  • Dario Generali

    aprile 17, 2016

    Caro Alberto,

    come ci siamo già detti molte volte, è evidente che la morte sia la prospettiva in cui si svolge la nostra vita e il suo inevitabile orizzonte.
    Le riflessioni più lucide, a partire dall’antichità classica sino ai nostri giorni, hanno sempre evidenziato con chiarezza la tragicità esistenziale della nostra vita.
    Attimo o scheggia che dir si voglia, la vita è però anche luce. Una luce legata al tempo minimo della nostra esistenza, ma una luce che la saggezza greca ha sempre saputo valorizzare sino in fondo. Sono le escatologie religiose e non che spostano la luce altrove, al di là della nostra vita reale, unica dimensione che ci è realmente concesso di vivere in modo pieno e completo, nel tempo in cui la nostra esistenza si svolge. Pensare alla vita, pur avendo perfettamente presente il destino tragico dell’esistenza, è stata la grandezza della classicità, ma anche delle filosofie contemporanee che meglio hanno saputo liberarsi dall’inganno delle religioni.
    L’uomo è certamente “verme ingordo”, in competizione evolutiva con le altre specie e impegnato nella lotta per la sopravvivenza con i suoi simili, ma anche straordinario interprete del proprio destino, in grado di comprendere la propria genesi e la propria natura, in grado di riflessione razionale e di senso estetico,capace dell'”intelligere” spinoziano, lucida, razionale e non alterata comprensione della nostra natura e del nostro destino.
    Un caro saluto.
    Dario

  • Illumination

    aprile 17, 2016

    Caro Alberto, se comprendere ci serve a capire fino in fondo ciò che l uomo è…”verme ingordo , carogna, atroce assurdo immondo”… a che serve “entrare nel cuore della vita”?
    Tanto meglio attraversare questa vita già soli incoscienti liberi.
    Liberi di essere ciò che solo naturalmente sentiamo.
    Può essere che non sentiremo tanta sofferenza e usciremo dal buio così come vi siamo entrati…inconsapevoli!
    Forse è una paura indicibile per tutto ciò che hai scritto e che comunque intimamente sento!  Non sono mai riuscita a completare di leggere questo libro che staziona nella mia libreria da diversi anni…lettura incompiuta come la mia vita, come la vita dell’uomo che, comunque sia , finisce.

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