Georg W.F. Hegel
Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio
(Enzyclopädie der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse, 1817-1830)
Traduzione, prefazione e note di Benedetto Croce
Prefazioni di Hegel tradotte da Angelica Nuzzo
Introduzione di Claudio Cesa
Mondadori, 2008
Pagine CVII-651
[Data l’ampiezza un poco inconsueta del testo che segue, ne metto a disposizione una versione in pdf]
Al di là dell’astrazione illuministica e intellettualistica che vorrebbe imporre alla realtà i pensamenti e i desideri degli umani.
Al di là del moralismo «che tiene i sogni delle sue astrazioni per alcunché di verace, ed è tanto gonfio del suo dover essere, che anche nel campo politico va predicando assai volentieri; quasi che il mondo aspettasse quei dettami per apprendere come deve essere ma non è» (§ 6, pp. 10-11).
Al di là del sentimentalismo che «si adopra a indagare le particolarità, passioni e debolezze degli altri uomini, le cosiddette pieghe del cuore umano» (§ 377, p. 371) e che mostra tutta la sua micidiale forza di incomprensione, equivoco e miseria nel discorso pubblico – i Social Network ad esempio – che fa costantemente appello alle esperienze di vita, ai casi concreti, al sapere che cosa si prova (al ‘vieni in un ospedale se vuoi capire il covid’), psicologismo sentimentalistico che merita parole assai chiare come queste:
Quando un uomo, discutendo di una cosa, non si appella alla natura e al concetto della cosa, o almeno a ragioni, all’universalità dell’intelletto, ma al suo sentimento, non c’è altro da fare che lasciarlo stare; perché egli per tal modo si rifiuta di accettare la comunanza della ragione, e si richiude nella sua oggettività isolata, nella sua particolarità (§ 447, p. 439).
Al di là della presunzione che si lega alla parola filosofia, che molti pensano di poter praticare soltanto perché sono dotati di un encefalo e vivono le loro esperienze; che vuol dire presunzione di fare filosofia senza averla mai studiata:
A questa scienza tocca spesso lo spregio che anche coloro che non si sono affaticati in essa, s’immaginano e dicono di comprendere naturalmente di che cosa tratti, e d’esser capaci, col solo fondamento di un’ordinaria coltura e in particolare dei sentimenti religiosi, di filosofare e giudicar di filosofia. Si ammette che le altre scienze occorra averle studiate per conoscerle, e che solo in forza di siffatta conoscenza si sia facoltati ad avere un giudizio in proposito. Si ammette che, per fare una scarpa, bisogna avere appreso ed esercitato il mestiere del calzolaio, quantunque ciascuno abbia la misura della scarpa nel proprio piede, e abbia le mani e con esse la naturale abilità per la predetta faccenda. Solo per filosofare non sarebbero richiesti né studio, né apprendimento, né fatica (§ 5, p. 8).
A queste piccole e grandi miserie, ai tanti equivoci, ai pregiudizi e all’incomprensione, alla superficialità e alla banalità, Hegel oppone la filosofia intesa come «la considerazione pensante degli oggetti» (§ 2, p. 4); la filosofia come storia del proprio inverarsi e divenire, la filosofia come storia della filosofia ma anche e soprattutto la filosofia come sistema poiché «un contenuto ha la sua giustificazione solo nel momento del tutto, e fuori di questo è un presupposto infondato o una certezza meramente soggettiva; molti scritti filosofici si restringono in tal modo ad esprimere soltanto pareri e opinioni» (§ 14, pp. 22-23).
Con questo approccio sistematico e oggettivo, Hegel coglie alcuni elementi fondamentali e fondanti dell’umano e del tempo. Dell’umano come vita animale coglie il «sentimento d’insicurezza, di angoscia, d’infelicità» (§ 368, p. 362), l’essere l’individuo un epifenomeno della specie che ne fa uno strumento della propria sopravvivenza, riproduzione, moltiplicazione, la sua destinazione mortale: «Il genere si mantiene solo mediante la rovina degli individui; i quali nel processo dell’accoppiamento adempiono alla loro destinazione e, in quanto non ne hanno un’altra più elevata, vanno così incontro alla morte» (§ 370, p. 363), morire che è la vera attività dell’individuo, il significato della parte, il destino del singolo, le cui passioni effimere non vanno giudicate, condannate, respinte ma ancora una volta comprese, poiché «la passione non è né buona né cattiva: questa forma esprime soltanto che un soggetto ha posto in un unico contenuto tutto l’interesse vivente del suo spirito, dell’impegno, del carattere, del godimento. Niente di grande è stato compiuto, né può esser compiuto, senza passione. È soltanto una moralità morta, e troppo spesso ipocrita, quella che inveisce contro la forma della passione in quanto tale» (§ 474, p. 468).
La comprensione della natura parziale dei singoli, degli enti, degli eventi, permette a Hegel di dar conto del tempo come sinonimo della stessa realtà e come sinonimo del nulla nel quale la realtà costantemente si riversa. Non è nel tempo che tutto nasce, muore, accade ma «il tempo stesso è questo divenire, nascere e morire; è l’astrarre che insieme è; è Kronos, produttore di tutto e divoratore dei suoi prodotti. – Il reale è diverso dal tempo, ma gli è altresì essenzialmente identico» (§ 258, p. 234) in quanto la struttura finita e diveniente delle cose rende ogni elemento finito – e ogni cosa è finita – del tutto «passeggiero e temporale», come si vede dal fatto che il finito si comporta di fronte alla negatività come «alla potenza che lo domina [zu seiner Macht]» (Ibidem). Il tempo è l’incontro tra la realtà e il nulla, dove l’una non sarebbe possibile senza l’altra. Un convergere che chiamiamo divenire:
Le dimensioni del tempo, il presente, il futuro e il passato, sono il divenire come tale dell’esteriorità, e la risoluzione di quel divenire nelle differenze dell’essere, da un lato, che è trapasso in nulla, e del nulla, dall’altro, ch’è trapasso in essere. Lo sparire immediato di queste differenze nella individualità è il presente, come ora [questo istante, als Jetzt], il quale ora, essendo, come l’individualità, insieme esclusivo e affatto continuo negli altri momenti, non è altro che questo trapasso del suo essere in niente e del niente nel suo essere (§ 259, 235).
Il presente è l’istante che non è pronto a dileguare nel nulla ma che consiste proprio in tale dileguare. L’insieme dei dileguanti nello spaziotempo è l’assoluto e da ciò segue «la seconda definizione dell’assoluto: che esso è il niente» (§ 87, p. 102), il quale è quindi l’altro nome dell’essere. La verità dell’essere e del niente nella loro unità è appunto il divenire, che «è la vera espressione del risultato di essere e niente come l’unità di essi: e non è soltanto l’unità dell’essere e del niente, ma è l’irrequietezza in sé» (§ 88, p. 107).
Questi contenuti ed esiti teoretici costituiscono il nucleo sempre fecondo della metafisica hegeliana, che però li coniuga a qualcosa che nella sua essenza è l’opposto di una comprensione oggettiva della finitudine della parte nella perfezione dell’intero. Tale opposto consiste nell’essere quella hegeliana anche una filosofia radicalmente religiosa, cristiana e dunque antropocentrica.
In una delle Prefazioni, quella alla seconda edizione del 1827, Hegel scrive con chiarezza che «la religione può sì sussistere senza la filosofia, ma la filosofia non può sussistere senza la religione, ché anzi la include in sé» (p. XCIII), una tesi che attraversa tutta l’Enzyclopädie sino alla fine, sino alla identificazione di eticità, religione e Stato (§ 552). Questa religione è una ben precisa religione, è il cristianesimo nella sua forma luterana. Una fede che si presenta come razionale, che crede nella teleologia della storia, nella storia come Provvidenza, «in fondo» alla quale sta «uno scopo finale in sé e per sé, (§ 549, p. 520) e che in questo fine accomuna «il principio della coscienza religiosa e della coscienza etica» in «una e medesima cosa nella coscienza protestante» (§ 552, p. 536).
Data la natura radicalmente antropocentrica del cristianesimo, una filosofia apologetica di tale religione non può che cadere in una forma di antropocentrismo assoluto, come quello che innerva questa pagina:
Allorché gli individui e i popoli hanno accolto una volta nella loro mente il concetto astratto della libertà per sé stante, nient’altro ha una forza così indomabile; appunto perché la libertà è l’essenza propria dello spirito, e cioè la realtà stessa. Intere parti del mondo, l’Africa e l’Oriente, non hanno mai avuto questa idea, e non l’hanno ancora: i Greci e i Romani, Platone e Aristotele, ed anche gli stoici non l’hanno avuta: essi sapevano, per contrario, soltanto che l’uomo è realmente libero mercé la nascita (come cittadino ateniese, spartano ecc.) o mercé la forza del carattere e la coltura, mercé la filosofia (lo schiavo, anche come schiavo e in catene, è libero). Quest’idea è venuta nel mondo per opera del cristianesimo; pel quale l’individuo come tale ha valore infinito, ed essendo oggetto e scopo dell’amore di Dio, è destinato ad avere relazione assoluta con Dio come spirito, e far che questo spirito dimori in lui, cioè l’uomo è in sé destinato alla somma libertà (§ 482 , pp. 473-474).
La sintesi e il culmine di un antropocentrismo che disprezza profondamente la materia, il cosmo, gli astri, la luce, è un’annotazione di filosofia della natura che si legge a conclusione del paragrafo 248: «E, anche quando l’accidentalità spirituale, l’arbitrio, giunge fino al male, perfino il male è qualcosa d’infinitamente più alto che non i moti regolari degli astri e l’innocenza delle piante; perché colui, che così erra, è pur sempre spirito» (p. 223).
Il paragrafo 392 ribadisce la patetica sensazione/convinzione di superiorità dell’umano sul cosmo, individuando nello spirito una separazione e differenza dalla materia cosmica, separazione che negli altri animali non si dà e che anche per questo li renderebbe inferiori: «La storia del genere umano non è in dipendenza dalle rivoluzioni nel sistema solare; né le vicende degli individui dalle posizioni dei pianeti. […] Con la libertà dello spirito che comprende sé stessa in modo più profondo, spariscono anche codeste poche e meschine disposizioni, che si fondano sul convivere dell’uomo con la natura. L’animale, invece, come la pianta, vi rimane sottoposto» (p. 384).
Una filosofia così radicalmente umanistica rappresenta un momento assai chiaro dello smarrimento dell’umano rispetto all’intero, della dimenticanza dell’ontologia, della incomprensione dell’essere, pensato come il più generico e vuoto dei concetti, «l’elemento immediato semplice e indeterminato» (§ 85, p. 101). Anche a proposito della prova ontologica dell’esistenza di Dio, Hegel ribadisce che «pel pensiero, nel riguardo del contenuto, non si può dar nulla di più povero che l’essere» (§ 51, p. 66).
E invece sta proprio nella centralità dell’essere rispetto agli enti, dell’intero rispetto alle sue parti, della materia cosmica rispetto alla materia cerebrale che elabora idee sul mondo, sta nella struttura del mondo la ragione che rende possibile la redenzione filosofica, il fatto che la filosofia sia «appunto quella dottrina, che libera l’uomo da un’infinita moltitudine di scopi e mire finite, e lo fa verso di esse indifferente, in modo che per lui è il medesimo che quelle cose sieno o non sieno» (§ 88, p. 104).
L’Enzyclopädie si chiude con una citazione aristotelica, dal libro λ della Metafisica (1072b). Se davvero il divino è ζωὴ ἀρίστη καὶ ἀΐδιος, vita perfetta ed eterna, è perché esso è diverso dall’umano e dai suoi limiti, che sono certamente anche limiti psicologici e somatici ma prima di tutto e fondamentalmente sono limiti ontologici.






Un sintetico ripasso di filosofia della storia e del diritto.
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UNA RIFLESSIONE SU DIRITTO INTERNAZIONALE E GIUSTIZIA
Andrea Zhok, 4.1.2026
Di fronte all’ennesima sfacciata violazione del diritto internazionale da parte degli USA nei confronti del Venezuela molti osservano, con qualche ragione, che il diritto internazionale non è realmente mai esistito.
Ci sono ottimi argomenti per dirlo, argomenti di principio, a partire dalle considerazioni risalenti a Hegel per cui tra stati sovrani non ci può essere tecnicamente un diritto vigente perché non esiste un organismo terzo capace di definire leggi e sanzioni efficaci per tutti gli stati.
L’ONU venne creato proprio per fornire questo organismo terzo, ma, come era prevedibile a priori, e come si è visto ampiamente nel corso del tempo, le “condanne dell’ONU” si concretizzano soltanto nei confronti di stati deboli, mentre i vertici della catena alimentare mondiale – Stati Uniti in testa – sfuggono per definizione a qualunque condanna e sentenza.
Se in un certo senso si può dunque dire che è vero che “il diritto internazionale non è mai esistito”, bisogna subito aggiungere che il diritto è sempre la componente formale della giustizia. E per quanto nel mondo moderno ci sia una tendenza pervasiva a considerare reali solo gli aspetti formali, in verità senza quella cosa impalpabile e informale che è il senso di giustizia nessun diritto, nazionale o internazionale che sia, può avere senso. Noi possiamo avere la Costituzione più bella del mondo, ma se abbiamo una Corte Costituzionale priva di senso di giustizia la Costituzione rimane un promemoria senza nessuna memoria.
Se valutiamo in termini di giustizia informale ci ritroviamo subito su un piano complesso, in cui frequentemente non si ha a che fare con tagli netti tra “giusto” e “sbagliato”, ma con proporzioni del giusto e dello sbagliato. Il fatto che questo tipo di valutazioni richieda senso critico e onestà intellettuale fa comunque sì che tali valutazioni siano alla portata sempre solo di esigue minoranze.
Una facilitazione per visualizzare il “più” o “meno” giusto è dato in questi casi dal confronto di casi con caratteristiche simili.
Prendiamo l’intervento di ieri delle forze armate statunitensi in Venezuela. Pur essendo un evento che è ancora in divenire, dal discorso pubblico di Trump di ieri sera possiamo evincere se non la realtà, almeno le intenzioni dell’evento bellico.
Trump, dopo aver ricordato le usuali ragioni farlocche per giustificare l’intervento (Maduro capo di un cartello di narcotrafficanti, il Venezuela che ospita “forze straniere ostili”, ecc.) ha ammesso con la brutale franchezza che lo contraddistingue che d’ora in poi gli USA saranno in controllo della produzione petrolifera, di quanto viene prodotto, come e a che prezzo. Ha anche aggiunto che saranno gli USA di fatto a governare il Venezuela (“We’re going to run the country until a safe, proper, and judicious transition can take place.”)
Se questo sia un wishful thinking o la realtà è troppo presto per dirlo, ma di sicuro queste sono le intenzioni dell’amministrazione americana.
Inoltre è stato ribadito con toni minacciosi rispetto alla Colombia e ad altri paesi dell’America Latina che quanto successo a Maduro può succedere a chiunque altro, se si mette di traverso (versione Trump della “dottrina Monroe”).
In breve, le ragioni addotte per giustificare l’intervento sono: 1) la sicurezza interna degli USA (militare e rispetto al narcotraffico); 2) il controllo sulle fonti petrolifere (il Venezuela da solo possiede il 20% dei giacimenti mondiali, il doppio dell’Arabia Saudita); 3) Una ripresa vigorosa della dottrina Monroe, dove l’America Latina è destinata ad essere l’area di sfruttamento coloniale o neocoloniale degli USA.
Ecco, ora facciamo un breve confronto con due casi che occupano da tempo il dibattito pubblico: il rapporto tra Russia e Ucraina (specificamente Donbass), e il rapporto tra Cina e Taiwan.
Quanto al rapporto tra Russia e Donbass siamo di fronte ad una violazione del diritto internazionale già avvenuta (l’aggressione militare di uno stato sovrano è innegabilmente tale; come per gli USA l’Irak, l’Iran, la Libia, il Venezuela, ecc. ecc.).
Sul piano informale la Russia ha invaso il Donbass (come prima la Crimea) appellandosi a ragioni di sicurezza interna (minacce alla base di Sebastopoli, previsto ingresso nella Nato) e a ragioni di tutela delle popolazioni russofone.
E’ abbastanza chiaro come in questo caso, diversamente dal Venezuela e da altri casi che hanno coinvolto gli USA, sia la “minaccia ai confini”, sia la “tutela della popolazione” sono ragioni credibili.
La minaccia Nato sarebbe stata davvero ai confini (anzi sul suo confine più vulnerabile, coinvolgendo l’accesso navale al Mediterraneo) e la popolazione russofona in Ucraina era davvero oppressa (dalla strage di Odessa in poi). Dunque, la Russia ha una parte di torti, avendo violato il diritto internazionale, ma ha ragioni informali che rendono questa violazione comprensibile. Quanto pesare ragioni e torti lo lasciamo da parte.
Per un confronto, il Venezuela non confina con gli USA (2200 km in linea d’aria), non stava per diventare parte di una “Nato dei Brics”, e non ha nessuna parentela storica o culturale con gli USA (in Venezuela si parla spagnolo, non inglese).
Prendiamo un caso al momento virtuale, ovvero il rapporto tra Cina e Taiwan. Se la Cina invadesse Taiwan sarebbe una violazione del diritto internazionale in un senso molto più limitato della Russia in Ucraina, giacché Taiwan non è uno stato pienamente riconosciuto a livello internazionale. Solo 12 stati minori riconoscono Taiwan come stato indipendente (Belize, Guatemala, Haiti, Isole Marshall, Palau, Paraguay, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, eSwatini, Tuvalu e Città del Vaticano). Di fatto giuridicamente Taiwan ha un’esistenza dubbia come stato autonomo, ma finché gli USA non hanno avviato una politica di trasferimento di armamenti nell’isola, la Cina non pareva troppo interessata a esacerbare i rapporti con quella che considera una sorta di provincia a statuto speciale. Ora, però, anche alla luce delle tendenze indipendentiste emerse nell’isola, la Cina è seriamente preoccupata perché l’area di mare circostante Taiwan è strategica per garantire la libertà dei traffici marittimi cinesi. Geograficamente le coste cinesi sono circondate a nord dal Giappone e a sud dalle Filippine, entrambi alleati degli americani. Il Giappone fornisce agli USA oltre 120 basi militari, di cui la maggiore è ad Okinawa, le Filippine una decina, di cui la maggiore è Palawan). Se Taiwan rientrasse nell’orbita USA, di fatto gli americani sarebbero in grado di effettuare un blocco navale integrale).
Dunque, ricapitolando, se domani la Cina invadesse Taiwan sarebbe una discutibile violazione del diritto internazionale, per quanto riprovevole come ogni esercizio unilaterale di violenza. Sul piano informale le ragioni cinesi di sicurezza sarebbero ben comprensibili, e d’altro canto a Taiwan è culturalmente cinese (vi si parla il mandarino).
Ecco, domani evitate di cascare come al solito dal pero, storditi dalla sorpresa.
Caro Alberto, ho letto con grande piacere questa pagina hegeliana da te “costruita” con ammirevole intelligenza e finezza interpretativa. Hai coordinato benissimo il testo della Enciclopedia con le istanze critiche da te via via proposte. Leggere Hegel non è mai facile. Ho sempre trattenuto nella mia memoria alcune righe di un testo di Maria Moneti, purtroppo mancata troppo presto, in cui ella raccontava del suo impegno per “imparare a leggere Hegel” e ringraziava i suoi maestri della Università di Firenze che l’avevano accompagnata alla conquista del controllo consapevole della pagina hegeliana. Il testo della Moneti a cui mi riferisco è: “Hegel e il mondo alla rovescia”. Devo riconoscere che tu hai saputo impostare un convincente percorso di avvicinamento critico alla “Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio”. E questo vale per la prima parte, in cui presenti -con efficacia e rimando puntuale al testo- alcuni principi fondamentali del sistema hegeliano. E vale anche per la seconda parte dove invece sottoponi ad una argomentata valutazione critica la curvatura antropocentrica che il cristianesimo, accolto da Hegel, impone al suo impianto filosofico.
Grazie, Michele. È vero: “Leggere Hegel non è mai facile” e se il mio testo aiuta a farlo ha ottenuto il suo scopo. Questi libri ripagano ampiamente l’impegno necessario a comprenderli e soprattutto contribuiscono ad affrancarci dalle banalità e dalle menzogne del sistema informativo contemporaneo, sia a stampa sia televisivo e digitale, al quale troppe persone affidano ancora il loro pensare. La filosofia rende liberi.