Skip to content


Salvatore Grandone su Animalia

Salvatore Grandone
Recensione a Animalia
in Figure dell’immaginario. Rivista internazionale (gennaio 2021)

«Un testo denso che affronta la questione dell’animale in una prospettiva plurale, ad un tempo ontologica, epistemologica, antropologica e socio-politica. Il lavoro di Alberto Giovanni Biuso prolunga idealmente le riflessioni sviluppate in Tempo e materia, mostrando sul campo come la metafisica del tempo-materia sia un valido strumento per descrivere il mondo della vita. […] Il modo di affrontare la questione del vivente di Biuso si inscrive anche nel solco di un’importante tradizione fenomenologica che supera la visione dell’animale-macchina. Biuso amplia infatti le analisi di Heidegger sviluppate ne I concetti fondamentali della metafisica. Mondo, finitezza, solitudine. […] D’altra parte non basta denunciare la hybris dell’uomo, che nella sua foga tecnocratica riduce la natura a mero serbatoio di risorse; occorre comprenderne le ragioni. Con grande lucidità, e senza cadere nella facile retorica animalista, Biuso mostra le radici antropologiche e biologiche della violenza umana nei confronti degli animali».

Il Prof. Grandone mi ha chiesto un’intervista sul libro; le sue domande sono state uno stimolo ad approfondire e chiarire alcune delle questioni centrali del testo: l’animalità come differenza; lo statuto della biologia; virus ed epidemie; misura umana e potenza del cosmo.

 

Diego Bruschi su Animalia

Diego Bruschi
Un libro dedicato agli (altri) animali
in appunti, semplicemente appunti, 26.12.2020

Diego Bruschi scrive, tra l’altro, che «ogni pensiero intorno all’animalità è contiguo, incardinato, correlato al pensiero intorno all’umano. Il problema scaturisce dall’umano, dalla difficoltà di accettarne la reale condizione, la finitudine che lo contraddistingue e che in tutti i modi si cela con infinite, disperate, mai risolutive, utopie. […]
Il testo contiene molti riferimenti, tanto alla storia culturale (come sempre un amore mai deposto da Biuso verso i Greci e la loro accettazione della finitezza umana), quanto alle acquisizioni della scienza. […]
Gli umani sé dicenti sapiens non sono ben definibili in assoluto, non sono l’ultimo elitario gradino di una scala (che non c’è), sono solo una delle innumerevoli fasi del processo magmatico e unitario della vita».
La riflessione che Bruschi ha dedicato ad Animalia è profonda nella sua sintesi e rigorosa nell’indicare con chiarezza il senso del libro.

Contagion

Contagion
di Steven Soderbergh
USA, 2011
Con: Laurence Fishburne (Ellis Cheever), Matt Damon (Thomas Emhoff), Kate Winslet (Erin Mears), Gwyneth Paltrow (Beth Emhoff), Jude Law (Alan Krumwiede), Marion Cotillard (Leonora Orantes)
Trailer del film

Un pipistrello vola. Lascia cadere parte del proprio cibo che viene raccolto da un maialino. Il quale diventa presto pietanza in un ristorante di Hong Kong. Una cliente apprezza così tanto il piatto da chiedere di farsi una foto con il cuoco che ha cucinato il maiale. I due sono quindi vicini e sorridenti. Tornata nel Minnesota, Beth Emhoff sta male e in due giorni muore. Da lì il contagio si propaga velocemente tramite le mani che toccano, gli oggetti toccati, la tosse.
Nulla si sa del nuovo virus: «La migliore difesa per ora è il distanziamento sociale: stare in casa, lavarsi le mani, non incontrare nessuno», non toccarsi mai il viso. Il Parlamento si organizza per lavorare on line. Tra gli specialisti e sulla stampa si moltiplicano i riferimenti all’epidemia spagnola del 1918-1920. I medici dicono ai potenziali contagiati e anche ai sani «non parli con nessuno, non tocchi nessuno». I genitori raccomandano ai bambini: «Tieniti a distanza da altre persone». In quanto immune, il marito di Beth dice: «Se sono immune, non potreste usare il mio sangue per la cura?». I governatori di alcuni Stati chiudono le frontiere. Camion dell’esercito per le strade. Si cerca in tutti i modi di trovare un vaccino. Chi si è vaccinato ottiene un braccialetto che gli consente di muoversi liberamente; chi non è vaccinato è sottoposto a controlli e perdita dei diritti.

Familiare, vero? Ma è la trama di un film del 2011. Le principali differenze rispetto alle realtà che stiamo vivendo nel 2020 sono costituite dai saccheggi e dalle violenze, che avvengono subito e in modo grave; dal numero assai più alto di morti, che nel film è dopo alcuni mesi di 26 milioni (attualmente i morti da Sars2 si attestano intorno al milione e mezzo nel mondo); dalla virulenza decisamente più aggressiva e potente del virus di Contagion. Una curiosa differenza è che nel film le maschere/museruole appaiono ma non sono obbligatorie.
Una differenza a sfavore della realtà è però che nel film il vaccino viene trovato dopo pochi mesi ed è efficace. I provvedimenti sanitario-politici di esperti e amministratori smarriti e terrorizzati sono invece gli stessi. Identico è naturalmente il panico e simile è la fine della socialità.

Anche le singolari ma in fondo ovvie coincidenze tra un’opera di fantasia e quanto dopo dieci anni sta effettivamente accadendo mostrano che sono prevedibili e sono state previste epidemie causate in primo luogo dalla perdita della biodiversità, dalla distruzione degli ambienti nei quali vive la fauna selvatica, dal diffondersi ovunque e in modo industriale dei macelli e dell’alimentazione carnea. Il virus è dunque anche il risultato della relazione distorta tra Homo sapiens e gli altri animali.
La Covid19 passerà ma la possibilità che si ripeta a livelli più gravi è realistica, per la semplice ragione che decisori politici e società civile non sono in nessun modo disponibili e capaci di modificare davvero (e non con il patetico e pericoloso alibi dello «sviluppo sostenibile») i modelli economici e lo sfruttamento insensato del pianeta Terra. Il quale si difende e si difenderà in tutti i modi da noi.
Per quanto riguarda il film di Soderbergh, la prima parte è avvincente e ha un ottimo ritmo, poi però scivola nel genere catastrofista hollywoodiano.
(L’immagine di apertura è tratta dal film del 2011 o dalla realtà del 2020?)

Afshin Kaveh su Animalia

Afshin Kaveh
Ripensare l’animalità all’epoca del disastro
Critica antropodecentrica in un libro di A.G. Biuso
Recensione su Effimera, 21 ottobre 2020

Ringrazio Afshin Kaveh per una recensione fortemente politica, poiché libro anche politico è (almeno nelle mie intenzioni) Animalia.
«Le pagine di Animalia, organizzate in ventidue capitoli, si susseguono avventurandosi nella concezione di tutti quei dispositivi culturali che attanagliano il vivente e il vissuto, gli stessi che pongono noi animali umani come cardine centrale illudendoci “di essere i signori del mondo” e (tra allevamenti e laboratori) dei suoi abitanti non-umani, andando così a formare un tavolo antropocentrico che traballa sulle tre gambe dell’ontologico, dell’epistemologico e dell’etico e che Biuso – quasi come un saggio artigiano in uno scambio organico tra sé e l’oggetto della sua ricerca e della sua critica – distrugge, componente dopo componente, “a favore di una pratica antropodecentrica”. Nel farlo, tra le tante cassette degli attrezzi procuratosi, fa propria la dialettica francofortese, da Marcuse, Horkheimer sino ad Adorno, oltre a recuperare l’In-der-Welt-sein heideggeriano, per poi comprendere la molteplicità degli enti, viventi il e nel mondo intero, come differenza».

Giuseppe Frazzetto su Animalia

Giuseppe Frazzetto
Fratelli animali, creature viventi
Recensione su La Sicilia, 20 ottobre 2020, pagina 16

Giuseppe Frazzetto ha dedicato ad Animalia un articolo/recensione nel quale afferma, tra molti altri elementi ermeneutici di grande interesse, che «avendo come numi tutelari tre autori diversissimi (Ernesto De Martino, Elias Canetti e, soprattutto, Guido Morselli, sorta di guida nel regno del postumanesimo col suo Dissipatio H.G.), Biuso intride il suo libro di un senso di pietà nei confronti delle “alterità non umane”. Tuttavia, a motivare l’argomentazione non è soltanto la ripugnanza per il dolore loro inflitto. C’è la necessità di ripensare, in concreto, il modello di sviluppo e di produzione, a livello planetario. […] Particolare rilievo assumono nozioni filosofiche come quelle di Identità e Differenza, e ipotesi scientifiche come quelle relative alla ibridazione in epoche remote fra varie specie, tutte umane, in particolare fra i Sapiens e i Neandertaliani. […] In ogni caso, non si tratta di proporre argomentazioni moraleggianti, ma di trovare le maniere d’un patto fra i viventi che tenga in considerazione, senza illusioni, la presenza del dolore, del conflitto, della “dissipazione” dell’umano e dell’oikos, il “mondo” in cui viviamo e che in definitiva siamo».

[Photo by Megan Maria Belford on Unsplash]

Augusto Cavadi su Animalia

Augusto Cavadi
Perché l’uomo è spietato con gli animali e non li tutela?
in Zero Zero News, 7 settembre 2020

In questo articolo Augusto Cavadi colloca Animalia nell’ampia questione della genesi, identità ed evoluzione dell’umano.
Ho particolarmente apprezzato questa frase: «un testo impegnativo teoreticamente, che vale per intero la concentrazione mentale, e direi spirituale, che esige», poiché essa fa riferimento alla dimensione spirituale di un libro dall’impronta materialistica ma di un materialismo non riduzionistico.
L’autore continua poi accennando al «”superamento del paradigma vitruviano – la perfetta figura umana dentro un cerchio – a favore di una pratica antropodecentrica e postumana”. Se questa prospettiva (che viene argomentata sin dalla Prefazione a firma di Roberto Marchesini) risultasse convincente da ogni punto di vista, si dovrebbe comunque mettere in conto la resistenza psicologica  – direi psicanalitica – dell’umanità ad accettare tale ennesima ferita narcisistica: non è facile per uno che si è creduto per millenni re, e che come tale si è comportato in maniera dispotica, accettare di scendere dal trono dell’antropocentrismo “ontologico”, “epistemologico” e “etico” per vivere da comune cittadino del mondo alla pari con gli altri ospiti del pianeta».
Cavadi esprime poi delle delle «perplessità su questo orizzontalismo ontologico e assiologico», chiedendosi in ogni caso «ammesso – e non concesso – che gli altri animali abbiano meno diritti di noi perché meno consapevoli, la nostra maggiore consapevolezza non implica doveri da parte nostra nei loro confronti più netti e gravosi dei loro doveri verso di noi?»

.

«Animali siamo tutti, tutti»

Volevo nascondermi
di Giorgio Diritti
Italia, 2020
Con: Elio Germano (Antonio Ligabue), Pietro Traldi (Renato Marino Mazzacurati), Orietta Notari (Madre Mazzacurati), Francesca Manfredini (Cesarina), Paola Lavini (Pina)
Trailer del film

Dentro un sacco, nel gelo dei campi, nelle stalle svizzere e sulle rive del Po. Un dialetto svizzero-tedesco assai duro e un altrettanto stretto dialetto della bassa reggiana, a Gualtieri. Città della quale era originario l’uomo che gli diede un cognome odiato, che Antonio cambiò in Ligabue. Due madri, una biologica e l’altra adottiva, amate e, in modi diversi, assenti. E sopratutto la potenza creativa che sgorga anche dai corpimente più martoriati, dalla psiche più contorta, solitaria, dispersa.
E poi esplode nei colori sfavillanti, nelle forme espressionistiche, negli animali amati imitati abbracciati, quegli «animali che siamo, tutti, tutti» come Antonio dice a un amico. Dell’animalità è parte anche il desiderio erotico che neppure diventato ricco e famoso dà a Ligabue l’amore, perché le donne sono da lui tanto volute quanto temute. «Follia» è parola che tutto spiega e nulla spiega di una vita così dolente e appassionata, ascetica e ctonia, orgogliosa «sono un artista io, un grande artista!» e umilissima. La vita di uno dei pittori più profondi e radicali del Novecento, le cui tele sono terra, foreste, simboli, morte che divora, forma che rinasce.
Alla persona di Ligabue Elio Germano regala un personaggio estremo e forte, mai patetico, a volte insopportabile a se stesso e agli altri.
Sullo sfondo crepuscolare e abbacinante dei campi e del fiume, del magnifico delta del Po, la vita di Ligabue viene narrata da Giorgio Diritti in modo anche rigoroso, poetico, allusivo, delicato. E molto terrestre.
«Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero come sino all’ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore», questa la frase che sta sulla sua tomba.

Vai alla barra degli strumenti