Skip to content


Lucrezio

«Ita res accedent lumina rebus» (I, 1117), ‘così le cose accenderanno la luce su altre cose’1.. Un radicale immanentismo -che esclude presenze trascendenti, forze incomprensibili, demoni terrorizzanti- permette a Lucrezio di descrivere il mondo in maniera profonda e plausibile. Un mondo composto di primi principi -gli atomi-; della struttura infinita nella quale si muovono -il vuoto-; dello spaziotempo che l’unione di atomi e vuoto produce. I sei libri del De rerum natura hanno questo fondamento fisico/razionale, sul quale è costruita l’analisi del microcosmo (libri I e II), del corpomente (libri III e IV), del macrocosmo (V e VI).
Gli atomi sono l’elemento fondamentale della materia che non ha inizio né fine poiché «nil posse creari de nihilo» (I, 155-156), nulla dal nulla si genera «aeternaque materies est» (I, 245) e la materia è eterna. Aggregazione e disgregazione degli atomi costituiscono ciò che noi definiamo nascita e morte. «Spatium sine fine modoquest» (II, 92), lo spazio senza fine e misura, l’universo eterno e infinito, esiste come movimento continuo, senza pause né posa, il quale fa sì che «semper in assiduo motu res quaeque geruntur» (I, 995), sempre in continuo moto si svolgono tutte le cose.
Come Spinoza, Lucrezio ritiene che l’idea di una o più divinità personali sia nata dall’ignoranza e dalla paura, poiché gli umani «vedono prodursi in terra e in cielo molti fenomeni / di cui in nessun modo possono scorgere le cause, / e credono che si producono per volere divino. / Pertanto, quando avremo veduto che nulla si può creare / dal nulla, allora di qui penetreremo più sicuramente / ciò che cerchiamo e donde si possa creare ogni cosa / e in qual modo tutte le cose avvengano senza interventi di dèi» (I, 151-158). E come Spinoza Lucrezio ritiene che teleologismo e antropocentrismo siano degli errori tanto diffusi quanto esiziali: «Ma quando immaginano / che gli dèi abbiano disposto tutte le cose per causa degli uomini, / sotto ogni aspetto si vede che molto s’allontanano dalla verità» (II, 174-176). La prospettiva teleologica nasconde infatti a se stessa che la materia è in sé perfetta, poiché è in ogni istante ciò che deve essere secondo le leggi che la muovono, ma riferita agli umani e in generale ai viventi essa è intrisa di dolore, di imperfezione, di limite. Lucrezio parla esplicitamente di ‘colpa’: «nequaquam nobis divinitus esse creatam / naturam mundi: tanta stat praedita culpa» (II, 180-181), la natura del mondo non è stata creata dal volere divino per noi: di così grande difetto essa è dotata. Due versi, questi, che ritornano quasi identici anche nel libro V, 198-199: «nequaquam nobis divinitus esse paratam / naturam rerum: tanta stat praedita culpa».
La materia perfetta e insieme intrisa di limite si volge senza posa nello spazio eterno, generando il divenire infinito di tutti gli enti, eventi e processi, poiché «lapides quoque vinci cernis ab aevo» (V, 306), ‘anche le pietre sono vinte dal tempo / che le alte torri cadono in rovina e le rocce si sgretolano, / che i templi e le statue degli dèi rovinati si fendono, / e il santo nume non può differire i termini del fato, / né lottare contro le leggi della natura’ (V, 306-310). 

Lucrezio enuncia un vero e proprio trionfo del tempo in quanto «mutat enim mundi naturam totius aetas, / ex alioque alias status excipere omnia debet, / nec manet ulla sui simili res: omnia migrant, / omnia commutat natura et vertere cogit / […] Sic igitur mundi naturam totius aetas» (V, 828-834), ‘Il tempo infatti muta la natura di tutto il mondo, / e in tutte le cose a uno stato deve subentrarne un altro, / né alcunché resta simile a se stesso: tutte le cose passano, / tutte la natura le trasmuta e le costringe a trasformarsi […]  / Così dunque il tempo muta la natura di tutto il mondo’. Così il volgere del tempo trasforma l’identità degli enti, «sic unumquicquid paulatim protratti aetas / in medium ratioque in luminis erigiti oras» (V, 1454-1455), ‘così gradatamente il tempo rivela ogni cosa / e la ragione la innalza alle plaghe della luce’.
Perfetto come la materia è il divino poiché per Lucrezio la materia è il divino. Un’equazione che appare chiara pur se espressa in un linguaggio metaforico e poetico. «Infatti è necessario che ogni natura divina goda di per sé vita immortale con somma pace, / remota dalle nostre cose e immensamente distaccata. / Ché immune da ogni dolore, immune da pericoli, / in sé possente di proprie risorse, per nulla bisognosa di noi, / né dalle benemerenze è avvinta, né è toccata dall’ira» (I, 44-49; versi che si ripetono identici in II, 646-651). Quale migliore descrizione è possibile formulare della materia e della sua perfezione libera da ogni sensibilità, malattia, angoscia, bisogno, risentimento, dolore?
Aver applicato a tale perfezione i criteri umani ha prodotto le religioni generatrici del male, come all’inizio del poema Lucrezio afferma a proposito del sacrificio di Ifigenia agli dèi da parte del padre Agamennone, e come potremmo aggiungere con molta maggior forza e documentazione a proposito dei mali che i monoteismi a dismisura producono: «Tantum religio potuit suadere malorum» (I, 101).
Il timore del divino, il divino come terrore, costituisce uno dei più gravi elementi di sofferenza della condizione umana, che Lucrezio analizza senza infingimenti e illusioni. Ciò che afferma a proposito della terribile e magnifica descrizione della peste di Atene del 430 può infatti valere per ogni momento dell’umana avventura: «perturbata animi mens in maerore metuque» (VI, 1183), ‘la mente sconvolta, immersa nella tristezza e nel timore’ si consuma «in tenebris  vitae quantisque periclis» (II, 15), in tenebre e assai grandi pericoli.

«Quidve mali foret in rebus mortalibu’ passim» (VI, 29), quanto male -davvero- è sparso tra le vite e gli eventi mortali. A uno di essi Lucrezio dedica pagine e versi di formidabile forza: l’amore. Esattamente come in Proust, l’oggetto amoroso appare miraggio riflesso ombra, se non vero e proprio inganno. E appare anche come tensione e umiliazione costanti nel trascorrere la vita in attesa del cenno di un’altra persona, «alterius sub nutu degitur aetas» (IV, 1122), concordando in questo con Céline: «Piroettare, scalpitare… fare il bello, sulle vostre zampe anteriori, su un piede, l’altro, per avere l’elemosina di un sorriso…»2.
La fenomenologia lucreziana dell’amore è assai chiara e nei suoi versi si esprime con molta forza: «Questa è Venere per noi; e di qui viene il nome di amore, / di qui quella goccia della dolcezza di Venere stillò / prima nel cuore, e le susseguì il gelido affanno. / Infatti se è assente l’oggetto del tuo amore, son tuttavia presenti / le sue immagini, e il dolce nome non abbandona le tue orecchie. / Ma conviene fuggire quelle immagini e respingere via da sé / ciò che alimenta l’amore e volgere la mente ad altro oggetto / e spandere in altri corpi, quali che siano, l’umore raccolto, / e non trattenerlo essendo rivolto una volta per sempre all’amore / d’una persona sola, e così riservare a sé stesso affanno e sicuro dolore. / Giacché la piaga s’inacerbisce e incacrenisce, a nutrirla, / e di giorno in giorno la follia aumenta e la sofferenza s’aggrava, / se non scacci con nuove piaghe le prime ferite, e non le curi / vagando con Venere vagabonda mentre sono ancora fresche, / o trovi modo di rivolgere altrove i moti dell’animo. / Né dei frutti di Venere è privo colui che evita l’amore, / ma piuttosto coglie le gioie che sono senza pena. / Giacché certo agli assennati ne viene un piacere più puro / che ai malati d’amore» (IV, 1058-1076). Sì, «haec Venus est nobis»: questo è l’amore per noi, un simulacro con il quale «Venus ludit amantis», Venere illude gli amanti (IV, 1101), nell’impossibilità -che Roland Barthes ha efficacemente descritto- del possesso dell’Altro: «Nec penetrare et agire in corpus corpore toto» (IV, 1111), non è possibile infatti ‘penetrare e perdersi nell’altro corpo con tutto il corpo’.
All’amore come riflesso della tenerezza di chi ama, Lucrezio oppone il gusto e il godimento erotico senza  eccessivi coinvolgimenti sentimentali. Se «questo infatti fanno per lo più gli uomini ciechi di passione, / e attribuiscono alle amate pregi ch’esse non posseggono davvero»  (IV, 1153-1154), è meglio dedicarsi alla «gioia senza pena» di «un piacere più puro» (IV, 1074-1075), dentro il quale i corpi possano godere e la psiche non risultarne troppo turbata.

Alle paure trascendenti e immanenti, alle sconvolgenti passioni, all’inevitabilità della fine di ogni cosa, l’epicureo Lucrezio oppone la serenità della materia, la dolcezza del nulla. «E come nel tempo passato non sentimmo alcuna afflizione […]  / così quando noi non saremo più, quando sarà avvenuto il distacco / del corpo e dell’anima, che uniti compongono il nostro essere, / certo a noi, che allora non saremo più, non potrà affatto / accadere alcunché, nulla potrà colpire i nostri sensi, / neppure se la terra si confonderà col mare e il mare col cielo» (III, 832; 838-842); non può infatti diventare infelice chi non esiste, «nec miserum fieri qui non est posse» (III, 867), né può dispiacersi se sia nato o non nato «mortalem vitam mors cum inmortalis ademit», ‘quando la vita mortale gli è stata tolta dalla morte immortale’ (III, 869). È quanto afferma anche il filosofo David Benatar quando sostiene che mentre «è doveroso evitare di mettere al mondo persone sofferenti, non c’è alcun dovere di dare vita a persone felici. […] Noi pensiamo che non vi sia alcun dovere di mettere al mondo persone felici perché, mentre il loro piacere sarebbe un bene per loro, la sua assenza non sarebbe per loro un male (dato che nessuno ne sarebbe privato)»3 .
«Quidve mali fuerat nobis non esse creatis?» (V, 174), che male sarebbe stato per noi non essere nati? Questa domanda essenziale, semplice e profonda mostra per intero la saggezza (φρόνησις) e la sapienza (σοφία) del romano così radicalmente greco che si chiama Lucrezio.

Note
1. Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, introduzione, testo criticamente riveduto, traduzione e commento di Francesco Giancotti, Garzanti 2018.
2. Céline, Nord, in Trilogia del Nord, trad. di Giuseppe Guglielmi, Einaudi 2010, p. 463
3. David Benatar, Meglio non essere mai nati. Il dolore di venire al mondo, [Better Never to Have Been: the Harm of Coming into Existence, 2006], trad. di Alberto Cristofori, Carbonio Editore 2018, p. 43.

La gioia

Johann Sebastian Bach
Grosser Herr, o starker König
Dall’Oratorio di Natale (Weihnachtsoratorium BWV 248)
per soli, coro e orchestra
Diego Fasolis & I Barocchisti

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Versione in html

Versione video (con altri esecutori)

Tripudio, ritmo, dinamismo, potenza delle voci strumentali e delle voci umane. La musica insomma. La musica di Johann Sebastian Bach, la musica dunque in se stessa, la musica in quanto tale, la musica totale, la musica come «exemple unique de ce qu’aurait pu être -s’il n’y avait pas eu l’invention du langage, la formation des mots, l’analyse des idées – la communication des âmes» (Proust, La Prisonnière, in À la recherche du temps perdu, Gallimard 1999, p. 1797), unico esempio di ciò che sarebbe potuta essere la comunicazione tra le anime se non ci fossero stati linguaggio, parole, analisi delle idee.
La musica è immediatezza ed è insieme complessità, la musica è fluire ed è esultanza, la musica è suono ed è visione. La musica è relazione matematica. La musica è gioia, come si vede anche da un concerto dell’ensemble L’Arpeggiata di Christina Pluhar, capace di trasformare la Pizzica di San Vito in un  irresistibile rap [minuti 53.40 -57.00 del video].
Una gioia straripante. La gioia che auguro in questo nuovo anno ai miei amici.

 

Miraggio riflesso ombra

Cold War
di Pawel Pawlikowski
Polonia, 2018
Con Joanna Kulig  (Zula), Tomasz Kot (Wiktor)
Trailer del film

Non sono le parole a narrare questa storia ma è la cinepresa. Tale è il cinema quando è cinema. Lo sguardo gira intorno alla giovane cantante Zula e a poco a poco appare Wiktor, i suoi occhi che la scrutano, il suo sorriso che la desidera. E poi gli altri, a poco a poco e sullo sfondo. Così deve essere quando il legame è forte più della morte e la morte lo attraversa nelle figure del distacco, dell’assenza, del mistico, del canto.
Dentro la costrizione è naturale che stia questo legame. La costrizione del formato quadrato dello schermo, la costrizione della dittatura sovietica in Polonia, la costrizione del timore di liberarsi, la costrizione del Verlust, della perdita che la vita intera è, per tutti. Ma Wiktor non rinuncia. Non rinuncia alla «donna della sua vita». E anche lei lo cerca. Attraversando confini nazioni treni polizie orchestre teatri. Sino a tornare a guardare entrambi un affresco che raffigura gli occhi di una dea, a stare davanti a un altare con una candela sola, a vivere e a morire sotto una cupola aperta verso il cielo dell’αἰών.
Come un pilastro crollato, la colonna di una chiesa inclinata, l’acciaio ferito. Così è l’abbandono. Perché niente dura nei frammenti nomadi del tempo. Come una catastrofe che generi uno spazio vuoto che attende di riempirsi ancora, di nuovo, nell’ennesimo tentativo di dare torto a Marcel Proust e alla verità per la quale essere amati è un’illusione e l’oggetto amoroso è miraggio riflesso ombra. Luce che si plasma e che ritorna dopo che la torcia della passione ne ha modellato i contorni. Ma dentro quella forma, nulla. Nulla al di fuori dei pensieri che il sentimento crea. Che crea questo bisogno tutto umano di essere amati. Una maledizione, come sanno Lucrezio: «Sic in amore Venus simulacris ludit amantis» (‘così in amore Venere con simulacri illude gli amanti’, De rerum natura, Liber IV, 1101) e, appunto, Proust: «Aimer est un mauvais sort comme qu’il y a dans les contes contre quoi on ne peut rien jusqu’à ce que l’enchantement ait cessé» (nella splendida traduzione di Giorgio Caproni: ‘Amare è una malasorte come nelle fiabe, contro cui nulla si può finché l’incantesimo non è finito’ [Il tempo ritrovato, Einaudi 1978, p. 19]).
È un dipinto ogni inquadratura di questo film. Dall’iniziale melodia dei contadini alla campagna vuota della fine. Un’eleganza semplice e raffinata, un’eleganza immediata nel dire il canto dell’abbandono che sono i legami umani, i loro sentimenti, quando hanno il torto di diventare profondi e dunque dolorosi, di farsi solitudine che tasta il letto accanto a sé senza trovare altro che silenzio.
Il film si chiude sulle Variazioni Goldberg di Bach eseguite da Glenn Gould, una musica inevitabile e struggente come struggente e inevitabile è l’abbandono. «Vieni dall’altra parte, è più bello». 

Dea del Tempo

Ho messo a disposizione su Dropbox il file audio (ascoltabile e scaricabile sui propri dispositivi) della terza lezione dedicata a Proust, da me svolta al Disum di Catania il 20 aprile 2018.
Aggiungo qui le diapositive che ho utilizzato in questa occasione. Scorrendo le immagini/testo e ascoltando l’audio, spero si possa cogliere la potenza della scrittura di Marcel Proust, della sua arte, della dimensione cosmogonica e sacra delle parole che raccontano l’illusione suprema che sempre ci spinge verso l’Altro. L’oggetto amato è figura del Dio, in lui cerchiamo la Grazia, in lui ci sentiamo redenti. Abbiamo bisogno di tanto in tanto di trarre dalla specie una persona che diventa lo splendore che ci salva, che ci regala la gioia.
La Recherche è la notte dell’esistenza in un libro figlio del silenzio. È l’Adoration perpétuelle. È la Gloria.

«Del resto, le amanti che più ho amate non hanno mai coinciso con il mio amore per loro […] Quando le vedevo, quando le udivo, non trovavo nulla in loro che somigliasse al mio amore e potesse spiegarlo. Eppure, la mia sola gioia era di vederle, la mia sola ansia di aspettarle […] Sono incline a credere che in questi amori (lascio in disparte il piacere fisico che d’altronde s’unisce abitualmente a essi ma non basta a costituirli), sotto l’apparenza della donna, ci rivolgiamo in realtà alle forze invisibili accessoriamente unite a lei, come a oscure divinità. È la loro benevolenza a esserci necessaria, è il loro contatto quello che cerchiamo, senza trovarvi nessun piacere vero».
Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, Einaudi 1978, pp. 560-561

«Di per sé lei è meno di niente, ma nel suo essere niente c’è, attiva, misteriosa e invisibile, una corrente che lo costringe a inginocchiarsi e ad adorare una oscura e implacabile Dea, e a fare sacrificio davanti a lei. E la Dea che esige questo sacrificio e questa umiliazione, la cui unica condizione di patrocinio è la corruttibilità, e nella cui fede e adorazione è nata tutta l’umanità, è la Dea del Tempo. Nessun oggetto che si estenda in questa dimensione temporale tollera di essere posseduto, intendendo per possesso il possesso totale che può essere raggiunto con la completa identificazione di soggetto e oggetto. […] Tutto ciò che è attivo, tutto ciò che è immerso nel tempo e nello spazio, è dotato di quella che potrebbe essere definita un’astratta, ideale e assoluta impermeabilità».
Samuel Beckett, Proust, SE 2004, pp. 41-42.

Seconda lezione su Proust (6.4.2018)

Innamorato

Ho inserito su Dropbox il file audio (ascoltabile e scaricabile sui propri dispositivi) della seconda lezione dedicata a Proust, da me svolta al Disum di Catania il 6 aprile 2018.
Ho tentato di disegnare la cattedrale, il gelo, la bellezza, il sacro, l’amore, il tempo, la vibrazione, la scrittura, la gioia.
La natura temporale dell’amore fonda la logica tragica del desiderio.
Insignificanza, volgarità, nullità costituiscono la condizione naturale dell’Altro. È soltanto il desiderio di possedere il suo corpotempo fatto di eventi e di memorie, assai più che il semplice corpo fatto di organi e tessuti, a trasfigurarlo nella favolosa e insondabile meta della nostra passione.
Irraggiungibile meta.
Meta foriera di angoscia, gettata nell’attesa, intessuta di gelosia, fatta di ricordi.
Questo è il lavoro della mente amorosa, l’incessante attività di un’ermeneutica della diffidenza che nessuna certezza potrà mai conseguire poiché tale sicurezza ha come condizione l’intero temporale nel quale l’Altro distende il proprio corpo negli anni.
La vita appare in tal modo per quello che è in se stessa e agli occhi della Gnosi: un paradiso perduto, dal quale una qualche entità aberrante e maligna ci ha gettati nel tempo. E sta qui una delle ragioni per cui l’universo di Proust è senza morale, veramente al di là del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto.
Per Proust la via d’uscita, l’unica, non è etica né psicologica. È la scrittura.
La scrittura ci libera dal dolore dei giorni e dei sentimenti per trasfigurare giorni e sentimenti nella parola soteriologica, nella parola che salva, che è gloria, che dà la gioia.
La Recherche può non piacere, si ha diritto a che non piaccia. Bisogna allora lasciarla.
La Recherche non può essere un’amica ma soltanto un’amante.
Quelle che ho balbettato sono le parole di un innamorato.

Terza lezione su Proust (20.4.2018)

Proust

Per alcuni allievi della Scuola Superiore di Catania terrò un breve corso (tre lezioni) dedicato alla Recherche, aperto a chiunque fosse interessato all’argomento.
La prima lezione si svolgerà venerdì 16.3.2018 nella stanza 259 del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Unict, dalle 15 alle 17.30.
Condurremo una lettura trasversale della Recherche a partire da alcuni temi:
Letteratura e filosofia
Proust filosofo
L’umano come dispositivo di memorie e di oblio.

À la recherche du temps perdu è una galassia esplorabile all’infinito, la sua struttura «a nebulosa» (Deleuze) ne permette un’infinita interpretazione. Ogni sua lettura è quindi una sorta di riscrittura, di vita rinnovata dell’Opera. Anche la filosofia è un infinito intrattenimento con alcune delle domande fondamentali dell’esistenza: l’esserci, il tempo, la bellezza, l’amore, la verità, la morte.
Tra l’opera di Marcel Proust e la filosofia i legami sono costitutivi, profondi, illuminanti.

Roth

Philip Roth
L’animale morente
(The Dying Animal, 2001)
Traduzione di Vincenzo Mantovani
Einaudi, 2002
Pagine 113

Il Professor David Kepesh ha sessantadue anni; ha vissuto da docente la contestazione e la liberazione sessuale, da esse si è sentito restituire alla propria natura di macchina del desiderio, oltre che di dispositivo concettuale. Vive quindi da molti anni da solo e colleziona rapporti, avventure, sesso anche con le sue studentesse –ma rigorosamente solo dopo la conclusione dei corsi e degli esami. Nessuna di queste relazioni lo ha mai coinvolto emotivamente, finché non gli si è presentata davanti Consuela Castillo, una splendida ragazza cubana dai capelli nerissimi, dai seni meravigliosi, dal corpo irresistibile. Per un anno e mezzo Consuela diventa la sua passione, la sua gioia e il suo tormento. Quando lei lo lascia la sofferenza è totale ma alla fine è Consuela l’animale morente, colpita da un tumore ai suoi splendidi seni.
Il lungo monologo di David è a volte banale, ripetitivo e persino noioso, giocato sin troppo sull’apologia di quegli anni Sessanta dei quali si dice che «no, non furono aberranti» (pag. 46), e che spesso rappresentarono «una farsa infantile ma una farsa infantile di vastissima portata» (47). Il monologo di un uomo con ancora tanta vitalità nel corpo, consapevole che la vita offre soltanto un assaggio –che la vita è soltanto un assaggio- e che il desiderio di legami più stabili ci rovina e ci perde. Il monologo di un professore che vede nella didattica il proprio destino ed è consapevole che il suo potere su Consuela sta proprio nell’insegnamento. Il monologo di un uomo che ha studiato sino in fondo l’oggetto del suo amore e sa che Consuela è nello stesso tempo «comune ma senza essere prevedibile» (21) ed è anche sfuggente, come tutti gli oggetti del desiderio.
Un uomo così disincantato e persino cinico non può tuttavia fare nulla contro la potenza di Afrodite, contro l’innamoramento che lo afferra senza che quasi se ne accorga. Ed è proprio nella descrizione della passione che il monologo si riscatta e diventa una vera e propria fenomenologia dell’amore, una delle più sincere che la letteratura abbia saputo creare.
L’amore è ossessione: «Per questo Consuela era sempre nei miei pensieri; per questo, con lei o lontano da lei, non mi sentivo mai sicuro di lei» (19).
L’amore è potere: «Aver conquistato il totale interesse, essere diventata la passione divorante di un uomo che in ogni altro campo le sarebbe inaccessibile […] Questo è il potere, ed è il potere che lei vuole» (26).
L’amore è frattura, come ricorda a David il suo amico George: «L’unica ossessione che vogliono tutti: l’ ‘amore’. Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due» (73-74).
L’amore è adulazione: «Io l’avevo proclamata una grande opera d’arte […] Perché la devo adulare quando chiacchieriamo? Perché non la finisco di dirle che è perfetta?» (29).
L’amore è una costruzione dell’innamorato e l’Altro, come scrive Proust, è solo  «ce choc en retour de notre propre tendresse». («À l’ombre des jeunes filles en fleurs» in À la recherche du temps perdu, Gallimard 1999, p. 482), un riflesso e rimbalzo della nostra stessa tenerezza. David ammette infatti che «io sono l’autore del suo dominio su di me» (25).
L’amore non può essere, quindi, che lo strazio impossibile dell’anima, tanto che «non riesci ad avere ciò che vuoi nemmeno quando riesci ad avere ciò che vuoi» (30), essendo «tormentato per tutto il tempo che ero stato con lei, cento volte più tormentato per averla perduta» (68) e «se avessi insistito, non avrei fatto altro che prepararmi nuovi tormenti» (70).
L’amore «è anche la vendetta sulla morte» (52) ma la morte arriva lo stesso, prima a consumare il «volto cavernoso e immensamente solo» dell’amico George (89) e poi a intaccare lo splendore statuario, sensuale, apparentemente integro di Consuela.
Dai Greci a Proust, dentro i miti di tutte le menti e civiltà, l’amore è quindi lotta, estasi, tormento, piacere, metafora della fine, poiché niente davvero conduce gli umani sull’orlo dell’abisso come la potenza incomprensibile e gratuita del sentimento e del desiderio che fanno dell’Altro –che è soltanto una parte- il Tutto nella cui assenza manca il respiro e all’infuori del quale non ci sono orizzonti.

[Segnalo anche American Pastoral (1997)]

Céline

Louis-Ferdinand Céline
Morte a credito
(Mort à crédit, 1936)
Traduzione di Giorgio Caproni
Introduzione di Giovanni Raboni
Corbaccio, 2000
Pagine XI-556

Mort à crédit non narra né commenta la vita e il tempo ma dimostra quanto gli esseri umani siano –come si legge nel Voyage «semplicemente, profondamente se stessi, cioè immondi, atroci, assurdi»1. Una volta entrati nel puro ritmo che è la scrittura di Céline, a poco a poco si penetra –fino a sprofondare- nell’epica allucinazione che è la vita, nel delirio del grumo di tempo che si è, nella comprensione esaltata e senza speranza dell’esistere. Davvero «è il nascere che non ci voleva» (pag. 40). Una volta nati, la solitudine ci accompagna per sempre2, insieme alla marmaglia «orribile, rumoreggiante» che ci circonda da ogni parte (285), insieme alle menzogne del futuro individuale e collettivo3, insieme all’orrore del quotidiano con la nostra «schifa d’una troia d’esistenza» (31).
Sono tre i nuclei narrativi che nel romanzo scandiscono l’inganno.
La famiglia, con tutta la sua retorica del sacrificio e della gratitudine, con il ricatto insostenibile del volersi bene.
Il soggiorno in Inghilterra, nel “Meanwell College”, con la parodia feroce di ogni istituzione educativa.
L’incontro e gli anni trascorsi con Courtial des Pereires. Un affetto paradossale ma profondo lega Ferdinand a quest’uomo eloquente e spregevole, sognatore e imbroglione, grande e infimo allo stesso tempo. Nello scienziato-inventore-esploratore-divulgatore Courtial sembra che si sia decuplicato il demente furore di Bouvard e Pécuchet, il bulimico bisogno di parlar di tutto, di tutto sperimentare, di non lasciare in pace nessun sapere, di occupare tutti gli spazi dell’erudizione per scoprire, infine, che dove manca una natura adeguata, nessun apprendimento può sostituirla e si rimane sempre meschini e ignoranti come alla nascita.
Oltre Flaubert, oltre Baudelaire, il vero alter ego di Céline rimane Proust. Le visite d’infanzia alla zia Armide sono una chiara parodia di quelle a tante Léonie; Courtial paga per farsi frustare, allo stesso modo del Barone di Charlus; sia Proust che Céline sono consapevoli di “avere del cuore «ma la vita mica è una questione di cuore» (43)4. E per entrambi gli umani possono soltanto «divertirsi con la propria morte mentre uno sta fabbricandosela, ecco tutto l’Uomo, Ferdinand!» (10).
La morte che non è mai gratuita e alla quale bisogna presentare «un bel sudario tutto ricamato di storie. È esigente, l’ultimo respiro» (25). La morte che viene descritta in tutta la sua potenza e con accenti di straordinaria pietà –pietà continuamente intrecciata al sarcasmo, un disprezzo che è sempre unito alla profonda comprensione delle debolezze umane- in una delle pagine fondamentali del libro:

«Ah, è terribile però…hai voglia d’esser giovane quando t’accorgi per la prima volta…come la gente la si perda per via…compagni che non rivedremo più…mai più…che son scomparsi come tanti sogni…che tutto è finito…svanito…che anche noi ci perderemo così…un giorno ancor molto lontano…ma ineluttabilmente…nello spietato torrente delle cose, delle persone…dei giorni…delle forme che passano…che non si fermano mai…» (366-367).

Céline s’è «abbuffato d’infinito» (8), dell’infinito che è l’enigma osceno dell’esistenza, ed è quest’infinito che ci regala attraverso la sua scrittura trafelata e sapiente, plebea e coltissima, partecipe del mondo e disgustata del suo Male.

Note

1 L.F. Céline, Viaggio al termine della Notte (Voyage au bout de la nuit, 1932) trad. di E. Ferrero, Corbaccio, 1995, p. 459.
2 L’incipit del romanzo scandisce da subito «Eccoci qui, ancora soli» (1).
3 «L’ho pur visto arrivare il Progresso…ma sempre senza trovare un posto…Tornavo ogni volta a casa bischero come prima…» (271).
4 «Les deux plus grandes causes d’erreur dans nos rapports avec un autre être sont avoir soi bon coeur ou bien, cet autre être, l’aimer» (Albertine disparue, Gallimard, 1999, p. 2003; I due più grandi errori nei nostri rapporti con un’altra persona sono di aver buon cuore, oppure, quell’altra persona, amarla).

Altri libri di Céline da me discussi in questo sito e sulla rivista Vita pensata:

Il Dottor Semmelweis

Viaggio al termine della notte

La Chiesa. Commedia in cinque atti

Tre balletti senza musica, senza gente, senza niente

Da un castello all’altro

Nord

Rigodon

Vai alla barra degli strumenti