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La gioia

Johann Sebastian Bach
Grosser Herr, o starker König
Dall’Oratorio di Natale (Weihnachtsoratorium BWV 248)
per soli, coro e orchestra
Diego Fasolis & I Barocchisti

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Tripudio, ritmo, dinamismo, potenza delle voci strumentali e delle voci umane. La musica insomma. La musica di Johann Sebastian Bach, la musica dunque in se stessa, la musica in quanto tale, la musica totale, la musica come «exemple unique de ce qu’aurait pu être -s’il n’y avait pas eu l’invention du langage, la formation des mots, l’analyse des idées – la communication des âmes» (Proust, La Prisonnière, in À la recherche du temps perdu, Gallimard 1999, p. 1797), unico esempio di ciò che sarebbe potuta essere la comunicazione tra le anime se non ci fossero stati linguaggio, parole, analisi delle idee.
La musica è immediatezza ed è insieme complessità, la musica è fluire ed è esultanza, la musica è suono ed è visione. La musica è relazione matematica. La musica è gioia, come si vede anche da un concerto dell’ensemble L’Arpeggiata di Christina Pluhar, capace di trasformare la Pizzica di San Vito in un  irresistibile rap [minuti 53.40 -57.00 del video].
Una gioia straripante. La gioia che auguro in questo nuovo anno ai miei amici.

 

Miraggio riflesso ombra

Cold War
di Pawel Pawlikowski
Polonia, 2018
Con Joanna Kulig  (Zula), Tomasz Kot (Wiktor)
Trailer del film

Non sono le parole a narrare questa storia ma è la cinepresa. Tale è il cinema quando è cinema. Lo sguardo gira intorno alla giovane cantante Zula e a poco a poco appare Wiktor, i suoi occhi che la scrutano, il suo sorriso che la desidera. E poi gli altri, a poco a poco e sullo sfondo. Così deve essere quando il legame è forte più della morte e la morte lo attraversa nelle figure del distacco, dell’assenza, del mistico, del canto.
Dentro la costrizione è naturale che stia questo legame. La costrizione del formato quadrato dello schermo, la costrizione della dittatura sovietica in Polonia, la costrizione del timore di liberarsi, la costrizione del Verlust, della perdita che la vita intera è, per tutti. Ma Wiktor non rinuncia. Non rinuncia alla «donna della sua vita». E anche lei lo cerca. Attraversando confini nazioni treni polizie orchestre teatri. Sino a tornare a guardare entrambi un affresco che raffigura gli occhi di una dea, a stare davanti a un altare con una candela sola, a vivere e a morire sotto una cupola aperta verso il cielo dell’αἰών.
Come un pilastro crollato, la colonna di una chiesa inclinata, l’acciaio ferito. Così è l’abbandono. Perché niente dura nei frammenti nomadi del tempo. Come una catastrofe che generi uno spazio vuoto che attende di riempirsi ancora, di nuovo, nell’ennesimo tentativo di dare torto a Marcel Proust e alla verità per la quale essere amati è un’illusione e l’oggetto amoroso è miraggio riflesso ombra. Luce che si plasma e che ritorna dopo che la torcia della passione ne ha modellato i contorni. Ma dentro quella forma, nulla. Nulla al di fuori dei pensieri che il sentimento crea. Che crea questo bisogno tutto umano di essere amati. Una maledizione, come sanno Lucrezio: «Sic in amore Venus simulacris ludit amantis» (‘così in amore Venere con simulacri illude gli amanti’, De rerum natura, Liber IV, 1101) e, appunto, Proust: «Aimer est un mauvais sort comme qu’il y a dans les contes contre quoi on ne peut rien jusqu’à ce que l’enchantement ait cessé» (nella splendida traduzione di Giorgio Caproni: ‘Amare è una malasorte come nelle fiabe, contro cui nulla si può finché l’incantesimo non è finito’ [Il tempo ritrovato, Einaudi 1978, p. 19]).
È un dipinto ogni inquadratura di questo film. Dall’iniziale melodia dei contadini alla campagna vuota della fine. Un’eleganza semplice e raffinata, un’eleganza immediata nel dire il canto dell’abbandono che sono i legami umani, i loro sentimenti, quando hanno il torto di diventare profondi e dunque dolorosi, di farsi solitudine che tasta il letto accanto a sé senza trovare altro che silenzio.
Il film si chiude sulle Variazioni Goldberg di Bach eseguite da Glenn Gould, una musica inevitabile e struggente come struggente e inevitabile è l’abbandono. «Vieni dall’altra parte, è più bello». 

Dea del Tempo

Ho messo a disposizione su Dropbox il file audio (ascoltabile e scaricabile sui propri dispositivi) della terza lezione dedicata a Proust, da me svolta al Disum di Catania il 20 aprile 2018.
Aggiungo qui le diapositive che ho utilizzato in questa occasione. Scorrendo le immagini/testo e ascoltando l’audio, spero si possa cogliere la potenza della scrittura di Marcel Proust, della sua arte, della dimensione cosmogonica e sacra delle parole che raccontano l’illusione suprema che sempre ci spinge verso l’Altro. L’oggetto amato è figura del Dio, in lui cerchiamo la Grazia, in lui ci sentiamo redenti. Abbiamo bisogno di tanto in tanto di trarre dalla specie una persona che diventa lo splendore che ci salva, che ci regala la gioia.
La Recherche è la notte dell’esistenza in un libro figlio del silenzio. È l’Adoration perpétuelle. È la Gloria.

«Del resto, le amanti che più ho amate non hanno mai coinciso con il mio amore per loro […] Quando le vedevo, quando le udivo, non trovavo nulla in loro che somigliasse al mio amore e potesse spiegarlo. Eppure, la mia sola gioia era di vederle, la mia sola ansia di aspettarle […] Sono incline a credere che in questi amori (lascio in disparte il piacere fisico che d’altronde s’unisce abitualmente a essi ma non basta a costituirli), sotto l’apparenza della donna, ci rivolgiamo in realtà alle forze invisibili accessoriamente unite a lei, come a oscure divinità. È la loro benevolenza a esserci necessaria, è il loro contatto quello che cerchiamo, senza trovarvi nessun piacere vero».
Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, Einaudi 1978, pp. 560-561

«Di per sé lei è meno di niente, ma nel suo essere niente c’è, attiva, misteriosa e invisibile, una corrente che lo costringe a inginocchiarsi e ad adorare una oscura e implacabile Dea, e a fare sacrificio davanti a lei. E la Dea che esige questo sacrificio e questa umiliazione, la cui unica condizione di patrocinio è la corruttibilità, e nella cui fede e adorazione è nata tutta l’umanità, è la Dea del Tempo. Nessun oggetto che si estenda in questa dimensione temporale tollera di essere posseduto, intendendo per possesso il possesso totale che può essere raggiunto con la completa identificazione di soggetto e oggetto. […] Tutto ciò che è attivo, tutto ciò che è immerso nel tempo e nello spazio, è dotato di quella che potrebbe essere definita un’astratta, ideale e assoluta impermeabilità».
Samuel Beckett, Proust, SE 2004, pp. 41-42.

Seconda lezione su Proust (6.4.2018)

Innamorato

Ho inserito su Dropbox il file audio (ascoltabile e scaricabile sui propri dispositivi) della seconda lezione dedicata a Proust, da me svolta al Disum di Catania il 6 aprile 2018.
Ho tentato di disegnare la cattedrale, il gelo, la bellezza, il sacro, l’amore, il tempo, la vibrazione, la scrittura, la gioia.
La natura temporale dell’amore fonda la logica tragica del desiderio.
Insignificanza, volgarità, nullità costituiscono la condizione naturale dell’Altro. È soltanto il desiderio di possedere il suo corpotempo fatto di eventi e di memorie, assai più che il semplice corpo fatto di organi e tessuti, a trasfigurarlo nella favolosa e insondabile meta della nostra passione.
Irraggiungibile meta.
Meta foriera di angoscia, gettata nell’attesa, intessuta di gelosia, fatta di ricordi.
Questo è il lavoro della mente amorosa, l’incessante attività di un’ermeneutica della diffidenza che nessuna certezza potrà mai conseguire poiché tale sicurezza ha come condizione l’intero temporale nel quale l’Altro distende il proprio corpo negli anni.
La vita appare in tal modo per quello che è in se stessa e agli occhi della Gnosi: un paradiso perduto, dal quale una qualche entità aberrante e maligna ci ha gettati nel tempo. E sta qui una delle ragioni per cui l’universo di Proust è senza morale, veramente al di là del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto.
Per Proust la via d’uscita, l’unica, non è etica né psicologica. È la scrittura.
La scrittura ci libera dal dolore dei giorni e dei sentimenti per trasfigurare giorni e sentimenti nella parola soteriologica, nella parola che salva, che è gloria, che dà la gioia.
La Recherche può non piacere, si ha diritto a che non piaccia. Bisogna allora lasciarla.
La Recherche non può essere un’amica ma soltanto un’amante.
Quelle che ho balbettato sono le parole di un innamorato.

Terza lezione su Proust (20.4.2018)

Proust

Per alcuni allievi della Scuola Superiore di Catania terrò un breve corso (tre lezioni) dedicato alla Recherche, aperto a chiunque fosse interessato all’argomento.
La prima lezione si svolgerà venerdì 16.3.2018 nella stanza 259 del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Unict, dalle 15 alle 17.30.
Condurremo una lettura trasversale della Recherche a partire da alcuni temi:
Letteratura e filosofia
Proust filosofo
L’umano come dispositivo di memorie e di oblio.

À la recherche du temps perdu è una galassia esplorabile all’infinito, la sua struttura «a nebulosa» (Deleuze) ne permette un’infinita interpretazione. Ogni sua lettura è quindi una sorta di riscrittura, di vita rinnovata dell’Opera. Anche la filosofia è un infinito intrattenimento con alcune delle domande fondamentali dell’esistenza: l’esserci, il tempo, la bellezza, l’amore, la verità, la morte.
Tra l’opera di Marcel Proust e la filosofia i legami sono costitutivi, profondi, illuminanti.

Roth

Philip Roth
L’animale morente
(The Dying Animal, 2001)
Traduzione di Vincenzo Mantovani
Einaudi, 2002
Pagine 113

Il Professor David Kepesh ha sessantadue anni; ha vissuto da docente la contestazione e la liberazione sessuale, da esse si è sentito restituire alla propria natura di macchina del desiderio, oltre che di dispositivo concettuale. Vive quindi da molti anni da solo e colleziona rapporti, avventure, sesso anche con le sue studentesse –ma rigorosamente solo dopo la conclusione dei corsi e degli esami. Nessuna di queste relazioni lo ha mai coinvolto emotivamente, finché non gli si è presentata davanti Consuela Castillo, una splendida ragazza cubana dai capelli nerissimi, dai seni meravigliosi, dal corpo irresistibile. Per un anno e mezzo Consuela diventa la sua passione, la sua gioia e il suo tormento. Quando lei lo lascia la sofferenza è totale ma alla fine è Consuela l’animale morente, colpita da un tumore ai suoi splendidi seni.
Il lungo monologo di David è a volte banale, ripetitivo e persino noioso, giocato sin troppo sull’apologia di quegli anni Sessanta dei quali si dice che «no, non furono aberranti» (pag. 46), e che spesso rappresentarono «una farsa infantile ma una farsa infantile di vastissima portata» (47). Il monologo di un uomo con ancora tanta vitalità nel corpo, consapevole che la vita offre soltanto un assaggio –che la vita è soltanto un assaggio- e che il desiderio di legami più stabili ci rovina e ci perde. Il monologo di un professore che vede nella didattica il proprio destino ed è consapevole che il suo potere su Consuela sta proprio nell’insegnamento. Il monologo di un uomo che ha studiato sino in fondo l’oggetto del suo amore e sa che Consuela è nello stesso tempo «comune ma senza essere prevedibile» (21) ed è anche sfuggente, come tutti gli oggetti del desiderio.
Un uomo così disincantato e persino cinico non può tuttavia fare nulla contro la potenza di Afrodite, contro l’innamoramento che lo afferra senza che quasi se ne accorga. Ed è proprio nella descrizione della passione che il monologo si riscatta e diventa una vera e propria fenomenologia dell’amore, una delle più sincere che la letteratura abbia saputo creare.
L’amore è ossessione: «Per questo Consuela era sempre nei miei pensieri; per questo, con lei o lontano da lei, non mi sentivo mai sicuro di lei» (19).
L’amore è potere: «Aver conquistato il totale interesse, essere diventata la passione divorante di un uomo che in ogni altro campo le sarebbe inaccessibile […] Questo è il potere, ed è il potere che lei vuole» (26).
L’amore è frattura, come ricorda a David il suo amico George: «L’unica ossessione che vogliono tutti: l’ ‘amore’. Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due» (73-74).
L’amore è adulazione: «Io l’avevo proclamata una grande opera d’arte […] Perché la devo adulare quando chiacchieriamo? Perché non la finisco di dirle che è perfetta?» (29).
L’amore è una costruzione dell’innamorato e l’Altro, come scrive Proust, è solo  «ce choc en retour de notre propre tendresse». («À l’ombre des jeunes filles en fleurs» in À la recherche du temps perdu, Gallimard 1999, p. 482), un riflesso e rimbalzo della nostra stessa tenerezza. David ammette infatti che «io sono l’autore del suo dominio su di me» (25).
L’amore non può essere, quindi, che lo strazio impossibile dell’anima, tanto che «non riesci ad avere ciò che vuoi nemmeno quando riesci ad avere ciò che vuoi» (30), essendo «tormentato per tutto il tempo che ero stato con lei, cento volte più tormentato per averla perduta» (68) e «se avessi insistito, non avrei fatto altro che prepararmi nuovi tormenti» (70).
L’amore «è anche la vendetta sulla morte» (52) ma la morte arriva lo stesso, prima a consumare il «volto cavernoso e immensamente solo» dell’amico George (89) e poi a intaccare lo splendore statuario, sensuale, apparentemente integro di Consuela.
Dai Greci a Proust, dentro i miti di tutte le menti e civiltà, l’amore è quindi lotta, estasi, tormento, piacere, metafora della fine, poiché niente davvero conduce gli umani sull’orlo dell’abisso come la potenza incomprensibile e gratuita del sentimento e del desiderio che fanno dell’Altro –che è soltanto una parte- il Tutto nella cui assenza manca il respiro e all’infuori del quale non ci sono orizzonti.

[Segnalo anche American Pastoral (1997)]

Céline

Louis-Ferdinand Céline
Morte a credito
(Mort à crédit, 1936)
Traduzione di Giorgio Caproni
Introduzione di Giovanni Raboni
Corbaccio, 2000
Pagine XI-556

Mort à crédit non narra né commenta la vita e il tempo ma dimostra quanto gli esseri umani siano –come si legge nel Voyage «semplicemente, profondamente se stessi, cioè immondi, atroci, assurdi»1. Una volta entrati nel puro ritmo che è la scrittura di Céline, a poco a poco si penetra –fino a sprofondare- nell’epica allucinazione che è la vita, nel delirio del grumo di tempo che si è, nella comprensione esaltata e senza speranza dell’esistere. Davvero «è il nascere che non ci voleva» (pag. 40). Una volta nati, la solitudine ci accompagna per sempre2, insieme alla marmaglia «orribile, rumoreggiante» che ci circonda da ogni parte (285), insieme alle menzogne del futuro individuale e collettivo3, insieme all’orrore del quotidiano con la nostra «schifa d’una troia d’esistenza» (31).
Sono tre i nuclei narrativi che nel romanzo scandiscono l’inganno.
La famiglia, con tutta la sua retorica del sacrificio e della gratitudine, con il ricatto insostenibile del volersi bene.
Il soggiorno in Inghilterra, nel “Meanwell College”, con la parodia feroce di ogni istituzione educativa.
L’incontro e gli anni trascorsi con Courtial des Pereires. Un affetto paradossale ma profondo lega Ferdinand a quest’uomo eloquente e spregevole, sognatore e imbroglione, grande e infimo allo stesso tempo. Nello scienziato-inventore-esploratore-divulgatore Courtial sembra che si sia decuplicato il demente furore di Bouvard e Pécuchet, il bulimico bisogno di parlar di tutto, di tutto sperimentare, di non lasciare in pace nessun sapere, di occupare tutti gli spazi dell’erudizione per scoprire, infine, che dove manca una natura adeguata, nessun apprendimento può sostituirla e si rimane sempre meschini e ignoranti come alla nascita.
Oltre Flaubert, oltre Baudelaire, il vero alter ego di Céline rimane Proust. Le visite d’infanzia alla zia Armide sono una chiara parodia di quelle a tante Léonie; Courtial paga per farsi frustare, allo stesso modo del Barone di Charlus; sia Proust che Céline sono consapevoli di “avere del cuore «ma la vita mica è una questione di cuore» (43)4. E per entrambi gli umani possono soltanto «divertirsi con la propria morte mentre uno sta fabbricandosela, ecco tutto l’Uomo, Ferdinand!» (10).
La morte che non è mai gratuita e alla quale bisogna presentare «un bel sudario tutto ricamato di storie. È esigente, l’ultimo respiro» (25). La morte che viene descritta in tutta la sua potenza e con accenti di straordinaria pietà –pietà continuamente intrecciata al sarcasmo, un disprezzo che è sempre unito alla profonda comprensione delle debolezze umane- in una delle pagine fondamentali del libro:

«Ah, è terribile però…hai voglia d’esser giovane quando t’accorgi per la prima volta…come la gente la si perda per via…compagni che non rivedremo più…mai più…che son scomparsi come tanti sogni…che tutto è finito…svanito…che anche noi ci perderemo così…un giorno ancor molto lontano…ma ineluttabilmente…nello spietato torrente delle cose, delle persone…dei giorni…delle forme che passano…che non si fermano mai…» (366-367).

Céline s’è «abbuffato d’infinito» (8), dell’infinito che è l’enigma osceno dell’esistenza, ed è quest’infinito che ci regala attraverso la sua scrittura trafelata e sapiente, plebea e coltissima, partecipe del mondo e disgustata del suo Male.

Note

1 L.F. Céline, Viaggio al termine della Notte (Voyage au bout de la nuit, 1932) trad. di E. Ferrero, Corbaccio, 1995, p. 459.
2 L’incipit del romanzo scandisce da subito «Eccoci qui, ancora soli» (1).
3 «L’ho pur visto arrivare il Progresso…ma sempre senza trovare un posto…Tornavo ogni volta a casa bischero come prima…» (271).
4 «Les deux plus grandes causes d’erreur dans nos rapports avec un autre être sont avoir soi bon coeur ou bien, cet autre être, l’aimer» (Albertine disparue, Gallimard, 1999, p. 2003; I due più grandi errori nei nostri rapporti con un’altra persona sono di aver buon cuore, oppure, quell’altra persona, amarla).

Altri libri di Céline da me discussi in questo sito e sulla rivista Vita pensata:

Il Dottor Semmelweis

Viaggio al termine della notte

La Chiesa. Commedia in cinque atti

Tre balletti senza musica, senza gente, senza niente

Da un castello all’altro

Nord

Rigodon

«L’odeur et la saveur restent encore longtemps»

Io, Luca Vitone
Milano – Padiglione d’Arte Contemporanea
A cura di Luca Lo Pinto e Diego Sileo
Sino al 3 dicembre 2017

L’arte contemporanea è greca ed è wagneriana. Tende infatti a essere opera d’arte totale, Gesamtkunstwerke, a diventare colore, tatto, suono, odore, parola intrecciati, diversi, unici. Le invenzioni/installazioni/spazi di Luca Vitone corrispondono a tale intento.
Vitone ha pitturato l’intero Padiglione d’Arte Contemporanea di un bianco macchiato da spesse punte nere, realizzate con la polvere raccolta nello stesso PAC. Polvere che ritorna in quattro grandi acquarelli monocromi intitolati Raüme (Stanze), dipinti anch’essi con le polveri di alcuni edifici pubblici tedeschi.
Un’opera grafica e sonora è dedicata all’identità delle regioni europee. Le loro musiche tradizionali compongono una cacofonia che si dipana in un brusio universale, il suono stesso degli insetti e della terra che li nutre. Corteggiamenti è fatta di 9 opere in legno, strumenti musicali, luci elettriche. 9 come sono le Muse, che danno infatti il loro nome a ciascuna opera. Imperium è una stanza vuota ma intrisa di sensazioni olfattive, seducenti e insieme aspre. L’ambizione è restituire l’odore del potere. Ultimo viaggio racconta di un’avventura in Persia prima che si trasformasse nell’Iran khomeinista. Una vecchia Peugeot è poggiata sulla sabbia e circondata da immagini di quel viaggio.
Anche altre opere descrivono l’itinerario dei corpimente dentro le memorie individuali e collettive, cantano la polvere del tempo e la nostalgia della musica, meditano l’andare, la sabbia, l’avventura e i simboli: bandiere, anagrammi, strumenti musicali. Domina ovunque la potenza degli oggetti risignificati, risemantizzati, pervasi di ironia e di concetto.
L’intenzione politica di quest’artista anarchico è esplicita. Le due opere all’ingresso sono dedicate alla P2: su una parete il triangolo massonico, su quella di fronte un grande foglio sul quale sono scritti i nomi dei membri della Loggia Propaganda 2, tra i quali ci sono politici, giornalisti, professionisti, dirigenti, banchieri, ancora vivi e facenti danno.
Una mostra politeistica e molteplice, fatta di identità etniche, simboliche, territoriali, e insieme di differenze culturali, estetiche, linguistiche, percettive. La mostra ha altre due sedi milanesi: i Chiostri di Sant’Eustorgio e il Museo del Novecento, come a voler riempire gli spazi di questa bellissima città.
Abbiamo l’arte per non naufragare nell’unicità del comando, della sua spina, e sentire invece che davvero «quand d’un passé ancien rien ne subsiste, après la mort des êtres, après la destruction des choses, seules, plus frêles mais plus vivaces, plus immatérielles, plus persistantes, plus fidèles, l’odeur et la saveur restent encore longtemps, comme des âmes, à se rappeler, à attendre, à espérer, sur la ruine de toute le reste, à porter sans fléchir, sur leur gouttelette presque impalpable, l’édifice immense du souvenir» (Proust, À la recherche du temps perdu, Gallimard 1999, p. 46).

Dal lutto e dalla gloria

Attilio Scimone / La memoria della terra
in
Gente di fotografia
Anno XXIII, n. 68, agosto 2017
Pagine 56-61

«Tra le erbe, i silenzi, i graffi e le onde si staglia finalmente la bellezza. La bellezza per antonomasia, la bellezza paradigma, la bellezza che ci turba, ci avvolge, ci vince e fa felici. La bellezza della donna. Multiverso le raccoglie, queste donne. Le raccoglie mentre sinuose avanzano coi tacchi dentro il grano o elegantissime sembrano supplicare la loro stessa pacata gloria. Le raccoglie mentre posano distanti dallo sguardo e dal desiderio del fotografo e mentre avvolte nel nero arcaico di Sicilia si accingono a riempire di sé i luoghi, la pellicola, le voglie, la memoria»

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