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Dell’amore

Il fiume, l’amore, la morte
in MitoMania. Conversazioni con le Ninfe e i Fiumi
a cura di Sergio Russo
Diacritica Edizioni, Roma 2020
pagine 61-73

  • Indice del saggio
    -Un fluire naturale
    -Proust: una fenomenologia dell’amore
    -Gocce e frammenti
    -Il mito
    -L’estuario

Nel settembre del 2019 si svolse a Siracusa/Catania un Convegno dedicato alle Ninfe e ai Fiumi. La relazione che vi tenni è ora stata pubblicata negli Atti di quell’evento che fu insieme erudito e piacevolissimo.
Nel mio intervento cercai di argomentare delle verità evidenti, delle quali però non sempre siamo consapevoli. Per esempio del fatto che l’amore che nutriamo è così forte in noi, l’amore che riceviamo ci esalta così tanto, perché l’amore che riceviamo è in realtà un riflesso dell’amore che nutriamo. Il fluire amoroso è espressione, forma e figura dell’inevitabile solitudine dell’umano.
Ma il cuore della passione amorosa è un cuore sacro: nella vita degli umani l’irrompere dell’Altro costituisce un’epifania. Del dio l’oggetto amato possiede anche l’inevitabile carattere di distanza, di estraneità, di perfezione mai raggiunta. La passione amorosa è un fluire numinoso, che investe, trasforma, esalta e abbatte le nostre vite. L’oggetto amoroso è così potente poiché è figura dell’oggetto divino.
Ci innamoriamo anche per avere un dio da onorare ed essere onorati dall’Altro come se fossimo un dio. 

Silvia

Renzo Zenobi
Silvia
 (mp3)
(1975)

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Una poesia struggente, malinconica, distante, profonda, temporale.
Versi ermetici nati dentro una musica colma di dolcezza.

La canzone di Zenobi mi ha ricordato che una volta, secoli fa, scrissi a una donna questo: «Sei un sorriso che ubriaca persino i campi distesi delle viti».

Tutto su un tramonto viola acceso
Con il tè sopra Firenze
Nuovi giorni prometteva aprile
Cerchi di limone alle colline
Il tuo glicine sognava
Nodi di mare sulle nostre dita

Silvia, ti ricordi la commedia
Recitata ad un sorriso
La mia voce si accordava lenta
E Beato Angelico negli occhi
E mio padre nel cervello
Essenza di ambra
Consolava il mio mantello

Il fuoco di quercia triste
Mi guardava con occhi saggi
Da domani un’altra storia
E un’altra faccia
Fra i suoi legni
Ed ancora un Giorgione
Sopra il letto non ha
Svegliato i sogni

Piove piano sopra terra scura
E un cipresso maschio e canne
Si corteggiano con suoni di foglie
Dolce latte aumenta la coscienza
Soffia via la mente adulta
Da un cappa sale sopra il fumo

Silvia, ti ricordi la paura
Tanta gente dietro i vetri
E nessuno ti gettava un fiore
E la rabbia ormai non ha più voce
Lascia il posto a indifferenza
Suona forte se non torna
La pazienza

Che strano, con il mattino
Le montagne sono di sabbia
E non sapere dove volare
Non vuol dire
Sei senza amore
Ed ancora il mio nome
Puoi usarlo
Per un ventaglio al sole

Stanco di lottare contro il bianco
Il tuo glicine si è arreso
E sulle palme adesso è già l’inverno
La licenza è quasi terminata
La stazione e il mio maglione
La domenica è già consumata

Silvia, benedetta la tua mano
Calda al vento in tramontana
Fresca per le fronti di fatica
La Toscana ha vinto, ha già rubato
I tuoi occhi ai suoi colori e cavalchi
Ad una caccia fra le monete
Nella mia tasca.

Ghiaccioli

Non dimenticarmi
di Ram Nehari
Israele, Francia, Germania, 2017
Con: Moon Shavit (Tom), Nitai Gvirtz (Neil)
Trailer del film

Nutrirsi, bere, mangiare, defecare, per le femmine in età fertile avere un ciclo, sono tutte espressioni della materia animale. Una materia viva, pulsante, dolorosa, fragile, resistente, temporale. Le indagini etologiche documentano che sono forme vissute con immediatezza da tutti i mammiferi e da altri animali. E che diventano invece problematiche in vari membri della specie Homo sapiens. Un fenomeno che si è accentuato nella contemporaneità ma che appartiene anche ad altri tempi e luoghi, come dimostrano alcune sante medioevali chiaramente anoressiche. E poi c’è il disagio generale della vita, la sua angoscia, che può colpire chiunque in qualsiasi momento, per brevi periodi, per molti anni, a volte per sempre.
Non dimenticarmi racconta l’incontro tra una vivace ragazza piena di energia e disincanto (Tom), che vorrebbe diventare una modella, e un musicista (Neil) che suona la tuba, ha pochi soldi e un po’ di squilibrio mentale. Neil aiuta Tom a fuggire dalla clinica nella quale i suoi genitori l’hanno rinchiusa. Non hanno però dove andare e camminano per la città di notte. Neil, che si porta appresso la tuba con la sua massiccia custodia, è sempre più afferrato dalla vitalità di Tom. Se ne innamora proprio. La scena finale li vede in una clinica psichiatrica; sono seduti l’una accanto all’altro, progettano il pranzo bianco delle loro nozze, nel quale non si mangi nulla se non dei ghiaccioli, e Tom dice: «Voglio morire ma in silenzio. Voglio appassire». Lungo tutto il film la tragedia si coniuga al comico e il desiderio – nonostante tutto – emerge in ogni istante.
Discutendo qualche anno fa di un libro di René Girard scrivevo che nessuno può convincere l’anoressica della sua condizione; lei «è orgogliosa di adempiere a quello ch’è forse il solo e unico ideale ancora condiviso da tutta la nostra società: la magrezza» (Il risentimento. Lo scacco del desiderio nell’uomo contemporaneo, Raffaello Cortina Editore 1999, p. 160). Notevole ed esemplificativa dello stile di Girard è l’immagine che chiude la sua analisi dei disturbi alimentari: «Se i nostri avi vedessero i cadaveri gesticolanti delle riviste di moda contemporanea, li interpreterebbero probabilmente come un memento mori, un promemoria di morte, equivalente forse alle danze macabre dipinte sui muri delle chiese del tardo Medioevo; se dicessimo loro che, per noi, questi scheletri disarticolati significano piacere, felicità, lusso, successo, è probabile che fuggirebbero in preda al panico, pensando che siamo posseduti da un demone particolarmente ripugnante» (p. 188).
Il fenomeno psichico che chiamiamo «disturbi dell’alimentazione» si pone alla convergenza di molteplici elementi: il disagio esistenziale; l’ordine impartito alle ragazze di esprimere una forma fisica che all’epoca, ad esempio, di Rubens sarebbe stata giudicata brutta sino all’inaccettabilità; il modello fortemente competitivo che pervade l’economia e la società neoliberiste; la solitudine generata dalla dissoluzione della Communitas (e moltiplicata dalla distruttiva gestione politica della Sars2).
Il film di Nehari mantiene tutto questo sullo sfondo e racconta una storia d’amore triste e insieme divertente.

πρoσωπον

Persona
di Ingmar Bergman
Svezia, 1966
Con: Bibi Andersson (Alma), Liv Ullmann (Elisabeth Vogler), Gunnar Björnstrand (Vogler), Margaretha Krook (il medico), Jorgen Lindström (il ragazzo)

Mentre recitava Elettra Elisabeth si ferma e da allora più non parla. I controlli mostrano che è del tutto sana, sia negli organi sia nella psiche. Le viene assegnata la giovane infermiera Alma, con la quale trascorre dei giorni in una casa solitaria vicino al mare. Alma parla, racconta di sé, si affida all’ascolto di Elisabeth. La quale la osserva, si lascia andare all’abbraccio, diventa sempre più intima. Alma però scopre una distanza e allora subentra il conflitto. Dopo il quale l’identità tra le due donne si fa sempre più ibrida.
I ricordi di Alma sono dolorosi e solari. I ricordi di Elisabeth sono dolorosi e tragici. Al figlio non voluto, al marito abbandonato, all’identità smarrita si associano le visioni del mondo perduto: immagini dal ghetto di Varsavia, filmati di monaci buddhisti che si danno fuoco in Vietnam.
E poi il mare, la solitudine, la luce, i chiaroscuri, le ombre, la morte, lo scandire del tempo, la persona come persōna, phersu, πρóσωπον, come la maschera teatrale che Elisabeth incarnava nell’istante dal quale non ha più parlato. La finzione teatrale e cinematografica si scopre in vari momenti del film. Non però per indicare che l’arte è finzione ma che la vita è una complessa apparenza di eventi. È un apparire sacro e vero perché nulla si dà oltre la maschera dei fenomeni, come la grande filosofia del Novecento (Husserl, Heidegger) ha compreso e detto.
Un’opera, Persona, algida, appassionata, oggettiva, interiore, formalmente innovativa e assai bella. Come un raffinato e potente viaggio nella ψυχή che diventa un itinerario nell’είναι del quale ogni tonalità emotiva è parte apparente e vibrante.

Cartoline (anche) nietzscheane

Lou von Salomé
di Cordula Kablitz-Post
Germania-Austria, 2016
Con: Katharina Lorenz (Lou adulta), Nicole Heesters (Lou anziana), Liv Lisa Fries (Lou ragazza), Philipp Hauß (Paul Rée), Alexander Scheer (Nietzsche)
Trailer del film

Louise von Salomé (1861-1937), scrittrice, saggista, poeta, psicoanalista, fu amica, amata, desiderata da Rilke, Rée, Nietzsche, Freud. Un magnete capace di attirare a sé con l’inevitabilità delle leggi fisiche, alle quali i sentimenti umani obbediscono assai più di quanto – inguaribili spiritualisti – siamo disposti ad ammettere.
Se di Rilke fu amante – suo marito (teorico) era l’orientalista Friedrich Carl Andreas -, rifiutò invece le proposte di Nietzsche e di altri. Un carattere fortissimo unito a una grande intelligenza e a una inesausta curiosità. Fu la prima a scrivere un libro su Nietzsche (nel 1894), del quale ebbi modo di occuparmi all’inizio dei miei studi. Da un articolo su Alfabeta dedicato all’analisi di alcune biografie nietzscheane, riprendo quanto allora scrissi: «Pur storicamente tanto vicina a Nietzsche, ha saputo offrire ai contemporanei e a noi una delineazione del filosofo la quale permette di scorgere come da uno spiraglio privilegiato il labirinto del pensiero nietzscheano» (Le vite di Nietzsche, «Alfabeta», n. 61, giugno 1984, p. 30).
Accostarsi a una donna come questa non è facile neppure per chi la voglia raccontare. Il ritratto che ne delineò Liliana Cavani (Al di là del bene e del male, 1977) è del tutto insufficiente sino a diventare morboso. Quello tentato da Cordula Kablitz-Post riesce a mantenersi in una verosimiglianza frutto anche del rigido schema formale fatto dei ricordi che una settantenne Lou rievoca per il suo biografo. Ricordi che attraversano epoche diverse in un ordine non necessariamente cronologico: l’infanzia a Pietroburgo con il padre amatissimo; i conflitti con la madre e con l’intero mondo delle persone per bene; i viaggi in tutta Europa; i libri letti e scritti; le passioni, il gelo.
Ricordi che partono sempre da una vera cartolina d’epoca che prende vita nell’animazione filmica e nella fantasia narrativa ma tornando poi ai documenti storici, comprese le fotografie che la vedono accanto a Nietzsche. Quest’ultimo personaggio è davvero irrappresentabile. La ragione è che Nietzsche è una cosa sola con la sua opera. E le opere di filosofia, di una tale filosofia, non si possono trasferire in immagini. Esse, infatti, coincidono con la potenza stessa dell’esistere.
Anche in questo film Nietzsche appare un poco ingenuo (lo era), un poco teatrale, un poco incerto, un poco innamorato. Uno qualunque, insomma, mentre se è esistito un europeo moderno che non è stato ‘qualunque’, questi è appunto Nietzsche. Tornando a Lou, il film si regge sulle cartoline e sull’interpretazione delle due attrici che riescono a restituire della Salomé adulta e di quella anziana l’intelligenza, l’ironia, la determinazione e anche il fascino.
Chiudo con alcune delle parole più significative che Lou von Salomé dedicò al suo amico filosofo: «La cosa grande è che egli sapeva di tramontare eppure si congedò – con la bocca ridente, ‘incoronato di rose’ – discolpando, giustificando, trasfigurando la vita. […] Echeggia dal suo sorriso un commovente duplice suono: la risata di un folle e il sorriso del vincitore»
(Nietzsche. Una biografia intellettuale [Friedrich Nietzsche in seinen Werken, 1894], trad. di A. Barbaranelli e G. Maragliano, Savelli 1979, p. 218).

Vortice

Jan Dismas Zelenka
dal Miserere in Do minore (1738; ZWV – 57)
Il Fondamento Choir – Direttore Paul Dombrecht

Questa musica può essere accostata al vortice nel quale ciascuno riceve l’Amore dell’Altro come proprio Amore e in tale vortice ama l’Altro e Sé.
I versi sono tratti da Un barlume di fasto (Scrittura Immagine Edizioni 2013, p. 17).

 

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