Skip to content


Cioran

Venticinque anni fa (!) pubblicai un saggio su Emil Cioran (1911-1995) nel quale tentavo un confronto tra le sue opere e la filosofia di Nietzsche. Di Cioran presi in considerazione i seguenti libri: Storia e utopia, Il funesto demiurgo, L’inconveniente di essere nati, Squartamento, tutti editi in italiano da Adelphi.
Metto qui a disposizione il pdf di quel testo, sperando che possa costituire uno stimolo a leggere questo scrittore tagliente e splendido, gnostico. Qualche tesi enunciata nel 1993 oggi non la formulerei. Confermerei invece senz’altro questa:
«È dunque l’antropocentrismo ciò che Nietzsche e Cioran giudicano davvero inaccettabile nel cristianesimo. L’aver esso trasformato la casualità della specie in una necessità cosmica, l’aver preso così a cuore le vicende umane da costringere persino dio a morire per esse. Ma con quale senso di esultanza e di liberazione Nietzsche racconta: “Allora mi ricordai delle parole di Platone e le sentii tutt’a un tratto nel cuore: “Tuttto ciò che è umano non è, in complesso, degno di essere preso molto sul serio; tuttavia…” (Umano, troppo umano, af. 628). E Cioran, dal canto suo, ritiene che “prendere sul serio le cose umane è segno di qualche segreta carenza” (Squartamento, Adelphi 1981, p. 115)».

in Prospettive Settanta, anno XV, numero 1/1993, Guida Editori, pagine 117-127

Le mura, gli dèi

Le mura di Roma. Fotografie di Andrea Jemolo
Roma – Ara Pacis

Dentro uno dei veri spazi sacri di Roma, che non sono la miriade di luoghi cristiani ma è l’Ara Pacis di Augusto. Un monumento perfetto nel suo equilibrio di storia e vegetazione, di forme e di politica, di pieni e di vuoto. Qui Andrea Jemolo ha esposto 77 fotografie che raffigurano i dodici chilometri che rimangono degli originari diciannove con i quali l’imperatore Aureliano (270-275) volle rafforzare le difese di Roma.
Immagini nelle quali la potenza del tempo emerge dal trionfo del presente, nelle quali l’architettura diventa una forza naturale, nelle quali il consueto delle mura che percorrono la città in ogni sua parte si fa finalmente visibile. La luce che attraversa tali immagini è esatta, avvolgente, costruita su proporzioni rinascimentali che inglobano l’umano e la natura dentro un riverbero affilato di nuvole e di pietre. In esse la storia si stratifica nelle sue resistenze e nelle svolte, nei millenni dentro cui muoiono gli umani e le generazioni ma i volumi rimangono a battere il ritmo degli eventi oltre la carne, dentro il segreto del tempo che scorre e che resiste, che dura.
A questa calma magnificenza Jemolo dedica «lo sguardo lento che ci insegnava Gabriele Basilico» (Catalogo della mostra, Treccani 2018, p. 38), uno sguardo assorbito da Mantegna, Piero della Francesca, Carpaccio, capace di penetrare la distanza lasciandola distante. Roma entra in dialogo con le sue mura attraverso la tecnica e l’arte del fotografo. Perché, dice ancora Jemolo, «la fotografia non è la documentazione del reale ma semmai una delle possibili rappresentazioni della realtà» (Ivi, p. 45).
Le mura aureliane non hanno impedito che i templi di Roma venissero «distrutti e le loro statue fatte a pezzi da criminali armati di martelli» (Catherine Nixey, Nel nome della Croce. La distruzione cristiana del mondo classico, Bollati Boringhieri 2018, p.  32) perché quella distruzione, nata dalla periferia dell’Impero, si era installata dentro quelle mura, corrodendole dall’interno. E tuttavia mentre i pontefici cristiani continuano a usurpare il luogo dei pagani, le mura qui fotografate nella loro perenne plenitudine ricordano che essi, gli dèi, mai se ne sono andati.

Il settimo sigillo

Il settimo sigillo
(Det sjunde inseglet)
di Ingmar Bergman
Svezia, 1957
Con Max von Sydow (Antonius Block, il cavaliere), Gunnar Björnstrand (Jöns, lo scudiero), Bengt Ekerot (la Morte), Bibi Andersson (Mia), Nils Poppe (Jof), Maud Hansson (la strega)
Trailer del film

Il cavaliere Antonius di ritorno dalle crociate incontra la morte, le chiede ancora un po’ di tempo, la sfida a scacchi, perde la partita ma nel frattempo ha salvato una famiglia di attori. Sullo sfondo la peste, la superstizione, i roghi di ragazze torturate e chiamate streghe, la violenza dei flagellanti, la rassegnata allegria dei saltimbanchi, l’attrazione e insieme il terrore che i cristiani nutrono verso la morte, la violenza dei predicatori, la danza macabra, la ferocia collettiva, la tensione della mente verso una spiegazione definitiva ma che proprio per questo non potrà giungere. Perché siamo entità asintotiche, spinte sempre sui confini del tutto e sull’orlo del nulla.
Magnifica incarnazione del simbolismo medioevale, Il settimo sigillo è pervaso da una grande e sobria sapienza figurativa, in un bianco e nero risplendente. Il motivo che tutto lo pervade è la ricerca del senso di fronte al niente che incombe, di fronte all’inevitabile silenzio della figura monocratica e assoluta che alcune religioni si sono inventate per sopportare la vita. «Il cavaliere: Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, mi sveli il suo volto, mi parli. La morte: Il suo silenzio non ti parla?». È infatti lo stesso silenzio «assai eloquente» della persona alla quale lo scudiero Jöns chiede inavvertitamente la strada verso Helsingør, prima di accorgersi che sta parlando a un cadavere
L’edizione restaurata e in lingua originale di questo capolavoro si può ammirare al cinema Palestrina di Milano.

Revenge

Piccolo Teatro Strehler – Milano
La tragedia del vendicatore
(The Revenger’s Tragedy, 1606)
di Thomas Middleton
Traduzione di Stefano Massini
Con Ivan Alovisio (Lussurioso), Alessandro Bandini (Junior), Marco Brinzi Giudice), Fausto Cabra (Vindice), Martin Ilunga Chishimba (Direttore del carcere), Christian Di Filippo (Supervacuo), Raffaele Esposito (Ippolito), Ruggero Franceschini (Vescovo), Pia Lanciotti (Duchessa / Graziana), Errico Liguori (Spurio), Marta Malvestiti (Castizia), David Meden (Ambizioso), Massimiliano Speziani (Duca), Beatrice Vecchione (medico)
Scene e costumi di Nick Ormerod
Drammaturgia e regia di Declan Donnellan
Sino al 16 novembre 2018
Trailer dello spettacolo

Nomi parlanti quelli dei personaggi -Vindice, Ambizioso, Spurio, Castizia, Lussurioso…-; trame intricate, grottesche e crudeli, dentro le quali la natura umana si incarna, emerge e si svela più feroce di qualunque altro animale; uno sguardo disincantato, sarcastico e rigido verso la Corte -qualunque Corte- e i suoi intrighi che fottono e cummannano.
Per The Revenger’s Tragedy di Thomas Middleton e per il suo regista Declan Donnellan «possono essersi, in una certa misura, modificate talune strutture politiche e sociali, ma di certo non la natura umana» (La tragedia del vendicatore, Piccolo Teatro di Milano, 2018, p. 12). Il risultato è la perduta follia delle passioni, la loro dismisura che -insieme al continuo riferimento al peccato- fa di questa tragedia della vendetta un’opera profondamente cristiana. Rispetto alla violenza pur ben presente nelle tragedie greche, infatti, qui si vede tutto. Nessuna discrezione, nessun racconto di fatti atroci -come è norma nel teatro antico- ma tali fatti in atto: copule, torture, pezzi di carne tagliati e insacchettati, teschi di fidanzate uccise che avvelenano i loro uccisori, coltelli dentro i corpi. Sino a chiudersi su un sabba nel quale la vendetta dissolve se stessa nella morte di tutti.
La tragedia del vendicatore è dunque una danza macabra, genere tipicamente cristiano; si vedano, ad esempio, le feste messicane della morte, con le quali ha inizio anche 007 Spectre di Sam Mendes. Un genere con il quale e dentro il quale quella concezione del mondo svela in modo esplicito il nichilismo dal quale è tutta attraversata, l’intera e radicale negazione di questo mondo in vista di un altro del quale essere davvero cittadini. È il tipo di tragedia che sarebbe piaciuto all’autore del De civitate Dei. Un contemporaneo, amico un poco più anziano e collaboratore di Thomas Middleton, Shakespeare, mostra ancora una volta la sua unicità anche in questo: le sue tragedie accadono infatti in un mondo nel quale il cristianesimo sembra non esserci mai stato.
In ogni caso lo spettacolo in scena sino al 16 novembre allo Strehler è coinvolgente, danzante e divertente. Molto ben recitato, tiene desta l’attenzione sulla natura umana.

Contro i cristiani

Composto tra il 270 e il 272, probabilmente su invito di Plotino, il Κατά Χριστιανών di Porfirio (Contro i cristiani. Nella raccolta di Adolf von Harnack con tutti i nuovi frammenti in appendice [1916], a cura di Giuseppe Muscolino, Bompiani 2010, pagine 617) era un libro talmente efficace nei ragionamenti e nella forma da meritare la proscrizione già di Costantino prima del Concilio di Nicea (325) e poi nel 448 il rogo di tutte le copie, su decreto congiunto degli imperatori cristiani d’Oriente e d’Occidente Teodosio II e Valentiniano, i quali ordinano «che tutti quanti gli scritti di Porfirio, o di qualche altro, che egli scrisse spinto dalla sua follia contro il sacro culto dei cristiani, presso chiunque vengano trovate, siano gettate nel fuoco. Infatti tutti gli scritti che spingono Dio all’ira e offendono le anime (dei fedeli), non giungano alle orecchie; (così facendo) vogliamo venire in aiuto degli uomini» (Cod. Justin. I, 5, qui alle pp. 167-169). I roghi dei libri -dai cristiani ai nazionalsocialisti- hanno sempre avuto motivazioni morali. In questo caso «la ragione per la quale sappiamo così poco è che gli scritti di Porfirio erano ritenuti così potenti e spaventosi che furono completamente estirpati» (Catherine Nixey, Nel nome della Croce. La distruzione cristiana del mondo classico, Bollati Boringhieri 2018, p. 80). Il lavoro di Porfirio «fu immenso: almeno quindici libri, sappiamo che si trattava di un testo assai colto e che era, almeno per i cristiani, profondamente sconvolgente» (Ivi, p. 79).
Nel 1916 il filologo tedesco Adolf von Harnack pubblicò 121 frammenti sparsi, citati da altri autori -anche se non tutti di sicura attribuzione a Porfirio- che vennero da lui suddivisi in una parte di Testimonianze e poi in cinque sezioni tematiche dai titoli Critica del carattere e dell’affidabilità degli evangelisti e degli apostoli come principio della critica del cristianesimo, Critica del Vecchio Testamento, Critica degli atti e delle parole di Gesù, Dogmatica, Sulla Chiesa contemporanea.

Per comprendere il significato dirompente di quest’opera è essenziale fare un’epoché, mettere tra parentesi tutto ciò che conosciamo di Gesù, della sua figura, delle parole che vengono tramandate dai Vangeli, come se non ne sapessimo nulla. È difficilissimo, certo, ma se riuscissimo a farlo il risultato sarebbe quello indicato da Porfirio e che nessuna disperata dialettica di Girolamo, Agostino, Eusebio e altri polemisti cristiani riesce a nascondere. Quali risultati? Quelli che seguono, in gran parte confermati dalla critica biblica moderna e contemporanea.
I Vangeli non vennero redatti dai loro presunti autori -apostoli che conobbero Gesù- ma molti decenni dopo, da comunità cristiane. Essi consistono in gran parte in invenzioni e sono pieni di contraddizioni gli uni con gli altri: «Ognuno di loro infatti scrisse il racconto sulla passione non in modo concorde, ma in modo assolutamente differente» (testo n. 15; p. 203). Non soltanto la passione ma molte altre notizie sono contraddittorie, come ad esempio le genealogia di Maria e di Giuseppe. Gli stessi detti di Gesù sono tra di loro in contraddizione, come quando -ed è un solo esempio tra i tanti- a chi mugugnava perché una donna avesse cosparso il Maestro di preziosi profumi che si potevano vendere a favore dei poveri, Gesù rispose «di non essere con loro per sempre, lui che altrove assicura (i discepoli) dicendo loro: ‘Io sarò con voi fino alla fine del mondo’. Così, addolorato per l’episodio dell’olio profumato, negò che sarebbe stato con loro per sempre’» (61; 325).
In generale, quella dei nazareni è «una fede irrazionale e non sottoposta ad esame» (1; 185), come si vede con chiarezza dalla credenza in un Dio che può distruggere le leggi della logica, della fisica e del buon senso. Porfirio invita infatti a riflettere su «quanto sarebbe assolutamente illogico se il demiurgo lasciasse che il cielo, di cui nessuno potè pensare una bellezza più divina venisse distrutto, le stelle cadessero e la terra perisse, e invece facesse risorgere i corpi putrefatti e guasti degli uomini, alcuni di persone dall’aspetto curato, altri orribili prima di morire, sproporzionati e dall’aspetto terribilmente nauseante» (94; 387). Resurrezione dei corpi che rappresenta una delle maggiori assurdità che si possano immaginare: «Infatti spesso (è capitato) che molti morirono in mare e i (loro) corpi furono mangiati dai pesci, altri furono divorati dalle belve e dagli uccelli; com’è dunque possibile che i loro corpi tornino indietro?» (n. 94, 385).
Ma sono gli stessi cristiani a non credere per primi a tali assurdità. Tanto è vero che la loro presunta fede non è in grado né di spostare le montagne -eppure per farlo basterebbe, assicura il Maestro, avere ‘fede quanto un granello di senape’- né di guarire i malati né di assumere veleni mortali senza subirne alcun danno, come assicura sempre Gesù, per il quale proprio questi sono segni certi della fede. E tuttavia, commenta Porfirio, nessun cristiano e neppure alcun vescovo si è mai sottoposto a tale prova.
I cristiani divennero poi ben presto, come ammise lo stesso Girolamo, simili a degli esattori delle tasse, chiedendo con insistenza denaro a tutti. Tanto che furono frequenti i casi di donne -soprattutto ricche vedove- che furono convinte «a distribuire ai poveri tutta la ricchezza e le sostanze  che (esse) avevano e, ridottesi all’indigenza, a mendicare; dalla libertà (economica) passarono ad una sconveniente e misera condizione di accattonaggio, dalla felicità piombarono in una condizione drammatica» (58; 321).
Chiede poi ragionevolmente Porfirio: «Perché colui che fu chiamato il Salvatore, si è nascosto per così tanti secoli» negando in questo modo la salvezza a milioni e milioni di persone vissute prima della sua comparsa in Palestina in un certo momento del tempo (82;1)? E perché Gesù dopo la presunta resurrezione apparve a pochissime e sconosciute persone «mentre aveva precisamente dichiarato al sommo sacerdote dei Giudei dicendo: ‘Vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio che viene sulle nuvole’. Se infatti fosse apparso a uomini illustri, tutti grazie a costoro, gli avrebbero creduto e nessuno dei giudici li avrebbe puniti come inventori di favole assurde; infatti non piace in alcun modo né a Dio, ma nemmeno ad un uomo intelligente che molte persone per causa sua siano esposte alle punizioni più terribili» (64; 329). Se davvero fosse stato il figlio dell’Altissimo, «Cristo avrebbe dovuto, durante la sua discesa, oppure dopo la sua morte o in altra occasione, apparire a gran parte della gente in modo impressionante (tramite miracoli, come Dio)» (sintesi di von Harnack dei frammenti 65 con nr. 48, 64; p 95).

In realtà questo rabbi un po’ troppo convinto della propria autorità ha generato una storia di massacri e di dolori, perpetrati dai suoi seguaci contro chi non condivideva un fanatismo simile a quello degli attuali esponenti dell’Isis, come molte testimonianze storiche confermano, al di là di Porfirio. Un solo caso: il massacro attuato nel 415 da una banda di criminali cristiani contro una donna sola, indifesa -Ipazia di Alessandra- su istigazione del vescovo Cirillo, poi proclamato santo e dottore della Chiesa. La verità è che Gesù il Nazareno è un uomo «per la cui venerazione e fede una moltitudine di uomini viene inumanamente uccisa, mentre la (sua) attesa risurrezione e venuta rimane ignota» (36; 245). Un uomo che chiede più volte al suo Dio di risparmiargli la morte e che al momento di spirare lo accusa di averlo abbandonato. Parole le quali «sono indegne non solo del figlio di Dio, ma anche di un uomo saggio che disprezza la morte» (62; 325).
Le risposte dei cristiani a queste semplici e sensate osservazioni consistono nell’insultare in vario modo chi le formula e nell’arrampicarsi sugli specchi, come fa Girolamo a proposito della questione delle montagne che si spostano: «In coincidenza dell’apparizione nel mondo della fede cristiana, si verificarono in gran numero eventi prodigiosi e straordinari, la maggior parte dei quali non sono stati riportati, in quanto superavano le capacità di comprensione degli uomini», continuando poi con il dire che le montagne da spostare sono una immagine del diavolo (nota del curatore, p. 459).
Ecco l’unica risposta che i dotti cristiani sono capaci di dare: interpretare i Vangeli e i detti di Gesù in chiave totalmente allegorica, salvo poi tornare alla lettera del testo quando a loro conviene. Ma l’allegoria è capace di dire tutto e il contrario di tutto, come -ad esempio- che in base al testo dell’Iliade Ettore raffigura il diavolo e Achille prefigura il Cristo vincitore.

È penoso che la ricca e sempre lucida cultura dei Greci sia stata costretta a confrontarsi con questo insieme di favole esagerate, neppure buone per dei bambini. E questo per ragioni in primo luogo politiche. L’imperatore Costantino, che per primo ordinò il rogo dei libri, abbracciò la fede cristiana anche per una motivazione semplicemente personale e giudiziaria. Infatti egli si era macchiato «del duplice delitto contro il primogenito Crispo e la moglie Fausta [che uccise facendola bollire in una vasca d’acqua], sospettati di aver avuto una relazione sentimentale» e, «non avendo ottenuto il perdono da nessuna religione presente nell’impero di allora per una simile nefandezza, si rivolge al cristianesimo», il quale lo assolve e lo accoglie tra i propri adepti (nota del curatore, pp. 514-515). Non solo: lo proclama «eguale agli apostoli» (Nixey, Nel nome della Croce, cit., p. 54).
Un nemico di Porfirio, Agostino di Ippona, è ancora abbastanza greco da riconoscerlo in ogni caso come «philosophus nobilis, magnus gentilium philosophus, doctissimus philosophorum quamvis Christianorum acerrimus inimicus» (De civitate Dei, XIX, 22, qui a p.162), filosofo nobile e dotto nonostante fosse acerrimo nemico dei cristiani.
Quei cristiani e quei padri della Chiesa a proposito dei quali Nietzsche può giustamente dire che «ci si ingannerebbe completamente se si supponesse un qualsiasi difetto d’intelligenza nelle guide del movimento cristiano -oh, se essi sono accorti, accorti fino alla santità, questi signori padri della Chiesa!», con la capacità che ebbero di assorbire la filosofia greca -affrancandosi così dalla natura settaria del cristianesimo delle origini- per metterla al servizio delle patetiche e pericolose invenzioni dottrinarie, etiche e politiche della fede dei nazareni (L’Anticristo, Adelphi, p. 256).
I cosiddetti padri della Chiesa sono stati fomentatori di crimini e hanno contribuito alla distruzione della razionalità platonica e aristotelica, da loro giudicata diabolica. Sia come vittime sia come carnefici, hanno dato ragione a Zarathustra, per il quale «il sangue è il peggior testimone della verità; il sangue avvelena anche la dottrina più pura e la trasforma in follia e odio dei cuori» (Così parlò Zarathustra, II parte, ‘Dei preti’). Porfirio e gli ultimi filosofi pagani sono rimasti indenni da tali follie, da tanto odio.

Tulipani

Tulip Fever
(Titolo italiano: La ragazza dei tulipani)
di Justin Chadwick
Gran Bretagna – USA, 2017
Con: Alicia Vikander (Sophia Sandvoort), Christoph Waltz (Cornelis Sandvoort), Dane DeHaan (Jan van Loos), Holliday Grainger (Maria), Judi Dench (La badessa), Jack O’Connell (II) (Willem Brok)
Trailer del film

Sempre pessima la consuetudine italiana non soltanto di doppiare sistematicamente i film girati in altra lingua ma anche di modificarne i titoli. In questo caso l’originale Tulip Fever è assai più descrittivo di che cosa il film sia, ponendo al centro non la protagonista umana ma i fiori che nell’Olanda del Seicento crearono una bolla speculativa molto simile alle strutture e ai rischi della finanza del XXI secolo.
Sui tulipani, infatti, si investiva prima ancora che fossero fioriti. La rarità di alcune specie rendeva il bulbo di un singolo fiore più prezioso dell’oro. Sembrava che dai tulipani si generasse una ricchezza senza fine, come per i titoli azionari, i derivati e le altre espressioni contemporanee di una finanza tutta cartacea e drogata, una finanza febbrile appunto. Febbre che si rivelò mortale, portando alla rovina intere famiglie, così come è accaduto negli USA e poi in tutto il mondo con la crisi immobiliare e bancaria del 2007-2009, della quale noi semplici cittadini continuiamo a pagare le conseguenze. Allo stesso modo della Tulip Fever olandese, è stata infatti e continua a essere mortale l’odierna crematistica, presentata invece dai quotidiani e da altri media -finanziati dalle banche- come un modo ovvio di utilizzare il denaro e di moltiplicarlo.
Su questo sfondo del tutto attuale si staglia la vicenda dell’orfana Sophia, del suo anziano marito e commerciante Cornelis, dei vani sforzi di avere un erede, dell’amore tra la ragazza e il pittore incaricato da Cornelis di ritrarli. Una storia d’amore come tante che da un certo momento in poi comincia però a crescere nella inverosimiglianza, negli intrichi e intrighi, in un finale chiaramente artificioso.
Ciò che rimane interessante -e che spiega perché il titolo originale è più esatto- è che tutti i personaggi, compresa la determinata badessa del convento-orfanotrofio di Sophia, si rivolgono ai tulipani nei loro progetti di vita, nei loro sogni d’amore, nelle loro fortune e nelle loro disgrazie.
La messa in scena è sontuosa, soprattutto gli interni, e assai cromatica. I calvinisti olandesi sono sempre quelli descritti da Max Weber: persone convinte che la moltiplicazione del denaro sia un segno quasi certo che il Dio cristiano li ami. Da qui è germinata la profonda ingiustizia della modernità, da questa implacabile visione che coniuga l’esigenza della salvezza con la centralità del denaro. Se i nazareni costituiscono una setta da sempre pericolosa per l’equilibrio del mondo, la loro variante puritana si è mostrata la più rovinosa. Se «li riconoscerete dai loro frutti. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così, ogni albero buono fa frutti buoni, ma l’albero cattivo fa frutti cattivi. Un albero buono non può fare frutti cattivi, né un albero cattivo fare frutti buoni» (Mt., 7, 16-18), il frutto più maturo del calvinismo -gli Stati Uniti d’America- era già tutto dentro l’ossessione olandese per i tulipani e per i favolosi guadagni da essi garantiti.

Kierkegaard

Kierkegaard, il gomitolo di fili intrecciati fra umano e divino
il manifesto
15 settembre 2018
pagina 11

«Da molto tempo ho pigramente rinunciato all’umanità sebbene o proprio perché l’ho studiata a fondo». Tra i possibili fili dai quali dipanare il complesso gomitolo della persona e del pensiero di Søren Kierkegaard, sono partito da questo per seguire l’«euritmia argomentativa» con la quale Giulia Longo conduce il suo percorso cronologico e teologico dentro la questione dell’essere alla morte, del cristianesimo, dell’«educazione al distacco», dei Greci, della temporalità (Timelighed) e dell’eternità (Evighed).
Ogni cosa ha il suo tempo: il ‘nodo dialettico’ kierkegaardiano tra ‘edificante’ e ‘ripresa è il titolo del libro di Longo (Mimesis, 2017) che comprende anche alcuni scritti inediti del filosofo danese e «che si distingue per scorrevolezza narrativa unita ad una non comune incisività filosofica», come Eugenio Mazzarella scrive nella sua Presentazione.

Libano

L’insulto
di Ziad Doueiri
Libano, 2017
Con: Kamel El Basha, Adel Karam, Rita Hayek,  Christine Choueiri, Camille Salame
Trailer del film

Un’elegante città mediorientale, Beirut, e un piccolo e ospitale Paese, il Libano, sono stati per quindici anni -dal 1975 al 1990- teatro di una guerra devastante e feroce come può esserlo una guerra civile. Lo scontro tra musulmani e cristiani fu implacabile, moltiplicato dall’orrore perpetrato con la complicità dell’esercito di Israele del generale e ministro Ariel Sharon. In Libano i segni di quell’odio non sono certo dissolti.
Riaffiorano infatti nella vicenda di Yasser, un ingegnere palestinese che fa il capo cantiere, e di Toni, un militante cristiano maronita. Il pretesto è un tubo rotto e un insulto qualsiasi, che si dilata poi all’etnia, alla religione, alla vita. Sino ad arrivare in tribunale e diventare un caso politico che coinvolge anche il presidente libanese.
I due personaggi testimoniano in modo profondo la dolorosa memoria che li pervade per essere stati vittime e carnefici da bambini e da adulti; esprimono l’orgoglio che rende impossibile il perdono quando a essere toccata è l’essenza stessa di una persona; mostrano la violenza dei monoteismi contrapposti tra di loro che rendono Allah e la Trinità cristiana delle entità di sterminio.
I tribunali daranno la loro sentenza ma nel frattempo qualcosa è accaduto nelle azioni e nell’interiorità di Yasser e di Toni, un bisogno di conciliazione che va anch’esso al di là delle esplicite volontà di ciascuno. Perché, come afferma uno dei personaggi, «nessuno ha il monopolio della sofferenza» dentro la specie composta da «miserabili, che simili a foglie una volta si mostrano / pieni di forza, quando mangiano il frutto dei campi, altra volta cadono privi di vita» (Iliade, XXI, 464-466, trad. di Giovanni Cerri).

Più redenti

Maria Maddalena
di Garth Davis
Gran Bretagna, 2018
Con: Rooney Mara (Maria Maddalena), Joaquin Phoenix (Gesù)
Trailer del film

I miti, come i classici secondo Italo Calvino, sono quei racconti che hanno sempre qualcosa di nuovo da dire. In Europa il mito cristiano è naturalmente il più conosciuto, accolto, ripetuto. A tutti familiare e a tutti estraneo nella sua grandezza e nella sua assurdità del racconto di un padre che, per riparare i danni prodotti dalla propria evidente incapacità a produrre un mondo decente, non trova nulla di meglio che mandare suo figlio a farsi macellare. Lasciando per il resto tutto intatto nel dolore del mondo.
Che cosa attira così tanto in una storia come questa, più insensata di qualunque mito ellenico o induista? La Croce, questo attira. Un simbolo semplice e potente della condizione umana, della vita che ogni giorno trascina i membri di questa bizzarra specie che si crede speciale a proseguire sulla via del Calvario, vale a dire a campare ancora. Ci si identifica con questo Rabbi un po’ esaltato, molto ascetico, abbastanza sentimentale e soprattutto sicuro di ciò che dice e che fa. Ecco, aver descritto così Gesù è un merito del film di Garth Davis e dell’interpretazione di Joaquin Phoenix, perché dalle testimonianze che abbiamo su questo Maestro credo che l’immagine corrisponda abbastanza al modello.
Aver dato comunque preminenza alla figura di Maria di Magdala non sembra soltanto un effetto cinematografico dell’attenzione da tempo giustamente dedicata alla donna. Il Rabbi, infatti, accettava davvero femmine tra i propri seguaci. Nel mondo antico soltanto Pitagora e Platone avevano fatto altrettanto. Il film descrive Maria con caratteri sostanzialmente analoghi a quelli del Maestro. Un po’ meno sicura di lui e più fredda nella relazione con il mondo. Capace però di profondi slanci e soprattutto di un grande coraggio, prima nell’opporsi ai maschi della famiglia che la vorrebbero sposare a forza, poi nel redarguire gli altri apostoli sulla loro miopia a proposito delle vere intenzioni del Maestro. Con l’ironia tipicamente giovanile dei suoi 33 anni, il Cristo risorto appare soltanto a lei e non agli apostoli (l’episodio di Emmaus è un’altra cosa e qui in ogni caso non compare).
La seconda ragione del grande successo del mito di Gesù è, appunto, la Resurrezione. Pensare che dopo la dissoluzione della nostra unità psicosomatica, dopo la fine del tempo, possiamo tornare a vivere ancora e soprattutto farlo in una sperabile condizione di perenne felicità, è una tentazione troppo naturale e troppo forte per degli animali consapevoli di dover morire e che sono attaccati con le unghie e con i denti alla vita. E però non è un caso che al cinema la rappresentazione di Cristo risorto sia sempre stata un problema quasi insormontabile. Pasolini -se ben ricordo- rinuncia a descriverla. Jesus Christ Superstar la risolve in un ballo  pop, tutto lustrini e percussioni (peraltro molto belle). Persino Zeffirelli si limita a pochi secondi di inquadratura di Gesù con accanto a lui due discepoli che poggiano la testa sulle sue spalle; aggiungendo la frase «sarò con voi sino alla fine del mondo».
Ma con noi non c’è quest’uomo proclamato dio da altri, ben dopo la sua tragica fine. La vita umana è rimasta la stessa imbevibile broda, lo stesso crunch cranch delle ossa rotte, la stessa insolazione che qualche miracoloso pomataro promette ogni tanto di alleviare. E invece il sole ti brucia e la notte arriva.
Sulla resurrezione inciampa anche Maria Maddalena. Rimasto sino a lì un film sobrio e quasi mistico, dopo l’incontro tra Maria e Gesù risorto si conclude in un dialogo tra lei e gli apostoli che è persino imbarazzante nella sua moralistica prolissità. Meglio sarebbe stato chiudere l’opera sull’immagine del Cristo e della Maddalena che guardano insieme l’orizzonte.
È proprio difficile descrivere l’impossibile. Non c’è riuscito neppure Mathias Grünewald nel suo Altare di Isenheim conservato a Colmar. Il Risorto vi appare infatti come una specie di guru volante, anche un poco ridicolo. Molto più riusciti, direi splendidi, sono invece i soldati sotto di lui, travolti dalla luce ma sempre e ancora rotolanti nella sconfitta del dolore umano. Poiché sconfitta è il dolore e nulla redime la sofferenza. Aver convinto troppi umani del contrario è una delle peggiori conseguenze della fede cristiana.
«Bessere Lieder müssten sie mir singen, dass ich an ihren Erlöser glauben lerne: erlöster müssten mir seine jünger aussehen!»
[Migliori inni dovrebbero cantarmi affinché io possa credere nel loro Redentore; più redenti dovrebbero sembrarmi i suoi discepoli!; Nietzsche, Also sprach Zarathustra parte II, «Von den Priestern (Sui preti)»].

Vai alla barra degli strumenti