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Andrea A. Sturiale su Tempo e materia

Andrea Antonio Sturiale
Recensione a Tempo e materia. Una metafisica
in Scienza & Filosofia, numero 24, dicembre 2020
Pagine 374-378

La densa e limpida recensione di Andrea Sturiale ha un incipit parmenideo che ho molto apprezzato: «La metafisica del tempo presentata da Alberto Giovanni Biuso in Tempo e materia si connota come una metafisica monistica e materialistica. Vi è una sola sostanza autosufficiente, dinamica, immanente, sacra, eterna, priva di causa e fondamento: la materiatempo che sempre c’è stata e sempre ci sarà».
L’autore spiega bene che cosa in questo libro si indichi con metafisica, la quale «intesa come lo sforzo di comprendere il mondo e quindi il tempo, è connaturata nell’esserci. L’umano è per natura metafisico. […] Una metafisica è, in generale, la precondizione di qualsiasi giudizio sul mondo, sia esso teoretico, estetico o pratico. A tal proposito, Biuso afferma che: ‘ogni pensiero che si esprime sul mondo, ogni parola che dice il reale, ogni sentire estetico, concetto logico, legge fisica, hanno infatti come fondamento una metafisica. Essa può rimanere implicita, può essere ignorata e può persino venire esplicitamente negata, e tuttavia essa sta all’origine di ogni costruzione concettuale – di qualunque genere essa sia –, ne scandisce l’andamento, ne determina gli esiti. Fisici, chimici, astronomi, biologi non possono conseguire risultati che non implichino sin da subito delle opzioni metafisiche, esplicite o no che siano’».
Sturiale si sofferma poi sul significato di verità; sul principio di ragion sufficiente; sul nesso tra ontologia, determinismo e irreversibilità e osserva che «la metafisica del tempo si presenta come il tentativo di conciliarsi teoreticamente e praticamente con la materiatempo e con l’ordine necessario del mondo».

[Photo by Guillermo Ferla on Unsplash. L’immagine raffigura la Galassia di Andromeda (M31-NGC 224), la più vicina al nostro pianeta]

Sapienza hegeliana

Non è soltanto alla trascurabile componente biologica del mondo che è intrinseca la finitudine. Ciò che per il vivente – vegetale o animale che sia – si chiama morire, è in realtà l’esperienza universale del trapassare in altro, del metabolismo, dell’entropia, della metamorfosi, del divenire.
La struttura biologica aggiunge piuttosto all’universale potenza del dileguare la particolarità di farlo in quel tentativo, destinato sempre allo scacco, che è la riproduzione di una copia somigliante a sé, nella quale due entità entrambe finite presumono di differire il loro dileguarsi. Questo tentativo è una delle espressioni più chiare, drammatiche e banali della schlechte Unendlichkeit, della cattiva infinità che non smette mai di aggiungere vite a vite e dunque morte a morte: 

«Dieser Prozeß der Fortpflanzung geht hiermit in die schlechte Unendlichkeit des Progresses aus. Die Gattung erhält sich nur durch den Untergang der Individuen, die im Prozesse der Begattung ihre Bestimmung erfüllt [haben] und, insofern sie keine höhere haben, damit dem Tode zugehen»
«Questo processo della propagazione riesce alla mala infinità del progresso. Il genere si mantiene solo mediante la rovina degli individui; i quali nel processo dell’accoppiamento adempiono alla loro destinazione e, in quanto non ne hanno altra più elevata, vanno così incontro alla morte»
(Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse, in «Gesammelte Werke», XIX, § 370; Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, trad. di B. Croce, Mondadori, Milano 2008, p. 363).

Il fondamento di questo tentativo, insieme biologico e metafisico, abita nella necessità del negativo.
Se omnis determinatio est negatio, è anche perché il presentarsi di un ente rende impossibile il presentarsi di ogni altro ente nello stesso luogotempo; perché l’evento che sta accadendo esclude una quantità innumerevole di altri eventi, perché ogni processo è sempre e solo l’attualizzazione di una determinata potenzialità a esclusione di molte altre che pure sarebbero state possibili. Il nulla intrinseco alle strutture dell’essere è la differenza, è «die Zauberkraft, die es in das Sein umkehrt», la magica forza che volge il negativo nell’essere, una forza posta a coerente conclusione di una delle più chiare affermazioni del negativo che siano state pensate:
«Aber nicht das Leben, das sich vor dem Tode scheut und von der Verwüstung rein bewahrt, sondern das ihn erträgt und in ihm sich erhält, ist das Leben des Geistes, Er gewinnt seine Wahrheit nur, indem er in der absoluten Zerrissenheit sich selbst findet. Diese Macht ist er nicht als das Positive, welches von dem Negativen wegsieht, wie wenn wir von etwas sagen, dies ist nichts oder falsch, und nun, damit fertig, davon weg zu irgend etwas anderem übergehen; sondern er ist diese Macht nur, indem er dem Negativen ins Angesicht schaut, bei ihm verweilt. Dieses Verweilen ist die Zauberkraft, die es in das Sein umkehrt»
«Ma non quella vita che inorridisce dinanzi alla morte, schiva della distruzione; anzi quella che sopporta la morte e in essa si mantiene, è la vita dello spirito. Esso guadagna la sua verità solo a patto di ritrovare sé nell’assoluta devastazione. Esso è questa potenza, ma non alla maniera stessa del positivo che non si dà cura del negativo: come quando di alcunché noi diciamo che non è niente o che è falso, per passare molto sbrigativamente a qualcos’altro; anzi lo spirito è questa forza sol perché sa guardare in faccia il negativo e soffermarsi presso di lui. Questo soffermarsi è la magica forza che volge il negativo nell’essere»
(Die Phänomenologie des Geistes, «Gesammelte Werke», IX, p. 27; trad. di E. De Negri, Fenomenologia dello spirito, La Nuova Italia 1985, vol. I, p. 26).
Questa è la struttura dell’essere, questa è la struttura del tempo.

Una metafisica selvaggia

Recensione a:
Yitzhak Y. Melamed
La metafisica di Spinoza: sostanza e pensiero
(Mimesis 2020, pp. 335)
in Vita pensata, n. 23, novembre 2020, pagine 84-87

Quella di Spinoza è una «metafisica selvaggia» (p. 108) che è assai più fecondo osservare nel suo habitat naturale piuttosto che costringere all’interno di gabbie precostituite. Spinoza, in altri termini, non va domato ma va compreso, al modo in cui il filosofo invita a comprendere le azioni umane e non a piangere su di esse, a ridere o a detestarle: «Sedulo curavi, humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere» (Tractatus politicus, cap. I, § 4).
Il motore dello spinozismo è un gioco infinito di unità e pluralità, di stasi e movimento, di eternità e durata, di identità e differenza. Gioco che si esprime nel concetto più complesso analizzato dal libro di Melamed: la moltitudine infinitamente infinita dei modi infiniti. L’apparente oscurità della formula è in realtà implicita nella definizione stessa di Dio come ‘ente assolutamente infinito’ che esiste in una infinità di attributi e modi, i quali come emanazione/espressione dell’infinità della sostanza devono essere anch’essi infiniti.
L’essere è dunque uno ed è insieme plurale, è sempre uguale alla propria unità ed è sempre cangiante nei suoi aspetti, è eterno e dura, è sempre identico e sempre diverso. Ecco la natura selvaggia, sempre chiusa e sempre aperta della metafisica spinoziana. È chiaro che una metafisica simile si pone di per sé al di là di ogni antropocentrismo, di ogni antropomorfismo, di ogni teismo, di ogni morale. La metafisica selvaggia di Spinoza è al di là del bene e del male perché è al di là dell’ἄνθρωπος.
«Spinoza, non è né materialista né idealista, e nemmeno il termine ‘dualista degli aspetti’ sarebbe capace di definirlo adeguatamente; la sua posizione, infatti, assegna al pensiero una chiara preminenza, senza però sconfinare nell’idealismo riduzionista. Qui, forse, possiamo osservare il vero genio filosofico di Spinoza» (307). Qui, certamente, e in molti altri elementi come il fatto che la sua metafisica si tende dentro la materia sino al punto da coglierne la struttura di fondo, la quale è da sempre ed è per sempre, ma che intanto, nella complessità sconfinata delle sue modalità, è durata che diviene, è anch’essa tempo.

Sirio

Sullo statuto del presente: ontologia e storia
in Vita pensata, n. 23 – Novembre 2020
pagine 24-30

La sezione monografica del numero 23 di Vita pensata è dedicata al tema del presente.
Nel mio contributo ho cercato di mostrare quale possa essere il suo statuto sia in ambito ontologico-metafisico sia in quello storico.
Il testo si può leggere:
sul sito della rivista
in pdf .

Nel breve paragrafo conclusivo ho sintetizzato quanto credo di avere appreso negli ultimi anni. Ne riporto qui un brano:
«La filosofia si radica in ogni possibile presente in almeno tre modi: consapevolezza dei limiti umani, della nostra infima misura dentro lo splendore e l’immensità dell’intero; disincanto nei confronti della condizione di dolore e di morte non soltanto dell’umano ma di tutto ciò che è vivo; metamorfosi di questo consapevole disincanto in azione, in opera, in trasformazione della vita propria e delle relazioni, dei legami, della politica.
Esistere nel presente significa esserci non nel semplice presente fisico e matematico, infinitamente divisibile e anche per questo di fatto insussistente, ma nel presente come percezione della durata e suo significato. Un presente semantico prima di tutto. L’esistere ha una struttura asintotica, sempre aperta e mai definitiva. Vivere significa precisamente questo incompiuto che in ogni suo momento è sempre realizzato».

Sul presente

Al «presente inquieto, dolente, attonito, delirante» è dedicato il numero 23 di Vita pensata, del quale riporto il breve editoriale e l’indice completo.
Esprimo qui la soddisfazione per la collaborazione, tra gli altri autori, di giovani e meno giovani studiosi delle Università di Catania e di Napoli. I loro contributi si integrano con il denso saggio che il Prof. Friedrich-Wilhelm von Herrmann ha dedicato al pensiero ontostorico di Heidegger, del quale l’Autore, curatore della Gesamtausgabe del filosofo, è stato assistente personale.

Editoriale
«Il presente è inquieto, dolente, attonito, delirante. È una dissipatio del senso e una chiara sconfitta di una volontà di potenza tanto illusoria quanto nichilistica. Il presente ci sta infatti ricordando, con la forza di eventi fuori controllo, due dinamiche che non dovremmo mai dimenticare: che la struttura del vivente è il limite; che qualunque conquista collettiva è sempre di nuovo da difendere, compresi ciò che chiamiamo democrazia, libertà, diritti.
Ma noi non siamo né una gazzetta che racconta cronache né una rivista politica. Siamo un tentativo di pensare la vita. Cerchiamo quindi di articolare in questo denso numero le radici del presente, una sua fenomenologia, la possibilità di sviluppi futuri.
Ci aiuta in questo tentativo il pensiero ontostorico di Martin Heidegger, magistralmente presentato dal suo ultimo collaboratore e assistente personale, il Prof. Friedrich-Wilhelm von Herrmann, che ringraziamo per il suo saggio, certamente tra i più prestigiosi che Vita pensata abbia pubblicato.
Il pensiero heideggeriano, autentica lama di luce in un presente opaco sino all’oscurità, attraversa anche altri contributi o in modo esplicito o attraverso percorsi che tentano di andare al di là di Heidegger ma che a lui devono in gran parte il loro inizio.
Alla dimensione geopolitica del presente sono dedicati saggi che guardano da una prospettiva critica e non politicamente corretta la società africana e i limiti dei progetti cosmopoliti sia nel passato -Kant ad esempio- sia nell’oggi.
Oltre che di politica e di metafisica, il presente e il suo futuro sono anche e sempre intessuti di tecnologia, arte, memoria di un antico che rimane sempre la nostra casa, la nostra vita, il nostro pensare. E questo affinché il tragico e beffardo motto di 1984 che fa da epigrafe a questo numero non diventi mai il nostro  presente, affinché la guerra sia maledetta -come cantavano gli anarchici durante la Prima guerra mondiale-, la libertà sia il potersi autodeterminare dentro il corpo collettivo, l’ignoranza sia il vero nemico e il suo contrario, la conoscenza, diventi il senso stesso delle nostre vite»

Indice

Editoriale
Alberto Giovanni Biuso – Giusy Randazzo, Sul presente

Temi
-Friedrich-Wilhelm von Herrmann, Die Reinheit des seynsgeschichtlichen Denkens –  Il reale significato del pensiero ontostorico
-Selenia Anastasi, La distanza sociale nell’era dell’iperconnessione
-Alberto Giovanni Biuso, Sullo statuto del presente: ontologia e storia
Santo Burgio, Un capitolo dilemmatico dell’africanismo: la poornography
-Maurizio Candiotto, Time Flies Over the Cuckoo’s Nest
Lucia Gangale, Limiti del cosmopolitismo e ritorno al concetto di nazione
-Enrico M. Moncado, Annotazioni sul presente
Stefano Piazzese, Kant e il progetto filosofico di un ewigen Frieden
-Giusy Randazzo, Preside burocrate. L’umanità delle carte
-Noemi Scarantino, Vita, morte, corporeità tra filosofia e arte
Simona Venezia, Frammezzo di tempo. Alcune note su presente e presenza tra Gegenwart e Anwesenheit

Autori
-Enrico Palma, Beethoven

Recensioni
-Alberto Giovanni Biuso: Yitzhak Malamed, La metafisica del tempo in Spinoza
-Alessandro Dignös: Luca Grecchi, La filosofia della storia nella Grecia classica
-Lucrezia Fava:  Alberto Giovanni Biuso, Animalia
-Federico Tinnirello: Aa, Vv. Krisis. Corpi, Confino e Conflitto

Visioni
-Alberto Giovanni Biuso, «Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo»
-Giusy Randazzo, Pablo Interlandi. La forma del colore

Scrittura creativa
-Eva Luna Turino, I 90 anni di zia Sara

Daria Baglieri su Tempo e materia

Daria Baglieri
Recensione a Tempo e materia. Una metafisica
in Discipline Filosofiche (9.11.2020)

«Se la filosofia come amore, desiderio ed esercizio della sapienza scaturisce dal misto di terrore e meraviglia dinanzi alla potenza della materia, la sua condizione ‒ come presupposto e come modo d’essere ‒ è la metafisica. Essa consiste, sin dalla grecità delle origini, nello sguardo che oltrepassa il dato fisico dei fenomeni e degli enti transeunti per volgersi all’eterna e stabile trasparenza che fa da fondamento al loro manifestarsi. Tale fondamento è l’essere come φύσις, non semplicemente come “natura” che la modernità concepiva in caratteri matematici ma come intero che non si contrappone né a un soggetto che ne ricerca le leggi universali né all’apparire come ingannevole parvenza. Al contrario, fenomeno per i greci era il manifestarsi di ciò che dall’essere proviene e verso l’essere tende infinitamente resistendo al nulla: questa dinamica di attaccamento della vita alla vita era la ζωή che si genera, muta, vive dentro l’intero nel gioco d’identità con gli enti a cui l’essere non si riduce e di differenza tra gli enti e degli enti dall’intero».
Così comincia la recensione che Daria Baglieri ha dedicato al libro, inizia con un piglio teoretico che inserisce Tempo e materia nel suo spazio naturale. L’autrice individua poi «le due anime filosofiche di questo testo ‒ l’ontologia platonica e il metodo fenomenologico» e a quest’ultimo dedica un’attenzione così rigorosa da essersi meritata la pubblicazione su Discipline Filosofiche, che è una delle più importanti riviste europee di fenomenologia. Dopo aver ricordato le fonti husserliane del libro, Baglieri scrive che «Tempo e Materia non è un trattato di metafisica, ma un percorso e un’esperienza nella metafisica come ricerca di un senso dello stare al mondo, per non fuggire dalla sofferenza dell’esserci prima che il naturale destino di dissoluzione dei corpi richiami ‒ anzi, ritrasformi ‒ le parti dentro l’intero materico. In una metafisica materialistica, infatti, nascere e morire non sono opposti, ma sono solo due fasi di un più grande processo che è il costante sfolgorio della materia tempo che diviene».

Salvatore Grandone su Tempo e materia

Salvatore Grandone
Recensione a Tempo e materia. Una metafisica
in Figure dell’immaginario. Rivista internazionale (ottobre 2020)

Salvatore Grandone restituisce e discute con molta chiarezza i nuclei fondanti del libro e illustra con puntualità e rigore il significato del sottotitolo. Questo un brano del testo:
«Una metafisica del tempo non è solo possibile ma necessaria. Solo in questo modo la realtà può essere appresa e compresa. La riflessione di Biuso è quindi sia una metafisica sia un progetto per ogni futura metafisica. L’importanza che assume per l’autore il dialogo con la scienza mostra infatti come la filosofia possa ancora oggi rivestire il ruolo di una disciplina forte senza per questo arroccarsi in una torre eburnea. Del resto, la scienza non può pensare di sostituirsi alla filosofia. Senza scendere nel dettaglio della questione, non è difficile individuare i numerosi errori epistemologici, se non logici, che commettano spesso anche eminenti scienziati o divulgatori scientifici quando si improvvisano filosofi.
Biuso rimette la filosofia sulla strada tracciata da Husserl e Bergson, via troppo frettolosamente abbandonata da molte correnti filosofiche della seconda metà del Novecento. Il grande valore della ricerca filosofica consiste nella capacità di dialogare con le scienze per reinterpretarne le scoperte su quel piano di senso che è proprio del ragionare meta-fisico, di quell’interrogazione che va “oltre”, al di là della suddivisione della natura in ontologie regionali. Il “meta” incarna proprio la tensione verso l’intero che da sempre è intrinseca all’autentico filosofare».

Il Prof. Grandone ha voluto aggiungere all’analisi del libro un’intervista sui suoi temi principali. Le domande che mi ha posto sono essenziali e vanno al cuore della proposta teoretica che cerco di formulare.

 

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