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Nelle pieghe del mondo

Nelle pieghe del mondo

Il paganesimo è vivo, nascosto ma vivo. Esso pulsa nei documenti antichi, negli inni delle civiltà più diverse, nella dimensione esoterica della dottrina cattolica e in quella popolare dei suoi culti: la Grande Madre, il Dio divorato -Dioniso- che risorge ogni volta dalla propria morte, il pantheon dei santi…Il paganesimo vive nei movimenti e negli individui che hanno ancora rispetto per la Natura e in essa percepiscono la perennità del Sacro. Il paganesimo vive in ogni forma di panteismo del passato e del presente, delle religioni come delle filosofie. Pagana è l’ebrezza di Nietzsche nei suoi euforici giorni torinesi. Pagana è la tensione neoplatonica «verso la vita e verso la luce» (Poimandres, v. 85). Pagana è l’identità fra il Tutto e il Nulla. Pagana è l’accoglienza di tutte le religioni, di tutti gli Dèi, di tutte le fedi, quel sentimento irenico che fa dire a Proclo : «Voi che reggete il timone della saggezza santa / dèi che accendete il fuoco del grande Ritorno (…) Che infine possa vedere io / l’uomo che sono e il dio / immortale in me» (Inno a tutti gli Dèi).

Pagana è la felicità senza ombre di Pan. È la vita nella sua pienezza tragica, nel suo essere qui, ora, senza senso alcuno al di là di se stessa, un essere impersonale e finalmente libero dall’asservimento agli scopi. Pan tiene ancora unita l’identità molteplice del politeismo mentre l’imporsi dei tre grandi monoteismi ha impoverito il mondo della sua strepitosa e costitutiva varietà, ha fatto vincere la coscienza egoica di un soggetto monocorde. Pan è l’unità psicosomatica che siamo. È nel trionfo del corpo che –nonostante il grido riferito da Plutarco che pose fine al mondo antico- Pan è vivo e sempre lo rimarrà. Sempre, finché un corpo umano e animale pulserà del desiderio di vita e del suo terrore.

Pagana è la consapevolezza della necessità che domina su ogni cosa, compresi gli Dèi, espressa in forma perfetta nelle Moire che intrecciano «con gesti di diamante le infinite / trame degli eventi a cui non si sfugge / Aisa, Kloto e Lachesis, / figlie della Notte» (Simonide, Alle dee del destino, vv. 2-3). Pagana è soprattutto la Luce, il sentimento solare di una vita insensata, eterna e sacra. La filosofia nasce in Grecia da questo sostrato luminoso e ctonio, nasce come unione inseparabile di teologia, antropologia, cosmologia, nasce come comprensione del posto che spetta all’umano nel mondo. Molto diversi dal Dio biblico e coranico, gli Dèi pagani non provano alcuna gelosia verso altre divinità, non pretendono una conversione totale ed esclusiva poiché gli umani non potrebbero mai allontanarsi, anche se lo volessero, dalla sacralità naturale e profonda da cui sorgono e che gli Dèi rappresentano in forme antropomorfiche. I pensatori greci arcaici (i “presocratici”) costituiscono le superstiti ramificazioni della foresta del mito, della sacralità animistica, del panteismo originario di ogni cultura umana.

Il Divino è perfezione immutabile e felice, espressa nella politeistica unità dei dodici Dèi del pantheon ellenico. «Gli dèi che fanno il mondo sono Zeus, Poseidone e Efesto; lo animano Demetra, Era e Artemis; Apollo, Afrodite e Hermes lo accordano; mentre Hestia, Atena e Ares stanno a guardia» (Salustio, Sugli dèi e il mondo, 6, 3, 1-6). Sono essenze di un mondo imperituro e ingenerato. Il divino di nulla ha bisogno e da niente può essere scalfito. Culti, sacrifici e preghiere hanno quindi senso solo dal punto di vista umano ed è agli uomini che servono. Tale fiducia offre agli esseri umani non la hybris di paradisi oltremondani ma la felicità della comprensione del qui e dell’ora nell’unità dell’eterno. È il presente, non il futuro, il tempo del paganesimo.

Ananke non proviene dall’esterno, non è la costrizione di un ordine ricevuto da altri umani. Ananke è la necessità che nasce da noi stessi, dal carattere, dalla natura, dall’insieme sottile e potente dei pensieri del corpo. Di tale natura è segno supremo l’ambiguità di Atena, la quale porta sul petto la Gorgone, orrenda immagine della Necessità. Il paganesimo accetta il terribile delle nostre nature, senza attribuirne le dinamiche interiori e collettive alla sola malattia. Il paganesimo sottrae l’umano alla patologizzazione delle morali monoteistiche per cogliere il tratto di gentilezza e di misericordia –e non solo di ferocia e di indifferenza- che intesse la vita del mito.

Il pullulare di movimenti religiosi settari, la grande diffusione dell’astrologia e delle varie forme di  esoterismo in una società disincantata, economicistica e ipertecnicizzata, confermano ancora una volta che senza una spiegazione altra rispetto al semplicemente visibile gli esseri umani non riescono proprio a vivere. In effetti, ogni dichiarazione di morte del Divino mostra di essere un po’ troppo prematura. Il Sacro è una categoria che va ben al di là del religioso. Esso comprende la Natura e il suo ordine, la Società e la sua potenza, gli Umani e il loro senso. Nei politeismi pagani non ha senso contrapporre naturale e soprannaturale poiché la molteplicità degli Dèi si coniuga alla unità monistica del cosmo, nella quale convergono identità e differenza, singolarità e pluralità, maschio e femmina, vita e morte, senso e significato, somatico e psichico.

Il paganesimo costituisce, nella varietà delle sue espressioni storiche che vanno dall’Oriente e dal Mediterraneo antichi sino ai politeismi polinesiani e africani, una forma nella quale l’umano esplica la propria tensione verso l’intero, prima di ogni dualismo e oltre ogni speranza. La sua logica non chiede rinuncia o ascesi, non perviene agli estremi di un impossibile amore universale –pronto naturalmente a capovolgersi in ipocrisia e in guerra- ma fa delle relazioni umane il luogo naturale di un conflitto non mortale, preparato sempre alla mediazione della prestazione e del possesso. Il paganesimo è meno di una religione perché non possiede dogmatiche, caste sacerdotali e aspirazioni alla trascendenza. Ed è più di una religione poiché costituisce un integrale stile di esistenza radicato nella corporeità gloriosa delle statue e degli idoli, nella ricchezza delle relazioni e dei conflitti, nella benedizione del tempo. Di questo tempo e non dell’eterno. Il paganesimo offre la serenità dell’inevitabile e relativizza le pretese di assoluto. La grandezza del paganesimo sta nel sapere e non nello sperare. Anche per questo una rappresentazione adeguata del divino pagano sono i kouroi, il loro enigmatico sorriso.

Non si tratta di reinventare improbabili culti neo-pagani o di indugiare in un paganesimo estetico e letterario; si tratta di comprendere le ragioni per le quali ancora oggi l’Europa non può non dirsi pagana e da questa comprensione far discendere delle coordinate esistenziali differenti, davvero nuove perché radicate in una identità ancora viva. Allo storicismo, alla temporalità lineare e irreversibile che postula un significato intrinseco della storia -intrinseco poiché radicato nella volontà dell’unico Dio- va opposta la consapevolezza (anche cosmologica) che non si dà alcun inizio assoluto del tempo e ogni passato è ancora da venire. Il divino non abita nel totalmente Altro, al di là e al di fuori della natura, delle cose, del mondo. Dio si dispiega qui e ora.

La contraddizione sta in ogni società, individuo, esperienza; la differenza significa ricchezza, confronto, arricchimento reciproco; la vita stessa è molteplicità di forme, obiettivi, strutture. Sensibile alla dissonanza, il paganesimo è l’opposto dell’evangelico «tutti siano uno» (Gv., 17, 11-23). Il precetto dell’unità giustifica ogni inquisizione ed è una delle radici dei moderni totalitarismi, i quali hanno  tentato di rendere una l’umanità a partire da un principio fortissimo, esclusivo, salvifico, che fosse la razza, la classe o il libero commercio.

Abitare il Tempo in forma pienamente sacrale significa farlo nei modi di un vivere familiare, iniziale, straordinario eppur misurato. Di questo soggiornare, la filosofia è la forma suprema. Non c’è stata caduta ma il limite fa da sempre parte dell’essere, non esiste colpa se non quella di esistere. Non ci sono peccati al di fuori dell’ignoranza «di chi eravamo, di che cosa siamo diventati, di dove eravamo, di dove siamo stati gettati, del luogo verso cui tendiamo, di che cosa possa liberarci, di che cosa sia davvero stato la nascita, di come possiamo riscattarla e finalmente rinascere» (Excerpta ex Theodoto, 78). La conoscenza di tutto questo è la Filosofia. Non una fede o un procedimento soltanto logico ma un sapere intuitivo della condizione umana e cosmica;  non una teologia ma un’esperienza completa, sofferta e gloriosa dello stare al mondo; non un ripetere formule altrui ma il ripercorrere da sé il cammino di ogni ente dalla Pienezza al Limite.

L’umanità è intrisa di Luce dionisiaca e di titanica cecità. L’umanità è una goccia del Sacro annegata nel mare dell’ignoranza. Lo scopo vero dell’esistenza, quello per il quale merita esserci, consiste nel conoscere questa nostra natura, nel riconoscerla, nella immensa serenità che tale sapere offre. La comprensione intellettuale non è mai -se è davvero comprensione- separata dai gesti e dal corpo. Il Corpo è sacro. I corpi degli Dèi che gli umani hanno bisogno di sentire accanto a sé, impressi nel marmo e nel bronzo. Le chiese cristiane sono davvero povere e malinconiche. Esse sostituiscono al tripudio della carne il gusto del soffrire, alla gloria di Zeus quella di un condannato a morte, sostituiscono ad Afrodite -la divinità che solleva la propria veste in un gesto di divertita conquista- la paura del corpo. Ma il bisogno della Bellezza Sacra permane, aere perennius, e con esso quella degli Dèi. Morto il Dio monoteistico (ebraico, cristiano, islamico), vive il Divino molteplice, panteistico, enoteistico.

Nelle pieghe del mondo. È lì che gli Dèi si sono nascosti ma è nello spazio sacro, nel loro tempo eterno, che abitano ancora. «Tauta de egheneto men oudepote, esti de aei»  (Salustio, 4, 8, 26), queste cose mai avvennero e sempre sono.

17 commenti

  • silviagoi

    febbraio 8, 2014

    Non vorrei essere stata fraintesa: l’interevnto era veramente affascinante e metteva ‘il dito sulla piaga’
    delle questioni eraclitee. In fondo poneva proprio
    i problemi-chiave:

    1. Attualità, continuità di eraclito
    2. Sacralità della parola
    3. ‘Logica primitiva’ delle opposizioni
    4. Oriente pervasivo, Cina in particolare
    5. forma letteraria caratteristica ( avvicinata al koan)
    6. filosofia del vissuto…
    7. E matematica! Sorpresa….

    Silvia GOI

  • Giovanni Schiavo Campo

    febbraio 8, 2014

    sono d’accordo con la sua risposta a Silvia Goi, in cui riconosco un indiretto accenno alla questione da me posta sul tappeto, che la logica binaria è soltanto uno strumento. Ma noi siamo appunto tanto lontani dal mondo antico in quanto vediamo in ciò soltanto una possibilità dialettica e non facciamo uso di quella risorsa dell’ambiguità del linguaggio cui i presocratici hanno attinto in modo così divinamente ai limiti dell’espressione umana: per questo oscilliamo tra l’approssimazione della lingua quotidiana e la sterile precisione di quella scientifica. Parlando però di matematica informatica intendo riferirmi a un concetto per certi versi analogo al principio di indeterminazione di Heisemberg, nel momento in cui la scienza stessa comincia a porre in dubbio i propri stessi presupposti e progressi e si comincia a scorgere nell’attività del cosmo qualcosa in comune con le nostre facoltà immaginative. E’ questo, se vogliamo, qualcosa di antecedente rispetto alle “certezze” di una meravigliosa scienza metafisica di cui solo presunti “iniziati” alla René Guénon sarebbero in possesso, ma che alla fine, forse, grazie proprio alla nostra ignoranza, ci può riportare a riscoprire le fonti di quello “stupore” in cui Platone ha scorto l’origine del pensiero. Forse è la strada su cui anche noi riusciremo a vedere di nuovo, un giorno, tutto “pieno di dei”.
    Giovanni Schiavo Campo

  • agbiuso

    febbraio 7, 2014

    @ Giovanni Schiavo Campo
    Nessuna “nostalgia”, naturalmente, verso il passato, qualunque forma del passato.
    Il paganesimo di cui si parla qui è ben vivo, come lo è sempre stato e come è certamente Eraclito.
    Ha fatto piacere anche a me conoscerla da Fausta.

    @ silviagoi
    La logica binaria è uno strumento a volte eccellente, nulla di più.
    Dagli antichi siamo così distanti da rendere difficile una comprensione profonda del mondo greco ma è anche questo il nostro compito, proprio perché ai Greci dobbiamo l’essenziale, a partire dal linguaggio che utilizziamo per esprimere i nostri concetti.

  • silviagoi

    febbraio 7, 2014

    Una persona che conoscevo diceva sempre: l’uomo è sempre uguale ? Ha sempre avuto due gambe e due braccia…
    ma per il resto è tutto diverso…
    Anch’io sono affascinata dalla pluralità voluta che emerge dalla lettura di Eraclito. Ma sento un baratro temporale difficile da rinsaldare in microchips…e la logica binaria è il più illusorio dei piani percettivi
    che si presentano come astorici, trasversali alla storia.
    Sì/no, limitato/illimitato…ed ecco che abbiamo modelli antinomici….oppure mistici pitagorici…
    e la soluzione non è la stessa!
    Tra le righe direi: l’infinito è più o meno ‘perfetto’ del finito? Altra prova di distanza dagli antichi…ma è molto giusto che su questo si rifletta ancora, sembra un’area piena di sorprese teoriche.

  • Giovanni Schiavo Campo

    febbraio 7, 2014

    [A14] nessi intero e non intero, convergente e distinto, continuo e discontinuo. E da tutto l’uno e dall’uno tutto
    (Eraclito)

    Interessante che Eraclito pone sotto il termine collegamento (synapsies)sia l’intero che il non intero: concetto che ricorda l’I Ching nella formazione dei kua, i trigrammi di linee intere e spezzate. Il carattere della predizione divinatoria mutua un primitivo sistema di calcolo binario (sì-no)? E questa tecnica, che con la matematica informatica ci riavvicina alle fonti del pensiero oracolare, non sarà a sua volta derivata da pratiche sciamaniche di trarre responsi dal lancio in aria di una ciotola? Lo sciamanesimo come una corrente sotterranea che permea e alimenta ogni formazione culturale è senz’altro antropologicamente connaturato anche alla contemporaneità; ma qui subentra il bisogno fisiologico di un’età intrisa di storicismo come la nostra di riscoprirne le tracce filologicamente nel passato, in un’operazione di recupero che va al di là, mi pare, della semplice nostalgia. Mi ha fatto piacere conoscerla stasera alla presentazione del libro della Squatriti.
    Giovanni Schiavo Campo

  • silviagoi

    luglio 6, 2012

    Paganesimo è un’antropologia di vita in senso originario, di cui la modernità deve non tanto dar conto quanto prendere in cura in senso fenomenologico. Troppo è lo scandalo potenziale che la discrasia fittizia paganesimo/cristianesimo ha suscitato, laddove la continuità di vissuto può essere grande.
    Ringrazio per l’ospitalità offerta al pensiero libero,
    alla gente che pensa, specie da proteggere….

    Silvia Goi

  • Marco

    marzo 28, 2010

    Tutto ciò è senz’altro la prova di un’esigenza insopprimibile dell’uomo verso il Sacro. Ma non è forse necessaria-in ogni caso-una qualche forma di iniziazione ad un determinato percorso per accedere al Sacro(es. le conoscenze incastonate nelle tradizioni sciamaniche od orientali, che tutt’ora godono di buona salute?)l’eredità greco-latina- ahimè, sotto questo piano diciamo esperienziale la vedo più mutila..

  • giuseppe cerruti

    gennaio 19, 2010

    Ancora qualcosa:
    “Pagana è l’ebrezza di Nietzsche nei suoi euforici giorni torinesi”.
    Ma non era l’anticamera della follia?
    Già la coscienza è pazzia (quotidiana), che per il solo fatto che non la percepiamo (più) come tale, non è comunque altro di ciò che, appen più in là, oltre, al di fuori, diventa manifesta euforia.
    D’altronde, ce lo diciamo ogni giorno, col linguaggio mezzo vero e mezzo falso dell’uomo comune, quello dell strada, che quel dato qualcuno di turno “è fuori”, quando vogliamo dire che non sta più dentro ai limiti della norma, ovvero quando no riusciamo più a contenercelo, o a comprenderlo nell’abitudine dell’ovvio.

    “Pagana è l’identità fra il Tutto e il Nulla”.
    Quest’identità si chiama “Quasi”.

    “.., quel sentimento irenico…”.
    Anch’esso ha un nome: “Speranza”.

    Ma perché non dovremmo liberarcene semplicemente scrivendolo come si deve, con la “d” minuscola; il divino (anche “sacro”) infatti non è altro che la normalità più banale che ci sia.
    E non trascenderemmo proprio più (la nostra presenza).

  • giuseppe cerruti

    gennaio 18, 2010

    molto interessante la definizione dei presocratici come pensatori dell’origine “genitiva” e oggettiva: forse qui sta tutto il paganesimo stesso, per lo meno quello filosofico…

  • Alberto G. Biuso

    aprile 15, 2009

    Grazie, Francesco, per il tuo apprezzamento.

    A proposito della riserva che esprimi -«Chi ci dice infatti che vi sia un neo-paganesimo (inteso solo come moda), e non si tratti in taluni casi di un insieme di antichissime conoscenze accompagnate da pratiche rituali, almeno in qualche parte del mondo mai interrotte da millenni, in forma misterica, iniziatica, esoterica?»- la risposta è semplice: quelli che tu indichi NON sono, appunto, “improbabili culti neo-pagani”.
    Basti pensare al fenomeno universale dello sciamanesimo, studiato con molta attenzione e in maniera davvero scientifica -e quindi neutra, libera da pregiudizi- da molti antropologi, tra i quali Irenäus Eibl-Eibesfeldt.
    Lo sciamanesimo è un esempio di paganesimo in atto, vivo, e non di eclettici culti stile New Age.

    «L’iniziato è colui che viene dapprima trovato, e che poi comincia a trovare…». Certo.

  • Francesco Vitale

    aprile 15, 2009

    Condivido, e mi piace moltissimo, questo articolo. Oltre alla conoscenza, emerge la passione, profonda, per questo argomento sconfinato.
    E’ vero, si è voluto uccidere il paganesimo in virtù delle vessazioni violente di un dio geloso. E’ molto interessante andare ad indagare il processo storico dell’antica Roma che portò all’affermazione del monoteismo cristiano, e chi furono i protagonisti. Alla fine, si è ucciso il Paganesimo solo nella carne, ma non nello spirito, cosa questa impossibile. A fronte di questo, le altre divinità, essendo eterne ed immortali, esistono, esistono davvero, anche se oggi ci riesce difficile crederlo o immaginarlo. E’ per questo che pur piacendomi tantissimo questo brano, non condivido questa affermazione:

    “Non si tratta di reinventare improbabili culti neo-pagani …”

    Chi ci dice infatti che vi sia un neo-paganesimo (inteso solo come moda), e non si tratti in taluni casi di un insieme di antichissime conoscenze accompagnate da pratiche rituali, almeno in qualche parte del mondo mai interrotte da millenni, in forma misterica, iniziatica, esoterica? E che solo adesso, epoca di acquariana di riscossa contro la dittatura dei monoteismi, essi possono tornare allo scoperto?
    Plutarco non è soltanto un filosofo, un pensatore, ma innanzitutto un iniziato, quindi un sacerdote pagano, e sa quel che dice. Come Lui anche Eraclito, Platone e tanti altri filosofi che hanno frequentato scuole misteriche di conoscenza; in epoca moderna forse anche Nietsche e Heidegger, per citare altri autori a te cari.
    Il concetto di mistero è stato adottato, ma stravolto, dai cristiani. Lo stesso cristianesimo è intriso di simboli, pratiche e credenze prese in prestito dal paganesimo, senza che gli odierni fedeli lo sappiano. Le cattedrali e i musei medievali e rinascimentali sono pieni di opere che inneggiano al paganesimo, mascherato in forma pseudo-cristiana. Tutto ciò avrà pure un significato. I pensatori ed i filosofi fanno le loro considerazioni ed interpretazioni. Altri possibili aspetti potrebbero essere indagati con approcci storici o scientifici, ma non è semplice districarsi in questo labirinto. A meno di accedere alla conoscenza iniziatica.
    L’iniziato è colui che viene dapprima trovato, e che poi comincia a trovare…

  • Marco de Paoli

    febbraio 27, 2009

    Certo però i “pensatori dell’origine” erano molto lontani dal successivo razionalismo occidentale, che ha fondato proprio quell’opposizione fra razionale e irrazionale.
    Grazie a te per l’opportunità di dialogo.

  • Biuso

    febbraio 27, 2009

    Grazie a lei, Triad. Kairos è soprattutto la pienezza del tempo, il tempo nel suo splendore, tempo che confina con l’Aion ma che con esso non coincide. È il dire all’attimo «Verweile doch! du bist so schön!» (“Ma fermati dunque! Sei così bello!”, Goethe, Faust, vv. 1700 e 11582). Trasformare il tempo-chronos al punto da fare del tempo-kairos un’abitudine…direi che potrebbe essere il fine e la fine dell’esistenza.

    Grazie Marco per l’empatia con cui leggi questa “professione di vita” (e non di fede…).
    Ciò che dici ha molto senso e tuttavia la mia percezione e pratica della filosofia include anche quelle dimensioni che tu separi da essa e non si ferma affatto a un “razionalismo unilaterale”. Razionalismo che, per altro, reputo assolutamente necessario e fondante la ricerca filosofica. Necessario, sì, ma non sufficiente ed esclusivo. Andare (proprio nel senso del camminare del viandante) al di là di ogni dualismo è uno degli obiettivi principali della mia ricerca. Situarsi quindi anche oltre l’opposizione tra razionalismo e irrazionalismo, che fra le forme dualistiche mi sembra una delle più sterili.
    Bellissima ed efficace la dizione “pensatori dell’origine”. La adotto senz’altro 🙂

  • marco de paoli

    febbraio 27, 2009

    A Alberto G. Biuso,

    il tuo è un vibrante e sentito manifesto, starei per dire una dichiarazione di fede e d’amore, per il paganesimo. Suscita dunque tutta l’empatia spontanea e immediata che merita l’espressione di una visione del mondo sentita e vissuta intensamente e personalmente.
    Penso che perfino il cattolicesimo (al contrario del protestantesimo) pur nel suo monoteismo conservi ampi retaggi di paganesimo (la Madonna col Bambino come Iside, la nascita verginale, il dio morto e risorto come negli antichi misteri – Osiride, Tammuz, Dioniso, etc. -, il banchetto eucaristico col pane e il vino, il tralcio di vite di Dioniso che diventa la vite dei Vangeli, il quasi-politeismo dei santi, degli angeli e trinitario). È un paganesimo su cui si è sovrapposta una teocrazia di tipo egizio, cementata nell’iconografia del divino che è probita negli altri due monoteismi (viaggiando in Egitto questo ho toccato con mano, soprattutto ad Alessandria d’Egitto e nell’iconografia templare).
    Ma sul politeismo tu stesso dici: non si tratta di ritorni nostalgici. E in effetti è difficile per noi, nell’epoca del “disincanto del mondo” di cui diceva Max Weber, essere pagani: nell’epoca della povertà gli dèi, diceva Hölderlin, sono fuggiti dal mondo. E più non torneranno. Non è stata proprio la filosofia, a cui siamo devoti, che fin dall’antichità ci ha fatto razionali? Non è stato Senofane (frammenti B 11,12,14), ben prima di Feuerbach, a scagliarsi contro gli dèi immaginati con fattezze umane che rubano e mentono e ingannano (tranne poi egli stesso immaginare – B 24 – un dio unico ancora e sempre antropomorfico che “pensa, vede e ode”)? Non è stato Eraclito a scagliarsi contro i culti popolari di coloro che “si purificano contaminandosi col sangue” animale (B 5) e “intonano il canto del fallo” (B 15)? Non è stato Empedocle a scagliarsi contro gli altari sporchi di sangue (a quanto pare nei tempi più arcaici anche di sangue umano: B 137)? Non è stata la filosofia greca, ben prima e molto più del cristianesimo, a opporre il corpo all’anima (orfismo, pitagorismo, platonismo: il corpo, il “soma”, che è anche “sema”, tomba e prigione)?
    Dovremmo dire allora che anche la filosofia, per quanto amata, va oltrepassata. Oltrepassata verso una sapienza più alta e profonda, che la filosofia nel suo intellettualismo, nel suo razionalismo unilaterale, nella sua ossessione per il metodo e il sistema, per il ragionamento continuo e la mediazione e la fondazione logica, ha smarrito. Certo, i “presocratici” (che io preferisco definire “pensatori dell’origine”, nel duplice senso del genitivo soggettivo e oggettivo) più di tutti hanno conservato le vestigia di questa sapienza. Attenzione però: noi restiamo abbacinati da quei frammenti folgoranti, che come per intuizione e visione suprema ti danno l’universo in una nota. Ma non dobbiamo dimenticare che in realtà essi non si esprimevano per frammenti bensì – quando scrivevano – in libri. Forse già essi non potevano più reggere troppo a lungo la immediata potenza folgorante della visione.
    Con rinnovati saluti pagani.

  • Triad

    febbraio 27, 2009

    Grazie Professore. Lei cita anche Kairos – la Grazia (dico bene?). Secondo Lei in che modo la Grazia coinvolge Kronos – il tempo?

  • Alberto G. Biuso

    febbraio 27, 2009

    Sì, lo si può in un modo letterale. Il tempo è infatti l’ethos che intesse la vita, l’epidermide che la copre, l’abito che la protegge e nasconde. Il tempo è la radice di ogni etica, che dunque non ha a che fare in primo luogo con questioni morali ma con la teoresi. Filosofare significa non limitarsi a pensare il tempo ma esserlo come pienezza dell’istante nel quale il divenire si raggruma e la cui distensio fa l’abitudine. Chronos, Kairos e Aion costituiscono, nella loro identità e differenza, il senso del paganesimo.

  • Triad

    febbraio 27, 2009

    “Abitare il Tempo in forma pienamente sacrale significa farlo nei modi di un vivere familiare, iniziale, straordinario eppur misurato”.
    Abitare, sacro, familiare, iniziale, straordinario eppure misurato sono tutte espressioni – a mio avviso, in una lettura forse troppo personale – che riconducono il Tempo all’Abitudine. Sull’abitare ha già detto Heidegger; sul sacro ha spiegato Lorenz che il rito (il gesto del sacro) è alla base delle circolarità gestuali che chiamiamo abitudini (il rito è l’abitudine sacra); l’abitudinario è comunemente inteso come ciò che ormai appare ed è sentito come familiare, cioè prossimo; l’abitudine è un processo che ha uno speciale rapporto con l’inizio perché essa è spesso la via per l’iniziazione ed è caratterizzata dal rendere costante e permanente un iniziare; come ogni regola, l’abitudine non è l’ordinario ma ciò che ordina e in quanto ordinatrice essa è stra-ordinaria eppure misurata. Si può dunque leggere in tal senso il Tempo come Abitudine?

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