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Geografia

Le infinite coordinate del mondo racchiuse nel percorso degli astri
il manifesto
20 marzo 2021
pagina 11

Lo spazio, celeste o terrestre che fosse, fu per tutte le civiltà un mondo pieno di dèi, che al mondo davano senso, origine e sacralità. Un sentimento, questo, che sopravvisse alle pur profonde trasformazioni culturali, religiose, politiche nel millennio che va da Omero a Tolomeo. Il permanere dell’interesse verso le terre, i mari, il clima, i popoli, i confini, i luoghi, fu tale da poter dire che «la geografia è sempre stata una scienza essenzialmente greca».
L’indagine sugli spazi e sui cieli rimase una costante di tutta la cultura greca e latina. In particolare la filosofia, dai pensatori arcaici a Lucrezio e Seneca, ha posto sempre al cuore della propria indagine l’esigenza di avvicinare le cose lontane alla mente (Λεῦσσε δ’ὅμως ἀπεόντα νόῳ παρεόντα βεϐαίως, Parmenide, frammento 4, v. 1), di comprendere anche ciò che appare distante, lo spazio immenso del mondo.

Oggetti / Struttura

Enzo Mari. Una vita per il design
Palazzo della Triennale – Milano
A cura di Hans Ulrich Obrist e Francesca Giacomelli
Sino al 18 aprile 2021

Mορφή, forma, è la parola chiave della filosofia platonica. Forma sono gli enti assoluti, i modelli paradigmatici, le strutture indistruttibili. Il filosofo teso più di ogni altro all’ordine della bellezza intuisce che la struttura dell’essere è μορφή / είδος. Formale è il fondamento della geometria, formale è la disposizione dei luoghi nello spazio, formale è l’ordine del divenire.
Dalle strutture universali dell’essere a ciascuno degli enti naturali e artificiali, la forma è ciò che consente al mondo di essere colmo di una sensata molteplicità nella quale la potenza senza requie della materia esiste e diventa comprensibile.
Scienze e pratiche come l’urbanistica, l’architettura, il design sono profondamente legate alla filosofia in quanto espressione della μορφή in ambiti vari e complessi: la struttura della πόλις, l’abitare, il costruire, il toccare. Basta allora guardare gli oggetti che i progettisti più consapevoli e di maggior talento creano per vedere la bellezza della forma farsi esperienza quotidiana, quasi sempre persino inavvertita.
L’opera di Enzo Mari (1932-2020) esprime in modo pacato, costante e innovativo tale potenza.
In essa convergono la ineluttabilità della geometria, le prospettive rinascimentali, le forme cubiche, i colori vari e accesi, una grande varietà di strutture e materiali. Molte opere portano come titolo, appunto, struttura, e in esse si scandisce una serialità che sa fermarsi al momento giusto, un insieme labirintico di incastri, una grande varietà di composizioni. Il cuore dell’opera sono i volumi esemplati sul modello, ancora una volta, dei solidi platonici.
Le opere, le realizzazioni, i progetti coprono un raggio amplissimo.
Tra gli oggetti: lampade, sedie, tavoli, tazze, piatti, librerie, appendiabiti, fermacarte, pentole, posate, calendari, arazzi, letti, vasi rotti di proposito per dare loro una forma originale, unica e dinamica. E le copertine di alcune collane Boringhieri e Adelphi, ormai tra i classici dell’editoria italiana.
Tra i progetti visionari: il Parco della Gorgone a Gela, in Sicilia; l’Operazione Vesuvio a Napoli (1972).
Tra i progetti non realizzati e che se lo fossero stati avrebbero segnato al meglio gli spazi della città: il progetto per tre piazze del Duomo, a Milano (1982).
Una sezione della mostra è dedicata alla visione e all’ascolto di varie interviste e interventi di Mari. Il quale, tra le altre cose, afferma questo:

L’orrore consiste nella quantità di immagini fasulle che ci invadono. Io le chiamo ‘architettura, urbanistica e design karaoke’. Da sempre la qualità è un bene raro; la quantità uccide la qualità. Il potere interessa ai figli di puttana e agli imbecilli, che ripetono tutti le stesse formule. Un progetto che vorrei realizzare è contribuire a salvare la scuola, l’eguaglianza nella scuola. Tra i progetti di altri che mi hanno affascinato c’è la culla della morte, nella quale il moribondo viene cullato mentre muore. Gli artisti sono sempre stati dei sacerdoti.

È infatti chiara la natura sacra degli oggetti inventati da questo artista, nella cui opera il design si fa  antropologia, ontologia, filosofia.
Evidente esempio di questa tensione alla totalità è una delle opere/installazioni: Allegoria della morte (1987): tre sepolture e tre lapidi; a destra i monoteismi, rappresentati dalla croce cristiana; a sinistra la falce e martello; al centro la svastica nazionalsocialista, sulla cui tomba sono posti modellini di automobili e altri oggetti. A proposito della svastica e degli oggetti, Mari scrisse che «la tecnologia è sempre lo strumento primo della merce. La gente sa […] che il nuovo genocidio, quello della merce, è incombente. Tuttavia continua a sognare il Dio della merce» (L’arte del design, Federico Motta Editore, 2008). Mari si mostra così più radicale di Heidegger, più estremo delle Conferenze di Brema e Friburgo.
Il sacro vs la merce. Oltre che filosofia, il design diventa politica. Come in Platone. Mορφή.

[La fruizione della mostra, come di quasi tutte quelle che si stanno svolgendo in Italia, è stata di nuovo sospesa dagli incapaci al governo, dai cinici, dagli incompetenti, dai rozzi. Dai barbari. Questo testo vuole essere anche d’auspicio affinché le forme possano tornare a consolare ed esaltare i nostri corpimente]

Dell’amore

Il fiume, l’amore, la morte
in MitoMania. Conversazioni con le Ninfe e i Fiumi
a cura di Sergio Russo
Diacritica Edizioni, Roma 2020
pagine 61-73

  • Indice del saggio
    -Un fluire naturale
    -Proust: una fenomenologia dell’amore
    -Gocce e frammenti
    -Il mito
    -L’estuario

Nel settembre del 2019 si svolse a Siracusa/Catania un Convegno dedicato alle Ninfe e ai Fiumi. La relazione che vi tenni è ora stata pubblicata negli Atti di quell’evento che fu insieme erudito e piacevolissimo.
Nel mio intervento cercai di argomentare delle verità evidenti, delle quali però non sempre siamo consapevoli. Per esempio del fatto che l’amore che nutriamo è così forte in noi, l’amore che riceviamo ci esalta così tanto, perché l’amore che riceviamo è in realtà un riflesso dell’amore che nutriamo. Il fluire amoroso è espressione, forma e figura dell’inevitabile solitudine dell’umano.
Ma il cuore della passione amorosa è un cuore sacro: nella vita degli umani l’irrompere dell’Altro costituisce un’epifania. Del dio l’oggetto amato possiede anche l’inevitabile carattere di distanza, di estraneità, di perfezione mai raggiunta. La passione amorosa è un fluire numinoso, che investe, trasforma, esalta e abbatte le nostre vite. L’oggetto amoroso è così potente poiché è figura dell’oggetto divino.
Ci innamoriamo anche per avere un dio da onorare ed essere onorati dall’Altro come se fossimo un dio. 

Grecità e Induismo

Grecità e Induismo
in Chi cerca…cerca. Un profilo a tutto tondo di Augusto Cavadi
A cura di Crispino Di Girolamo e Sylwia Proniewicz
Il Pozzo di Giacobbe 2020, pp. 224
Pagine 99-107

Ho curato molto volentieri i contributi filosofici compresi nel volume che gli amici di Augusto Cavadi hanno voluto dedicargli per i suoi settanta anni. Il libro è una vivace testimonianza del prisma che la vita di Augusto è, della molteplicità e fecondità delle sue relazioni.
Uno degli ambiti di ricerca al quale mi sembra che Cavadi dedichi sempre più cura e interesse è quello che si racchiude nel termine spiritualità. Nel mio contributo ho dunque tentato un sintetico confronto tra due modi di intendere e vivere la complessità dell’esistenza – “spiritualità” vuol dire anche questo –, modi tra di loro più vicini di quanto si immagini: la sapienza greca e la sapienza induista.
Il saggio si articola in una breve introduzione e in tre paragrafi:
1 La filosofia come iniziazione
2 Filosofia e induismo
3 Gnosi greca e gnosi induista

Il testo presenta una grave lacuna: ho infatti indicato l’autore dell’inno con il quale ho chiuso il saggio come «uno degli ultimi sapienti pagani» ma ho trascurato di aggiungere il nome in nota (cosa davvero incomprensibile…). Cerco di rimediare qui: i versi sono del filosofo neoplatonico Proclo (412-485). È il suo quarto inno, dal titolo A tutti gli dèi (traduzione di Davide Susanetti):

«Ascoltatemi, dèi che governate la santa sapienza,
voi che avete acceso il fuoco dell’ascesa,
voi che elevate agli immortali le anime umane
purificate dai misteri ineffabili dei vostri inni,
lontano dai tenebrosi recessi della caduta.
Ascoltatemi, dèi della grande salvezza,
concedetemi, dai sacri libri, una pura scintilla
di luce, una scintilla che dissolva la nebbia:
un chiaro segno che un dio immortale
dall’uomo distingua. Che mai un demone
nefasto mi sommerga nei flutti dell’oblio,
spegnendo il ricordo dei beati. Che mai
un gelido castigo m’incateni quaggiù:
fredde sono le onde della nascita,
la mia anima non vuole più a lungo vagare.
Sovrani della fiammante sapienza, rivelate
i misteri, rivelate i riti delle sacre parole
a chi si affretta sul sublime cammino».

Tra i testi della filosofia induista che ho citato ne riporto qui uno -magnifico- dedicato al Tempo. È tratto dagli Atharveda (अथर्ववेद), una delle quattro parti che compongono i Veda. Il brano è il XIX, 53 (traduzione di Valentino Papesso):

«1 Il Tempo tira (il carro), cavallo dalle sette redini, milleoculo, esente da vecchiaia, ricco di molteplice seme. Questo (carro) montano i savi ispirati; le ruote di esso sono tutti gli esseri.
[…]
6 Il Tempo produce la terra, nel Tempo arde il sole; nel Tempo sono tutti gli esseri, nel Tempo l’occhio guarda da ogni parte.
7 Nel Tempo la mente, nel Tempo il respiro, nel Tempo è contenuto il nome: quando il Tempo è venuto, si rallegrano tutte queste creature».

L’immagine di apertura fu scattata da Henri Cartier-Bresson nel 1948 nel Kashmir. Non rappresenta né greci né indù ma è colma della pienezza del sacro.

Daria Baglieri su Tempo e materia

Daria Baglieri
Recensione a Tempo e materia. Una metafisica
in Discipline Filosofiche (9.11.2020)

«Se la filosofia come amore, desiderio ed esercizio della sapienza scaturisce dal misto di terrore e meraviglia dinanzi alla potenza della materia, la sua condizione ‒ come presupposto e come modo d’essere ‒ è la metafisica. Essa consiste, sin dalla grecità delle origini, nello sguardo che oltrepassa il dato fisico dei fenomeni e degli enti transeunti per volgersi all’eterna e stabile trasparenza che fa da fondamento al loro manifestarsi. Tale fondamento è l’essere come φύσις, non semplicemente come “natura” che la modernità concepiva in caratteri matematici ma come intero che non si contrappone né a un soggetto che ne ricerca le leggi universali né all’apparire come ingannevole parvenza. Al contrario, fenomeno per i greci era il manifestarsi di ciò che dall’essere proviene e verso l’essere tende infinitamente resistendo al nulla: questa dinamica di attaccamento della vita alla vita era la ζωή che si genera, muta, vive dentro l’intero nel gioco d’identità con gli enti a cui l’essere non si riduce e di differenza tra gli enti e degli enti dall’intero».
Così comincia la recensione che Daria Baglieri ha dedicato al libro, inizia con un piglio teoretico che inserisce Tempo e materia nel suo spazio naturale. L’autrice individua poi «le due anime filosofiche di questo testo ‒ l’ontologia platonica e il metodo fenomenologico» e a quest’ultimo dedica un’attenzione così rigorosa da essersi meritata la pubblicazione su Discipline Filosofiche, che è una delle più importanti riviste europee di fenomenologia. Dopo aver ricordato le fonti husserliane del libro, Baglieri scrive che «Tempo e Materia non è un trattato di metafisica, ma un percorso e un’esperienza nella metafisica come ricerca di un senso dello stare al mondo, per non fuggire dalla sofferenza dell’esserci prima che il naturale destino di dissoluzione dei corpi richiami ‒ anzi, ritrasformi ‒ le parti dentro l’intero materico. In una metafisica materialistica, infatti, nascere e morire non sono opposti, ma sono solo due fasi di un più grande processo che è il costante sfolgorio della materia tempo che diviene».

Sul politeismo

Mai avvennero e sempre sono. Sul politeismo 
in Mondi. Movimenti simbolici e sociali dell’uomo
Volume 3 – 2020
Pagine 69-90

Indice
-Unità e molteplicità
-La religiosità greco romana
-Cristianesimo e filosofia
-Persecuzioni
-Giuliano: restituire il mondo agli dèi e gli dèi al mondo
-Gnosi e iniziazione
-Il mito
-Il sacro

Abstract
The aim of this paper is to analyze the transition from mediterranean polytheisms to christian monotheism from an historical and, above all, theoretical prospective. The life and work of Emperor Julian (360–363) constitute a fundamental junction to understand the richness of what has been lost and the consequences of the prevalence of an exclusive and anthropocentric conception of the sacred, which has always been enemy of philosophy. The analysis pays particular attention to the issue of persecutions that paganism suffered by the winner christians. The title refers to a passage by Salustio, Julian’s counselor and friend.

Come forse si evince dall’indice, questo è il saggio sinora più importante da me dedicato in modo sistematico a uno degli ambiti di ricerca che sento più vicini a ciò che sono e a ciò che desidero capire e sapere: «la vitalità delle filosofie e delle religioni pagane». Per queste filosofie il fine e la sostanza di ogni mortale consistono nel rinascere continuamente dalle tante morti che ci avvolgono nel nostro dolore, rinascere da noi stessi e non soltanto dalla madre mortale che ci ha dato alla luce. E, come Dioniso, essere Lúsios, liberati.
Nei politeismi non ha senso contrapporre naturale e soprannaturale poiché la molteplicità degli dèi si coniuga alla unità monistica del cosmo, nella quale convergono identità e differenza, singolarità e pluralità, maschio e femmina, vita e morte, senso e significato, somatico e psichico.
La Gnosi cercata e vissuta nell’intero arco del vivere e del pensare dei Greci, da Anassimandro a Proclo, è un percorso che conduce al sapere tramite il vedere ciò che a un primo sguardo rimane precluso. Filosofia è anche l’oltrepassamento dell’oscurità in un percorso iniziatico della mente dentro l’essere, la verità, il tempo. La grandezza del paganesimo sta nel sapere e non nello sperare. Anche per questo una rappresentazione adeguata del divino pagano sono i κοῦροι, il loro enigmatico sorriso.
Salustio, amico e consigliere dell’imperatore Giuliano, così riassunse il significato e la potenza del politeismo: «Ταῦτα δὲ ἐγένετο μὲν οὐδέποτε, ἔστι δὲ ἀεί», «queste cose mai avvennero e sempre sono» (Περὶ θεῶν καὶ κόσμου, Sugli dèi e il mondo, 4, 8, 26).

Enrico Moncado, un itinerario

Enrico M. Moncado ha compiuto un itinerario dentro il mio tentativo di pensiero, attraversando in particolare la tetralogia che ho dedicato al tempo ma anche andando al di là. Il saggio è stato pubblicato su una delle più significative riviste fenomenologiche europee, Segni e comprensione. Un testo ampio, labirintico e insieme illuminante, che mostra una comprensione radicale della mia opera. Nel senso che va alle sue radici e ne esplicita le intenzioni di oltrepassamento di quadri epistemologici e teoretici tradizionali. Sono veramente grato all’autore per il modo rigoroso, empatico e insieme critico con il quale ha attraversato testi e pensieri.

Link al testo
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Trascrivo qui l’abstract del testo e poche sue righe, in particolare quelle che fanno riferimento alla struttura ultima del mondo, che è insieme materica e teologica. Invito, naturalmente, a leggere l’intero saggio, che è articolato  nei tre concetti che gli danno il titolo: Temporalità, Tempo, Metafisica.

«Within the ontological and metaphysical contemporary debate on the status of time is inserted the work of Alberto Giovanni Biuso, who proposes a radical thought against any form of physicalism and reductionism, a thought founded on a philosophical re-emergence of time at the center of a materialistic metaphysics. Thereby, metaphysics and materialism are not opposite philosophical devices, but are two ways in which being and time are ontologically disclosed as identity and difference. This theoretical paradigm, therefore, qualifies most definitions of time as partial and invalidating. Partial because they do not include the simultaneous totality which being and time are; invalidating due to the absence of a phenomenological facticity in which every scientific theory should be rooted. In this way, categorical dualisms such as time-temporality and mind-body are philosophically obsolete. Biuso instead melts the fundamental concepts of philosophy in a relationship of deep identity that always happens as difference».

«Questa affermazione fa trasparire la dimensione prima e ultima della […] struttura di pensiero di Biuso. Dimensione prima perché l’a priori logico, ontologico ed epistemologico di tutta la tetralogia è la metafisica intesa – anche sulla base della sua origine linguistica e semantica – come paradigma di oltrepassamento (μετά) della parzialità teoretica di ogni tesi sul tempo; ultima, perché la metafisica è l’ultimo modo di pensare oramai rimasto per comprendere la cangiante temporalità del reale che i diversi saperi hanno contribuito a “granularizzare” e a rendere sempre più complessa» (p. 195)

«Una teologia del tempo, quarto capitolo – ma primo per forma e contenuto – di Tempo e materia è il dispositivo di un’economia teoretica che attraversa in modo radicale tutta la tetralogia. […] Teologia dunque è per essenza πρώτη φιλοσοφία, è il sapere che pensa la luce, la trasparenza, l’attrito dell’essere entro la consapevolezza della finitudine, del limite che è l’ente rispetto all’essere stesso. È altresì il sapere per il quale l’esserci abita già da sempre nell’accadere della differenza, è lo sguardo gnostico in tale differenza per pervenire a un’identità redentrice, a un’identità che sia casa, dimora e ricetto nella differenza che è il tempo» (pp. 200-201)

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