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Musica sacra

6 settembre 2020 –  Teatro Dal Verme – Milano
MiTo Settembre Musica 2020
Silenzi e voci

Programma

Davide Perez
Mottetto a 4 concertato in festo Sancti Michaelis Archangeli

Georg Friedrich Händel
Salve Regina per soprano, 2 violini, organo e basso continuo

Emanuele d’Astorga
Stabat mater per soli, coro a 4 voci, archi e basso continuo

Coro e Orchestra Ghislieri
Giulio Prandi, direttore

La musica è sacra, sempre.
La musica umana è infatti nata dai suoni del mondo e dai movimenti interni al corpomente; ed è nata come gesto/parola rivolta alle potenze del cosmo.
In Grecia la musica è sorta dal dio, da Dioniso, ed è diventata sostanza metafisica in ciò che da Pitagora e Platone in avanti sarà la «musica delle sfere», la dimensione matematica dei suoni e il segreto sonoro dei numeri. Tutto questo proiettato nella magnificenza del κόσμος, nel suo ordine, nella sua armonia, nel suo senso.
Per Platone l’universo -οὐρανὸς, κόσμος– è stato sì generato ma non nel tempo bensì insieme al tempo. Generato da qualcosa che lo ha formato in base a un paradigma di perfezione, calando questa perfezione nel divenire e nel tempo. Il δημιουργός è questa capacità di generare il transeunte fondandolo sul permanente: «χρόνος δ᾽ οὖν μετ᾽ οὐρανοῦ γέγονεν, ἵνα ἅμα γεννηθέντες ἅμα καὶλυθῶσιν, ἄν ποτε λύσις τις αὐτῶν γίγνηται; ‘il tempo, quindi, ha avuto origine insieme con il cielo, in modo che, generati insieme, insieme anche si dissolvono, se mai di essi debba esservi dissoluzione’» (Timeo, 38b, 215; trad. di Francesco Fronterotta).
Il mondo così plasmato dal demiurgo ha la forma perfetta, è una sfera (33b, 195); è sempre vivente; è conoscibile nella sua profondità, seppur con fatica, attenzione e prudenza. In questo mondo perfetto gli astri –enti quindi del tutto materiali, percepibili e in movimento– sono gli dèi e gli dèi sono gli astri:

«Per quanto riguarda la stirpe divina, egli la fece, per la maggior parte della sua composizione, di fuoco, perché fosse quanto più possibile splendente e bella a vedersi, e, foggiandola a immagine dell’universo, la fece di forma rotonda e la pose nell’intelligenza del cerchio più potente in modo che lo seguisse, distribuendola circolarmente per tutto il cielo, in modo che costituisse davvero l’ordine armonioso del cielo, ricamato variamente nella totalità delle sue parti» (48a, 223).

Il movimento di questa sfera di fuoco e di luce genera la musica, con i suoi perfetti intervalli matematici.
Della sacralità della musica è espressione anche la forma sonora che nei secoli i compositori delle società cristiane hanno dedicato alle loro divinità: Cristo, la Madre di Dio, i Santi.
Silenzi e voci si è intitolato il Concerto che MiTo Settembre Musica ha dedicato ad alcune manifestazioni di questa musica nel Barocco. Da Händel agli italiani Davide Perez ed Emanuele d’Astorga (quest’ultimo esattamente siciliano, di Augusta).
Händel e d’Astorga hanno messo in canto alcuni dei più famosi testi mariani (Salve Regina e Stabat Mater) mentre di Perez abbiamo ascoltato un vivacissimo Mottetto dedicato alla lotta tra il Drago e l’Arcangelo Michele.
Ma forse il brano più intenso è stato…il bis: il primo movimento del Magnificat di Francesco Durante (1684-1755). La potenza contrappuntistica, la spontaneità del dettato, la bellezza dell’esecuzione del Coro e Orchestra Ghislieri hanno rappresentato la coerente chiusura di una serata nella quale siamo tornati a fare musica insieme, musica vera, musica dei corpi, musica sacra.
Propongo dunque l’ascolto del Magnificat di Durante (in particolare il primo movimento, che dura 2 minuti e 33 secondi) nell’esecuzione della Freiburger Barockorchester e del Balthasar Neumann Chor diretti da Thomas Hengelbrock:

 

Programmi 2020-2021

Nell’anno accademico 2020-2021 insegnerò Filosofia teoretica, Filosofia delle menti artificiali e Sociologia della cultura. Pubblico i programmi che svolgerò, inserendo i link al sito del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania per tutte le altre (importanti) informazioni relative ai miei corsi.
I link che compaiono qui sotto nei titoli dei libri in programma portano a presentazioni e recensioni dei testi o, nel caso dei saggi in rivista, ai pdf dei testi stessi.

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Filosofia teoretica
ATTO MATERIA TEMPO

-Giovanni Gentile, Teoria generale dello spirito come atto puro, in L’attualismo, Bompiani 2014, pp. 71-326
Platone, Timeo, pagine dell’edizione Burnet: 22-24, 27-31, 34, 37-38, 41-42, 47-52, 81, 88-89, 92 (Traduzione consigliata Rizzoli 2018, a cura di F. Fronterotta; l’edizione scelta deve in ogni caso presentare il testo greco a fronte)
LucrezioLa natura, Introduzione, testo criticamente riveduto, traduzione e commento di Francesco Giancotti, Garzanti 2018
-Alberto Giovanni
Biuso, Tempo e materia. Una metafisica, Olschki, 2020; Giovanni Gentile, «Vita pensata», numero 22, maggio 2020, pagine 70-79

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Filosofia delle menti artificiali
UMANITÀ ANIMALITÀ ARTIFICIO

-Barbara GiolitoIntelligenza artificiale. Una guida filosofica, Carocci 2007
-Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Fanucci 2017
-Eugenio MazzarellaL’uomo che deve rimanere. La smoralizzazione del mondo, Quodlibet 2017
-Alberto Giovanni Biuso,  Animalia, Villaggio Maori Edizioni 2020

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Sociologia della cultura
IL CASO HEIDEGGER

-Rocco De Biasi, Che cos’è la Sociologia della cultura, Carocci 2008
-Eugenio Mazzarella, Il mondo nell’abisso. Heidegger e i Quaderni neri, Neri Pozza 2018
-Friedrich W. von Herrmann – Francesco Alfieri, Martin Heidegger. La verità sui Quaderni neri, Morcelliana 2016
-Alberto Giovanni Biuso, Quaderni neri 1931/1938 (Riflessioni II-VI), «Discipline Filosofiche», 10 dicembre 2015; recensione a Martin Heidegger. La verità sui Quaderni neri, «Giornale di Metafisica», 1/2017, pagine 356-362.

Scarantino su Tempo e materia

Noemi Scarantino: recensione a Tempo e materia. Una metafisica
in Vita pensata n. 22 – Maggio 2020
pagine 102-106

L’autrice di questa recensione ha individuato una delle radici di Tempo e materia nel pensiero platonico, in particolare nel Timeo dove si legge che

ὁ αὐτὸς δὴ λόγος καὶ περὶ τῆς τὰ πάντα δεχομένης σώματα φύσεως. ταὐτὸν αὐτὴν ἀεὶ προσρητέον: ἐκ γὰρ τῆς ἑαυτῆςτὸ παράπαν οὐκ ἐξίσταται δυνάμεως—δέχεταί τε γὰρ ἀεὶ τὰπάντα, καὶ μορφὴν οὐδεμίαν ποτὲ οὐδενὶ τῶν εἰσιόντων ὁμοίαν εἴληφενοὐδαμῇ οὐδαμῶς: ἐκμαγεῖον γὰρ φύσει παντὶ κεῖται, κινούμενόν τεκαὶ διασχηματιζόμενον ὑπὸ τῶν εἰσιόντων, φαίνεται δὲ δι᾽ ἐκεῖναἄλλοτε ἀλλοῖον –τὰ δὲ εἰσιόντα καὶ ἐξιόντα τῶν ὄντων ἀεὶ μιμήματα, τυπωθέντα ἀπ᾽ αὐτῶν τρόπον.
‘Ora, lo stesso discorso vale anche per quella natura che accoglie tutti i corpi. Bisogna chiamarla sempre nello stesso modo, perché non si allontana mai da nessun punto di vista dalle proprietà che la caratterizzano; infatti, essa accoglie sempre tutte le cose, senza mai prendere in nessun modo e a nessuna condizione alcuna forma che assomigli ad alcuna delle cose che entrano in essa; per sua natura essa è come un materiale su cui s’imprime l’impronta di ogni cosa, mossa e divisa in figure diverse dalle cose che vi entrano, a causa delle quali essa appare via via sempre diversa. Le cose che in essa entrano e che da essa escono sono immagini degli enti eterni, e da questi ricevono le loro impronte’
(50b-c, trad. F. Fronterotta, Rizzoli 2018, pp. 266-267).
Dell’anima mundi Platone afferma che αὐτὴ ἐν αὑτῇ στρεφομένη, θείαν ἀρχὴν ἤρξατο ἀπαύστου καὶ ἔμφρονος βίου πρὸς τὸν σύμπαντα χρόνον.  ‘avviò, ruotando essa stessa su se stessa, un divino modo di vita, senza fine e regolata dall’intelligenza, per l’intera durata del tempo’ (Timeo, 36e, ed. Fronterotta, p. 207).

L’ampia analisi di Scarantino si conclude con una sorprendente affermazione a proposito della natura anche eleatica di ciò che nel libro si argomenta sull’essere e sul tempo. Riporto qui due significativi brani  della recensione:
«La χώρα è lo spazio universale, il luogo, il corpo, la materia in generale in cui tutto esiste e si muove e di cui ogni cosa esistente è fatta. Una prospettiva che si definisce platonica può dunque in questo senso assumere la materia come parte della metafisica. […] Dunque nonostante la critica e il rifiuto della radicalità ontologica di Parmenide questo testo accoglie comunque in larga parte i suoi insegnamenti sia nell’ammettere una forma di eternità volta a conservare l’Essere, il tempo e la materia, sia nel tentativo fenomenologico di andare oltre gli enti iniziato dall’Eleate. Questi  presupposti vengono coniugati da Biuso al già in sé fecondo pensiero eracliteo per articolare una metafisica materialistica».

Dioniso, la luce

«Tragedia totale»1 è Βάκχαι. Essa  chiude la drammaturgia classica riportandola là dove era iniziata, riportandola a Dioniso, a Tebe. Sovrano della città è Penteo, un uomo schematico, ultramoralista, incapace di vedere e capire la complessità del mondo e dei suoi fenomeni. Un uomo assai violento, che ordina la lapidazione dello Straniero responsabile dei culti orgiastici che sul Citerone hanno coinvolto le principesse tebane, compresa Agave, madre di Penteo.
Lo Straniero viene incatenato ma, non si sa come, ben presto si libera dai ceppi mentre una scossa sismica rovina il palazzo e un incendio lo minaccia. Penteo però ha occhi soltanto per lo Straniero e per l’obbedienza di costui a Dioniso. Per questo vorrebbe vedere di persona che cosa stia accadendo sul monte. Lo Straniero si offre di aiutarlo. Penteo accetta e, quasi insensibilmente ma inevitabilmente, viene irretito nella trama del dio e si perde, diventando il gemello di Dioniso Zagreo, fatto a pezzi anch’egli come era accaduto al dio bambino.
È la madre a dare inizio al sabba delle Menadi che dilania il figlio: «Gli strappi denudavano le costole. Ciascuna, con le mani insanguinate, tirava intorno brandelli di carne di Penteo, come se giocasse a palla. Giace il corpo smembrato, parte sotto le dure rocce, parte fra le macchie profonde della selva; ritrovarlo non è facile» (p. 987).
Adesso Tebe, i suoi abitanti, le sue donne, riconoscono il dio, dopo aver rifiutato la sua festa, la festa della vita, il coraggio d’esserci e abitare nella luce. Adesso Tebe sa che «δὲ τὸν Διὸς / Διόνυσον, ὃς πέφυκεν ἐν τέλει θεός, / δεινότατος, ἀνθρώποισι δ᾽ ἠπιώτατος», «il figliolo di Zeus, Dioniso, è dio nel pieno senso, ed è terribile [δεινότατος], ma più d’ogni altro con gli uomini è mite [ἠπιώτατος]», come egli stesso tiene a dichiarare (vv. 859-861, p. 978).
Nei confronti di chi lo respinge, il dio ha la sapienza che le sue donne per due volte cantano: «τί τὸ σοφόν; ἢ τί τὸ κάλλιον / παρὰ θεῶν γέρας ἐν βροτοῖς / ἢ χεῖρ᾽ ὑπὲρ κορυφᾶς / τῶν ἐχθρῶν κρείσσω κατέχειν;», «Sapienza cos’è? Che splendido / dono divino fra gli uomini / c’è mai, che valga di più / d’un nemico in nostra balia?» (vv. 877-881 e 897-901: p. 979). Mῆνις, il rancore, la furia, la vendetta, è parte costitutiva della vita, delle relazioni, del divenire, è parte dell’intero, è parte del sacro: «Lieve spesa è di credere / che una forza vi sia / qui, nel divino –quale che sia–  / e in norme di natura che / nel tempo vigono sempre» (Ibidem).
Dioniso c’è sempre.
Dioniso è la gioia, «questi sono i pregi suoi: / le corali danze, e poi / musicale ilarità / e la tregua degli affanni» (958-959); «se l’aveste capito quando vi rifiutaste alla saggezza, avreste adesso la felicità» (996).
Dioniso è la misura (sì, è la misura) poiché «in chi è saggio, l’equilibrio tutti i moti domina» (969); «βροτείως τ᾽ ἔχειν ἄλυπος βίος», «stare nei limiti: questo la gioia dà» (v. 1004, p. 984; con una traduzione un poco più letterale: ‘accettare d’essere mortali rende il vivere meno doloroso’).
Dioniso è un dio orfico, Dioniso è lo gnostico che condanna l’ignoranza di Penteo: «οὐκ οἶσθ᾽ ὅ τι ζῇς, οὐδ᾽ ὃ δρᾷς, οὐδ᾽ ὅστις εἶ», «Non sai che cosa vuoi, che fai, chi sei» (v. 506, p. 964).
«Διόνυσος ἥσσων οὐδενὸς θεῶν ἔφυ», «Non è inferiore a nessun dio, Dioniso» (v. 777; p. 974).
La  gioia dionisiaca pervade la teoresi greca e il pensiero di Platone, che nascono dalla luce e dalla furia del divino. Alla domanda da Beltrametti posta con grande suggestione: «Le Baccanti sono anche la tragedia palingenetica di una nuova società che non ha più il genos e neppure la polis a fondamento, ma il tirso: il regno dell’artista, del filosofo-prete, del grande condottiero?» (934), aveva risposto Eric Dodds. I filosofi della Repubblica sono infatti «una specie nuova di sciamani razionalizzati»2.
«εὐάζω ξένα μέλεσι βαρβάροις: / οὐκέτι γὰρ δεσμῶν ὑπὸ φόβῳ πτήσσω», «Grida evoè la mia voce di barbara: / ora i terribili ceppi non temo più» (vv. 1034-1035, p. 985), ora che il dio mi ha liberato.

Note
1. Anna Beltrametti in Euripide, Baccanti (Βάκχαι), «Le tragedie», trad. di Filippo Maria Pontani, Einaudi 2002, p. 937.
2 Eric R. Dodds,  I Greci e l’Irrazionale (The Greek and the Irrational, 1950), La Nuova Italia 1978, p. 248. 

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Con questa nota si conclude la mia analisi dell’opera di Euripide.
Gli altri testi si possono leggere qui:

Alcesti (Ἄλκηστις; 1.6.2016)

Medea (Μήδεια; 3.4.2019)

Ippolito (Ἱππόλυτος στεφανοφόρος; 23.5.2019)

Elena (Ἑλένη; 29.5.2019)

Troiane (Τρώαδες; 10.6.2019)

Elettra (Ἠλέκτρα; 24.6.2019)

Ecuba (Ἑκάβη; 3.7.2019)

Supplici (Ἱκέτιδες; 10.7.2019)

Ione (Ἴων; 7.8.2019)

Reso (Ῥῆσος; 4.9.2019)

Eracle (Ἡρακλῆς μαινόμενος; 14.9.2019)

Fenicie (Φοίνισσαι; 30.9.2019)

Ifigenia in Aulide (Ἰφιγένεια ἡ ἐν Αὐλίδι; 5.11.2019)

Ifigenia in Tauride (Ἰφιγένεια ἐν Ταύροις; 11.12.2019)

Oreste (Ὀρέστης; 19.3.2020)

Joker

Joker
di Todd Philipps
Con: Joaquin Phoenix (Arthur Fleck /Joker), Frances Conroy (Penny Fleck), Robert De Niro (Murray Franklin), Zazie Beetz (Sophie Dumond), Brett Cullen (Thomas Wayne)
USA, 2019
Trailer del film

Joker è un film sulla televisione.
Quasi in ogni scena c’è un televisore acceso. Sullo schermo si alternano programmi umoristici e programmi che informano. Prima danno notizie dei rifiuti che seppelliscono la città, dei topi e super ratti che la invadono, e poi delle violenze collettive che la percorrono. E soprattutto è in diretta televisiva –durante un programma di intrattenimento– che accade uno degli eventi decisivi, quello che vede l’uno accanto all’altro Joker e il professionista della risata Murray Franklin.
Gotham City è immersa in una broda spettacolare e globalizzata al cui centro sta la televisione come trionfo della superficialità, del dire prima di aver pensato, del pensare quindi per luoghi comuni e intrinsecamente banali. La televisione come trionfo della drammatizzazione spettacolare, dei sentimenti più intimi portati in piazza e soprattutto dei sentimenti falsamente ricreati a vantaggio dell’audience. Tutto è infatti finalizzato alla pubblicità. Ma questo vuol dire che tutto è finalizzato al mercato e ai mercati, dei quali la televisione rappresenta lo scintillante paravento. 

Joker è un film sulla follia.
«Le bon sens est la chose du monde la mieux partagée; car chacun pense en être si bien pourvu, que ceux même qui sont les plus difficiles à contenter en toute autre chose n’ont point coutume d’en désirer plus qu’ils en ont.
(Il buon senso è la cosa nel mondo meglio ripartita: ciascuno, infatti, pensa di esserne ben provvisto, e anche coloro che sono i più difficili a contentarsi in ogni altra cosa, per questa non sogliono desiderarne di più)» scrive Descartes nell’incipit del suo Discours de la méthode (1637, trad. di A. Carlini, Laterza 1974, p. 41). Un’ironia persino sarcastica. Ciò che si può constatare, infatti e al contrario, è che la follia è la cosa nel mondo meglio ripartita. La follia che lentamente cancella il confine tra il reale (il mondo collettivo) e il fantastico (il mondo individuale). Ciò che accade in Joker è sogno incubo pensiero desiderante, è il tremante terrore che afferra e abbatte al constatare l’invincibile forza del mondo.

Joker è un film sul corpo, soprattutto sul corpo che corre nello spazio, che fugge. Magro mascherato mobile miserabile mendico espressivo inquietante totale.

Joker è un film demoniaco e insieme cristologico.
«Maltrattato, si lasciò umiliare / e non aprì la sua bocca; / era come agnello condotto al macello, / come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, / e non aprì la sua bocca. […] // Perciò io gli darò in premio le moltitudini, / dei potenti egli farà bottino, / perché ha consegnato se stesso alla morte / ed è stato annoverato fra gli empi, / mentre egli portava il peccato di molti» (Isaia, 53, 7 e 12).

Joker è un film rozzo, che dall’inizio alla fine si regge sull’interpretazione totale empatica perturbante e demente di Joaquin Phoenix.

Joker è un film consolatorio, che illude su quanto semplice sia –in fondo– ribellarsi agli arroganti, ai ricchi, ai potenti; su quanto facile sia colpire, distruggere, mandare a fuoco le loro cose e le loro vite. Ma questo accade al cinema; quando accade nella realtà si tratta di jacqueries destinate alla sterilità della sconfitta.

Joker è un film intriso di μῆνις, un film sulla vendetta, sul risentimento, sul rancore, sulla loro piena giustificazione, sulla loro inevitabilità.
«εἰ κεῖνόν γε ἴδοιμι κατελθόντ᾽Ἄϊδος εἴσω / φαίην κε φρέν᾽ ἀτέρπου ὀϊζύος ἐκλελαθέσθαι, ‘se lo vedessi discendere dentro i recessi di Ade, / direi che un brutto malanno avrebbe scordato il mio cuore’» (Iliade, VI, 284-285; trad. di G. Cerri); «οὐκοῦν ἐπὶ μὲν τοῖς τῶν ἐχθρῶν κακοῖς οὔτ᾽ ἄδικον οὔτε φθονερόν ἐστι τὸχαίρειν, ‘gioire dei mali dei nemici non è né ingiusto né invidioso’» (Platone, Filebo, 49d); «καὶ τὸ τοὺς ἐχθροὺς τιμωρεῖσθαι καὶ μὴ καταλλάττεσθαι, ‘e vendicarsi dei nemici è più bello anziché riconciliarsi’» poiché «è giusto il ricambiare, e ciò che è giusto è bello, ed è proprio di un uomo valoroso il non lasciarsi sopraffare. Vittoria e onore sono tra le cose belle: esse sono preferibili, anche se infruttuose, e manifestano una superiorità di virtù» (Aristotele, Retorica A, 9, 1367 a, 24 sgg, trad. di A. Plebe).

Joker è un film disturbante, molto. La spiegazione del suo successo di pubblico sta probabilmente nell’interpretazione di Phoenix, la quale va oltre l’interpretazione.

Joker è un film sull’umano.
«ἔστι δὴτοίνυν τὰ τῶν ἀνθρώπων πράγματα μεγάλης μὲν σπουδῆς οὐκ ἄξια, ἀναγκαῖόν γε μὴνσπουδάζειν: τοῦτο δὲ οὐκ εὐτυχές. […] ἄνθρωπον δέ, ὅπερ εἴπομεν ἔμπροσθεν, θεοῦ τιπαίγνιον εἶναι μεμηχανημένον, ‘È vero che le vicende umane non meritano che ci si interessi molto di loro, bisogna però occuparsene, per quanto la cosa possa risultare ingrata. […] L’umano, come dicevamo prima, è soltanto un giocattolo fabbricato dagli dèi’» (Platone, Leggi 803 b-c).
«L’uomo è un degenerato un mostro tra gli altri, che per fortuna si riproduce sempre più di rado…» (Céline, Rigodon, trad. di G. Guglielmi, Einaudi 2007, p. 186).
Chiusi nelle loro angosce, gli umani arrancano giorno dopo giorno. Il sentiero è interrotto. Se ci si chiede dunque perché mai il suicidio non sia un’attività di massa, la risposta sta probabilmente nel βίος, nell’impulso dei corpimente a durare ancora.
«La grande défait, en tout, c’est d’oublier, et surtout ce qui vous a fait crever, et de crever sans comprendre jamais jusqu’à quel point les hommes sont vaches. Quand on sera au bord du trou faudra pas faire les malins nous autres, mais faudra pas oublier non plus, faudra raconter tout sans changer un mot, de ce qu’on a vu de plus vicieux chez les hommes et puis poser sa chique et puis descendre. Ça suffit comme boulot pour une vie tout entière.
(La grande sconfitta, in tutto, è dimenticare, e soprattutto quel che ti ha fatto crepare, e crepare senza capire mai fino a qual punto gli uomini sono carogne. Quando saremo sull’orlo del precipizio dovremo mica fare i furbi noialtri, ma non ci bisognerà nemmeno dimenticare, bisognerà raccontare tutto senza cambiare una parola, di quel che si è visto di più schifoso negli uomini e poi tirar le cuoia e poi sprofondare. Come lavoro, ce n’è per una vita intera)»
(Céline, Voyage au but del la nuit, Gallimard 2018, p. 25; trad. di E. Ferrero, Corbaccio 1995, p. 33).

A volte mi vergogno di appartenere a questa specie, all’Homo sapiens, e vorrei piuttosto essere altra forma della materia. Una nuvola, ad esempio, che esiste e poi si scioglie restituendo alla terra dalla quale è venuta la dolcezza dell’acqua, la morbidezza della gratitudine.

Coltelli ermeneutici

Knives Out
(Cena con delitto)
di Rian Johnson
Con: Daniel Craig (Benoit Blanc), Ana de Armas (Marta), Christopher Plummer (Harlan Thrombey), Jamie Lee Curtis (Linda Thrombey), Michael Shannon (II) (Walt Thrombey), Don Johnson (Richard Drysdale)
USA, 2019
Trailer del film

Un suicidio che non è un suicidio ma che forse è un suicidio. Un’infermiera che è di buon cuore ma forse è un’omicida senza essere un’assassina. Una famiglia ricca perché il nonno, famoso scrittore di gialli, la rende tale ma che ricca non è pur essendo molto ricca. E un detective che sembra girare a vuoto ma al quale non sfugge ovviamente nessun particolare, interpretato da un Daniel Craig che, dismessi gli abiti di 007, si dondola come un fessacchiotto nel suo tweed grigio tra il proletario e lo snob. E infine una bisnonna della quale nessuno conosce esattamente l’età. Il tutto frullato in una tipica villa di campagna, solitaria e labirintica. Con l’inevitabile testamento.
Un giallo classico, assai divertente e -direi– rilassante. Con decine di coltelli sempre sullo sfondo anche se, come ci insegna la metafisica, in quanto oggetti empirici essi «si generano perennemente senza mai essere» (Platone, Timeo, 27d–28a). Coltelli quindi che non sono coltelli pur essendo coltelli. La filosofia, pertanto, non è solo «la musica più grande» (sempre Platone, Fedone, 61a), è anche il più intrigante giallo che sia mai stato scritto.

Scuola dell’ignoranza

La scuola del liberismo e la crisi delle scienze europee
in La scuola dell’ignoranza
A cura di Sergio Colella, Dario Generali e Fabio Minazzi
Mimesis 2019
Pagine 118-140

Grande è la difficoltà dell’educare. Nonostante  la centralità che attribuisce all’educazione, Platone esclude un’uguaglianza meccanica dei suoi risultati; sa che una precondizione è l’armonia tra intelletto e carattere; inserisce il fatto educativo nella più vasta dimensione sociale ritenendo responsabili del successo o del fallimento l’intera comunità e non soltanto gli educatori; rifiuta sia la mera costrizione autoritaria come la riduzione del peso dell’apprendere; è convinto, infine, che la vera educazione consista nel far emergere qualcosa di totalmente autonomo dall’educante e che è presente invece nell’educato. Persino per i Sofisti e per Isocrate lo studio e l’esercizio non bastano se non sono sostenuti da un adeguato talento naturale. Se uno di questi tre elementi viene a mancare, l’educazione non può che fallire.
La struttura del fatto educativo è socratica. Nessun docente può garantire alcun risultato se in chi lo ascolta non c’è predisposizione all’apprendere e volontà di riuscirci. L’educatore non è onnipotente; l’educando non è una macchina plasmabile in qualsivoglia forma; l’educazione è rapporto fra persone, incontro di libertà.
Scuole e università realmente democratiche dovrebbero basare le proprie valutazioni su criteri non di fortuna familiare, di padrinaggio politico, di appartenenza ideologica o di promozione indiscriminata, ma sul merito personale, sulla competenza e sulla volontà. Regalando a tutti dei diplomi e delle lauree frutto di un insegnamento dequalificato e superficiale –e quindi inutile–, i “riformatori”  all’opera in Occidente negli ultimi decenni stanno confermando in realtà la sostanza vecchia e classista dei loro progetti, che si esprime anche nella Società dello spettacolo diventata la Società dell’ignoranza.
Un’ignoranza che non sa di esserlo o che persino si vanta di esserlo. Molte persone ritengono infatti del tutto normale rinunciare ai fondamenti del pensiero argomentativo, con il quale si cerca di dimostrare le proprie tesi, a favore di una esposizione fondata sul sentito dire delle piattaforme digitali, sul principio di autorità, su impressionismi psicologici, su una comunicazione aggressiva.

Indice del saggio
-Uno sguardo al recente passato delle riforme scolastiche
-Effetti delle riforme scolastiche sulla formazione universitaria
-Sul finanziamento della ricerca
-Università, società, cultura
-Conoscenze e competenze
-Grecità e Globalizzazione
 

[Photo by Brandi Redd on Unsplash]

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