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Disvelamento

Disvelamento

Disvelamento
Nella luce di un virus
Algra Editore, 2022
«Contemporanea, 6»
Pagine 148
€ 12,00

«La verità non si rivela che con le catastrofi»
Ingmar Bergman, Come in uno specchio (1961)

Alcuni mesi fa il Prof. Davide Miccione, Direttore della collana «Contemporanea» dell’Editore Algra (Viagrande-Catania), mi chiese di preparare un libro dedicato all’epidemia, alle sue radici, ai suoi effetti. Accolsi la proposta con slancio, per molte ragioni. Tra le quali il fatto che la filosofia sia, com’è noto, anche «ihre Zeit in Gedanken erfaßt, il proprio tempo appreso e colto nel pensiero» (Hegel, Grundlinien der Philosophie des Rechts, Vorrede, p. 25). Questi mesi di riflessione, di lavoro, di scrittura mi hanno aiutato a comprendere il significato della frase di Bergman in epigrafe. Il risultato è un libro che tra quelli sinora da me pubblicati è ai miei occhi il più urgente. Un libro nel quale e con il quale ho cercato di difendere le libertà, la razionalità e la scienza. E di mostrare che cosa può accadere quando libertà, scienza e razionalità vengono calpestate dal potere politico-mediatico.

Il testo si compone di 18 capitoli, così intitolati:
1 Don Abbondio
2 Un virus politico-visionario
3 La vita
4 Infodemia
5 Il piano inclinato
6 Numeri
7 Superstizione
8 Poteri
9 Cancellare le scuole, cancellare i luoghi, cancellare i corpi
10 Medicina e politica
11 Comunicazione e silenzio
12 La festa paternalistica
13 La solitudine del morente
14 Violenza e morale
15 Nietzsche
16 Una ferita
17 Gnosi
18 L’Intero, la Φύσις
Indice dei nomi

Questa la quarta di copertina, firmata dal Direttore della collana:
«La débâcle di questi due anni riguarda tutti: i media, la politica, il corpo sociale nel suo complesso. L’epidemia e il suo uso politico hanno messo in luce le viltà e le debolezze di interi settori, le fragilità di quella democrazia che diamo per acquisita e soprattutto la miseria teoretica e morale di coloro che dovrebbero analizzare e spiegare il mondo. Gli intellettuali, stricto o lato che sia il senso che diamo a questa parola, hanno mostrato con la loro ignavia le crepe che si sono aperte nel nostro stare consapevolmente al mondo. Biuso ci mostra come si possa leggere con parresia e compassione, con sapienza filosofica, letteraria e antropologica, questo nostro difficile passaggio storico e che cosa tutti potremmo imparare da esso».

Il volume è disponibile in varie librerie, su tutte le piattaforme e sul sito dell’editore, che ringrazio per il coraggio che ha mostrato nel pubblicare un libro lontano dalle opinioni dominanti.



 

Recensioni

Chiara Zanella, Di cosa parliamo quando parliamo di virus, Aldous, 7 maggio 2022

 

2 commenti

  • agbiuso

    Maggio 19, 2022

    Università. La didattica ibrida spegnerà la luce degli studenti
    di Gustavo Piga, Avvenire, 19.5.2022

    Caro Direttore,
    l’Università è morta col Covid. Ha vissuto a lungo si dirà. Si legge sul sito dell’Alma Mater Studiorum come la sua nascita a cavallo tra XII e XIII secolo sia dovuta a «associazioni di mutua previdenza, dette Nationes, indispensabili per i tanti studenti stranieri bisognosi di ritrovare in città un nucleo di connazionali nel quale sentirsi tutelati e protetti», destinate a divenire, all’inizio del Duecento, cooperative sovrannazionali – chiamate appunto Universitates – che «eleggevano i loro rettori tra i migliori studenti, sostenuti dai rappresentanti della varie Nationes e da un più allargato consesso di scolari.
    Queste figure rispecchiavano la natura studentesca dell’organizzazione universitaria e ne rappresentavano i valori nelle sedute cittadine, ne amministravano il corretto funzionamento interno e ne presiedevano l’apparato giuridico». Ormai da secoli gli studenti non eleggono più i rettori; oggi invece stanno addirittura scomparendo. Come le lucciole di Pasolini, sono cominciati a scomparire in maniera fulminea e folgorante, divenendo un ricordo, abbastanza straziante, del passato.
    Questa scomparsa sembra ad alcuni da addebitare interamente alle moderne tecnologie, che hanno soppiantato il curioso e antico fenomeno del docente in presenza. Non ritengo sia così. L’uso massivo delle moderne tecnologie, introdotto per decreto dalla sera alla mattina per tentare di arginare gli effetti devastanti della pandemia da Covid, ha permesso che le lucine dei nostri studenti, seppure affievolite, non si spegnessero. Tuttavia il fatto che non vi sia stato un analogo decreto per rimuoverle per il prossimo anno accademico è la dimostrazione che non sono state introdotte per proteggerci dal Covid ma banalmente per uccidere le ultime lucciole ancora in vita. Non è nemmeno da addebitare ai Rettori, ma ad un potere ben più ‘reale’ di cui, di nuovo parafrasando Pasolini, «noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali ‘forme’ esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che l’hanno preso per una semplice ‘modernizzazione’ di tecniche».
    Ma quando hanno cominciato a scomparire gli studenti? Tutto nasce certamente più di un decennio addietro, quando abbiamo voluto scrollarci di dosso la rilevanza della didattica e dell’istruzione come pilastro della missione universitaria, riorientando carriere e incentivi del personale (mi perdoni, ma mi è impossibile chiamarlo ‘docente’ oggidì) di fatto alla sola capacità di ‘pubblicare’. Direttore, sono pochi gli studiosi ancora desiderosi di insegnare in classi piene di giovani matricole del primo anno, per timore di perdere quel tempo così prezioso da spendere utilmente in altro; infatti ci si dedica piuttosto a classi piccine, con pochi esami e orari di ricevimento, se possibile a classi di dottorato, elitarie, in cui trovare giovani con cui pubblicare un articolo scientifico che in futuro nessuno ricorderà ma che assicura oggi il rapido riconoscimento con promozioni di carriera.
    Chi si getta nella battaglia ardua ed avventurosa della crescita educativa della massa universitaria viene considerato inadatto al riconoscimento da parte della tribù. Ed eccoci all’oggi in cui assistiamo ad un’accelerazione nella decimazione della popolazione studentesca. Se sono ancora presenti come numero, non li vediamo più, lucciole senza luce, nei parcheggi delle nostre facoltà che – come le nostre aule – sono sempre più deserti. Il rifugiarsi dei tanti giovani, spaventati o annoiati, dietro telecamere spente che assomigliano, ai nostri occhi, a grotte buie senza fine, permette addirittura di attribuire loro la colpa di questa apparente sparizione. Sono loro i pigri, sono loro che desiderano rimanere a casa, evitare di spostarsi, fare domande, partecipare. Sono loro che ci abbandonerebbero se li (udite udite) obbligassimo al ritorno in presenza; non possiamo dunque fare altro che lasciarli rintanati nelle loro grotte. Ma nelle grotte i nostri giovani, Direttore, non studiano. Perché non si concentrano – è impossibile – specie quelli meno abbienti che sono costretti a vivere in ambienti angusti e congestionati da familiari.
    Nelle grotte i giovani non si incontrano e non scoprono la diversità, ma la solitudine. Non trovano tutela e protezione, come nel Duecento, ma alienazione e depressione. La didattica del prossimo anno – confermata sempre più come ‘ibrida’ benché non motivata da una pandemia che pare abbiamo imparato a fronteggiare – peggiorerà la qualità dell’insegnamento e aumenterà le probabilità di abbandono e di ritardo nella laurea, fenomeni che ci piazzano già da anni agli ultimi posti nelle classifiche europee. Invece di approfittare di questo tempo per chiederci come rendere gli spazi universitari finalmente vivibili e attraenti, per riportare meglio di prima i nostri giovani ad una vita in comune, fatta di esplorazione e conoscenza reciproca e di lavoro in squadra, pensiamo invece a come migliorare le tecnologie per tenerli più lontani da tutto ciò.
    Invece di generare persone che sappiano vivere con entusiasmo e carattere in comunità di diversi dove affinare il dialogo e la comprensione, stiamo ultimando il processo di creazione di persone incapaci di sfidarsi di fronte alle difficoltà inevitabili della vita. Al ‘potere reale’ va evidentemente bene così. Eppure sia chiaro: ci sono ancora – in quei luoghi ormai abbandonati che ci ostiniamo a chiamare ancora, impropriamente, Università – coloro che darebbero via l’intera tecnologia per uno studente in più in classe, seduto lì, sul banco, magari con la mano alzata. È da loro che dovremmo ripartire per farla rinascere.
    Professore di Economia politica all’Università di Tor Vergata

  • Luca Ruaro

    Marzo 26, 2022

    Grazie, Professore! Ormai le buone notizie sono diventate così rare, che qualsiasi iniziativa che ci offra un po’ di speranza e di razionalità merita veramente di essere accolta come una boccata di ossigeno!…
    Dopo una prima fase in cui ci è stata tolta, da un giorno all’altro, la nostra stessa libertà “fisica” personale, le principali vittime di questi due anni tragici che abbiamo alle spalle sono state soprattutto la libertà di pensiero, la libertà di informazione e la libertà di cura (o principio dell’“habeas corpus”).
    Sono sicuro che questo volume riaffermerà l’importanza di questi valori, ma temo anche che la lotta per riconquistarli non sarà affatto facile, nei prossimi anni. Spero che almeno alcuni esponenti del mondo universitario mettano questi temi AL CENTRO dei loro futuri studi e programmi. Mi piacerebbe molto, ad esempio, l’idea di una collana di classici del pensiero che raccolga – con commento adeguato ai nostri tempi – alcune delle tappe fondamentali attraverso le quali si sono affermati questi valori, che oggi vengono ignorati o calpestati dal pensiero unico politico e giornalistico (oltreché accademico, in troppi casi).
    Nel frattempo, auguro a questo nuovo Volume tutto il successo che merita, e spero che apra almeno qualche spiraglio di dubbio nella mente di chi – finora – ha voluto imporci i suoi nuovi dogmi e le sue (molto discutibili) certezze.

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