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Mente & Cervello 55 – Luglio 2009

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La decostruzione schopenahueriana e nietzscheana dell’etica dimostra che se per azioni morali si intendono azioni compiute solo per altruismo, allora non esistono azioni morali. Constatazione che ci apparirebbe ovvia se non fossimo permeati di richieste impossibili e innaturali come quelle di alcuni precetti cristiani. Un articolo di D.Ovadia dedicato al “piacere di donare” offre la conferma sperimentale (se ce ne fosse bisogno) di tale banalità: «È evidente che chi dona trae un certo beneficio dal proprio gesto» (pag. 36), non foss’altro la gratificazione per averlo compiuto.

Una verità meno evidente riguarda la fiducia acritica e spesso magica nella medicina e in particolare nelle sue statistiche. Un importante articolo di cinque ricercatori tedeschi mostra in maniera efficace la natura ambigua ed ermeneutica di molti dati e quindi «l’illusione della certezza in medicina e la pratica di presentare le informazioni sanitarie in forme opache, tali da far pensare -erroneamente- che gli interventi medici comportino grandi benefici e piccoli danni. Quando non sanno interpretare i numeri, i cittadini sono soggetti alla manipolazione delle loro ansie e delle loro speranze, con seri danni per la salute» (86-87).

Un tema che ritorna sempre più spesso negli studi sulla mente è la temporalità. Che il tempo sia anche la percezione interiore della durata è mostrato da ricerche secondo le quali «gli annoiati cronici sarebbero tali a causa di una persistente percezione di dilatazione temporale: per loro il tempo scorreva più lento, per gli altri volava» (S.Pisani, 26). L’unità di tempo e materia fa sì che percezioni, conoscenze, ricordi, attese si riferiscano a una realtà materiale primaria alla quale però è poi la mente a conferire strutture e significati, tanto che «qualcuno ritiene addirittura che gli schemi del nostro pensiero siano sufficienti, da soli, a dare forma al cervello» (E.Anthes, 72); l’identità sessuale, ad esempio, è anch’essa un dato insieme «biologico, culturale, sociale e psicologico» (30); di contro, il possedere una tonalità emotiva gioiosa o angosciata non dipende soltanto da dati esperienziali ma forse è anche il frutto di «ormoni e altre sostanze rilasciate nell’organismo dei genitori che al momento del concepimento si trovino in uno stato di felicità o di depressione» (G.Guerriero, 24). Ancora una volta, l’umano è un’unità biosemantica nella quale percezioni sensoriali, memorie individuali e genetiche, categorizzazioni astratte lavorano inscindibilmente generando un flusso di coscienza dinamico e plurale. È ad esempio «evidente che i neonati vengono al mondo con un apparato biologico con il quale sono in grado di percepire più facilmente le melodie armoniose rispetto a quelle dissonanti» e tale caratteristica innata si declina poi in modo diverso nelle differenti culture musicali dei popoli e degli individui (R.Reber e S.Topolinski, 42).

Tra le rubriche fisse di Mente & cervello quella affidata allo psichiatra Vittorino Andreoli -dal titolo “Casi estremi”- è spesso interessante e istruttiva; altre volte, però, si sente il peso delle categorie professionali dell’autore. Tanto che scienziati, filosofi, artisti, poeti diventano dei casi clinici e si perde -forse persino paradossalmente- il senso profondo di ciò che in un certo linguaggio è malattia mentale. Il caso di questo mese è Caravaggio, a proposito del quale si formula «il quesito se il comportamento di Michelangelo Merisi, la sua violenza, la sua irrequietezza, il suo collocarsi sempre oltre la norma e la legge, sia espressione di una personalità malata. Se cioè, secondo gli schemi della psichiatria del tempo presente, non sarebbe da “curare” e forse da “ricoverare”» (29). E come no. In questo stesso modo sono stati davvero ricoverati dei corpimenti perfettamente sani e geniali che però hanno avuto la sciagura di essere nati quando ormai si era affermata la “psichiatria scientifica”. Da ricoverare sarebbero alcuni di tali “medici della psiche”, non persone quali Caravaggio…

Questo numero della Rivista è ricco di testi davvero interessanti. Accenno soltanto a un ampio articolo di argomento neuroscientifico nel quale viene citata l’opinione di Michael Oku, esperto della “stimolazione cerebrale profonda” (DBS), secondo il quale «siamo alle soglie di un’era bionica. Nel prossimo decennio centinaia di migliaia di persone porteranno questi dispositivi per moltissime patologie, compresa la depressione maggiore» (A.Lavazza, 68). È la strada, sempre più frequentata, dell’ibridazione.

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