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Determinismo

Ἡρακλῆς μαινόμενος -Eracle furioso, Eracle impazzito– è il titolo completo di una tragedia di Euripide. C’è sempre infatti un dio che non tollera il trionfo di un umano, qualunque ne sia la ragione. O intrinseca: Eracle è figlio di uno dei tanti amori umani di Zeus ed Era non lo sopporta; o data da eventi che scatenano l’invidia: Eracle riesce a tornare dall’Ade e a salvare i figli e la moglie da morte imminente e sicura. Quei figli e quella sposa ai quali, impazzito, sarà lui stesso a dare la morte dalla quale li aveva salvati.
Un’inemendabile violenza percorre la vicenda di Eracle dalla sua nascita e ancor prima. Una violenza che si esprime come giusta vendetta poiché, lo afferma più volte Anfitrione, «un gusto c’è nella morte d’un uomo nemico che paga il fio delle colpe commesse»1 ed è naturale «τοῖς φίλοις τ᾽ εἶναι φίλον  / τά τ᾽ ἐχθρὰ μισεῖν: ἀλλὰ μὴ ‘πείγου λίαν», «essere amico ai cari e odiare i tuoi nemici» (vv. 585-586, p. 827). In questa naturalità della vendetta, i Greci erano tuttavia assai più etici di noi, dei moderni. Teseo dà infatti per scontato che «i ragazzi non sono mai coinvolti da una guerra: è chiaro che si tratta di ben altro» (847). Nelle guerre del Novecento e del XXI secolo, invece, i bambini sono coinvolti totalmente. Chi è più crudele? Noi o loro?
Eracle è il più grande degli eroi, le sue imprese vanno al di là dell’umano e del possibile. E tuttavia viene annientato come uno qualsiasi dei figli dell’uomo, viene colpito negli affetti più fondi, nell’onore, nella saggezza. In quale altro modo mai i Greci potevano esprimere la loro sapienza? Che si tratti dell’intervento di un dio, di τύχη-Caso o di Ἀνάγκη-Necessità, l’esito è l’Inevitabile che sta scritto nei gangli stessi della materia, nelle cellule della vita, nell’intrico degli eventi in cui «ἐξίσταται γὰρ πάντ᾽ ἀπ᾽ ἀλλήλων δίχα», «tutto si muta con vicenda alterna» (v. 104, p. 813), nel divenire, nel tempo. Il determinismo è, semplicemente, la verità del mondo. Anche chi lo nega fa parte di tale necessità. È questa la convinzione dei due filosofi più greci che dopo i Greci ci siano stati: Spinoza e Nietzsche.
Eracle è il testo dove necessità e determinismo sconfiggono ogni umano e ogni divino andare. Nessuno vi si oppone poiché nessuno si può opporre: «ὃ χρὴ γὰρ οὐδεὶς μὴ χρεὼν θήσει ποτέ», «nessun uomo potrà mai fare in modo che ciò che deve non debba accadere» (v. 311, p. 818); «non c’è nessuno che sfugga alla sorte, non un mortale, non un dio, se è vero quanto si legge nei poeti» (852). La prima affermazione è di Megara -sposa di Eracle–, la seconda è di Teseo, il suo più che fraterno amico. Tradotto in siciliano: «A ccu è distinato di  moriri o scuru, ammatula cci menti l’ogghiu lantirnatu».
Pagina magnifica di questo capolavoro è il racconto dettagliato, accorato, terribile e inevitabile che il Nunzio formula della follia di Eracle e dei suoi effetti (vv. 922-1015, pp. 839-841). Una descrizione perfetta nella varietà dei toni,  nella sintesi, nella concitazione, nella distanza e nel moto. Una descrizione degli eventi che conducono Eracle a esclamare, ormai distrutto, «φεῦ: / αὐτοῦ γενοίμην πέτρος ἀμνήμων κακῶν», «Ah! Diventare un sasso…smemorare!» (v. 1397; p. 854). Come di tanto in tanto dico ai miei studenti, un sasso è entità più consona di qualunque vivente, un sasso è libero da ogni immaginabile soffrire. È dai Greci che ho imparato anche questa sapienza.

1. Euripide, Eracle (Ἡρακλῆς μαινόμενος), in «Le tragedie», trad. di Filippo Maria Pontani, Einaudi 2002, p. 832. La tragedia fu messa in scena nel 2018 da Emma Dante al Teatro greco di Siracusa.

Un riuscito naufragio

La pazza gioia
di Paolo Virzì
Italia, 2016
Con: Valeria Bruni Tedeschi (Beatrice), Micaela Ramazzotti (Donatella), Valentina Carnelutti (Fiamma Zappa), Anna Galiena (Luciana Brogi), Marco Messeri (Floriano Morelli).
Trailer del film

Beatrice Morandini Valdirana è ospite di una struttura di recupero psichiatrico. È estroversa, chiacchierona, elegante, ricca e decaduta, un po’ razzista e molto imbrogliona. Arriva Donatella Morelli, che invece è fisicamente malmessa, riservata, sciatta, senza un soldo.
Per quali ragioni queste due donne siano lì ricoverate, che cosa abbiano commesso, lo si scopre a poco a poco. Sino alla reciproca confidenza dell’«essere nate tristi». Approfittando di una circostanza casuale, fuggono dalla struttura, alla ricerca della felicità perduta e del figlio di Donatella, che le è stato sottratto in quanto giudicata «inidonea alla genitorialità». Si susseguono una serie di avventure, incontri, confronti con amici, genitori, ex mariti e precedenti amanti. La vita pulsa in questa pazza gioia, sino alla fine.
Due attrici in stato di grazia scolpiscono delle figure fragili e forti. Valeria Bruni Tedeschi, in particolare, disegna uno dei suoi personaggi meglio riusciti. Entrambe sono credibili, matte senza essere caricaturali, tenere e insieme violente. Il film dà voce al discorso folle e lo fa con misura, sempre in equilibrio tra divertimento e tragedia.
Nell’atroce mondo in cui siamo gettati, la pazzia è spesso una risposta naturale e inevitabile, pur se perdente. Di questo riuscito naufragio il film sa mostrare anche la gioia.

Cinema / Montaggio

Un’ora sola ti vorrei
di Alina Marazzi
Italia, 2002
Con: Luisella Hoepli
Trailer del film

Un-ora-sola-locandinaTra i seminari organizzati dal Med Photo Fest 2013 quello di Stefania Rimini è stato dedicato al cinema di Alina Marazzi. Occasione propizia per conoscere un film drammatico e magnifico come Un’ora sola ti vorrei. Un’opera che assembla, trasfigura e dà senso ai filmati che la famiglia Hoepli ha raccolto dagli anni Trenta del Novecento. La regista è infatti figlia di Luisella Hoepli, una donna molto bella e profonda, che si tolse la vita quando Alina era ancora bambina. Una donna dallo sguardo intensissimo, severo e insieme candido, sorridente e doloroso. Ma una donna che si sentiva inadeguata. Un senso di colpa oscuro e pervasivo la nutriva, alimentato dal sostanziale disprezzo del padre per lei. La diagnosi di depressione equivaleva negli anni Sessanta a quella di follia. Ricoverata in una clinica psichiatrica svizzera, Luisella scriveva lettere struggenti e lucidissime alla famiglia, implorava il marito di tirarla fuori da quel manicomio di lusso perché «se non voglio impazzire, devo uscire da qui».
Un’ora sola ti vorrei è puro cinema perché è puro montaggio. Ore e giorni di girato sono condensati da Marazzi in una scansione che evita ogni piatta cronologia e si fa espressione di una vita densa, breve e tragica. Ma colma di un pensiero sempre consapevole di se stesso e del proprio dramma.
Stefania Rimini ha premesso alla visione del film l’analisi del pensiero di Roland Barthes sull’assenza, la madre, il tempo, sulla fotografia come istante di incrocio di queste dimensioni della vita. La maternità ricevuta e data sta infatti al centro dell’esistenza di Luisella Hoepli. Essere riuscita a dare conto del plesso di morte e maternità evitando ogni caduta melodrammatica e intimistica è il grande merito della regista. Nonostante la dolorosa vicenda che narra, è un film lieve. Come lieve voleva essere al mondo la sua protagonista.

 

Ossessione / Puzza

Maps to the Stars
di David Cronenberg
Canada-Usa, 2014
Sceneggiatura di Bruce Wagner
Con: Julianne Moore (Havana Segrand), Mia Wasikowska (Agatha Weiss), Evan Bird (Benjie Weiss), John Cusack (Stafford Weiss), Robert  Pattinson (Jerome Fontana), Olivia Williams (Christina Weiss), Sarah Gadon (Clarice Taggart)
Trailer del film

maps_to_the_starsUn ragazzino che guadagna milioni di dollari recitando commedie televisive. La madre che lo adora. Il padre psicologo ambiziosissimo e glaciale. Un’attrice scadente che sogna di interpretare il ruolo della propria madre, anche lei attrice e morta in un incendio. Un autista di limousine che vorrebbe recitare. Costoro sono circondati da agenti, registi, colleghi. Circondati da adolescenti i quali sembrano spaventosamente adulti nel modo di vestire, parlare, drogarsi, progettare, morire. I vivi sono spesso visitati dai morti, dai fantasmi generati dalla loro frenetica arroganza, dai loro delitti.
In questa Los Angeles arriva la ventenne Agatha. Non si sa da dove e come. Ha cicatrici da ustioni su gran parte del corpo. Recita ossessivamente Paul Éluard: «Sur mes cahiers d’écolier / Sur mon pupitre et les arbres / Sur le sable sur la neige / J’écris ton nom. […] Sur l’absence sans désir / Sur la solitude nue / Sur les marches de la mort / J’écris ton nom // Sur la santé revenue / Sur le risque disparu / Sur l’espoir sans souvenir / J’écris ton nom // Et par le pouvoir d’un mot / Je recommence ma vie / Je suis né pour te connaître / Pour te nommer // Liberté». La libertà a cui Agatha aspira è quella dell’amore, del crimine, della morte. È figlia dello psicologo e sorella del divo. Non la vogliono. Agatha è pazza e saggia. Lei e il fratello sono frutto di un incesto non voluto, come quello di Edipo. Ma tutti devono pagare. L’altra protagonista, l’attrice fallita, ripete più volte la parola «puzzare». Parola detta ad Agatha, a se stessa, a tutti. Grande è la sua gioia quando la morte di un bambino le offre la parte alla quale ossessivamente aspirava.
È forse questo il momento più feroce di un film estremo. La ferocia di una gioia sincera e completa che si nutre del dolore altrui. Maps to the Stars è commedia, è tragedia, è iperbole, è sarcasmo, è volgarità, è fissazione, è  putrefazione. Un film gelido e mortale, nel quale la mostruosità che percorre tutta l’opera di Cronenberg non ha più bisogno del doppio, degli insetti, della tecnologia, della claustrofilia. E si dispiega assoluta e compiuta in una metafora dell’umanità priva di luce, moribonda nel bagliore di un fuoco che divora le stelle.

 

Figli

Stoker
di Chan-wook Park
Con: Mia Wasikowska (India), Matthew Goode (Charlie Stoker), Nicole Kidman (Evelyn Stoker)
USA, Gran Bretagna 2013
Trailer del film

India compie 18 anni. Lo stesso giorno suo padre muore in un incidente d’auto. Mentre la famiglia è in lutto si presenta lo zio Charlie, fratello del padre. India sente i suoi pensieri, che la affascinano e la respingono. Silenziosa, intoccabile e determinata, scoprirà a poco a poco chi è lo zio, quello che ha fatto. E se ne libererà, nel nome del Padre.
La ferocia di film molto densi come Sympathy for Mr. Vengeance, Oldboy e Sympathy for Lady Vengeance si sublima e stempera nella violenza manieristica e interiore di Stoker, che intreccia vampirismo psicologico, lucida follia, elegante delirio.
Si tratta di un film/iniziazione, un’opera sull’educazione ai sentimenti e soprattutto sull’assassinio che i figli compiono nei confronti degli adulti: allontanandoli, ricattandoli, seducendoli, amandoli, sostituendoli nel tempo e nello spazio. La madre di India si chiede per quale ragione a un certo punto della vita si facciano dei figli.
Stoker è anche un sapiente, compiaciuto, coinvolgente esercizio di stile, nel quale ogni inquadratura ha una logica estetica e narrativa impeccabile. E gelida.

 

Maestri / Verità

The Master
di Paul Thomas Anderson
Con: Joaquin Phoenix (Freddy Quell), Philip Seymour Hoffman (Lancaster Dodd), Amy Adams (Peggy Dodd), Ambry Childers (Elizabeth Dodd), Rami Malek (Clark), Laura Dern (Helen Sullivan)
USA, 2012
Trailer del film

Un reduce dalla guerra nel Pacifico. Sbandato. Alcolizzato. Solo.
Un intellettuale carismatico e narcisista, fondatore della Causa, promettitore di salvezza, guarigione, senso.
Tanto evidentemente folle il primo quanto ambiguamente folle il secondo.
Ma nessuno dei due caratteri diventa in questo film una caricatura. Non si sa sino a che punto arrivi lo squilibrio del primo, non si sa sino a che punto sia sincero o truffaldino nei suoi insegnamenti  il secondo.
Si incontrano in nome del caso, della necessità, della solitudine, di un’esigenza di riscatto. Esigenza che tutti noi mortali avvertiamo. E che ci fa intravedere il nuovo là dove si dà l’uguale. Ci fa nutrire fiducia là dove pulsa l’inganno. Ci apre alla felicità di un successo, di un amore, di un apprendimento, là dove siamo noi invece a creare questo mondo di attese. Perché tutti sentiamo di essere caduti in un gorgo e di avere bisogno di redenzione. È anche su questa struttura antropologica che nascono i sentimenti e si fondano il potere politico e le organizzazioni religiose, da scientology alla chiesa papista, dai maghi di quartiere ai dittatori totalitari o democratici.
Un film che non va letto né in chiave psicologica né in quella storica ma nella prospettiva di un’antropologia disincantata e antiroussoviana, che non crede nella possibilità di riscatto e di “bontà” degli esseri umani, impossibilità che emergeva anche nell’epico Il petroliere. E che spiega perché milioni di persone acclamino dei soggetti cinici, cialtroni o feroci, che si presentano tuttavia come portatori di salvezza. Li acclamano, li seguono, li amano perché trovano nelle parole di costoro, nei loro gesti, nei loro volti quel significato al quale tutti tendiamo come il pane. «Se riuscirai a vivere senza un maestro, un qualsiasi maestro, vieni a raccontarmelo. Saresti il primo tra gli esseri umani» dice Lancaster rivolgendosi a Freddy.
Un film che narra anche attraverso la luce e le ombre, mediante una strepitosa fotografia caravaggesca che sia nei primissimi piani sia nei potenti campi lunghi trasmette l’inesorabile dolore della speranza.
La recitazione di Hoffman è come sempre eccellente, quella di Phoenix è semplicemente spaventosa nella sua perfezione. La nave dove i due si incontrano si chiama Alithia, in greco “verità”. A chi proclamava di essere venuto «per rendere testimonianza alla verità», il saggio Pilato chiese «Che cos’è verità?» (Gv., 18, 38).

Sul tempo. Una prospettiva teatrale

Teatro Strehler – Milano
La grande magia
di Eduardo De Filippo
con: Luca De Filippo (Otto Marvuglia), Massimo De Matteo (Calogero Di Spelta), Carolina Rosi (Zaira), Nicola Di Pinto (Arturo Recchia e Gennarino Fucecchia), Giovanni Allocca (il brigadiere di polizia e Oreste Intrugli), Gianni Cannavacciuolo (Gervasio Penna e Matilde)
Scene e costumi Raimonda Gaetani
Regia di  Luca De Filippo
Produzione Compagnia di Teatro Luca De Filippo
Sino al 6 dicembre 2012
Video di presentazione

 

Calogero Di Spelta è assai geloso della moglie Marta. In vacanza all’Hotel Metropole, questo suo sentimento diventa l’oggetto dei pettegolezzi dell’intero albergo. In effetti Marta ha un amante, che però non riesce mai a incontrare proprio a causa dell’attenta gelosia del marito. Ma arriva l’occasione, incarnata dal mago di provincia Otto Marvuglia, con il quale la donna si mette d’accordo in modo che durante un suo spettacolo «la faccia sparire per un quarto d’ora». Ma l’amante Mariano la porta via con sé a Venezia e Marta quindi sparisce per davvero. A Calogero che chiede al mago di restituirgli la moglie, Marvuglia risponde che in realtà è stato proprio lui a farla sparire e che Marta si trova in una cassettina che gli consegna. Se il marito la aprirà credendo fermamente nella fedeltà della donna ella riapparirà, in caso contrario la magia non avrà più fine. Calogero crede a tutto pur di non ammettere a se stesso il tradimento di Marta. Quando la donna tornerà da lui, dopo quattro anni, rifiuterà di riconoscerla, convinto ormai che nessuno potrà separarlo da quella cassettina che non ha ancora aperto e dentro la quale è racchiusa tutta la sua passione.
Il paradosso e la tristezza dei sentimenti umani si esprimono qui al di là del dramma e della commedia. La gelosia è l’occasione per una complessa meditazione sul mondo interiore nel quale ciascuno vive, pensa, ama, soffre. Tutto è possibile all’immaginazione. Ciascuno si rinchiude nelle stanze della propria solitudine e da questo castello alto e desolato cerca di amministrare i feudi della disperazione. L’ipotesi che Otto Marvuglia presenta a Calogero Di Spelta è la stessa del film Matrix. Che cos’è realtà, che cosa è illusione? Apri la cassetta, prendi la pillola rossa, e ti troverai nel mondo vero. Tieni chiusa la cassetta, prendi la pillola azzurra, e continuerai a vivere in quell’illusione che tu chiami la verità del mondo.
Ma la svolta dentro questa vicenda tragica e grottesca è data dal tempo. Il mago, infatti, convince Calogero che il fluire degli istanti, delle ore, degli anni è soltanto «la traccia mnemonica di immagini ataviche»; che la sensazione dello scorrere dei giorni, l’imbiancare dei capelli, il raggrinzirsi della pelle è un inganno; che si trovano tutti sempre là, in quella serata all’hotel Metropole nella quale è cominciato il gioco dell’illusione, ha avuto inizio la grande magia.

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