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Dimenticare

Prefazione a:
Disobbedire alla mente errante
di Vincenzo Di Spazio
Edizioni Spazio Interiore
Roma 2021, pp. 112
Pagine 7-12

I testi dei pazienti di Enzo Di Spazio – tutti riprodotti nell’originale delle scritture di ognuno – sono espressione sia della banalità del male che intesse le vite, sia della sua così enigmatica profondità. Un enigma che da molti anni l’autore studia sulla base di una consapevolezza fondamentale: che l’umano sia tempo incarnato (embodied time) e che ogni evento di questa nostra vita si installa nel corpomente sino, a volte, a stritolare la persona, «facilitando così la malattia e infine la morte».
La dimensione temporale della psiche genera anche molta inquietudine, frutto dell’essere l’umano una wandering mind, di possedere «la capacità di spostarci a piacimento lungo il cursore del tempo lineare per tuffarci nel passato e per proiettarci nel futuro», dell’essere noi tutti una mente errante tra i ricordi traumatici che paralizzano e le angosciose attese che anch’esse paralizzano. Rompere queste paralisi e fare dell’organismo, degli arti, dell’intera corporeità una realtà dinamica è uno degli obiettivi delle diverse terapie che Di Spazio pratica e propone.
Come questo libro ben mostra, l’umano e la sua salute sono costituiti da una memoria viva che si muove nello spaziotempo dei ricordi che abitano il corpo e dagli eventi che si susseguono nel mondo. Entrambi, ricordi ed eventi, non possiedono la struttura massiccia e uniforme di una strada e del muro che la delimita, non sono rigidi e continui ma somigliano alla complessità delle isole di un arcipelago, che emergono dal mare profondo del tempo. 

Identità e memoria

«Devo ricordare»
in Vita pensata, n. 24, marzo 2021, pagine 66-67

Il ricordare non somiglia a una fotografia, immagine statica sempre identica a se stessa e che può solo sbiadire, ma a un film ininterrottamente montato e rimontato, somiglia a delle scene che cambiano di continuo collocazione in relazione alle altre scene che si aggiungono, che vengono scartate, che interagiscono con quelle già girate, somiglia a un palinsesto continuamente riscritto.
La memoria si stratifica nel corpo, nelle sue sensazioni, umiliazioni, difficoltà, piaceri, estasi. La memoria intesse la mente sino a costituirla come forza, identità, facoltà di azione, presa sul mondo e dominio della sua complessità. Non una struttura ma una funzione che consente ai ricordi di non rimanere chiusi da qualche parte nell’encefalo ma di accadere di continuo nell’intera corporeità, nel tempo che si distende e che ci rende consapevolmente vivi.

[Nell’immagine il Grande Cretto di Alberto Burri, che ha ricoperto le macerie di Gibellina]

Il pendolare

The Commuter
(Titolo italiano: L’uomo sul treno)
di Jaume Collet-Serra
USA, 2018
Con: Liam Neeson (Michael Woolrich), Vera Farmiga (Joanna), Patrick Wilson (Murphy)
Trailer del film

Il titolo originale è, more solito, più espressivo di quello italiano. Michael Woolrich è infatti un pendolare che da dieci anni prende sempre lo stesso treno per andare al lavoro e ritorna sempre allo stesso orario. È un ex poliziotto che su quel treno conosce tutti. Adesso fa l’assicuratore ma una mattina, di colpo, viene licenziato. I problemi finanziari che già lo affliggono ne vengono esasperati e comincia a pensare che siano diventati irrisolvibili. Sul treno del mesto ritorno a casa spunta dal nulla una donna che gli dice dove trovare su quel convoglio 25.000 dollari. Ne otterrà altri 75.000 se individuerà un uomo e la sua borsa, segnalandoli a lei. Nient’altro. Michael è incredulo ma trova davvero il danaro e comincia la sua ‘missione’. La quale si rivela complessa, inquietante, mortale e foriera di dilemmi etici piuttosto profondi.
È questo il nucleo di valore del film. Il quale è per il resto il consueto thriller spettacolare nel quale le più inverosimili scene d’azione disegnano un protagonista che da assicuratore attempato sembra diventare una specie di superman. Dal punto di vista formale è interessante il fatto che la pellicola sia girata quasi per intero dentro un treno in corsa, nel quale abita una vera e propria antologia dell’umanità solitaria e bisognosa di relazione. È però del tutto inverosimile che una organizzazione capace di agire in tempi rapidissimi dentro e fuori dal treno per costringere Michael a continuare la sua ricerca non sappia trovare da sé la persona che cerca.
Ma torniamo ai dilemmi che rendono interessante il film. Joanna, l’enigmatica donna che fa la proposta a Michael, presenta la cosa come un tipico esperimento mentale: «Che tipo di persona è lei? Sino a che punto è disposto a spingersi per ottenere un vantaggio in cambio di una piccola azione che però non sa quali conseguenze avrà su un’altra persona?».
Per rispondere a tali domande è in realtà necessaria una metaetica, intesa come il tentativo di individuare le condizioni di possibilità e di significazione dei comportamenti umani. Non a partire dunque da credenze (religiose o di altra natura) o da sentimenti (psicologici o di altri ambiti) ma dall’analisi quanto più rigorosa possibile sia dei comportamenti sia delle espressioni linguistiche e semantiche che li descrivono.
A partire dalle condizioni date, e create di proposito dall’organizzazione che intende incastrarlo, la risposta del protagonista non poteva essere diversa da quella che è stata. E questo al di là delle sue credenze morali e della sua visione del mondo. Gli sviluppi della vicenda, certo, mostrano la complessità dei dilemmi etici che Michael deve affrontare e ai quali dà di volta in volta risposte diverse, sino a quella finale che risulta abbastanza artificiosa, ma essi filano veloci su dei binari prestabiliti, esattamente come quelli di un treno.
«Una foglia si staccò da un alto ramo, / disse: ‘Di cadere a terra io bramo’. / Il vento dell’ovest, alzandosi, la fece turbinare. / ‘A est’, disse, or mi dovrò orientare’. / Il vento dell’est s’alzò con maggior forza. / Quella disse: ‘Sarebbe savio cambiar la mia corsa’. / Con egual poter si svolse la lor contesa. / ‘La mia scelta è meglio lasciar sospesa’. / Si spensero i venti e la foglia, non più afflitta, / esclamò: ‘Ho deciso: cadrò giù dritta’» (Ambrose Bierce, da Il dizionario del diavolo [1911], cit. in D.M. Wegner, L’illusione della volontà cosciente, Carbonio Editore 2020, epigrafe).

Valutazioni didattiche 2020

Pubblico i pdf con le valutazioni didattiche ricevute per i corsi svolti durante l’a.a. 2019-2020 nel Dipartimento di Scienze Umanistiche di Unict.
Di vere lezioni ne ho tenute soltanto tre, una per ogni materia, all’inizio di marzo 2020. Poi è stata la distanza, l’alienazione del parlare a un monitor, la solitudine nell’aula. Il contrario di ogni insegnamento, di ogni pratica socratica, di ogni incontro. Abbiamo fatto molta fatica e per me è risultato sempre innaturale quel tipo di relazione virtuale, vuota, sostanzialmente finta.
Nonostante questi enormi limiti delle lezioni 2020, gli studenti hanno espresso dei giudizi molto positivi, dei quali li ringrazio.

I questionari sono stati compilati sino al 10 ottobre 2020.
Per l’insegnamento di Filosofia teoretica il report non è disponibile a causa del ridotto numero di risposte ricevute sino a quella data.
Per l’insegnamento di Sociologia della cultura hanno risposto al questionario on line 42 studenti (dei quali 6 non frequentanti).
Per l’insegnamento di Filosofia della mente hanno risposto 6 studenti (1 non frequentante).

Questi dati, e quelli relativi a tutti gli insegnamenti impartiti nel Dipartimento di Scienze Umanistiche, si trovano nel sito del Presidio di Qualità di Unict.

Ricordo agli studenti in che modo a marzo iniziammo i nostri tre corsi.

Filosofia teoretica (Eraclito):
Ο Σκοτεινός (535-475), un’oscurità dalla quale sono sgorgate la luce dell’Europa, il lucore della filosofia, lo splendore del divenire, l’impero del tempo. Nel profondo, nell’abisso, nel labirinto, nell’intero.  È dove ci conduce Eraclito. Dove ci conducono insieme Eraclito e Heidegger. Cercheremo di seguirli, come possiamo, nei nostri limiti, in modo da intravedere l’enigma che sta al fondo dell’essere, che lo abita

Sociologia della cultura (Paganesimi e Differenza):
Esercitare lo sguardo filosofico sulla storia e sulle società significa anzitutto e naturalmente andare al di là delle leggende storiografiche con le quali i vincitori confermano il proprio dominio. 
Una delle leggende più diffuse e condivise è quella che riguarda la relazione che tra III e V secolo ev si instaurò tra l’antica religiosità mediterranea e un nuovo culto proveniente dalla Palestina, una relazione che viene presentata in modo completamente distorto, con le vittime che appaiono violente e i violenti che si presentano come vittime. Una relazione che ha condotto, invece, a questo risultato: «Oggi, nel mondo intero, esistono più di due miliardi di cristiani e nemmeno un solo vero ‘pagano’. Le persecuzioni romane lasciarono il cristianesimo abbastanza in forze da poter non solo sopravvivere, ma anche prosperare – fino a prendere il controllo della struttura governativa. Al contrario, quando le persecuzioni cristiane ebbero ufficialmente termine, un intero sistema religioso era stato spazzato via dalla faccia della Terra» (Catherine Nixey, Nel nome della croce, p. 133). Durante il corso di SdC di quest’anno cercheremo di capire come un evento di questa natura sia potuto accadere e quali effetti continua a produrre sul nostro presente.

Filosofia della mente (Menti animali):
«Kritik der Thiere. — Ich fürchte, die Thiere betrachten den Menschen als ein Wesen Ihresgleichen, das in höchst gefährlicher Weise den gesunden Thierverstand verloren hat, — als das wahnwitzige Thier, als das lachende Thier, als das weinende Thier, als das unglückselige Thier [Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante, l’animale che ride, l’animale che piange, l’animale infelice]» (Nietzsche, La Gaia scienza, af. 224).
«Vanitas vanitatum homo. Ein Menschenthum entstanden sein, — dessen Grundempfindung ist und bleibt, dass der Mensch der Freie in der Welt der Unfreiheit sei, der ewige W u n d e r t h ä t e r , sei es dass er gut oder böse handelt, die erstaunliche Ausnahme, das Ueberthier, der Fast-Gott, der Sinn der Schöpfung, der Nichthinwegzudenkende, das Lösungswort des kosmischen Räthsels, der grosse Herrscher über die Natur und Verächter derselben, das Wesen, das seine Geschichte W e l t g e s c h i c h t e nennt! [Un’umanità il cui sentimento fondamentale è e rimane quello per cui l’uomo è l’essere libero nel mondo della necessità, l’eterno taumaturgo, sia che agisca bene, sia che agisca male, la sorprendente eccezione, il super-animale, il quasi-Dio, il senso della creazione, il non pensabile come inesistente, la parola risolutiva dell’enigma cosmico, il grande dominatore della natura e dispregiatore di essa, l’essere che chiama la sua storia storia del mondo! Vanitas vanitatum homo]»(Nietzsche, Umano, troppo umano II. Il viandante e la sua ombra, af. 12).
Proveremo ad analizzare il modo critico il paradigma antropocentrico, sulla base di alcuni dei più recenti sviluppi delle scienze etologiche e biologiche. L’obiettivo è anche comprendere, alla fine del percorso, la natura e le modalità della mente umana come mente animale.

[La foto di Piazza Università fu scattata da me a fine aprile 2020. Sullo sfondo del tramonto le architetture vuote e solitarie appaiono inquietanti. Un’inquietudine e una tristezza dalla quale non siamo ancora usciti]

Sul determinismo

La sensazione del libero arbitrio
il manifesto

20 agosto 2020
pagina 11

L’illusione della volontà cosciente dello psicologo Daniel Wegner è un libro fecondo anche perché sostiene e conferma sul piano empirico una verità logico-teoretica evidente, quella per la quale il libero arbitrio è una sensazione assai potente e certamente funzionale ma non per questo relativa a qualcosa di reale. Come scrive Wegner, «il libero arbitrio è una sensazione, mentre il determinismo è un processo. Sono incommensurabili».
A un tema come questo, che ritengo fondamentale sia in chiave antropologica sia metafisica, ho dedicato alcuni anni fa un intero corso e un saggio dal titolo Il libero arbitrio tra neuroscienze e filosofia.
Nell’articolo è saltata un’affermazione di Einstein, che recupero qui: «un Essere, dotato di una capacità di intuizione superiore e della più perfetta intelligenza, osservando l’uomo e le sue azioni, sorriderebbe di fronte all’umana illusione di agire in base al proprio libero arbitrio». Esattamente ciò che pensava Spinoza.

Daria Baglieri sulla Hyperthymesia

Nel giugno del 2019 la mia allieva Daria Baglieri partecipò alla San Raffaele Spring School of Philosophy 2019 con una relazione che è stata adesso pubblicata sul numero 18/2020 della rivista Phenomenology and Mind, numero dedicato alle «Psycopathology and Phenomenology Perspecitives».

Pdf del testo:
Wardens and Prisoners of Their Memories: The Need for Autobiographical Oblivion in Highly Superior Autobiographical Memory (HSAM)
Phenomenology and Mind
, 18/2020, pagine 110-117 (pdf)

Il saggio analizza la sindrome ipertimesica, una delle più gravi malattie della memoria perché impedisce di dimenticare, di sciogliere i ricordi nella trama profonda del divenire, lasciandoli invece immobili e paralizzanti, costringendo in questo modo il soggetto che ne è affetto a non vivere più il flusso del tempo.
La prospettiva fenomenologica di Baglieri risulta preziosa per comprendere le radici profonde, non soltanto neuronali, di questa condizione, proponendo un approccio terapeutico esistenziale che potrà avere sviluppi fecondi sia in ambito filosofico sia clinico. Poiché, scrive Daria, «within the Daseinanalysis framework, somatic symptoms are clear expressions of an unresolved and demanding sorrow which can only be cured by allowing for a natural time flow. Indeed, time is the last hermeneutic resource for reaction: while people talk to the analyst, things to come to light that have been bottled up and unsaid; the flowing of time allows this. […] The therapeutic path which allows people to look back on life experiences in a different way requires oblivion. Remembering is useful at first; later we need to forget. […] Memories need to be reinvented through oblivion. […] Through the experience of its finitude, life is projected towards the future, eventually providing a new sense to the past that is coherent with the changes imposed by Time».

Abstract
Human consciousness is a finite entity; therefore, memory must be selective: remembering must also mean being able to forget. In 2006, James McGaugh documented the first known case of hyperthymesia —a syndrome that affects a very limited percentage of the world population. The main symptoms of this mental disorder involve the concept of memory stuck in the past, where the individual is imprisoned by his or her own memories, and any projection towards the future is precluded. The inevitable change produced by the flowing of time naturally helps people to find reasons to live and to search for a sense of being in the world. The present study puts forward a phenomenological approach to hyperthymesia in the quest for a natural, healthy form of oblivion, or the ability to forget. Through existential analysis, it could be possible for the individual to recover the natural and necessary structure of Dasein.

La mente bicamerale

Julian Jaynes
Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza
Nuova edizione ampliata
(The Origin of Consciousness in the Breakdown of the Bicameral Mind, 1976)
Trad. di Libero Sosio
Adelphi, 2002 (I ed. 1984)
Pagine 582

Uno degli oggetti più enigmatici dell’universo conosciuto non sta in remote distanze siderali, non va cercato negli anfratti più inaccessibili del pianeta. Esso è parte di noi, elemento costitutivo e fondamentale dell’essere che siamo: è il nostro cervello.
Fra le tante domande alle quali non ci sono risposte certe, una delle più importanti riguarda la divisione dell’encefalo in due emisferi: il sinistro che controlla la parte destra del nostro corpo e il destro che ha una funzione inversa. Non si tratta, come è noto, di due parti funzionalmente identiche. Le aree linguistiche sono, ad esempio, contenute nell’emisfero sinistro, che anche per questa ragione è definito come dominante. L’emisfero destro sembra relativamente vuoto dal punto di vista della comunicazione e questo è un fatto da spiegare. È quello che tenta di fare Julian Jaynes ponendosi la domanda se le aree oggi silenziose dell’emisfero destro abbiano avuto in passato una qualche funzione, adesso non più attiva. La risposta è che sì, questa funzione c’era e fu decisiva per tempi lunghissimi: «il linguaggio degli uomini fu localizzato in un solo emisfero per lasciare l’altro libero per il linguaggio degli dèi» (pag. 133), dove con divinità si deve intendere la loro voce, quella voce allucinatoria la cui traccia è ancora così presente ed evidente, per esempio, in molte affermazioni dei dialoghi platonici.
Bicamerali vengono pertanto definite tutte quelle epoche, civiltà, soggetti – dalle culture mesopotamiche e andine sino agli attuali schizofrenici – nei quali «i due emisferi sono in grado di funzionare come se fossero due persone indipendenti, persone che nel periodo bicamerale erano, a mio avviso, l’individuo e il suo dio» (149).

Il libro – davvero affascinante in molti dei suoi passaggi – cerca di fornire tutte le possibili prove a sostegno di tale ipotesi, mediante una ricerca volta in due direzioni: storia, archeologia, letteratura da una parte; psicologia dall’altra. Il testo dell’Iliade rappresenta, da questo punto di vista, la confluenza di entrambe le direzioni proprio perché, al di là del suo valore letterario, si tratta di un documento psicologico di assoluta importanza. E ciò a partire già dal lessico del poema. Come, infatti, confermano gli studi di Bruno Snell e soprattutto di R.B. Onians, i termini con i quali nell’Iliade si designano fenomeni che oggi chiameremmo mentali hanno tutti un significato radicalmente fisico e somatico, a dimostrazione che nella cultura nella quale il poema è nato non esiste nulla che si possa paragonare alla coscienza modernamente intesa.
Nell’Iliade thumos è la risposta adrenalinica e noradrenalinica del corpo a eventi esterni, le phrenes sono in pratica i polmoni, kradie/kardie è ovviamente il cuore, etor è lo stomaco, uno degli organi più legati alla mente attraverso le reazioni immediate di contrazione, spasmi, vomito, crampi, vuoto – appunto – allo stomaco e la psyche costituisce la capacità di respirare e di sanguinare. Non solo: nell’Iliade nessun termine designa la volontà o il libero arbitrio e la stessa parola soma – che venne a significare corpo – in Omero è usata sempre al plurale per designare le “membra morte”, il cadavere come opposto alla psyche che indica un corpo che ancora respira.
È all’interno di tale corpomondo che le voci parlano, ordinano, determinano l’agire e i comportamenti. Questa era la mente bicamerale, assai diversa dalla mente personale e soggettiva che noi siamo. Le due parti – la voce e l’ascoltatore, il divino e l’umano – erano, nell’ipotesi di Jaynes, entrambe non coscienti perché entrambe parte di una struttura olistica oggettiva che possiamo definire come l’accadere delle cose e degli eventi; in una parola: il mondo. In questa struttura volere significava semplicemente udire, poiché comando e comportamento erano una sola cosa. Diventa quindi chiaro che la mente bicamerale non coincide con i due emisferi cerebrali, i quali possono eventualmente rappresentare l’attuale modello neurologico di quell’antica struttura. Piuttosto, «la mente bicamerale è una mentalità arcaica che si rivela nella letteratura e nei manufatti dell’antichità» (542).
Nell’ipotesi di Jaynes, i guerrieri in lotta sotto le mura di Troia erano guidati da tali allucinazioni, erano dei «nobili automi che non sapevano quel che facevano» (101). Nelle civiltà bicamerali sparse per tutto il pianeta le divinità non stavano al di fuori, non venivano implorate come lontane o persino inaccessibili, non erano il “totalmente altro” ma costituivano una parte dell’essere umano, una presenza costante nel tempo e nello spazio, pronta ad ascoltare, consigliare, ammonire, punire, difendere. In questo senso, gli dèi non furono inventati o immaginati ma erano semplicemente la volontà dell’uomo che non sapeva o non percepiva di averne una; erano parte del sistema nervoso pronto a proiettarsi al di fuori del corpo ma dalla corporeità sempre scaturiente. Il tempo lunghissimo – millenni interi – nel quale alle statue veniva attribuito un culto tanto costante quanto convinto e diffuso in ogni civiltà, non può essere spiegato in termini anacronistici, quali semplici “superstizioni” o “idolatria”. È assai più probabile «che gli esseri umani udissero le statue rivolgere loro la parola, nello stesso modo in cui gli eroi dell’Iliade udivano i loro dèi o Giovanna d’Arco udiva le sue voci» (223). La persistenza del culto delle statue nella pratica cattolica conferma la fecondità di tale ipotesi, come se molti esseri umani non si rassegnino a privarsi di un contatto fisico con il proprio dio, con una parte così essenziale e potente del sé ma anche del noi.

La scrittura sarebbe uno dei fattori decisivi del crollo della mente bicamerale. Una volta, infatti, che la voce degli dèi si trasforma in scrittura, essa si separa dal corpo dell’uomo e può persino non essere più ascoltata. Il segno scritto si trova in un luogo ben preciso mentre la voce bicamerale poteva investire il proprio destinatario in qualunque momento e in qualsiasi luogo. Se l’essenza della mente bicamerale era l’udito, il passaggio al segno scritto e quindi visivo rappresenta una svolta decisiva. Una svolta dalla quale ebbe origine la coscienza, la nostra coscienza. E questo termine va inteso proprio nella duplice accezione consentita, ad esempio, dalla lingua inglese: sia come consciousness, consapevolezza di sé e della soggettività che si è, sia come conscience, dimensione morale dell’agire. Venute meno le voci degli dèi, infatti, la nuova soggettività che si produce dà a se stessa le regole dell’agire, attribuendole certo ancora a potenze esterne ma appunto esterne e non voci interiori con le quali l’essere umano coincide, che sono l’essere umano.
I fattori della trasformazione furono naturalmente molteplici e fra questi Jaynes ritiene che abbia contato – per il Mediterraneo – lo sconvolgimento seguito all’inabissarsi di buona parte delle terre dell’Egeo, con la conseguente migrazione di molti popoli e l’incapacità delle voci divine di dare una spiegazione e un significato alle catastrofi e ai lutti, di impartire ordini e soluzioni praticabili e sensate nella tragedia generale. Ma ciò significa che la coscienza sarebbe un dato anche storico e non soltantpsicolpsicologiao biologico, in particolare affinché si dia coscienza è necessario che prima ci sia un linguaggio. La coscienza, in altri termini, sarebbe «un evento culturalmente appreso, cresciuto precariamente sulle vestigia soppresse di una forma mentale precedente» (471).

Espressione della capacità narrativa della mente bicamerale è anche quel compagno immaginario che ancora molti bambini si  inventano e col quale dialogano come se fosse altro da sé (celebre l’amico di Dany nel film di Kubrick Shining); un compagno che rappresenta ancora un’altra traccia della mente bicamerale fin nei gangli psicologici della contemporaneità. E ovunque sono presenti le tracce di quell’antico intrattenimento dell’umano col sacro presente nel proprio corpo e nel corpo proprio, nel Leib che non è appunto l’organismo ormai silenzioso e morto, il soma, ma è ancora corporeità aperta al mondo, alle relazioni, all’alterità che la costituisce, è psyche.
Nel II millennio aev tali voci sono cessate, nel I millennio hanno cominciato a tacere anche gli oracoli e i profeti, e cioè coloro che erano diventati gli intermediari delle voci perdute. Nel I millennio ev il comando era ancora dato dai testi delle voci degli dèi che si erano rapprese nello scritto, mentre in quello successivo anche i libri hanno progressivamente perduto la loro autorità. Per Jaynes, «ciò che abbiamo vissuto in questi quattro millenni è la lenta, inesorabile profanazione della nostra specie» (518), che coincide con il ritrarsi del sacro, con la riconduzione della teosfera all’antroposfera e da qui alla tecnosfera. Il pullulare di movimenti religiosi settari, il grande successo dell’astrologia e delle varie forme di esoterismo in una società disincantata, economicistica e ipertecnicizzata conferma ancora una volta che senza una spiegazione altra rispetto al semplicemente visibile, gli esseri umani forse non riescono proprio a vivere.
Questo libro rappresenta il tentativo di costruire una «paleontologia della coscienza, nella quale sia possibile discernere, strato per strato, in che modo e in seguito a quali pressioni sociali fu costruito questo mondo metaforizzato che chiamiamo coscienza soggettiva» (264-265). Con le sue ipotesi, Jaynes contribuisce a chiarire la natura del tutto reale della coscienza, il suo costituire una forma di vita biologicamente e storicamente data, nel senso che la sua evenienza storica era implicita nella forma biologica di un corpo capace di generare, udire, comprendere, decifrare i significati. Sono questi ultimi il portato della coscienza, a sua volta radicata nel corpo. E ciò vuol dire che il corpo è una macchina semantica, così come lo è la mente. Due facce – σῶμα e ψυχή – della stessa struttura comprendente il mondo.

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