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Cyborgsofia

La rivista Zero Zero News mi ha chiesto un’intervista sul concetto di Cyborgsofia; la conversazione è stata pubblicata il 17 settembre 2018.

«L’umano è una struttura da sempre ibridata con altre dimensioni dell’essere. L’antroposfera esiste e opera dentro la zoosfera (la relazione con gli altri animali), la tecnosfera (la relazione con le nostre macchine e dispositivi), la teosfera (la relazione con la dimensione del sacro). La filosofia del computer, o cyborgsofia, è un tentativo di pensare a fondo tali relazioni».

 

Macchine

L’umano e le macchine. Una alterità che ci appartiene
in «Libertaria 2018 – Voci e dinamiche dell’altro»
Mimesis, 2018
Pagine 140-157

Una prospettiva libertaria è sempre radicata nella consapevolezza del limite umano. Nessuna macchina può far crescere davvero la nostra libertà poiché essere liberi è una condizione politica e non tecnologica. Nessun software può aumentare la nostra autonomia poiché essere autonomi è una condizione prima di tutto esistenziale e solo successivamente pragmatica. Macchine e programmi rappresentano un’alterità e una differenza che ci appartiene e che in quanto tale non va respinta -si tratterebbe di una ennesima e sterile forma di luddismo- ma non va neppure accolta come strumento di liberazione individuale e collettiva. Va invece pensata nella sua complessità, nelle sue potenzialità e nei suoi pericoli, entrambi molto grandi. Proprio perché non hanno padroni nelle aziende, nelle università, nei centri di ricerca, gli anarchici sono forse gli unici a poter fare propria questa alterità senza farsene dominare.
In questo saggio ho tentato di riprendere e sintetizzare analisi e prospettive svolte nei due libri che ho dedicato alla questione delle menti naturali/artificiali, aggiornando i riferimenti  e traendone delle ipotesi politiche.

 

Ibridazioni

Ibridazioni e alterità
in «Quaderni del Disum 2014-2015», duetredue edizioni, Lentini 2017
Pagine 255-271

Nell’ottobre del 2015 si svolse il Secondo Colloquio di Ricerca organizzato dal mio Dipartimento, dal titolo Verso nuovi modelli di ricerca. Epistemologia, interdisciplinarità e umanesimo nelle comunità scientifiche contemporanee
La relazione che vi tenni è stata pubblicata nei Quaderni del Disum.
Questo l’indice del testo:
Antroposfera e filosofia della mente
Il cervello plurale
Cyberantropologia
Corporeità ibrida

«Per la filosofia e per ogni altra scienza si tratta di comprendere la costitutiva apertura dell’essere umano all’alterità, senza la quale l’umanità diventa un enigma, spiegabile solo con un qualche atto di fede. L’altro è l’animale, l’altro è la macchina, l’altro è il dio. Gli animali, le macchine e gli dèi sono le dimensioni dalle quali è emersa l’antroposfera. Il corpo umano condivide la quasi totalità dei propri geni con altre specie della famiglia dei primati, vive da sempre in una complessa e assai ricca relazione con gli strumenti da lui stesso prodotti, affonda le radici della propria identità nei simboli sacri che pervadono tutte le culture. Rispetto alla pretesa isolazionista della nostra specie, abbiamo pertanto bisogno di “una nuova ermeneutica dell’alterità” (Roberto Marchesini) che sappia confrontarsi nello stesso tempo e a fondo con la dimensione animale e con quella artificiale poiché la natura umana non è solitaria e autosufficiente, tanto meno padrona e signora del mondo. Con l’ampliarsi e l’affermarsi delle “scienze della nuova umiltà” (Eugenio Mazzarella) siamo ricondotti a una misura più sensata, equilibrata e plausibile».

Nodi della Rete

Blackhat
di Michael Mann
USA, 2015
Con: Chris  Hemsworth (Nicholas Hathaway), Wei Tang (Chen Lien), Lee-Hom Wang (Chen Dawai), Viola Davis (Carol Barrett)
Trailer del film

blackhat-movieCorrono luci e dati sulle fibre, tra le connessioni elettroniche, dentro i processori. Miliardi di cifre, di 0 e di 1, che aprono porte logiche, leggono password, sovrascrivono codici. E che così facendo fanno esplodere centrali nucleari, decuplicano i valori di titoli in borsa, spengono e accendono le attività umane. Il film inizia facendo vedere tutto questo, ed è la sua scena più intensa. Poi comincia la caccia all’hacker da parte dei servizi cinesi e statunitensi -una volta tanto alleati-, che hanno bisogno dell’aiuto di un altro hacker, condannato a quindici anni per i suoi crimini telematici. Si viaggia tra i continenti e soprattutto si viaggia dentro la Rete. Si viaggia nei sentimenti e nella morte. Tutto nello stile veloce di un maestro del cinema d’azione come Michael Mann.
Rispetto ad altre sue opere, Blackhat è meno eroico, più cupo, più rassegnato alla distruzione. A partire da un film come questo -ma molto oltre un film come questo- è ormai chiaro che gli umani sono diventati nodi della Rete, la quale determina la vita collettiva in un modo tale che spegnendo la Rete questo vita si dissolverebbe. L’ibridazione tra gli umani e i loro cellulari -di cui è evidentissimo che non riescono più a fare a meno- mostra che siamo diventati nodi di un sistema che ci trascende e che sarebbe gravemente sciocco sottovalutare. La sindrome da connessione -quella per cui ci sentiamo molto a disagio se non riusciamo ad accedere al Web- è la prova che già sin d’ora non siamo noi a controllare la Rete ma è essa a controllare noi. Spegnere l’interruttore non è più possibile.

Occhio / θεωρέω

Mente & cervello 119 – novembre 2014

occhioL’animale umano è un’entità teoretica. θεωρέω, vedere/osservare, è il suo approccio privilegiato al mondo. Per intuire che cosa sia il nostro occhio, è sufficiente confrontarlo con quello degli strumenti fotografici più avanzati oggi disponibili: «La luce più intensa distinguibile da una fotocamera Canon 5D II […] è 2000 volte più forte della più debole luce che la stessa macchina è in grado di percepire. Se la luminosità di un ambiente eccede questo intervallo, alcune regioni saranno sovraesposte o sottoesposte, con conseguente imbarazzo per il fotografo. Ma se il fotografo avesse guardato la scena con i propri occhi lo stesso fotone avrebbe colpito direttamente la sua retina. […] L’intervallo di intensità a cui l’occhio umano è sensibile è così vasto che può distinguere due oggetti di cui uno è un milione di volte più luminoso dell’altro» (K.M. Stiefel – A.O. Holcombe, pp. 49-50).
2000/1.000.000. Una differenza enorme che si fonda sul fatto che «il cervello costruisce una percezione di ciò che, con l’evoluzione, ha imparato a identificare come realtà. […] Il cervello sintetizza un’immagine il più possibile coerente per uno scopo preciso, quello di adattarsi e interpretare al meglio il mondo che ci circonda. Il principio dell’occhio e quello della fotocamera sono fondamentalmente differenti. La differenza non si potrà colmare finché, in un lontano futuro, non svilupperemo una macchina davvero intelligente e la impianteremo nel corpo di una fotocamera» (Id., 53), vale a dire finché una ibridazione tecnobiologica non riprodurrà l’immensa capacità umana di inventare una realtà nitida e ordinata a partire dalla tempesta di fotoni che investono l’apparato visivo.
La realtà, ancora una volta, semplicemente non esiste. Né la realtà collettiva, che centinaia di esperimenti mostrano essere il frutto dei condizionamenti ambientali (cfr. qui l’articolo di D. Hellmann e H-P. Erb sui sondaggi, pp. 54-59) né la realtà propriocettiva, individuale. La questione dell’arto fantasma dimostra anch’essa che «qualcosa cambia a livello cerebrale quando il corpo subisce una modificazione importante […] e il cervello umano procede a una rimappatura delle rappresentazioni corporee quando viene a mancare l’apporto delle sensazioni dalla periferia» (D. Ovadia, 69).
Il cervellomente decifra/interpreta di continuo la materia di cui fa parte. Anche l’occhio è un dispositivo ermeneutico.

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