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Sarah Dierna su Tempo e materia

Sarah Dierna
Recensione a Tempo e materia. Una metafisica
in Il Pequod / n. 4 – Novembre 2021 / pagine 96-101

«Tempo e materia. Tempo è materia. È questo il nucleo intorno al quale si condensa e a partire dal quale si dipana la metafisica di Biuso. Una metafisica che parte dall’evidenza che “il mondo è” e che “l’umano è in esso” soltanto come sua parte. […]
Lontano anche da ogni prospettiva soggettivistica, la materia della quale si parla è una materia che “c’è indipendentemente da qualunque sguardo” come i Greci, anch’essi sullo sfondo della metafisica dell’autore, avevano già avvertito, esenti da quella hybris che ha invece caratterizzato la modernità, la quale ha ridotto la realtà ad un “canto solitario e monocorde dell’umano”. […]
Tutto questo non vale solo per l’umano. Un simile ‘inconveniente’, quello di essere nati, coinvolge infatti l’animalità tutta, dunque anche quella non umana poiché, benché il primo (l’umano) abbia rivendicato un salto ontologico rispetto al secondo (l’animale non umano), “la finitudine, il tempo, la morte” sono comuni a tutti i viventi dotati di sensibilità, dunque anche a quelli non umani. Una metafisica, pertanto, non solo del tempo, non solo materialistica, non solo metaetica, una metafisica anche antropodecentrata».

Entropia

Arthur S. Eddington
La natura del mondo fisico
(The Nature of the Physical World, 1928)
Trad. di Charis Cortese de Bosis e Lucio Gialanella
Laterza, Bari 1935
«Biblioteca di Cultura Moderna»
Pagine 385

Dopo i secoli galileiani, nei quali il metodo della nuova fisica sembrava progressivamente oscurare ogni altra prospettiva sul mondo, la riflessione teorica e la pratica empirica hanno reso assai più complesso il rapporto, il legame e la differenza tra la filosofia e la fisica, mostrando in primo luogo l’assoluta ingenuità di ogni visione empirista della natura e delle scienze che la indagano. «La fisica», scrive Eddington, «lavora su di un mondo di ombre» (15). La ripresa dell’ipotesi atomistica e la teoria dei quanti hanno infatti separato il mondo della percezione da quello delle leggi fisiche. Confondere il reale con il concreto è un gesto non scientifico e non filosofico. L’ambito delle scienze contemporanee si mostra con chiari tratti di ‘irrealtà’ se per realtà si intende la dimensione empirica della materia.
Il tempo, concetto complesso e struttura invisibile, per Eddington «rappresenta meglio la realtà fisica che non la materia» (308). E tuttavia in un’affermazione come questa, certamente sensata, si esprime una dualità tra tempo e materia che va anch’essa superata.
Il tempo, infatti, rappresenta il tessuto più intimo della materia, quello di cui gli enti sono composti, compreso l’ente umano. 

Quando chiudo gli occhi e mi ripiego nel mio io interiore, mi sento DURABILE; non mi sento ESTENSIVO. È questo il senso del tempo che ci penetra direttamente, e che non esiste semplicemente nelle relazioni tra eventi esterni: lo spazio invece è sempre percepito come qualche cosa di esterno. È per questo che il tempo ci sembra molto più misterioso dello spazio: non sappiamo nulla della natura intrinseca dello spazio, e così ci è abbastanza facile concepirlo in maniera soddisfacente; abbiamo un’intima conoscenza della natura del tempo, e così esso sfugge alla nostra comprensione (73).

Il divenire è lo sfondo, la sostanza, la dinamica sia della mente umana sia del mondo intero. L’esistenza è comprensibile soltanto perché diviene e in quanto divenire. Che qualcosa ci sia significa che una parte della materia sta mutando rimanendo ciò che è. Comprendere tale dinamica vuol dire utilizzare con lucidità il dispositivo concettuale dell’identità che permane e della differenza che trasforma. L’essere è assoluta identità ed è assoluta differenza.
È anche per questo che la legge più importante della descrizione fisico-chimica del mondo è il secondo principio della termodinamica, il quale «deve, secondo il mio parere, considerarsi come il più grande contributo del secolo decimonono al pensiero scientifico» (127). Esso, infatti, «apre una nuova porta nel dominio della conoscenza, vale a dire lo studio dell’organizzazione; ed è in relazione a questa organizzazione che appaiono per la prima volta una direzione del corso del tempo e una distinzione tra ‘fare’ e ‘disfare’» (89).
Questa legge individua nell’entropia uno degli elementi fondamentali dei quali la materia è composta e con i quali il suo divenire va compreso. Partendo da uno stato iniziale di grande ordine, e dunque di stasi, la materia si esplica in un progressivo e crescente disordine. La misura di tale divenire del disordine si chiama entropia. Essa può quindi soltanto crescere. «La legge che l’entropia aumenta sempre -secondo principio della termodinamica- occupa, io credo, il primissimo posto fra le leggi della Natura» (96).
L’entropia è dunque l’irreversibilità stessa. Anche questa caratteristica rende fondamentale tale concetto/struttura per comprendere l’essere e l’accadere. Solo l’entropia segna la discontinuità temporale e rende dunque conto dell’effettivo accadere degli eventi e dei processi.
L’entropia è una delle forme essenziali del tempo, anche perché è la struttura che segna una differenza con lo spazio, il cui movimento rimane sempre reversibile mentre il tempo è pura irreversibilità: «Vi è una curvatura di esso per la quale l’Oriente una buona volta diviene Occidente, ma nessuna curvatura per la quale Prima divenga Dopo» (105).
L’entropia è anche molto altro.
È anche misura del caso, da intendere naturalmente non come arbitrio -e quindi irrazionalità- ma come progressivo ampliarsi delle potenzialità, delle varianti, della differenza. Il caso così inteso coincide ancora una volta con il tempo, poiché «l’effetto del caso è la sola cosa che la Natura non può disfare» (86).
L’entropia è anche evento mentale, al modo stesso degli arcobaleni, dei segni, delle costellazioni: «Ciò che è ordinato è oggettivo, come sono le stelle che compongono una costellazione; ma nell’associazione di queste stelle il maggior contributo è portato dalla mente che le contempla. Se il colore è una creazione della mente, anche l’entropia è la creazione della mente dello statistico» (119).
In quanto struttura del reale e manifestazione della mente, l’entropia è dunque la stoffa stessa del mondo. La sua stretta relazione con la coscienza ne esalta la funzione conoscitiva e la struttura universale. Giustamente quindi Eddington fa della coscienza «la via che conduce alla realtà e al significato del mondo, come è la via che conduce ad ogni conoscenza scientifica di esso» (383).
Il dualismo tra mente e natura viene così superato nell’identità/differenza che il tempo è.

Et etiam rerum

Teodorico di Freiberg
DURATA E TEMPO
Sulle misure – Sulla natura e proprietà dei continui
(De mensuris – De natura et proprietate continuorum)
A cura di Andrea Colli
Edizioni di pagina, 2017
Pagine 190

L’intero essente, tutto ciò che è materico ed è pensabile, consiste in una fuga, nel divenire, nell’essere stato, nel non essere più, nel poter essere ancora. Tutto «consistit esse suum in quodam transitu» (De natura et proprietate continuorum, §5, p. 128) ma quale sia la modalità di questo passare è l’enigma.
Dietrich (Teodorico) di Freiberg (1240-1310) penetra in tale enigma cercando di coniugare l’interiorità agostiniana e la fisica aristotelica mediante le raffinate analisi di Averroè, per il quale il tempo ha una provenienza e una struttura sia intrinseca sia estrinseca. Sarebbe l’anima infatti a rendere pienamente esistente in atto il tempo che nel solo moto dei corpi fisici esiste in potenza. Sarebbe dunque la mente a produrre il tempo come significato e regola del divenire intrinseco a ogni ente. Una attualizzazione che Teodorico conduce a esiti arditi, attribuendo alla forza semantica dell’anima anche la permanenza del passato e del futuro e quindi l’esistenza reale e universale del tempo.
La spazializzazione e l’interiorizzazione del tempo sono entrambe presenti nell’elaborazione aristotelica della temporalità. Se, infatti, «tempus non est aliqua res naturae extra animam»  (Ivi, 3.6, p. 138), è anche vero «che [noi] non apprendiamo il tempo, né lo determiniamo, né misuriamo la sua estensione, che è la sostanza stessa del tempo, se non prendendo due istanti tra i quali osserviamo l’estensione, l’essenza e la quantità del tempo» (Ivi, 3.13, p. 147).
La tensione cosmologica che sempre attraversa la filosofia scolastica del tempo è riassunta da Teodorico in due diversi modi di distinguere la temporalità degli enti, di tutti gli enti: da quello divino alla miriade di entità corruttibili ed effimere. Per il primo modo l’aeternitas è ciò che non ha inizio né fine, l’aevo ha un inizio ma non subisce alcuna fine, il tempus è proprio di tutti gli enti, eventi e processi che vengono al mondo e poi si dissolvono.
Altri, invece, propongono quattro forme, che sono aeternitas, sempiternum, perpetuitas, tempus, che Teodorico così descrive: 

Per quanto riguarda la durata, l’eternità è la misura di Dio e questo per la sua anteriorità rispetto all’esistenza dell’universo. In secondo luogo, aggiungono che la misura dell’universo nella sua totalità è la sempiternità in confronto all’eternità, per il fatto che l’universo, per quanto riguarda l’inizio della sua esistenza, è secondo solo all’eternità, mentre è privo di una fine. In terzo luogo, essi considerano quelle cose che, quanto alla misura della loro durata, sono perpetue, ovvero quelle cose che, in qualunque tempo abbiano il loro essere, durano tuttavia per tutta la perpetuità dell’universo, senza fine. In quarto luogo, determinano la misura della durata degli enti quanto alla coesistenza, all’anteriorità o anche alla posteriorità degli enti stessi, in modo tale che alcune cose si dicono presenti, e reciprocamente presenti, per il fatto di essere simultanee e future, secondo la loro anteriorità e posteriorità. [Quest’ultimo lo] chiamiamo ‘temporalità’ come distinta secondo presente, passato e futuro.
(De mensuris,  2.2, pp. 73-75).

In questi trattati rigorosi, ripetitivi e faticosi come è tipico dei testi della Scolastica, si legge un brano scintillante che sembra racchiudere e sintetizzare la molteplicità temporale della filosofia greca e lo sguardo prospettico di quella moderna:

È allora chiaro che il tempo, per quanto riguarda la sua origine è riconducibile -secondo la sua sostanza- al moto celeste (in motum coeli), come a causa primaria; in secondo luogo e in modo più immediato è invece riconducibile all’atto della nostra immaginazione (in actum phantastici nostri), per mezzo della quale percepiamo di essere un ente divisibile; in terzo luogo, è invece riconducibile alla nostra stessa attività di ragione (in ipsum rationale nostrum), per mezzo della quale, in base ai diversi termini di ciò che è stato chiamato ‘ente divisibile’ (divisibilis esse) determiniamo due istanti e tra essi una qualche, per così dire, estensione della durata (quasi durationis extensionem).
(De natura et proprietate continuorum, 5.3, 6; p. 159).

E dunque Spinoza, che alla Scolastica attinse, si sbaglia quando ipotizza che tempus non est affectio rerum, che il tempo non esista se non come dato puramente mentale, poiché -come anche le analisi di Teodorico ben mostrano- è più corretto dire che tempus est affectio hominum et etiam rerum. E molto altro.

Dimenticare

Prefazione a:
Disobbedire alla mente errante
di Vincenzo Di Spazio
Edizioni Spazio Interiore
Roma 2021, pp. 112
Pagine 7-12

I testi dei pazienti di Enzo Di Spazio – tutti riprodotti nell’originale delle scritture di ognuno – sono espressione sia della banalità del male che intesse le vite, sia della sua così enigmatica profondità. Un enigma che da molti anni l’autore studia sulla base di una consapevolezza fondamentale: che l’umano sia tempo incarnato (embodied time) e che ogni evento di questa nostra vita si installa nel corpomente sino, a volte, a stritolare la persona, «facilitando così la malattia e infine la morte».
La dimensione temporale della psiche genera anche molta inquietudine, frutto dell’essere l’umano una wandering mind, di possedere «la capacità di spostarci a piacimento lungo il cursore del tempo lineare per tuffarci nel passato e per proiettarci nel futuro», dell’essere noi tutti una mente errante tra i ricordi traumatici che paralizzano e le angosciose attese che anch’esse paralizzano. Rompere queste paralisi e fare dell’organismo, degli arti, dell’intera corporeità una realtà dinamica è uno degli obiettivi delle diverse terapie che Di Spazio pratica e propone.
Come questo libro ben mostra, l’umano e la sua salute sono costituiti da una memoria viva che si muove nello spaziotempo dei ricordi che abitano il corpo e dagli eventi che si susseguono nel mondo. Entrambi, ricordi ed eventi, non possiedono la struttura massiccia e uniforme di una strada e del muro che la delimita, non sono rigidi e continui ma somigliano alla complessità delle isole di un arcipelago, che emergono dal mare profondo del tempo. 

Andrea Pace Giannotta su Tempo e materia

Andrea Pace Giannotta
Recensione a Tempo e materia. Una metafisica
in Iride. Filosofia e discussione pubblica
anno XXXIII, n. 91 / Settembre-Dicembre 2020 / pagine 715-717

Una metafisica fenomenologica si intitola l’analisi che Andrea Pace Giannotta ha condotto del libro. Formula nella quale mi riconosco per intero e che l’autore ha argomentato anche in questo modo:

Biuso affronta questa questione sviluppando una metafisica materialistica e processuale, su base fenomenologica, incentrata sulla identità tra tempo e materia. Tale concezione non va confusa, innanzitutto, con il fisicalismo, che è forse la prospettiva oggi dominante e che identifica la realtà materiale con l’oggetto d’indagine della scienza fisica. Piuttosto, la concezione della materia che viene qui proposta si colloca all’interno di un «naturalismo fenomenologico» (p. 48), ossia una concezione della natura materiale basata sull’applicazione del metodo fenomenologico d’indagine dell’esperienza e della realtà.
In tal modo, Biuso prende posizione riguardo la questione, dibattuta, del rapporto tra fenomenologia e metafisica, proponendo una «metafisica fenomenologica» (p. 117). Nel far ciò, l’autore si ricollega a quei passi in cui Husserl ha affermato di concepire la critica della conoscenza fenomenologica come finalizzata all’elaborazione, infine, di una «metafisica scientifica» (p. 123).
La radice fenomenologica della proposta di Biuso si evidenzia, in particolare, nell’elaborazione di una via mediana tra idealismo e realismo – posizioni entrambe problematiche – ammettendo al tempo stesso l’esistenza di una realtà indipendente dalla mente la quale però si «mostra» o, con un’espressione cara all’autore, viene alla «luce», solo attraverso un conferimento di senso da parte della soggettività cosciente.
Il risultato della ricerca di Biuso è quindi l’approdo a una filosofia processuale della natura, considerata come l’intero di cui l’umano è una parte che si autocomprende e in cui la realtà giunge all’autocomprensione. La mente è infatti per Biuso «materia consapevole della propria natura diveniente» (p. 61) e la coscienza è «autocoscienza del corpo temporale e del suo essere, persistere, fluire» (p. 29). 

Identità e memoria

«Devo ricordare»
in Vita pensata, n. 24, marzo 2021, pagine 66-67

Il ricordare non somiglia a una fotografia, immagine statica sempre identica a se stessa e che può solo sbiadire, ma a un film ininterrottamente montato e rimontato, somiglia a delle scene che cambiano di continuo collocazione in relazione alle altre scene che si aggiungono, che vengono scartate, che interagiscono con quelle già girate, somiglia a un palinsesto continuamente riscritto.
La memoria si stratifica nel corpo, nelle sue sensazioni, umiliazioni, difficoltà, piaceri, estasi. La memoria intesse la mente sino a costituirla come forza, identità, facoltà di azione, presa sul mondo e dominio della sua complessità. Non una struttura ma una funzione che consente ai ricordi di non rimanere chiusi da qualche parte nell’encefalo ma di accadere di continuo nell’intera corporeità, nel tempo che si distende e che ci rende consapevolmente vivi.

[Nell’immagine il Grande Cretto di Alberto Burri, che ha ricoperto le macerie di Gibellina]

Daria Baglieri sulla Hyperthymesia

Nel giugno del 2019 la mia allieva Daria Baglieri partecipò alla San Raffaele Spring School of Philosophy 2019 con una relazione che è stata adesso pubblicata sul numero 18/2020 della rivista Phenomenology and Mind, numero dedicato alle «Psycopathology and Phenomenology Perspecitives».

Pdf del testo:
Wardens and Prisoners of Their Memories: The Need for Autobiographical Oblivion in Highly Superior Autobiographical Memory (HSAM)
Phenomenology and Mind
, 18/2020, pagine 110-117 (pdf)

Il saggio analizza la sindrome ipertimesica, una delle più gravi malattie della memoria perché impedisce di dimenticare, di sciogliere i ricordi nella trama profonda del divenire, lasciandoli invece immobili e paralizzanti, costringendo in questo modo il soggetto che ne è affetto a non vivere più il flusso del tempo.
La prospettiva fenomenologica di Baglieri risulta preziosa per comprendere le radici profonde, non soltanto neuronali, di questa condizione, proponendo un approccio terapeutico esistenziale che potrà avere sviluppi fecondi sia in ambito filosofico sia clinico. Poiché, scrive Daria, «within the Daseinanalysis framework, somatic symptoms are clear expressions of an unresolved and demanding sorrow which can only be cured by allowing for a natural time flow. Indeed, time is the last hermeneutic resource for reaction: while people talk to the analyst, things to come to light that have been bottled up and unsaid; the flowing of time allows this. […] The therapeutic path which allows people to look back on life experiences in a different way requires oblivion. Remembering is useful at first; later we need to forget. […] Memories need to be reinvented through oblivion. […] Through the experience of its finitude, life is projected towards the future, eventually providing a new sense to the past that is coherent with the changes imposed by Time».

Abstract
Human consciousness is a finite entity; therefore, memory must be selective: remembering must also mean being able to forget. In 2006, James McGaugh documented the first known case of hyperthymesia —a syndrome that affects a very limited percentage of the world population. The main symptoms of this mental disorder involve the concept of memory stuck in the past, where the individual is imprisoned by his or her own memories, and any projection towards the future is precluded. The inevitable change produced by the flowing of time naturally helps people to find reasons to live and to search for a sense of being in the world. The present study puts forward a phenomenological approach to hyperthymesia in the quest for a natural, healthy form of oblivion, or the ability to forget. Through existential analysis, it could be possible for the individual to recover the natural and necessary structure of Dasein.

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