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Anni Ottanta

Reality 80
Milano –  Galleria Credito Valtellinese
A cura di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio

Un’essenziale antologia degli anni Ottanta in Italia e non solo. Colori intensi. Il pop. La vittoria del ludico che è anche la vittoria della borghesia italiana e occidentale nella lotta di classe. Il 1989 avrebbe sancito in modo evidente tale trionfo. E questo anche nelle riviste, movimenti, artisti e soggetti che si dicono “contro”. È il contro degli snob. E quindi –  un po’ alla rinfusa ma in ogni caso emblematici – appaiono documenti e testimonianze che riguardano la Basilica di Massenzio nelle Estati romane organizzate dall’assessore del PCI Renato Nicolini; le architetture di Aldo Rossi; riviste come Cuore, Tango, Vinile; immagini di vari intellettuali bauscia milanesi e persino una foto di Armando Verdiglione. Su tutto aleggiano le parole d’ordine dell’effimero e del postmoderno.
Evento fondamentale fu la nascita delle televisioni private e dunque la pubblicità, la pervasiva e onnipotente pubblicità televisiva dalla quale sono germinati fenomeni da baraccone mediatico come Berlusconi e i suoi vari figli e imitatori, sino al presente. Da incubatore politico fece il Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi, che rappresentò la vera svolta nella catastrofe della sinistra italiana.
Reality è il titolo giusto per una mostra come questa, che documenta l’avvenuta trasformazione della società in puro spettacolo. Prima ancora che tutto ciò accadesse fu Debord a disegnarne i contorni: «À l’acceptation béate de ce qui existe peut aussi se joindre comme une même chose la révolte purement spectaculaire: ceci traduit ce simple fait que l’insatisfaction elle-même est devenue une marchandise dès que l’abondance économique s’est trouvée capable d’étendre sa production jusqu’au traitement d’une telle matière première» (La Société du Spectacle [1967], Gallimard 1992, af. 59, p. 55). ‘Alla beata accettazione dell’esistente può certo aggiungersi come una sola cosa la rivolta puramente spettacolare: questo esprime il semplice fatto che la stessa insoddisfazione è diventata una merce appena l’abbondanza economica è stata capace di estendere la propria produzione sino al trattamento di tale materia prima’.

Banksy / Blob

A VISUAL PROTEST. The Art of BANKSY
Milano – Museo delle Culture
A cura di  Gianni Mercurio
Sino al 14 aprile 2019

Un B-movie degli anni Cinquanta –The Blob– racconta di una entità proveniente dagli spazi siderali e con il potere di inglobare tutto ciò con cui entra in contatto. Una massa viscida, gelatinosa e nera, capace di espandersi sino a coincidere con tutto. Il film e l’entità sono stati resi celebri dalla omonima trasmissione televisiva di Rai3, che si apriva con alcune delle sue scene e l’immancabile frase «è la cosa più mostruosa che abbia mai visto». Blob è un programma nato da un’idea situazionista di Enrico Ghezzi. Il situazionismo -in particolare il gruppo CoBrA- praticava la tecnica del détournement, della metamorfosi, spostamento e trasformazione di ciò che è normale in qualcosa di bizzarro, inquietante, semanticamente altro. E questo anche tramite la mescolanza degli elementi più comuni. Il Blob televisivo metteva insieme spezzoni di altri programmi facendone emergere la profonda, intima, inemendabile mostruosità.

Banksy -artista britannico del quale non si conoscono identità, vita, eventi- pratica in modo magistrale il détournement dipingendo sui muri delle città, sulla tela e su altri materiali dei soggetti del tutto comuni o delle vere e proprie icone dell’immaginario collettivo, ai quali aggiunge particolari, segni, modalità che ne mutano e capovolgono il significato.
La regina Elisabetta è una scimmia incoronata. Delle tranquille nonnine lavorano maglioni con su scritte alcune frasi punk. La celebre bambina vietnamita nuda e ustionata dal napalm (una foto di Nick Ut) avanza mano nella mano con sorridenti personaggi disneyani. E poi topi, topi dappertutto, abbigliati con i vestiti e le identità più diverse. Perché, afferma Banksy, i ratti «esistono senza permesso, sono odiati, braccati e perseguitati. Vivono in una tranquilla disperazione nella sporcizia. Eppure sono in grado di mettere in ginocchio l’intera civiltà. Se sei insignificante e non amato, allora i topi sono il modello di riferimento definitivo».
Una street art rivoluzionaria, quindi, o almeno ribelle? Certo, nelle intenzioni, nella passione, nelle provocazioni. Gianni Mercurio, curatore della mostra, scrive infatti che «parafrasando Gramsci, Banksy ci dice che se il potere esercita la sua egemonia culturale in televisione, nel cinema, nella pubblicità, nelle chiese, nelle scuole e nei musei, lo street artist trova nella strada il luogo ideale nel quale mettere in atto una contro-egemonia» (dalla cartella stampa della mostra). E tuttavia la civiltà ordoliberista che trionfa nel nostro presente è un Blob capace di trasformare in se stessa qualunque ente, evento e processo con cui entra in contatto.
E allora questo artista dei ratti, questo punk antistituzionale, questo situazionista geniale, estremo ed accorto viene celebrato in una mostra impeccabile, intelligente e assolutamente godibile ma resa possibile dal sostegno economico del maggior quotidiano finanziario che si stampi in Italia e da una numerosa serie di sponsor che vendono e promuovono automobili, caffè, birre, prodotti assicurativi, alberghi, supermercati e grandi magazzini. Tutta gente dotata di un brand e che si muove sempre per ragioni fiscali e di lucro.
E non basta. Il Comune di Milano dal 27 novembre 2018 al 15 gennaio 2019 ha messo a disposizione degli artisti milanesi 600 manifesti collocati per tutta la città, sui quali hanno dipinto ciò che hanno voluto, trasformando in questo modo «il manifesto in una creazione virtuale. Ogni 15 giorni verranno affissi 220 manifesti, pronti a ospitare le creazioni degli artisti: 15 giorni di tempo quindi per ammirare i lavori. Poi, come da regolamento comunale, i manifesti verranno sostituiti per dare spazio alle nuove creatività; lo stesso destino, del resto, che subiscono le opere di alcuni street artist, godute solo dai pochi fortunati prima della loro cancellazione, strappo, distruzione o furto».
E così aziende private e istituzioni pubbliche si mostrano democratiche e trendy, attente al marketing -come attento è, del resto, lo stesso Banksy che coltiva il proprio anonimato come strumento fondamentale di promozione- e aperte all’anticonformismo.
Dimostrazione evidente di questa blobizzazione della street art è un video girato dallo stesso Banksy sulla situazione della guerra in Siria -visibile anch’esso in parte nella mostra milanese-, che spinge in modo abile e banale su tonalità lacrimevoli, sentimentali e totalmente apolitiche. La rivolta è diventata spettacolo, inesorabilmente.

Aveva ancora una volta ragione il fondatore del Situazionismo quando scriveva che lo spettacolo «est le soleil qui ne se couche jamais sur l’empire de la passivité moderne. Il recouvre toute la surface du monde et baigne indéfinitement dans sa propre gloire» (Guy Debord, La Société du Spectacle, Gallimard 1992,  af. 13, p. 21), è il sole che mai tramonta sull’impero della moderna passività; un sole che pervade l’intera superficie del pianeta e si bagna senza fine nella propria gloria. E soprattutto quando afferma -definizione davvero geniale- che lo spettacolo nella sua essenza altro non sarebbe che «le capital à un tel degré d’accumulation qu’il devient image» (Ivi, af. 34, p. 32); l’arte di Banksy è formalmente molto bella, godibile, figurativa, immediata, di una grande potenza metaforica ma è nella sua essenza e nel suo destino ‘il capitale a un grado tale di accumulazione da essere diventato immagine’.
Non c’è dunque via di scampo? No, nelle arti visive, sonore e forse anche letterarie non c’è via di scampo. Per esistere si deve stare nel mercato, si deve abitare in ciò che Giuseppe Frazzetto -le cui teorie estetiche questa mostra conferma in modo clamoroso- definisce «il Collettivo» e che opera mediante lo «spostamento da una centralità dell’artista a un’enfasi sul sistema dell’arte: a risultare significativa non sarà tanto la concreta opera del singolo artista, ma la vicenda complessiva del sistema dell’arte. Non a caso certi resoconti sembrano ‘storie dell’arte senza nomi’ nelle quali gli artisti finiscono con l’apparire gli esecutori di mutamenti, alternanze stilistiche, fratture e ritorni che si sarebbero determinati in ogni caso» (Artista sovrano. L’arte contemporanea come festa e mobilitazione, Fausto Lupetti Editore 2017, p. 113).
Banksy è, appunto, un nome fittizio, un senza nome.
Una via d’uscita dalla totalità di un presente senza residui non la si può trovare nel sistema dell’arte, tanto meno in quello dell’informazione. Se una possibilità c’è, essa -come sempre- abita nel pensiero critico, nel rigore della metafisica, nella filosofia.
Per il resto, uno sponsor vi seppellirà.

Postilla al Sessantotto

Guy Debord aveva previsto la dissoluzione delle istanze di classe in una società dello spettacolo del tutto interclassista e antipolitica, quella che il Sessantotto ha favorito. È anche questo che ho cercato di argomentare nel mio Contro il Sessantotto, in entrambe le sue edizioni (1998 e 2012). Molti degli esponenti di quella stagione, infatti, si sono perfettamente integrati nelle strutture del liberalismo trionfante, adeguandosi alla società mercantile, capitalistica e ultraliberista. I diritti dell’uomo come strumento delle guerre umanitarie, un individualismo senza limiti, il politicamente corretto, costituiscono alcuni capisaldi dell’idea e dell’azione liberale, non di quella comunista, della quale rappresentano di fatto l’opposto.
Essi sono il contrario anche dell’idea e della pratica libertaria, come ben si vede dall’ordine morale imposto dal politicamente corretto, dentro il quale ad esempio la sessualità diventa talmente complicata -e anche pericolosa- da condurre al suo controllo asfissiante e persino alla rinuncia da parte dei maschi all’approccio verso il sesso femminile, per gli equivoci, il sospetto, i rischi che tale contatto sempre più comporta. Come sempre, l’Eros e il dionisiaco rappresentano un pericolo per l’ordine morale costituito, che si tratti dell’ordine vittoriano o di quello ultrafemminista, al quale -da inevitabile sessantottino- rispondo dicendo «fate l’amore, non fate la guerra», neppure quella tra i sessi.

Globalizzazione

La Globalizzazione è un errore anche ontologico che si ripresenta spesso nelle vicende umane e che consiste nel prevalere di uno dei due paradigmi che strutturano l’essere: l’Identità e la Differenza. La Globalizzazione è un tentativo di inglobare individui, culture, civiltà e saperi in un’unica forma, fondata sull’economia liberista e sui suoi dispositivi. Sta qui il vero problema delle migrazioni. Molti immigrati infatti «rifiutano -a ragione- di spogliarsi delle stigmate della propria cultura d’origine per abbracciare in blocco gli stili di vita che vigono in quei luoghi dove hanno cercato e trovato accoglienza» (M. Tarchi, in Diorama Letterario 343, p. 2). Il patrimonio immateriale dei popoli -quello difeso dall’Unesco- è anche la loro identità, che resiste all’inclusione in una universalità che dissolve le differenze.
Non a caso gli umani -animali capaci di tutto pur di sopravvivere- sono stati storicamente disposti a rinunciare alla vita soltanto per difendere beni che sono insieme materiali e immateriali e si sintetizzano in strutture come il territorio/Heimat, le credenze religiose, l’identità di classe. Strutture che sono per loro natura circoscritte ed escludenti, poiché ogni identità è tale soltanto in quanto si separa e differenzia da altre identità. L’uguale non può entrare né in dialogo né in conflitto. L’uguale è una forma di povertà rispetto al gioco di identità e differenza.
Tanto più in un contesto come quello contemporaneo, di moltiplicazione del numero di umani, di loro convivenza in territori sempre più circoscritti, con la conseguente erosione delle risorse necessarie alla vita individuale e collettiva. Siamo 7,5 miliardi e «gli oltre 9,5 miliardi previsti per il 2050 rappresentano già un dato preoccupante . E la crescita non si fermerà, perché sono previsti oltre 11 miliardi di abitanti per la fine del secolo» (G. Ladetto, ivi, 8). Non soltanto l’Europa occidentale è decisamente sovraffollata ma «già oggi si sarebbe superata la capacità del pianeta di sostentare l’attuale popolazione» (Id., 8). Su questo che è il problema ho scritto anche qui: ὕβϱις.
Della questione demografica i grandi media parlano poco, anche perché non è evidentemente  favorevole all’ottimismo accogliente del politicamente corretto. A stabilire i regimi di discorso infatti, e dunque a stabilire ciò che si può dire e ciò che va censurato, non è più direttamente la politica ma sono i media, con la loro enorme forza di penetrazione simbolica. I più importanti strumenti di informazione, comprese le strutture di Internet, sono gestiti e finanziati dagli Stati Uniti d’America, che Archimede Callaioli definisce giustamente «la nazione più fedifraga mai esistita, a partire dal saluto, il Farewell Address, di George Washington al Congresso americano, in cui si raccomandava ‘soprattutto’ di non farsi mai irretire in patti con le ‘corrotte monarchie’ europee. Nessuno, credo, potrebbe enumerare tutti i trattati stipulati e mai rispettati con la Nazione Indiana dal Governo statunitense» (Ivi, 31).
Le dinamiche della globalizzazione, della morte ambientale, dei conflitti per le risorse fondamentali, sono così complesse da rendere sterile ogni chiave di lettura che le voglia comprendere utilizzando le nobili ma ormai obsolete prospettive topologiche della ‘destra’ e della ‘sinistra’. Anche se una differenza tra di loro che ancora permane consiste nel fatto che «come tutti sanno, nei partiti di destra, grazie anche all’incultura, il vuoto dottrinario è la regola» (A. De Benoist, ivi, 6), un teorico della a-crescita come Maurizio Pallante, osserva giustamente che destra e sinistra valutano entrambe positivamente e ingenuamente la crescita di un dato come il PIL, che in realtà non soltanto misura elementi parziali ma valuta poi in modo positivo anche gli effetti economici delle guerre, delle catastrofi e della corruzione. «Ragione per cui la globalizzazione possiamo intenderla ‘di destra’ economicamente, ‘di sinistra’ culturalmente, ‘di centro’ politicamente» (E. Zarelli, ivi, 26).
Una partizione esatta e comprendente, la quale contribuisce a spiegare fenomeni come quelli descritti con la consueta lucidità dal filosofo Denis Collin: «‘L’immigration est une chance’  disent-ils. Une chance pour qui ? Pour les pays d’origine qui perdent travailleurs qualifiés et capitaux dans cette nouvelle traite des nègres ? Pour les immigrés eux-mêmes ? Pour les travailleurs européens ? Non, l’immigration est une chance extraordinaire pour le patronat. […] La gauche morale immigrationniste est le complément indispensable au néolibéralisme et à la mondialisation» (‘L’immigrazione è una risorsa’, dicono. Una risorsa per chi? Per i Paesi d’origine che perdono lavoratori qualificati e capitali in questa nuova tratta degli schiavi neri? Per gli stessi immigrati? Per i lavoratori europei? No, l’immigrazione è una risorsa per i padroni. […] La sinistra morale immigrazionista è l’indispensabile complemento del neoliberismo e della globalizzazione. «L’internationale des méchants», ‘L’internazionale dei cattivi’, La Sociale, 7.9.2018).
Noam Chomsky -uno dei maggiori filosofi viventi, un anarchico autentico e senza dogmi- intervistato di recente da Fabrizio Rostelli ha affermato che «working people are turning against elites and dominant institutions that have been punishing them for a generation. […] There has been economic growth and increase in productivity, but the wealth generated has gone into very few pockets, for the most part to predatory financial institutions that are, overall, harmful to the economy» («Chomsky: working people are turning against the élites, it’s not populism». Il manifesto – Global  edition, 8.9.2018; trad. it., sempre sul manifesto: «I lavoratori si stanno rivoltando contro le élite e le istituzioni dominanti che li hanno puniti per una generazione. […] C’è stata una crescita economica e un aumento della produttività, ma la ricchezza generata è finita in pochissime tasche, per la maggior parte a istituzioni finanziarie predatorie che, nel complesso, sono dannose per l’economia»).
Se già alcuni decenni fa era possibile affermare che «ser de la izquierda es, come ser de la derecha, una de las infinitas maneras que el hombre puede elegir para ser un imbécil: ambas, en efecto, son formas de la hemiplejía moral» (José Ortega y Gasset, La rebelión de las masas,  Editorial Andrés Bello, Barcelona 1996, p. 38; vale a dire che “essere di sinistra è, come l’essere di destra, uno degli innumerevoli modi che una persona ha d’essere imbecille. Entrambe, infatti, sono forme di emiplegia mentale”), questo risulta assai più vero negli anni Dieci del XXI secolo. Per quanto mi riguarda ho abbandonato da molti anni questa distinzione e la sua presunta intoccabilità.
L’emancipazione passa per altre strade, molto meno schematiche e assai più complesse e differenziate. Strade che partono dalla distanza che si pone nei confronti di ciò che Philippe Muray ha chiamato «l’impero del Bene», l’impero che Guy Debord definiva come lo Spectaculaire Intégré il quale s’impone ovunque, perfettamente coeso con ogni forma di discorso pubblico, struttura istituzionale, modo di produzione. I cittadini di questo impero, si ritengano di destra o di sinistra, «desiderano ardentemente tutto ciò che subiscono passivamente. […] Sono tutti schiavi, e sono tutti felici di esserlo» (M. Virgilio, in Diorama Letterario 343, p. 34).

Sessantotto

Nicola Chiaromonte
La rivolta conformista
Scritti sui giovani e il ’68
A cura di Cesare Panizza
Una città – Fondazione Alfred Lewin, Forlì 2009
Pagine 167

A trent’anni dal Sessantotto pubblicai un libro che ho poi ripreso nel 2012, aggiungendo un capitolo che è in parte una palinodia. Il titolo, Contro il Sessantotto. Saggio di antropologia, è piuttosto chiaro. Qualche tempo fa l’amico Franco Melandri mi ha segnalato un volume di Nicola Chiaromonte, che sul Sessantotto aveva formulato critiche e osservazioni non lontane dalle mie. Anche in questo caso il titolo, La rivolta conformista, è eloquente.
Chiaromonte ebbe infatti la capacità di vedere molte delle ragioni profonde e delle conseguenze di lungo periodo della rivolta giovanile degli anni Sessanta. Nonostante alcuni tratti conservatori e il rimanere troppo accosto ai fatti, i suoi articoli pubblicati su Tempo presente e sulla Stampa colgono spesso i significati antropologici di quanto accadeva. L’autore ha ben chiaro che la rivolta è una questione che riguarda gli adulti prima e più che i giovani, poiché «le giovani generazioni -quelle dei nati dopo il 1940- si sono trovate a vivere in una società che non impone né merita rispetto, la cui autorità è nulla, di puro peso, e quindi autorizza tutte le sgregolatezze e tutte le ribellioni, anche quelle esteriori e di maschera» (p. 63). Adulti la cui cattiva coscienza conduce al più grave dei comportamenti verso i giovani: l’adulazione, la lusinga, lo «spettacolo inverecondo di professori cinquantenni che sono corsi appresso ai giovani tumultuanti nella certezza che essi marciavano nel senso della Storia e dunque bisognava stare con loro» (Ibidem). Dare ragione ai giovani soltanto perché sono giovani significa abdicare a quell’attrito generazionale senza il quale una società non può riconoscere e vivere le identità e le differenze, cadendo così nell’indifferenziato girare a vuoto il cui risultato è la stasi, la conservazione dei privilegi, la conferma delle ingiustizie che senza il movimento e il conflitto non possono essere rimosse.
Un esempio fondamentale e assai chiaro è l’istruzione. A uno dei tanti documenti Contro l’Università (uscito su Quaderni piacentini, n.33), alla rigidità ermeneutica che lo pervade, Chiaromonte risponde facilmente e giustamente che «i socialmente privilegiati, poi (contrariamente a una strana analisi fatta dal Comitato d’agitazione dell’università di Torino e citata da Viale) di solito non credono né nella scienza né nella cultura, e hanno un bisogno molto relativo di studiare seriamente, dato che appunto sanno di avere comunque un posto che li attende» (69). Attaccare la scuola e l’università ha avuto l’effetto -non si tratta infatti ormai di una previsione bensì di un rendiconto- di indebolire una delle poche strutture capaci in Italia, pur con tutti i suoi limiti, di rimescolare le appartenenze di ceto e di classe.
Al pari di Debord e di Pasolini, Chiaromonte intuisce che uno degli effetti più solidi della rivolta è il costituirsi del Teen market, del «fenomeno, così nuovo e così significativo» che attribuisce centralità economica alla ‘clientela dei giovani per il mercato dei prodotti industriali (dischi, indumenti più o meno bizzarri, macchine e macchinette varie, film)’», fenomeno che meglio di altri «indica abbastanza bene che, per cominciare, questi giovani ribelli sono le vittime inermi dell’organizzazione economica attuale e dei suoi mezzi di persuasione più o meno occulta» (51). Anche da qui nasce l’ossimoro che dà il titolo al libro:

«Così stando le cose, non c’è da meravigliarsi se la rivolta dei giovani assume la forma, apparentemente paradossale, della rivolta conformista. Infatti, al disordine imperante, essa sembra contrapporre da una parte delle forme estreme d’incoerenza e d’incongruenza nella sensibilità, nei gusti estetici e nei consumi ma dall’altra un rispetto molto realistico dell’efficacia, del successo, del mondo che, come dice Moravia, “è quello che è”, e alla fine anche della morale convenzionale, giacché, al termine di ogni sgregolatezza, che cosa si trova se non le necessità quotidiane e le regole usuali?» (51)

La ribellione narcisistica maschera l’avvento di nuove e pervasive forme del dominio. La rivolta contro gli aspetti di costume conferma il permanere di quelli strutturali, economici e politici. Il ricatto dell’assoluto ricade nella piena accettazione del relativo: «Ricatto che in buona logica si riduce all’assurda proposizione che quando non c’è tutto non c’è niente e se non si ha tutto non si ha nulla» (71).
Poiché tutto questo è il classico terreno dell’analisi anche teorica, Chiaromonte è molto duro nei confronti di quegli intellettuali -e furono moltissimi- i quali pur consapevoli dei significati di ciò che si prefigurava cavalcarono l’onda che appariva vincente, ne trassero indubbiamente dei vantaggi e furono poi però subito pronti -possiamo aggiungere ora- a mutare segno e a porsi al servizio di padroni ben più remuneratori: i partiti tradizionali, la grande stampa, la televisione commerciale.
Il culto del nuovo in quanto nuovo -indipendentemente dai suoi contenuti- è uno dei tratti più significativi dell’epoca, la critica del quale è in queste pagine esplicita e articolata: «Il passato è parte del nostro presente come le cellule del nostro corpo, come la lingua che parliamo, che nessuno ha creato, che ci viene dal fondo dei tempi, e alla quale tuttavia ognuno di noi apporta ogni momento qualche novità» (157). Un passato anche remoto che può ritornare in forme inattese e mescolarsi a significati del tutto nuovi. È in questa esatta chiave che Chiaromonte interpreta i grandi raduni del 1969 -Woodstock e l’isola di Wight-, osservandone la radice anche dionisiaca così come il loro somigliare alla spiagge di Rimini e di Riccione occupate da milioni di vacanzieri.
Ma nei fenomeni contemporanei la misura greca -vale a dire quella necessità intrinseca agli eventi la cui consapevolezza sta al fondo delle analisi di Chiaromonte- è smarrita a favore di un volontarismo che crede e  pretende di creare da sé e dal nulla gli eventi; una dismisura ben espressa dalla formula che recita «Le plus grand bonheur du plus grand nombre», la quale «non poteva non significare in pratica la massima servitù del maggior numero. E questo di necessità. […] La società prende il posto di Dio, come Rousseau aveva del resto visto con tutta chiarezza. E il contratto sociale significa che ognuno diventa schiavo di tutti e tutti di ognuno» (121). Il riferimento a Rousseau è indice di una comprensione davvero radicale del Sessantotto.
È anche da qui che discende l’acuta descrizione della dimensione spettacolare della rivolta attuata da una generazione che ha cercato di sottrarsi al peso delle premesse e delle conseguenze, per invece «ammirare e seguire chi agisce in modo spettacolare, non chi ragiona; hanno imparato che il mondo è quello che è e bisogna prenderlo per quello che è, non sognarne un altro che non esiste» (58). Di tale accettazione dell’esistente, apparentemente paradossale se attribuita al Sessantotto, è prova anche l’entusiasmo di molti verso la rivoluzione culturale cinese, un evento che in realtà «appare sempre più come un’astuta operazione diretta a scatenare il ribellismo dei giovani contro l’apparato del partito a maggior sostegno e gloria del dittatore Mao, con l’esercito come valida diga a impedire gli straripamenti» (60-61). Una definizione, questa, tra le più esatte di quella fase della Cina contemporanea.
Il libro affronta una delle questioni più controverse non soltanto della rivolta giovanile ma dell’intera storia umana: la violenza. Chiaromonte oscilla tra il disincanto di chi sa che non sono mai esistite società senza violenza e il netto rifiuto etico-politico delle sue pratiche contemporanee. In generale, la violenza viene definita come «il mezzo per instaurare o restaurare un potere dispotico, non per abbatterlo» (83) e questo varrebbe anche per il Sessantotto poiché «la violenza non fa che rafforzare il cosiddetto sistema, in quanto, creando un disordine che non mena a nulla, costringe a rimettere bene o male le cose in ordine: non è un’operazione di polizia, è una necessità organica della vita collettiva» (146).
Anche a questo proposito l’analisi che Chiaromonte conduce della rivolta conformista si fonda su una ben precisa visione della storia della sinistra dai moti del 1848 al Novecento: «In ultima analisi, è il culto della potenza e della violenza che si diffonde, sotto specie di ‘nuova sinistra’. E, con questo, il cerchio dell’involuzione della sinistra europea, cominciata nel 1914, si chiude» (58-59).
Numerosi altri sono gli elementi di interesse che tuttora rivestono le pagine scritte in tempo reale da Chiaromonte: i riferimenti a Husserl contro il relativismo gnoseologico; le sensate obiezioni alle pretese evangeliche che impongono di amare i nemici; la posizione esplicitamente e inaccettabilmente sionista a proposito della Guerra dei sei giorni; il confronto con le tesi di Galbraith sulla società dei consumi, confronto nel quale viene ribadita la natura conformista della rivolta in quanto funzionale agli interessi economici del capitale in espansione: «La corsa ai consumi di cui tanto si parla non è una causa, ma un effetto, l’effetto di una concezione della vita secondo la quale scopo dell’uomo sulla terra è usare e godere della vita stessa ossia obbedire -con minore o maggiore discrezione- al proprio piacere ed arbitrio. Oggi come oggi, tale concezione mi sembra comune sia ai ‘consumisti’ che agli ‘anticonsumisti’, e non mi sembra quindi sufficiente a trarci fuori dalla società dei consumi» (154).
Così infatti è stato: «À l’acceptation béate de ce qui existe peut aussi se joindre comme une même chose la révolte purement spectaculaire: ceci traduit ce simple fait que l’insatisfaction elle-même est devenue une marchandise dès que l’abondance économique s’est trouvée capable d’étendre sa production jusqu’au traitement d’une telle matière première» (‘Alla beata accettazione dell’esistente può anche/certo coniugarsi come una stessa cosa la rivolta puramente spettacolare: questo traduce il semplice fatto che l’insoddisfazione stessa è diventata una merce appena l’abbondanza economica è stata capace di estendere la sua produzione sino al trattamento di una tale materia prima’; Guy Debord, La Société du spectacle [1967], Gallimard 1992, af. 59, p. 55).

Umanitarismo e Spettacolo

In mondovisione la società dello spettacolo -giornalisti e televisioni, i mediatiques come li chiama Guy Debord, che hanno «toujours un maître, parfois plusieurs» (Commentaires sur la société du spectacle, Gallimard, 1992, § VII, p. 31)- accoglie 600 migranti a Valencia. Niente di paragonabile a tale dispiegamento c’è stato quando Sicilia e Italia hanno accolto in tutti questi anni e quasi ogni giorno migliaia di migranti. Spagna la quale, in base alle sue norme, ne rimpatrierà in Africa una buona parte. Accolgono sapendo già che respingeranno. È questa l’essenza dell’umanitarismo spettacolare di una società intramata di ipocrisia.
Altra distorsione mediatica: come dimostra la prima pagina della Repubblica del 29.6.2017 -meno di un anno fa- anche il precedente governo a guida Partito Democratico e con ministro degli Interni Marco Minniti aveva dichiarato la necessità di chiudere i porti.
Chi finanzia la labile memoria della stampa?
Chi finanzia le organizzatissime strutture (ONG) che rappresentano un anello indispensabile nella moderna tratta degli schiavi?
Chi finanzia il flusso verso l’Europa, la quale deve rimanere sempre aperta mentre gli Stati Uniti d’America chiudono i loro confini e, con i dazi, la loro economia?
Il 4 giugno del 2015 commentavo in questo sito alcuni brani di Karl Marx. Ripropongo parte di ciò che scrissi allora perché mi sembra che gli eventi ne abbiano confermato la sostanza.

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«Un esercito industriale di riserva disponibile [eine disponible industrielle Reservearmee] che appartiene al capitale in maniera così assoluta come se quest’ultimo l’avesse allevato a sue proprie spese. Esso crea per i propri mutevoli bisogni di valorizzazione il materiale umano sfruttabile sempre pronto [exploitable Menschenmaterial], indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione. […]
Alla produzione capitalistica non basta per nulla la quantità di forza-lavoro disponibile che fornisce l’aumento naturale della popolazione. Per avere libero gioco essa ha bisogno di un esercito industriale di riserva che sia indipendente da questo limite naturale [Sie bedarf zu ihrem freien Spiel einer von dieser Naturschranke unabhängigen industriellen Reservearmee]. […]
L’esercito industriale di riserva preme durante i periodi di stagnazione e di prosperità media sull’esercito operaio attivo e ne frena durante il periodo della sovrappopolazione e del parossismo le rivendicazioni [hält ihre Ansprüche während der Periode der Überproduktion und des Paroxysmus im Zaum ]. […]
Il sedimento più basso della sovrappopolazione relativa alberga infine nella sfera del pauperismo. Astrazione fatta da vagabondi, delinquenti, prostitute, in breve dal sottoproletariato propriamente detto, questo strato sociale consiste di tre categorie.
Prima, persone capaci di lavorare. Basta guardare anche superficialmente le statistiche del pauperismo inglese per trovare che la sua massa si gonfia a ogni crisi e diminuisce a ogni ripresa degli affari [seine Masse mit jeder Krise schwillt und mit jeder Wiederbelebung des Geschäfts abnimmt].
Seconda: orfani e figli di poveri. Essi sono i candidati dell’esercito industriale di riserva e, in epoche di grande crescita, come nel 1860 per esempio, vengono arruolati rapidamente e in massa nell’esercito operaio attivo».
(Karl Marx, Il Capitale, libro I, sezione VII, cap. 23, «La legge generale dell’accumulazione capitalistica», §§ 3-4)

Aver dimenticato analisi come queste (decisamente poco ‘umanistiche’) è uno dei tanti segni del tramonto della ‘sinistra’, la quale vi ha sostituito le tesi degli economisti liberisti e soprattutto vi ha sostituito gli interessi del Capitale contemporaneo, interessi dei quali i partiti di sinistra sono un elemento strutturale e un importante strumento di propaganda.
Negli anni Dieci del XXI secolo l’esercito industriale di riserva si origina dalle migrazioni tragiche e irrefrenabili di masse che per lo più fuggono dalle guerre che lo stesso Capitale -attraverso i governi degli USA e dell’Unione Europea- scatena in Africa e nel Vicino Oriente. Una delle ragioni di queste guerre -oltre che, naturalmente, i profitti dell’industria bellica e delle banche a essa collegate- è probabilmente la creazione di tale riserva di manodopera disperata, la cui presenza ha l’inevitabile (marxiano) effetto di abbassare drasticamente i salari, di squalificare la forza lavoro, di distruggere la solidarietà operaia.
È anche così che si spiega il sostegno di ciò che rimane della classe operaia europea a partiti e formazioni contrarie alla politica delle porte aperte a tutti. Non si spiega certo con criteri morali o soltanto politici. La struttura dei fatti sociali è, ancora una volta marxianamente, economica. Tutto questo si chiama anche globalizzazione
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Chi finanzia dunque l’esercito industriale di riserva che nell’immaginario collettivo sostituisce la lotta di classe con i diritti umani?
Le anime belle invece non le finanzia nessuno. Fanno tutto da sole.

 

Ministero della Verità

In una mattina di aprile dell’anno che forse è il 1984, Winston Smith torna a casa e comincia a scrivere i propri pensieri in un quaderno che ha da poco acquistato. Questa è la sua colpa, lo psicoreato che aveva già cominciato a commettere e che adesso è dimostrato dalla sua stessa scrittura. Winston Smith vive, infatti, in Oceania, uno dei tre stati sovracontinentali nati dalla guerra atomica degli anni ’50. Winston lavora presso il Ministero della Verità, il cui compito è la falsificazione sistematica e la creazione di documenti che modifichino il passato. Infatti, «chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato» (Orwell, 1984, Mondadori 1998, p.  260).
Lo psicoreato esiste negli anni Dieci del XXI secolo e si chiama politically correct. Esso è l’impossibilità di criticare dogmi etico-politici più o meno sensati, pena conseguenze anche sulle carriere. Esso è la disinformazione della quale parla il § XVI dei Commentari alla Società dello Spettacolo di Debord: una mescolanza di vero e di falso sempre funzionale agli interessi di chi governa. Non dimentichiamo, infatti, «che i grandi media che oggi si vantano di ‘decodificare’ le fake news degli altri, sono sempre stati i primi a rilanciare le menzogne di Stato, dalle ‘armi di distruzione di massa’ di Saddam Hussein al presunto ‘carnaio’ di Timisoara» (De Benoist, Diorama Letterario 340, p. 11).
Il politicamente corretto è l’altro nome dell’ideologicamente conforme, il quale diventa esplicita e ignorante censura in iniziative come quelle che hanno impedito lo svolgimento nello scorso febbraio di un dibattito su destra e sinistra promosso dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano con la partecipazione, tra gli altri, di Alain de Benoist. Attribuendo a questo filosofo tesi da lui mai sostenute, alcuni intellettuali (?) e giornalisti italiani hanno ottenuto la provvisoria cancellazione dell’iniziativa. «Affermano di voler difendere la democrazia e ne smantellano le fondamenta» (Tarchi, DL, p. 3). Costoro utilizzano anche «l’ingenuità, la rozzezza e la stupidità politica degli sparuti apologeti di dittature passate che non hanno conosciuto per rafforzare le premesse della dittatura del futuro, che si sforzano di trapiantare nel presente a suon di divieti, discriminazioni e punizioni» (Ibidem). La stupidità è per definizione stupida. Il risultato di quella improvvida richiesta di censura è stata infatti la sala strapiena della Fondazione Feltrinelli quando il dibattito si è poi svolto, lo scorso 6 aprile 2018.
Durante la recente campagna elettorale italiana, gruppi di miserabili e ininfluenti nostalgici come CasaPound e Forza Nuova sono stati gli alleati di una sinistra perduta che si sente viva quando agita «uno spauracchio che si pensa possa farle riguadagnare consenso e sostegni fra un certo numero di simpatizzanti e militanti ormai caduti in preda alla delusione» (Tarchi, DL, p. 19).
Contro il vero fascismo contemporaneo, che è l’ultraliberismo il quale moltiplica le guerre, strangola le economie  e cancella i diritti sociali, non si attua una mobilitazione neppure lontanamente paragonabile alle manifestazioni che hanno regalato per qualche giorno audience e dignità politica agli esigui nostalgici di Mussolini. E invece è contro gli Stati Uniti d’America che bisognerebbe mobilitarsi senza tregua, contro un sistema che -secondo l’analisi del giornalista francese di TF1 Michel Floquet- è inguaribilmente razzista, ferocemente diseguale, fanaticamente bellicista, mortalmente inquinante. Una nazione che è «la più grande prigione al mondo. In America, un adulto su cento si trova in carcere. E un prigioniero su quattro, nel mondo, è americano» (Virgilio, DL, p. 27); secondo Floquet «la democrazia e la libertà delle quali godrebbero tutti i cittadini statunitensi senza distinzione di razza, di sesso, di religione, non sono altro che una finzione, ‘un meraviglioso esempio di doppiezza e di ipocrisia’» (Id. DL, p. 26), come conferma una documentata e dolente analisi di Santo Barezini sul numero 422 di A Rivista anarchica: «Schiavi del XXI secolo».
Rispetto all’uniformismo dei padroni del mondo, sarebbe opportuno applicare la difesa della biodiversità anche alla «diversità dei popoli, nonché a quella delle lingue e delle culture che sono ad esse associate» (De Benoist, DL, p. 5; sulla questione linguistica si vedano anche i testi miei e di Dario Generali: Parola) cercando almeno di rallentare la distruzione della Terra e delle sue fonti di vita, attuata da una forma politico-economica del tutto indifferente alle leggi della natura e alla limitatezza delle risorse. Questo infatti «dimostra il secondo principio della termodinamica e la legge dell’entropia nell’assoluta indifferenza da parte di sociologi, economisti e scienziati della politica, nonostante la messa in guardia fornita dalla teoria della complessità di Edgar Morin e dalle acquisizioni di Ilya Prigogine sulle ‘strutture dissipative’» (Zarelli, DL, p. 22).
Come dimostra Orwell, il Ministero della Verità è anche sede della menzogna più profonda.

La civetta di Godard

Il mio Godard
(Redoutable)
di Michel Hazanavicius
Francia, 2017
Con: Louis Garrel (Jean-Luc Godard), Stacy Martin (Anne Wiazemsky), Bérénice Bejo (Rosier), Grégory Gadebois (Cournot)
Trailer del film

«Così va la vita a bordo del Redoutable», dichiara la radio a proposito dell’esistenza dentro un sottomarino. Jean-Luc e la giovane moglie Anne ripetono spesso questo refrain (che del film è il titolo originale). Sino a che la vita li separa: troppo oppressivo, geloso, narciso Godard; troppo sensibile lei.
È con gli occhi di Anne che Hazanavicius guarda e racconta il suo idolo Godard, sino a buttarlo giù dal piedistallo.
Il film è molto bello e interessante non per questo ma per come sa ripetere il cinema stesso di Godard senza però imitarlo (del resto, non sarebbe proprio possibile); per la cura filologica dei luoghi, degli ambienti, dell’epoca: il 1967/68; per i nove tempi che scandiscono l’opera, tutti con una loro identità e che però non intaccano l’unità estetica del film.
E soprattutto il film è intrigante per la tenera ferocia con la quale è dissezionato il Sessantotto, farsa piccolo borghese della quale le contraddizioni, i dogmatismi, il narcisismo di Godard rappresentano un efficace emblema. Dietro la patina sedicente rivoluzionaria ma di fatto consumistica si celebrava l’avvento dello Spettacolo come «un rapport social entre des personnes, médiatisé par des images» e soprattutto come «le capital à un tel degré d’accumulation qu’il devient image»  (Debord, La Société du Spectacle, Gallimard 1992, §§ 4 e 34).
Ancora una volta, di un artista-intellettuale come Godard non interessano le debolezze caratteriali e le grandi ingenuità politiche -che condivideva con un’intera generazione- ma semplicemente l’opera, che ha davvero rivoluzionato il cinema e soltanto per questo ha cambiato la società. E ancora una volta ha ragione Heidegger, secondo il quale «della personalità di un filosofo ci interessa soltanto questo: nacque quel tal giorno, lavorò e morì» (Concetti fondamentali della filosofia aristotelica, a cura di G. Gurisatti, Adelphi 2017, p.  39).
A parlare devono essere le opere, non la biografia. Compito di un intellettuale è agire non direttamente sul terreno politico -dove i compromessi e la miseria sono inevitabili- ma su quello metapolitico delle idee, dei canoni, dei paradigmi, delle interpretazioni. È forse questo il vero significato della metafora hegeliana che vede la filosofia come una civetta che si alza al crepuscolo degli eventi. Ma si alza. E li vede. Li comprende. Li descrive. Li disvela. Come fece Godard ad esempio in Le mépris, capolavoro che del cinema riassume l’intera potenza, che mediante la finzione squarcia la realtà e permette di scorgerla nella sua straziante bellezza, nel suo gioco di ironia, tragedia, caos, eros.

Comunicazione

«Ignorano sempre più la lettura, che richiede un autentico giudizio a ogni riga; e che è l’unica attività che permette di accedere alla vasta esperienza umana prespettacolare. Perché la conversazione è quasi morta, e presto lo saranno molti di quelli che sapevano parlare»
(Guy Debord, Commentari alla Società dello Spettacolo, Baldini & Castoldi 2002, § X, p. 207)

Venerdì 17 novembre 2017 alle 18,00 nel Palazzo S. Anna, sede del Liceo Convitto di Modica, terrò una conferenza dal titolo La solitudine di Internet. Facebook, WhatsApp e la comunicazione immaginaria.
È il primo incontro di un ciclo dedicato al tema della comunicazione.

Abstract
Siamo sempre connessi e siamo sempre soli, con in mano il nostro dispositivo di comunicazione universale. Come si spiega questa contraddizione? Essa è una delle tante che intridono le relazioni tra esseri umani nel XXI secolo ed è una delle più pervasive, toccando persone di ogni età, cultura, condizione economica.
Anche in questo caso la riflessione filosofica può aiutarci ad andare oltre le apparenze, al di là di giudizi moralistici o di prospettive soltanto tecnologiche, per cogliere nel trionfo contemporaneo dei Social Network l’ennesima conferma del nostro essere Ζῷον λογιστικόν e πολιτικόν, animali che parlano e vivono insieme, che vivono insieme perché comunicano.

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