Lo scorso 30 giugno il Dipartimento di Scienze della Formazione di Unict ha invitato il Prof. Luciano Canfora a presentare il suo La schiavitù del capitale (il Mulino, 2017). È stato un incontro molto interessante, nel quale sono state pronunciate parole che nel discorso pubblico è ormai assai difficile ascoltare. Canfora ha smontato la propaganda occidentalista che pervade i media mostrando la miseria delle politiche dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e dei loro servi, «vale a dire noi». Si è soffermato con particolare e pungente ironia sul neoeletto presidente francese Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron, come simbolo del vuoto assoluto della politica quando essa si identifica con il finanziarismo che opprime le economie e i corpi collettivi.
Ho riflettuto sulla ricchezza di questo incontro, a partire dalla consapevolezza che il potere è potentia ed è potestas. Il primo consiste nella capacità che gli esistenti possiedono di influire sull’ambiente, anche con la semplice resistenza e con l’attrito che gli enti minerali oppongono all’attività di tutti gli altri. Nel mondo vegetale e animale, la potentia è la vita stessa, che si sviluppa, cresce, confligge, decade, muore.
Potestas è invece e propriamente il potere politico, la capacità di indurre altri umani a compiere le azioni che auspichiamo o ad astenersi da quelle che vogliamo evitare. I mezzi con i quali ottenere questo scopo sono sostanzialmente tre: «Con la coercizione (il bastone); con i pagamenti (la carota); con l’attrazione o la persuasione. Bastone e carota sono forme di hard power, attrazione e persuasione sono forme di soft power» (Joseph. S. Nye jr, citato da Massimo Virgilio in Diorama letterario n. 336, p. 22).
Se nell’ambito dello scambio economico il denaro è costitutivamente al centro del rapporto di potere, nella società contemporanea -e più precisamente dentro il sistema ultraliberista in cui siamo immersi e che Canfora ha descritto con lucidità- esso pervade ogni forma di relazione. Un momento di svolta in questo processo fu la decisione del presidente statunitense Richard Nixon che nel 1971 «su consiglio di due o tre Gorgoni universitarie, ha deciso di infrangere il legame fra il dollaro e l’oro. Il dollaro ha potuto espandersi nel mondo a profusione e ha permesso ai parassiti di acquistare tutto ciò che loro pareva. Da allora in poi l’Europa ha perso tutto: industria, posti di lavoro, élite, educazione di qualità e via dicendo. La quantità di dollari sparsa ha eliminato chi non si adeguava e promosso i servi più ripugnanti, sia nella commissione di Bruxelles, sia fra i dirigenti dei vari paesi europei» (Auren Derien, ivi, p. 20).
L’effetto di questo dominio finanziario e contabile su scuola, università, cultura è stato assai grave. Il culto verso il denaro, che da indispensabile mezzo di scambio diventa il fine totale delle umane esistenze, ostacola infatti «ogni alta cultura perché i ricchi sanno solo contare. Così si spiega l’incorreggibile volgarità che ormai li contraddistingue. Inoltre, se l’unico criterio di valutazione è la quantità di denaro, allora si ritrovano sullo stesso piano il buzzurro che calcia un pallone, la prostituta che finge di essere un’artista, il trafficante di droga analfabeta, il bankster di Wall Street e il politico cleptomane» (Id., 21).
A tali categorie si possono e devono aggiungere gli impiegati della comunicazione, soprattutto i più famosi e i più pronti al servizio di chi meglio li paga. «Il ne faut pas oublier que tout médiatique, et par salaire et par autre récompenses ou soultes, a toujours un maître, parfois plusieurs; et que tout médiatique se sait remplaçable» (‘Non bisogna dimenticare che ogni impiegato dei media, tramite lo stipendio e altre ricompense, ha sempre un padrone, e spesso più di uno; e che tali impiegati sanno bene di essere sostituibili’. Guy Debord, Commentaires sur la société du spectacle, Gallimard, Paris 1992, § VII, p. 31). Questi giornalisti e presentatori lavorano alacremente in funzione degli interessi dei loro padroni -interessi che cercano di travestire da idee e valori- e sono subito pronti a imporre il politically correct, «una censura delle ‘cattive idee’ in ambito culturale», la quale sta compiendo «passi da gigante: nell’editoria, nell’ambito scientifico, nel cinema, nel teatro, nel mondo delle lettere e delle arti» (Marco Tarchi, Diorama letterario n. 336, p. 3).
Bisogna opporsi a questa sottile e implacabile censura che traveste di libertà l’oppressione finanziaria, le sue guerre, la sua miseria culturale e politica.

Francesco Marotta su Ždanov
Francesco Marotta Recensione a Ždanov. Sul politicamente corretto in Diorama Letterario n. 387 / Settembre-Ottobre 2025 pagine 38-39 Pdf del testo «Una tale censura






La più parte dei giornalisti di tutto il mondo sta al servizio di questo o quel padrone ma i i giornalisti italiani sono proprio disgustosi…
Il giornalista perfetto per un mondo impresentabile: Enrico Mentana e il consenso
di Lavinia Marchetti
Contropiano, 21.6.2025
C’è un motivo per cui ho scelto Enrico Mentana come caso di studio. Non perché sia il peggiore, ma perché è il più rappresentativo. Perché nel suo giornalismo si condensa un’intera sintassi dell’egemonia, per dirla con la scuola di Francoforte. Mentana è lo specchio brillante, e dunque deformante, di un sistema mediatico che ha smesso di informare per iniziare a costruire consenso.
L’egemonia, oggi, non si annuncia né si proclama: si installa. Non è una vera e propria censura, ma una selezione. Funziona come una specie di grammatica segreta che ti fa parlare la sua lingua mentre credi di scegliere la tua, la concretizzazione di una pensiero magico in atto. Così il frame diventa destino. E Mentana, in questo sistema, non è il più servile, ma il più raffinato. Il più rappresentativo. È lì che risiede il suo potere: nella perfetta simulazione della libertà, nella competenza a selezionare ciò che può esistere nello spazio della parola pubblica.
La domanda è: “lui ne è consapevole?”. L’intellettuale che dirige opera una specie di sospensione dell’incredulità. Ci crede e non ci crede allo stesso tempo. Il concetto di sospensione dell’incredulità, che nasce in ambito estetico, viene qui trasposto alla politica e al giornalismo: come lo spettatore che decide di credere a una finzione cinematografica per goderne appieno, Mentana sembra stringere un patto ambiguo con la narrazione dominante.
È troppo intelligente per non sapere, ma abbastanza funzionale da accettare, forse anche con sincerità, il gioco della selezione, dell’evocazione, del frame costruito. È questa ambiguità morale e cognitiva che lo rende il caso perfetto per mostrare la funzione sistemica del giornalismo italiano in tempo di guerra e genocidio.
Il caso Mentana è solo la punta dell’iceberg. Dietro di lui si muove una macchina più vasta, fatta di testate, redazioni, agenzie stampa, interessi energetici e accordi politici. Eni, Israele, Meloni, i media mainstream: tutto si tiene. Questo testo è un tentativo di mappare quel potere. Di mostrare, fotogramma per fotogramma, come l’informazione italiana sia diventata un’arma di distrazione e di consenso.
La figura di Mentana, celebrata per decenni come baluardo della “libertà di stampa” in Italia, merita oggi una riflessione radicale. Perché ciò che si dispiega nel suo discorso pubblico non è semplicemente una linea editoriale: è un modello egemonico, nel senso pieno e gramsciano del termine. Non un’opinione tra le altre, ma il tentativo di costruire consenso attorno a un ordine mondiale dove Israele viene eretto a bastione occidentale, Gaza a zona d’eccezione e i crimini contro il popolo palestinese a effetto collaterale.
L’egemonia che non si vede: Gramsci nell’era della post-verità
Nel Quaderno 13, Gramsci definiva l’egemonia come “direzione intellettuale e morale” che il blocco storico dominante esercita attraverso la cultura e i media, prima ancora che con la forza. In questa chiave, Mentana non è un semplice giornalista: è un funzionario dell’egemonia, un attore che produce senso, normalizza lo stato delle cose, rende dicibile e accettabile l’inaccettabile.
Non è un caso che nei primi giorni dopo il 7 ottobre 2023, mentre si contavano i morti del rave israeliano, Mentana abbia parlato di “crimine contro l’umanità” con una rapidità e una veemenza mai riservata, nei mesi successivi, ai 37.000 palestinesi uccisi dai bombardamenti israeliani. La notizia dei “bambini decapitati”, mai confermata, è stata rilanciata da Mentana con toni drammatici: “Non vi mostriamo le immagini perché sono scioccanti”. Il contenuto visivo, inesistente, veniva così convertito in verità emozionale. Non c’è bisogno di mostrare ciò che si vuole far credere: basta evocarlo con lo statuto simbolico della tv.
I silenzi come strumento ideologico
La seconda strategia è la selettività narrativa. La strage di Gaza è stata narrata da Mentana come rumore di fondo. Lo speciale su La7 del primo anniversario dell’attacco di Hamas, intitolato significativamente L’orrore di un anno, ha mostrato tre quarti d’ora di immagini del 7 ottobre senza quasi mai menzionare l’assedio, le distruzioni, i bambini palestinesi sepolti vivi sotto le macerie.
Questa operazione non è un errore. È una costruzione. È il volto nuovo della violenza simbolica (Bourdieu): ciò che non viene detto, in un contesto di monopolio del discorso, vale quanto ciò che viene mostrato. L’inquadratura è già gerarchia morale. Il montaggio televisivo è già geopolitica.
Il frame della democrazia ferita
Ancora più significativa è l’introduzione che Mentana fece all’intervista a Netanyahu trasmessa da La7 nell’ottobre 2023: “È giusto ascoltare anche la voce della democrazia ferita”. In quella frase si condensa tutto il potere mitopoietico del discorso giornalistico come apparato. Israele viene innalzato al rango di soggetto sovrano della ferita, titolare legittimo del dolore, mentre Gaza è dissolta nel fuori campo simbolico, ridotta a rumore morale, priva di parola, di volto, di statuto. È così che opera la sintassi dell’egemonia: costruisce il dolore selezionabile e getta nell’irrappresentabilità l’eccesso dell’ingiustizia. Il frame si fa dispositivo pedagogico, che addestra il pubblico alla compassione selettiva e all’indifferenza strategica. Il risultato è una macchina affettiva di rimozione e normalizzazione che ricorda da vicino ciò che Adorno chiamava “barbarie della cultura”.
Reazioni, critiche e l’effetto di ritorno dell’egemonia
A questa gestione asimmetrica della realtà hanno risposto voci dissidenti. Mario Capanna, su l’Unità, ha parlato di “notizie tendenziosamente antipalestinesi e antiarabe”. Piero Sansonetti ha accusato Mentana di rilanciare bufale e di screditare chiunque ponesse una narrazione alternativa. Il sito Contropiano ha definito la sua trasmissione una “porcata” giornalistica. Ma l’aspetto più interessante è stato il dissenso che è emerso dal suo stesso pubblico. Commenti social, lettere aperte, centinaia di utenti che accusavano Mentana di “parzialità morale”, di “coprire i crimini israeliani”, di “far scomparire Gaza dalla scena del dolore”.
Ciò rivela che l’egemonia non è mai totale: genera crepe, scarti, contro-narrazioni. Eppure, il dispositivo resiste. Quando a Dogliani, nel maggio 2025, Mentana affermò che “quello che accade a Gaza è un crimine di guerra, ma non un genocidio”, mise in scena l’ultimo atto della sua strategia: riconoscere una minima parte della verità per salvare il frame dominante. Il frame in cui Israele è ancora il civilizzato, e i palestinesi ancora i sacrificabili.
La gerarchia morale del diritto: la CPI come banco di prova
Nel maggio 2025, la Corte Penale Internazionale ha chiesto l’arresto di Benjamin Netanyahu per crimini contro l’umanità. Mentana, nel suo editoriale serale, ha commentato: “Una decisione che certamente farà discutere. Ma non dimentichiamoci da dove è partito tutto: dal massacro del 7 ottobre”. È il paradigma perfetto del rovesciamento narrativo: anche quando la giustizia internazionale prende posizione, il frame mediatico restituisce la parola d’ordine che salva l’ordine simbolico. Il frame resta integro, e Gaza rimane invisibile. Concretizzazione del pensiero magico.
La gestione delle parole: eufemismo, riduzione, traslitterazione
Un altro aspetto decisivo è la gestione lessicale del conflitto. Quando Mentana definisce i coloni che hanno aggredito il regista Hamdan Ballal come “settler, persone che vivono una vita di confine armato”, attua una traslitterazione conciliante. Il termine “coloni” viene tradotto in “abitanti armati”. Il concetto di apartheid viene sostituito da “conflitto”. L’embargo umanitario diventa “assedio militare”. Ogni parola è depotenziata, e con essa la capacità di vedere.
Oltre il caso Mentana, la forma Stato-Informazione
Mentana non è l’origine del problema. È la sua epifania. Il suo giornalismo mostra come, nell’attuale capitalismo cognitivo, il consenso si costruisca non più col manganello, ma con la selezione dei fotogrammi, la scelta dei verbi, la gerarchia dei corpi. Il “buon giornalismo” diventa così forma-Stato: ripete, rafforza, protegge l’ordine simbolico dell’Occidente.
Come ricordava Chomsky, “la propaganda è alla democrazia ciò che la violenza è alle dittature“. In questo senso, il TG La7 è una delle forme più sofisticate di questa propaganda. Non perché menta, ma perché sceglie.
Domenica da leoni, mercoledì da cretini
il Simplicissimus, 25.6.2025
Non posso credere che esistano babbei di tale forza da dire che Trump ha portato la pace. Si legge anche questo nello zibaldone mediatico che viene fornito alla plebe e che rimescola gli ingredienti di una vita: dall’onnipotenza dell’America, alle fumisterie sull’Islam e al terrorismo che è invece un prodotto occidentale con tanto di bollino Dop, ai richiami ormai blasfemi alla democrazia e alla libertà, per arrivare alle amene politiche multiculturali che non vanno oltre il velo e l’abbigliamento femminile, tipico dello pseudo femminismo couture. Insomma il vecchio mondo sguazza nella sua acqua sporca, ma si tratta di una completa mistificazione, tanto più necessaria quanto più dalla realtà emerge e grida una svolta epocale. Il falso bombardamento statunitense su impianti già abbandonati, racconta altre cose, racconta la paura degli Usa, la difficoltà ad abbandonare il quadro di riferimento del dopoguerra, il vorrei ma non posso che abbiamo già visto in Ucraina. E che si trasforma in farsa.
Se non bastassero le foto satellitari, il fatto che gli impianti colpiti fossero già stati abbandonati (la foto in apertura si riferisce allo sgombero dell’impianto di Fordow due giorni prima del bombardamento) o che le centrifughe di arricchimento dell’uranio siano a centinaia di metri sottoterra, basta leggere cosa scrive l’informazione israeliana: “L’impianto nucleare iraniano di Fordow può essere distrutto solo dall’interno. Basta con illusioni e fantasie. Si può fare solo dall’interno, o con centinaia di bombe sganciate una dopo l’altra. La cosa preoccupante è questa: ci siamo prefissati l’obiettivo di smantellare il programma nucleare iraniano, ma non ci siamo riusciti. L’Iran possiede ancora uranio arricchito e possiede ancora impianti chiave attivi”. D’accordo questi non possono in nessun caso cessare di fare le vittime per poter essere carnefici senza pagare dazio. Ma la Cnn, citando le valutazioni dei servizi statunitensi, riferisce: “Tutti e tre gli impianti nucleari iraniani presi di mira dagli attacchi statunitensi sono rimasti pienamente operativi, l’uranio arricchito non è stato distrutto, le centrifughe sono rimaste intatte, i siti segreti non sono stati nemmeno toccati”.
Insomma si è trattato di una commedia messa in piedi per una semplice ragione: Israele non può competere con l’Iran a meno di non usare il proprio arsenale nucleare che ufficialmente non esiste. Perciò si doveva ad ogni costo fermare il duello missilistico prima che Tel Aviv soccombesse. Il prezzo di una falsa vittoria e reale sconfitta è stato enorme: da una parte è risultato chiaro che gli Usa non ci pensano nemmeno ad una guerra seria con Teheran che potrebbe infliggere danni gravissimi alle forze americane, che insomma sono forti con i deboli, ma deboli con i forti, dall’altra è venuto alla luce il ruolo tutt’altro che neutrale dell’Aiea, la quale ha lavorato per gli Usa e per Israele, arrivando a segnalare al Mossad i nomi degli scienziati iraniani da colpire e uccidere, producendo per di più report ambigui che hanno giustificato l’azione. Nessuno si fiderà più di questi pagliacci al servizio dell’Occidente. Ma la cosa più importante, emersa con una chiarezza lampante, è che se hai la bomba sarai rispettato nel consesso internazionale, se non ce l’hai sei a rischio che qualcuno ti bombardi perché non la devi avere. La disponibilità dell’Iran alla diplomazia sul nucleare civile ha portato a tutto questo. Se avesse avuto un armamento nucleare nessuno si sarebbe sognato di toccarlo. Così da adesso in poi tutti lavoreranno clandestinamente per poter avere un arsenale nucleare, anche minimo da poterlo opporre ai gangster occidentali.
Gli unici che sembrano ancora non aver compreso il significato della vicenda sono gli europei, ormai addetti al cambio lenzuola e alle colazioni in camera. Mark Rutte, recandosi al vertice della Nato ha inviato a Trump un messaggio così servile e così stupido che rimarrà negli annali: “Signor Presidente, caro Donald, congratulazioni e grazie per la sua azione decisa in Iran: è stata davvero straordinaria e qualcosa che nessun altro avrebbe osato fare. Ci rende tutti più sicuri”. Sì certo adesso possiamo essere sicuri che questo Rutte è un cretino con i fiocchi, degno degli sciocchi che gongolano per la “vittoria” americana e israeliana. .
Osservando che cosa è diventata la casa editrice Feltrinelli, quali libri e quali autori del presente pubblica, le sue librerie-supermercato, si può dire che i situazionisti ne avessero compreso la natura. Ma ovviamente non è tanto e soltanto di Feltrinelli che si parla.
Fonte: “Corrispondenza con un editore”. L’Internazionale Situazionista vs l’editore Feltrinelli
Engramma 222, marzo 2025
Servi sciocchi.
«Una cupa propaganda a reti e giornali unificati che non è più allargato a diverse posizioni, ma mera subornazione a parole d’ordine»
La Germania e i Zelensky europei
il Simplicissimus, 23.2.2025
L’Europa è giunta a un tal punto di declino che un faticoso ritorno al pensiero politico, alla decenza e alla coerenza, rappresenta per la maggioranza della popolazione un ostacolo quasi insormontabile. E così si scende verso l’inferno a passo leggero dicendo e leggendo sciocchezze, facendo battute e gridando parole d’0rdine vuote, imitando l’unico linguaggio che le ultime generazioni conoscono, ovvero quello pubblicitario che è intrinsecamente futile e falso. L’importante è non capire, fare il morto sull’acqua. abbandonandosi alla corrente. Faccio un esempio che viene da oltre Atlantico, ma che illustra bene la nostra situazione mentale: più di cinquanta rabbini newyorkesi hanno scritto una lettera al sindaco della città e al governatore dello Stato per implorare che essi facciano tutto il possibile “per resistere al terrificante programma anti-immigrazione di Trump” e per opporsi ” alla deportazione di massa“. Lasciamo stare che vengono rimpatriati i clandestini che si sono resi colpevoli di reati, ma non si capisce come si possa essere indignati di questo e non dire una parola su ciò sta facendo Israele con Gaza che è davvero sottoposta alla deportazione di massa con contorno di stragi indicibili. Su questo né lettere, né parole, indignate, ma appoggio e adesione incondizionata.
Questo ci mostra un’altra cifra di questo vuoto contemporaneo ovvero l’ipocrisia elevata a virtù. Sì l’ho presa da lontano, ma per dare una cattiva notizia: le elezioni in Germania non cambieranno sostanzialmente nulla, almeno per ora. Infatti c’è una generale conventio ad excludendum nei confronti dell’Afd, considerato come estrema destra dall’informazione cretina e/o venduta: ci sarebbe da ridere visto che è l’unico partito, assieme a quello dei Sahra Wagenknetch che si schiera con la pace e non con la guerra, anzi vorrebbe un ritorno al rapporto con la Russia. Ma questo è il trattamento standard di chi non aderisce in pieno al globalismo. Così se, grosso modo, la partita elettorale avrà gli esiti dei sondaggi, ovvero 21% all’Afd, 30% per la Cdu, 15 per la Spd, 13 per i Verdi e 7 per la Linke, c’è caso di ritrovarsi con un governo non molto diverso da quello attuale e anzi con lo stesso Scholz come Cancelliere. Sappiamo che i sondaggi sono addomesticati, ma anche se dovessimo attribuire il 3 per cento in più all’Afd e il tre per cento in meno a Cdu, Spd e Verdi la cosa non cambierebbe di molto e al limite ci si troverebbe in una condizione di ingovernabilità, ma governata dall’esterno, come accade spesso per l’Italia. La Germania insomma dovrà bere l’amaro calice fino in fondo e finire distrutta da una battaglia che sta conducendo su due fronti: la Russia e l’America. Sappiamo com’è andata a finire nelle due guerre mondiali: la definitiva scomparsa della Germania dai radar della geopolitica finirà per trascinare il continente nello steso destino.
Il fatto è che ormai i meccanismi rappresentativi, tipici delle democrazie occidentali, sono saltati con la conquista globalista dei media e del discorso pubblico per cui – al di là della rete – è impossibile sottrarsi a una cupa propaganda a reti e giornali unificati che non è più allargato a diverse posizioni, ma mera subornazione a parole d’ordine. È fin troppo chiaro che l’informazione non può essere trattata come elemento di mero mercato, ma deve avere regole che consentano un pluralismo reale, anche se questo che dovrebbe essere la normalità, pare ormai un’utopia. Tornando a noi ci troviamo di fronte ad una situazione di paralisi che è tra le più drammatiche e al tempo stesso assurde: prima si sono seguiti servilmente gli Usa di Biden – Obama in un conflitto che doveva essere il trionfo del globalismo, accettando tutto, il tradimento delle basi stesse sui cui fonda l’Europa e persino la distruzione fisica dei gasdotti ultimo cordone ombelicale con la Russia. Questa guerra però è stata persa, provocando danni economici enormi all’Europa e alla Germania, ma mentre negli Stati uniti si è preso pragmaticamente atto della sconfitta del globalismo, a Berlino, Parigi e a Londra si fa finta di nulla e si tenta pateticamente di tenere insieme il fallimento della guerra e indefinitiva del sistema stesso che l’aveva preparata, con la continuazione ad oltranza del medesimo progetto e delle medesime narrazioni, anche contro l’America. Ovvio che un milieu politico privo di idee e di fatto nient’altro che una maschera del potere finanziario, teme di essere scalzato e cerca nella continuazione di una guerra che non può vincere, un’ ancora di salvezza.
I leader europei, anche ammesso che si possa attribuire questa espressione a figure ambigue e del tutto impari alla loro funzione, sono diventati a loro modo dei Zelensky che non sanno più uscire dalla trappola in cui si sono cacciati mentre noi siamo come ucraini coscritti forzosamente o con l’inganno o semplicemente con le menzogne.
Marco Rizzo
@MarcoRizzoDSP
️ 6.200 giornalisti in tutto il mondo appartenenti a 707 organi di informazione e 279 ONG…
Erano a libro paga dell’amministrazione DEM alla Casa Bianca grazie al programma #USAID
️ Vogliamo conoscere i nomi italiani!
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Vasto programma…
Eh sì, era chiaro anche prima ma adesso è clamorosamente evidente che la stampa internazionale – la stampa ‘liberale, progressista e politicamente corretta’, per essere chiari – è in gran parte «al soldo» (alla lettera) del governo degli Stati Uniti d’America:
LA FESTA È FINITA. REPORTER SENZA FRONTIERE PIANGE LA FINE DI USAID
Giubbe Rosse, 6.2.2025
La regina delle bugie contro la libertà di parola
il Simplicissimus, 8.10.2024
Per chi ancora avesse qualche dubbio sulle tentazioni tiranniche delle oligarchie americane ed europee, Hillary Clinton lo ha fugato definitivamente. Durante un’ intervista alla Cnn, l’indiscussa e triste mezzana delle bugie, l’Epstein delle menzogne, dopo aver proposto la galera per coloro che fanno “disinformazione” ha sostenuto: “che si tratti di Facebook, Twitter/X, Instagram o TikTok, qualsiasi cosa siano, se non moderano e monitorano i contenuti, perderemo il controllo totale”. Non è la prima volta che personaggi di spicco chiedono la censura su Internet e che questa censura sia esercitata a monte dagli stessi fornitori di rete: già qualche giorno fa parlando al Word Economi Forum, John Kerry si è scagliato contro la libertà di parola e di espressione dicendo che il primo emendamento della costituzione americana, quello appunto che garantisce tali libertà, costituisce un ostacolo alla narrazione ufficiale e dunque alla governabilità.
Ma la Clinton stata molto più esplicita perché parla apertamente di controllo totale e si riferisce a un “noi” indeterminato che è evidentemente la cupola globalista di fatto al governo degli Usa e che burattina a suo piacimento il partito democratico divenuto una sua espressione politica. Dunque censura anche perché, come ha detto Kerry, i media tradizionali totalmente in mano, sia direttamente che indirettamente, alle centrali finanziarie non funzionano più, perdono lettori o ascoltatori e in generale sembrano sempre meno credibili. Insomma stanno perdendo il controllo della narrazione che detenevano da decenni: hanno tentato di convincere che il Covid proveniva da un mercato ittico cinese, che il laptop di Hunter Biden era “disinformazione russa”, che l’inflazione non è un problema, che l’Ucraina ha bisogno di altri miliardi, che non c’è un’invasione di migranti, che Biden non soffre di demenza, che non esiste una definizione per l’uomo e per la donna e infine che la CO2 ci sta portando al disastro climatico. Più meno le stesse cosa che troviamo nel mainstream europeo che oltre a questi temi, fornisce un depistaggio su qualsiasi argomento locale. Il tutto in maniera coordinata e cronometrica.
Rimane da chiedersi perché Hillary Clinton, cui si devono le più clamorose balle riguardo al Russiagate, vicenda completamente inventata grazie alla complicità dei servizi, abbia scelto a 76 anni di essere la paladina della fine della libertà di parola, la distruttrice della Costituzione e insomma un prototipo di grande sorella orwelliana a testimonianza del progresso del mondo femminile anche in questo nefasto territorio. Probabilmente la ragione sta nel fatto che sia il partito democratico, sia il potere grigio che agisce dietro di esso, sono disperati: ora che il giorno delle elezioni si sta avvicinando a grandi passi e la patetica figura che hanno “nominato” compie un errore appresso all’altro mentre sghignazza in maniera compulsiva, appare sempre più chiaro che il rischio di dover abbandonare la stanza dei bottoni, come si diceva una volta in era pre digitale, diventa molto concreto. Ci voleva soltanto l’uragano Helena che si è abbattuto sul sud est del Paese per convincere gli americani della nullità del duo Biden – Harris. La stessa Kamala, recatasi nelle zone disastrate in tenuta da salotto, ha commesso una gaffe stratosferica offrendo ai cittadini colpiti dal disastro la cifra di 750 dollari una tantum, proprio nel giorno in cui l’amministrazione deliberava una concessione di 8 miliardi all’Ucraina e una ancora più consistente a Israele. All’America allagata viene concessa una mancetta di più o meno 5 o 6 milioni di dollari, cosa che ricorda molto le vicende alluvionali e sismiche dell’Italia contemporanea.
Ecco un esempio perfetto delle cose che non dovrebbero essere dette e che costituiscono “disinformazione”. Ma al di là di questo, la disperazione di un grumo di potere che gestisce interamente enormi risorse finanziarie, è la cosa più pericolosa in questo momento: la tentazione di rovesciare il tavolo da gioco creando qualche evento drammatico, come per esempio il divampare di una guerra allargata in Medio Oriente diventa più consistente e tutt’altro che teorico.
Caro Alberto, ti ringrazio di questa mattutina sveglia e mi rallegra osservare e lodare ciò che si muove a Catania. Detto ciò ti trasmetto due osservazioni su cui sto vagando da qualche tempo. A proposito di Gorgoni, è noto e forse ne dicemmo altrove che l’ufficialato delle SS era costituito in genere da persone di buoni se non ottimi studi, universitari, e famiglie dabbene; e che tutti senza quasi distinzione si distinsero per efferatezza su tutti i fronti, Bielorussia, Ucraina, Francia etc. Quanto i Karadzic in Serbia. Dopo tutto Assad è un medico. Sa che cos’è il Sarin. Ma quello che mi preme è ricordarti che da poco ho letto, da sabato, una notiziola che potrei titolare, Prove generali di orrore. Risulta infatti che il dr. Massimo Recalcati ha da poco inaugurato su invito del Maximus Renzi, la scuola di partito Pasolini. Recalcati, come se noi non esistessimo, non dicessimo, non combattessimo cotidie contro l’ignoranza, osserva con fiato da pulpito, da ombone, che, aveva ragione Pasolini quando denunciava la smemoria storica delle nuove e vecchie generazioni italiche, etc. e che bisogna educare a gestire il desiderio. Che cosa sia il desiderio per i lacaniani può essere oggetto di contemplazione religiosa dacché quella scuola che tende sempre più all’ecclesia che alla Stoa, ne ha fatto una sorta di panis angelicus. Che cosa significhi proclamarne le imperfezioni a masse incolte è presto detto. Propaganda. De propaganda fide. Recalcati è un robusto intellettuale. Gli vedo spuntare le mostrine argentee sul bavero nero: Senza Sentimento. Che è quanto in definitiva anima il mondo di cui tu fai così bene l’affresco. Mondo che però avrà bisogno dei suoi uomini nuovi, dei suoi guardiani, dei suoi Ausweise, Halt, Papiere, perchè senza ringhi abbai, proclami, pulpiti, senza violenza, comunque la si configuri, è inutile illudersi che un potere si regga a lungo. Siccome so la storia forse esagero nel vederla ripetersi, sotto altri vesti. Ma ‘sto Recalcati non mi è nuovo. Per niente.