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Didattica a distanza: la parola agli studenti

Didattica a distanza: la parola agli studenti

corpi e politica  va pubblicando le opinioni e le esperienze non soltanto dei docenti ma anche degli studenti universitari a proposito della cosiddetta didattica a distanza 

Quattro miei studenti hanno proposto delle analisi che la redazione ha molto apprezzato, come mostra questo breve scambio epistolare con due dei suoi membri:

«Alberto, se hai coltivato studenti così, invece di laurearli possiamo direttamente metterli in cattedra…Impietoso il confronto con i firmatari della lode a Conte, vero tradimento dei chierici, che spiega bene l’eclisse degli intellettuali, aggravata dalla futile strumentalità e dalla inane caratura culturale della proskynesis filogovernativa. […] Il motivo per cui leggiamo ancora, come fossero appena editi, i libri dei grandi autori di 50 o di 100 anni fa consiste nell’intreccio tra pensiero e biografia sempre in lotta contro gli assetti di potere vigenti, perché non si apprende niente fuori dal conflitto, che certifica nella passione la verità di un insegnamento. Vi immaginate XXX (riempire a piacere)  che si mette a firmare l’apologia di qualche ministro in carica?
Forse è ora che gli studenti procedano a una rimozione e sostituzione del ceto intellettuale ossidato e non necessariamente con le buone maniere».
(La mia risposta)
«Grazie, ***. Questi sono comunque studenti di secondo anno della triennale, che conosco (per così dire) soltanto da due mesi. È dunque il Dipartimento che li ha coltivati e soprattutto li ha formati il carattere e l’intelligenza che hanno da sempre. Io posso solo dirmi fortunato a insegnare a studenti così».
Presentando i contributi di alcuni suoi studenti un collega ha scritto questo:
«Certo, gli studenti di *** non sono all’altezza di pensiero dei filosofi in erba di Alberto… ma vi sottopongo quanto mi arriva».

Mi sono sembrati dei bei riconoscimenti, che gli studenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Unict hanno pienamente meritato.
Riepilogo dunque e indico i link dove leggere i testi integrali, tutti brevi e tutti vivaci.

Elisabetta Romano scrive che «nella trasformazione in pixel del suono e delle immagini si perdono componenti fondamentali del processo educativo. Per trasmettere qualcosa ci vuole un contatto, che significa appunto cum tangere, toccarsi vicendevolmente, scambiare un rapporto che non sia univoco. E a tal fine sono necessarie la vicinanza e la partecipazione reale di docente e alunni, e questa trasmissione funziona un po’ come la conduzione elettrica: occorre che i corpi siano vicini nella loro fisicità, che le particelle sonore della nostra voce incontrino fisicamente (e dunque realmente) quelle dell’orecchio degli altri componenti dell’aula e così reciprocamente gli uni con gli altri».
È stata formativa, ma non è stata una didattica (30.4.2020)

Davide Amato inquadra la questione in un contesto politico più generale e conclude osservando che «la lezione è dunque un unicum irripetibile, un’esperienza di socialità che deve educare il cittadino a vivere in comunità oltre che ad affacciarsi al mondo del sapere».
Didattica nella caverna (30.4.2020)

«Interpretando la parte dello studente, quale attore sociale immerso in un continuo flusso di contatto sia corporeo che teoretico con gli altri attori sociali, quali i docenti o altri studenti, vivo tutto questo come una sorta di tradimento del rapporto con gli altri attori. Spero anch’io che non salti in mente a nessuno di voler in qualche modo continuare questa esperienza della didattica online», scrive B.C. il quale descrive poi «esami di studenti che sarebbe generoso considerare una farsa» e i gravi rischi di cyberbullismo che la Dad va mostrando.
Esami a distanza. Il tradimento del patto docente/studente (1.5.2020)

Simona Lorenzano delinea efficacemente il valore di «una lezione reale [che], al contrario, riesce a sradicarci da questo mondo ovattato, permette di metterci in gioco, di uscire fuori da noi stessi e di proiettarci in una dimensione di crescita» rispetto a una situazione «caratterizzata da professori a metà, da studenti a metà, da musicisti a metà, da artisti a metà, da operai a metà. È facile rendersi conto, ora più che mai, di quanto ognuno abbia bisogno dell’altro, di quanto l’uomo sia un animale sociale e di quanto l’individualismo dia in cambio soddisfazioni assai modeste. L’arte è monca se non c’è nessuno che può godere della sua bellezza e il lavoro svolto è vano se non c’è qualcuno che possa godere a pieno dei suoi frutti. Un professore è un professore a metà senza i suoi studenti e uno studente è uno studente a metà senza un confronto con gli altri studenti e con i suoi professori».
Il presente a metà (2.5.2020)

Aggiungo la struggente testimonianza di alcuni bambini delle scuole elementari. Un testo che descrive il dolore lieve, la fiduciosa nostalgia, il desiderio dei bambini di tornare nella scuola vera. Questi bambini dicono quello che molti adulti non capiscono, non capiscono proprio. E non capirlo è un crimine.
«Mi ricordo quando suonava la campanella. Invece nella scuola al computer non suona mai la campanella, non suona mai niente»

Infine, poche righe su una lezione/conversazione in presenza dedicata a Gadda, che ho svolto a metà maggio con alcuni miei studenti fuori dagli spazi del Dipartimento, dove agli studenti non è ancora permesso accedere. È stata una grande gioia. È questo infatti il mondo reale non soltanto dell’insegnamento ma della relazionalità umana. Alla luce delle ore trascorse insieme agli amici studenti e dottorandi, mi appare ancor più in tutta la sua barbara miseria la cosiddetta ‘didattica a distanza’ alla quale sono stato costretto, siamo stati costretti in questi mesi.
Mi appare nella sua perversione pedagogica ed esistenziale.
Nonostante la dedizione mostrata dagli studenti, e della quale sono loro profondamente grato, le relazioni che ho avuto con i tre gruppi classe in questo semestre sono di una triste povertà, espressione di un’ondata di ultraplatonismo, di spiritualismo digitale.
Fuori dallo spaziotempo dei corpi non esiste la persona umana ma soltanto ologrammi con un nome.
Un semplice incontro in presenza con alcuni studenti ha confermato l’abbagliante evidenza di questa verità.
Sta qui una delle ragioni che hanno dato vita a corpi e politica: la difesa della civiltà del sapere di fronte al montare della barbarie. Il sapere umano è infatti inseparabile dai corpi, dallo spazio e dal tempo condivisi. Faremo di tutto affinché il canto della conoscenza continui a risuonare nelle aule.

15 commenti

  • agbiuso

    Giugno 25, 2020

    Federico Bertoni, Davide Borrelli, Maria Chiara Pievatolo, Valeria Pinto hanno redatto un documento nel quale chiariscono il significato di alcuni dei termini più utilizzati nella discussione sulla cosiddetta didattica a distanza:
    -blended learning environment
    -learning analytics
    -inclusione
    -open
    -MOOC

    Osservano, tra l’altro, che:
    “si dice esplicitamente, «le registrazioni possono essere riutilizzate per insegnamenti/corsi differenti»; si possono «riutilizzare i moduli didattici anche con un ordinamento differente»: unità di apprendimento «auto consistenti e indipendenti», ogni mattoncino «di durata compresa tra i 10 minuti e i 20 minuti max», ricombinabili secondo le esigenze del caso. (Linee guida per una corretta creazione di moduli multimediali(videolezioni); cfr. Coronavirus accelera la trasformazione dell’università?). Gli studenti in presenza potranno certo ancora interagire col docente a fine lezione: gli studenti dello schermo o in assenza dovranno invece accontentarsi di pillole preconfezionate, recitate da un docente che, una volta alienato il suo prodotto, non ha neppure bisogno di continuare a esistere.
    Lo studente dello schermo può essere inoltre oggetto di un controllo in tempo reale, tramite un monitoraggio all’insegna del cosiddetto “learning analytics”, che consente, utilizzando grandi basi di dati, di analizzare i «risultati di apprendimento», «identificare gli studenti a rischio di insuccesso» e persino «predire il successo accademico degli studenti stessi» (Treelle Quaderno 13, 2017, cfr. Crui, Piano Nazionale Università digitale Tecnologie Digitali per l’Apprendimento/Insegnamento, 2018). Lo studente dello schermo non è riconosciuto come una persona da formare, ma come un “risultato atteso” (l’equivalenza è tendenziosamente stabilita: «corso di studio orientato verso lo studente ovvero orientato verso il risultato (output)» – Tuning Project 2014). Chi si iscrive a un corso di laurea, secondo una precisa definizione Crui, «costituisce […] a tutti gli effetti quello che potrebbe essere definito un ‘semilavorato pregiato in ingresso’, e lo studente che si laurea costituisce appunto l’output (il prodotto/risultato complessivo)» (CAF Crui 2012)”.

    Concludono affermando che “è nell’interesse di tutti che l’università, da serva e virtuale, ritorni libera ed effettuale, per offrire al paese l’intelletto necessario per uscire dalla crisi”.

    Qui il testo completo: Didattica blended: una tappa verso l’università delle piattaforme?.

  • agbiuso

    Giugno 22, 2020

    “La scuola del futuro si può fare già da domani, che non vuol dire che sarà realizzata ma che qualunque cosa scelgo oggi, andrà in quella direzione. Siamo a buon punto, lavoriamo velocemente ma non in fretta. Futuri improbabili, ma possibili insegnano ad essere preparati a situazioni imprevedibili. Il nostro goal è fornire un metodo attraverso cui dare modo a ragazzi tra i 14 e i 24 anni e insegnanti di leggere e scrivere il futuro”. In due parole il “futures literacies”, cioè l’alfabetizzazione dei futuri, competenze necessarie per leggere l’ambiente cangiante, decifrarne gli scenari di evoluzione e scriverne i futuri possibili, sceglierli e realizzarli”
    […]

    Scuola del futuro in distanza o in presenza?

    “Scuola interconnessa-connessa. Qualunque sia la distanza fisica staremo insieme. Gli strumenti digitali amplificano e massimizzano la capacità di collaborare. Credo nel mix tra le due cose: off line e on line. E la Dad potrebbe spingerci a velocizzare l’introduzione di giochi e metodi che accelerano l’apprendimento (anche in presenza), nonché l’attenzione dei ragazzi, la motivazione e l’interesse“

    Ancora una volta, insomma: andrà tutto bene!

    ==========
    Il testo completo si legge qui:
    Il nostro goal: insegnare “futures literacies” e “group thinking” in una scuola illiberalmente partecipativa
    Roars – 22.6 2020

  • agbiuso

    Giugno 14, 2020

    “La formazione dei bambini dai 6 agli 11 anni non può essere ridotta alla pura trasmissione di nozioni matematiche, scientifiche o di un corretto uso dell’ ortografia: senza le dinamiche relazionali che si creano dentro una classe, possiamo impartire tutti i contenuti possibili, ma saranno destinati a restare “senza anima”.”

    Esatto. È così difficile comprendere una tale verità di base delle dinamiche educative? Per i tecnici (ministeriali) della didattica e per i decisori politici, sì, è difficile.

    Da Roars, 14.6.2020
    Scuola sicura per tutti! Una proposta

    Gentilissimi,

    siamo tre maestre sarde.

    Vi abbiamo contattato perché, in questo delicato momento storico (e non solo in questo …) ci risulta arduo ottenere un po’ di attenzione da parte delle istituzioni (Ministero, Regione, Comune) che si occupano di Scuola Pubblica.

    Noi insegniamo in una scuola elementare di una nota località costiera della Sardegna nord-orientale e, come tante altre, abbiamo chiuso i battenti il 4 Marzo 2020. Da quel momento ci vien chiesto, sempre con maggior insistenza, di trasformarci in docenti virtuali e di ‘connetterci’ con i nostri alunni, proiettando i nostri volti e le nostre voci nelle loro case.

    Purtroppo, pur facendo del nostro meglio nel mantenere i contatti con loro, notiamo che questa recente, neonata didattica a distanza non riproduce neanche lontanamente quanto avviene tra le mura scolastiche, ovvero un processo d’insegnamento/apprendimento che passa attraverso le emozioni, il gioco e i legami affettivi, ma che non riesce ad attraversare lo schermo di un pc o di un tablet: spesso una lezione, infatti, prende forma a partire dalla domanda di Peppe, dal dubbio di Checco o dalla battuta di Lello …

    La formazione dei bambini dai 6 agli 11 anni non può essere ridotta alla pura trasmissione di nozioni matematiche, scientifiche o di un corretto uso dell’ ortografia: senza le dinamiche relazionali che si creano dentro una classe, possiamo impartire tutti i contenuti possibili, ma saranno destinati a restare “senza anima”.

    Nel nostro contesto geografico, le piccole scuole con meno di 100 alunni hanno già chiuso da tempo, perché, a detta degli enti competenti, comportavano costi di gestione insostenibili. Ma i fondi per mandare avanti la didattica a distanza si trovano. E anche quelli per far ripartire il turismo a prova di Covid.

    La riapertura dei plessi scolastici minori, sarebbe, invece, un’ottima soluzione (o almeno, una delle migliori) per garantire a tutti il sacrosanto diritto allo studio, mantenendo al contempo il distanziamento necessario a limitare il rischio di contagio.

    Abbiamo bisogno di riappropriarci fisicamente delle nostre aule per poter fare bene il nostro lavoro, per cui chiediamo a chi di dovere, di occuparsi della messa in sicurezza degli edifici scolastici e degli scuolabus, e non solo dell’ampliamento della banda larga.

    Se vi va di approfondire l’argomento, potete leggere questo documento che riporta, in sintesi, una serie di nostri dubbi, considerazioni ed esigenze (anche pregresse): esso è anche oggetto di una petizione da noi lanciata il 27/04/2020 e che ha già collezionato oltre ottocento firme.

    Speriamo davvero che le sorti della scuola pubblica interessino ancora agli italiani e a chi li governa.

    Giovanna Magrini, Lourdes Ledda, Daniela Marras

  • agbiuso

    Giugno 11, 2020

    Riporto qui l’incipit di un documento sottoscritto da moltissimi docenti italiani e che invito a leggere e firmare.

    ==========
    Riaprire le Università

    L’Habeas Mentem, la Dad e il ruolo delle Università (al plurale) al tempo del Covid

    L’idea che la presenza fisica degli studenti nelle Università sia tranquillamente sostituibile con i corsi telematici, con la DaD, è sbagliata. Perché – paradossalmente – al di là del manto tecnologico, è un’idea molto arretrata.

    Lettera aperta al Chiarissimo professor Gaetano Manfredi, Ministro dell’Università e della ricerca scientifica, e per conoscenza ai componenti della CRUI.

    La Lettera si può sottoscrivere qui: Lettera aperta al Chiarissimo professor Gaetano Manfredi

    Siamo un gruppo di docenti e ricercatrici/ori, di diversi Atenei italiani che hanno deciso di interpellarLa direttamente per porLe il problema della riapertura delle Università.

    Il DPCM del 4 marzo 2020 ha disposto la chiusura delle Università su tutto il territorio nazionale. Dapprima prevista fino al 18 marzo, la chiusura si è protratta senza soluzione di continuità fino ad oggi. Si riapre la mobilità fra regioni. Sono state assunte misure per la progressiva riapertura di fabbriche, uffici, esercizi commerciali, enti pubblici, e anche dei luoghi di ritrovo e di socializzazione, ma nessuna misura relativa alla riapertura delle Università. Quest’ultima non sembra un evento all’ordine del giorno. Pare che gli studenti si possano incontrare fra loro e con i docenti senza rischi in birreria o in pizzeria, tra poco anche nei cinema e nei teatri, ma non nelle aule universitarie. Si sono studiati (fortunatamente) protocolli per far svolgere in sicurezza gli esami di maturità in presenza a giugno, ma non gli esami universitari delle sessioni estive. Si preferisce consegnare i dati di studenti e docenti a tecnologie prevalentemente basate su software proprietario e datacenter esteri per fare quegli esami a distanza, invece che organizzare modalità per farli in presenza, eventualmente all’aperto.

  • agbiuso

    Giugno 7, 2020

    Rinunciare ai corpi significa per gli umani rinunciare all’intelligenza, che della corporeità è espressione e forma. Lo dimostrano anche decenni di studi, ormai, sull’Artificial Intelligence. E tuttavia, consistenti interessi economici, pigrizia intellettuale – un peccato mortale per chi fa dello studio la propria professione –, ingenuità collettive, superstizioni tecnologico-sanitarie e inadeguatezze dei decisori politici rischiano di spegnere la conoscenza dentro la fredda iridescenza della distanza; spegnendo con essa il meglio delle società umane.

    È quanto emerge da un lucido e dolente intervento di Anna Angelucci:
    Docenti senza corpo
    (Roars, 7.6.2020)

  • agbiuso

    Giugno 4, 2020

    Da corpi e politica:

    Zur Verteidigung der Präsenzlehre
    Una lettera aperta delle Università tedesche (3.6.2020)

    [Il documento che presentiamo è in questi giorni sottoscritto da centinaia di docenti delle Università tedesche ed europee. Si intitola In difesa dell’insegnamento in presenza. Traduciamo e riassumiamo le sue tesi principali:
    “Gli ultimi anni hanno visto il diffondersi dell’insegnamento digitale prima come supporto all’insegnamento in classe, poi come integrazione, e infine come possibile alternativa; ora, con il Coronavirus, anche come una felice salvezza”.Ma tuttavia è da ricordare che:

    1. L’università è un luogo di incontro. Conoscenza, approfondimento, critica, innovazione: tutto ciò è possibile soltanto grazie alla condivisione dello spazio sociale.
    2. Lo studio è un momento di vita collettiva. Durante gli studi, gli studenti sviluppano legami, amicizie, condivisioni che sono di essenziale importanza. La vita in comunità non può essere riprodotta in forme virtuali.
    3. L’insegnamento universitario si basa su uno scambio critico, fondato sulla collaborazione e la fiducia tra persone adulte e mature. La sociologia, la pedagogia, le scienze cognitive e le scienze umane concordano tutte sul fatto che il dialogo in presenza è sempre la condizione migliore. Anche questo non può essere trasferito in forme virtuali senza subire perdite consistenti .

    Tre aspetti: guardando a questi, vogliamo ricordare il valore dell’insegnamento in classe. Chiediamo un attento, graduale e autonomo ritorno alla didattica in presenza.

    Il Corona virus non dovrebbe diventare un’occasione per implementare modalità di insegnamento la cui validità è stata apertamente e criticamente messa in discussione prima del virus.
    L’insegnamento in presenza deve essere difeso come fondamento di una vita universitaria integrale”.

    Pubblichiamo qui sotto il documento completo.

  • Monica

    Giugno 3, 2020

    Dopo anni di tagli all’istruzione pubblica e alla ricerca, quello della didattica a distanza è l’ultimo colpo inferto per cercare di distruggere definitivamente l’istruzione e la cultura.
    Le persone ignoranti e senza capacità critica sono più facilmente manovrabili. Se aggiungiamo un pizzico di terrore (per il covid) il gioco è fatto.
    Conosco persone ormai in prenda all’ansia e agli attacchi di panico, anche giovani e bambini. Hanno distrutto una nazione.

  • agbiuso

    Giugno 3, 2020

    “Se il fare scuola in presenza è una eccezionale forma di erotica che si fonda sulla buona coltivazione dei saperi e delle intelligenze, la didattica a distanza è esattamente il suo opposto, fatto di assenza e ricerca inappagata dei corpi e dei loro pensieri, schiacciati e appiattiti come lo sono gli schermi dai quali traspaiono. Non solo la parola assume la consistenza del flatus vocis, ma si perde e si banalizza con essa la prossemica, la cinesica, l’oggettemica, persino la vestemica. Si perde di vista la vita: DAD or DEAD? This is the question”.
    È successo che l’ultimo grado della scuola liquida costituisse anche l’integrale infrazione degli spazi, dei limiti e dei ruoli. Mai era successo nella Storia che gli alunni entrassero nelle case dei docenti, e viceversa. E mai era successo che i docenti non potessero più vedere in molti casi i volti dei loro alunni, le loro reazioni, le loro voci o per questioni di privacy o per questioni… altre. Mai era successo che la scuola si riducesse a una chat, a un link, a una conference call, a un conglomerato di pixel. Mai era successo che la scuola divenisse un fantasma, nonostante i compiti sulla bacheca, i moduli di Google, i video su Youtube”.

    DAD or DEAD? Dall’amor de lonh alla didattica de lonh (testo integrale)
    di Francesco Gallina
    (corpi e politica, 1.6.2020)

  • agbiuso

    Giugno 3, 2020

    “La mia è una bambina di sette anni che, come i suoi compagni, ama la scuola, ama viverla, ama stare in classe e alzare la mano per intervenire mentre la maestra spiega. E chiedere alla mamma non è così bello e stimolante”

    Non è così bello e stimolante (testo integrale)
    di M.G (corpi e politica, 1.6.2020)

  • agbiuso

    Maggio 30, 2020

    Associazione Nazionale Presidi: dentro la cinghia di trasmissione del liberismo euroatlantico nella scuola
    di Dario Romeo
    associazioneindipendenza 30.5.2020

    “I colleghi che non provano orrore verso questa idea di scuola e che, in linea con quanto mostrato negli ultimi decenni, ingoieranno senza colpo ferire anche queste “innovazioni” (qualora dovessero essere effettivamente attuate) per quanto mi riguarda dovrebbero cambiare mestiere, non sono degni di fare gli insegnanti. Si dedicassero alla formazione aziendale (dato che sembra essere la loro reale vocazione) e lasciassero in pace la scuola pubblica”

    • Monica

      Giugno 3, 2020

      Ho letto l’articolo “Mi ricordo quando a scuola suonava la campanella”.
      Nel leggere i pensieri dei bambini mi si è stretto il cuore e sono scoppiata a piangere.
      Nelle loro parole si legge dolore, tristezza, ansia, preoccupazione, solitudine. È questo quello che vogliamo dare alle nuove generazioni?
      Scusate, ma non riesco a non piangere.

      • agbiuso

        Giugno 3, 2020

        Ha ragione e diritto a piangere di fronte alla ferita inferta ai bambini (e non soltanto a loro).
        Una ferita che in molti durerà a lungo e comporterà rischi gravi per la salute collettiva.
        Concordo con lei: questa ferita è un gesto criminale compiuto dai decisori politici e dai loro consiglieri “tecnici”, molti dei quali immersi in gravi conflitti di interesse.

  • agbiuso

    Maggio 29, 2020

    Il testo di Davide Viero ha il merito di riassumere le questioni fondamentali della cosiddetta didattica a distanza ponendole tra loro in una relazione a volte sorprendente ma anche per questo illuminante: la percezione del tempo, gli interessi economici delle Corporations, il compimento di un percorso che viene da lontano, il feticismo descritto da Baudrillard, la standardizzazione e dunque l’impersonalità -vale a dire la dissoluzione stessa del fatto educativo-, il nozionismo elevato a sistema formativo, il nucleo ideologicamente e prassicamente autoritario di tutte queste dinamiche.

    Sull’autoritarismo della didattica a distanza
    di Davide Viero
    (roars – 28.5.2020)

  • Jean-Yves Le Léap

    Maggio 26, 2020

    Mi sa che la voce di Alberto e dei suoi studenti sono voci nel deserto. E’ con grande rammarico che ho saputo qualche settimana fa di una nota del ministro che invitava le università a prolungare le lezioni on line fino a gennaio del 2021! E l’ultima notizia è che molte università stanno per riprendere le lezioni a ottobre in “modalità mista”, metà in presenza e metà on line. A parte il fatto che bisognerebbe spiegarmi (sono insegnante di lingua francese) come “tecnicamente” si possa fare, è ovvio che si creerebbe una discriminazione, perché non si insegna on line come si insegna in presenza: si corre, secondo me, il rischio di avere alcuni studenti privilegiati che potrebbero godere di una lezione normale (mi assumo la responsabilità dell’uso di quest’aggettivo) e altri che sarebbero persi nel ciberspazio, costretti ad adeguarsi ad una realtà che non è più loro. Non è vero che di fronte alla malattia siamo tutti uguali! La covid-19 (è femminile) ha rafforzato gli aspetti discriminanti delle nostre società moderne. E’ questo il mondo in cui viviamo. Peccato che le università, teoricamente luogo del sapere, si adeguino in un modo così piatto a determinate tendenze socioeconomiche…

    • agbiuso

      Maggio 26, 2020

      Grazie della tua condivisione, Jean-Yves.
      Hai giustamente rilevato la grave discriminazione che la ‘modalità mista’ -e ogni altra forma di insegnamento a distanza- attuerebbe nei confronti di studenti che pagano la tasse come gli altri ma non ricevono lo stesso trattamento didattico e scientifico degli altri. Dove sono finiti i sostenitori dell’eguaglianza dei diritti?
      Come docenti e studiosi dobbiamo impegnarci in tutti i modi affinché questa barbarie culturale e civile non prevalga.

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