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Barbari

Epidemie barbariche
in Koinè, anno XXVII – 2020
«Tempi Covid moderni»
pagine 83-101

  • Pdf del saggio
  • Indice del saggio
    -Una premessa politica
    -Didattica distante
    -Spaziotempo
    -Un documento
    -Razionalità e barbarie

Un luogo collettivo dentro il quale la servitù consapevole o istintiva ha dispiegato i propri effetti in modo pervasivo e quotidiano, e continua a farlo, è la didattica. Se scuole e università hanno potuto chiudere con tanta immediatezza e facilità le loro porte agli studenti – studenti senza i quali scuole e università non hanno ragione di esistere – è perché strumenti e apparati erano già pronti a sostituire la relazione educativa con degli ologrammi disincarnati. Senza questi software sarebbe stato inconcepibile chiudere per mesi o per anni le scuole e le università. Sono dunque le piattaforme MS Teams, Zoom e altre analoghe ad aver causato un processo di impoverimento didattico e culturale che forse è solo agli inizi. La cosiddetta DAD, Didattica a distanza, è – in questa prospettiva – l’incipit della barbarie pedagogica. E questo perché ‘insegnare a distanzaè una contraddizione in termini. Corporeità vivente e vissuta è infatti la persona che insegna. Non un insieme astratto di parole, di dati, di informazioni ma un corpo che si confronta con altri corpi in uno spaziotempo condiviso.
In questo saggio ho cercato di argomentare a favore della dimensione corporea dell’insegnamento e della trasmissione culturale, riferendomi al pensiero di La Boétie (Discorso sulla servitù volontaria), Husserl (La crisi delle scienze europee), Heidegger (Essere e tempo) e attingendo a testi e documenti di vari colleghi, della Rete29aprile, di corpi & politica.

La grande reclusione

Ha ben appreso il significato della filosofia, e quindi, dell’esistenza, chi pensa che «la vita non vale niente se non vale più della vita». È quanto scrive un mio allievo a conclusione di una testimonianza straordinaria nella sua lucidità, nel suo dolore, nella consapevolezza e nella verità.

«Caro Professore,
Le scrivo per dirLe che al momento non mi sento una persona felice.
Da mesi ormai sento che la vita mi si dà soltanto come ricordo e come esigenza. Al mattino sto, inerte, innanzi alle mie aspettative e a quelle altrui, incapace di rispondere sia alle une che alle altre, e la sera ascolto gli echi della mia vita passata, l’unica che riesco a portare al livello della presenza. Nei miei vent’anni, sento che la vita mi chiede molto e sento di voler chiedere molto alla vita: il peso dei miei desideri e del futuro mi opprime in modo silenzioso, è sufficiente la loro sola esistenza. E le suole di piombo del mio passato mi impediscono di compiere anche un solo passo in avanti.
Da mesi ormai la mia vita è questo oscillare tra il prima e il dopo, senza una linea continua che li unisca e che possa chiamare presente. Mi è stato chiesto di vivere di meno e l’ho accettato, non posso  altrimenti. Ne soffro e mi viene chiesto di sentirmi in colpa per questo, perché è poca cosa vivere a un metro dagli altri, perché ho ancora tutta la vita davanti, perché bisogna fare sacrifici e avere rispetto dei morti, dell’emergenza sanitaria, bisogna essere responsabili e comportarsi bene. Per carità, non lo nego.
Ma la filosofia mi ha insegnato che per avere rispetto della vita occorre avere rispetto del tempo e della morte, porgere loro la propria amicizia. Ho imparato presto qual è la differenza tra una vita e un’esistenza e temo che la nostra epoca abbia, da molto ormai, dimenticato che la vita è un’altra cosa dall’essere-in-vita, dai parametri che la medicina, l’economia e la politica usano per governare i nostri corpi. La vera tragedia di questa pandemia non è né la morte né il dolore, ma le morti asettiche in ospedale, il fallimento delle attività commerciali, la privazione di un sorriso o di un abbraccio. Per molti la filosofia è solo chiacchiera; per me è l’unico vaccino che ci salva.
E così sto qui, ad un metro di distanza dalla vita, a ricordare impotente che la vita non vale niente se non vale più della vita.
La ringrazio per l’ascolto,
D., uno studente responsabile».

La condizione della quale parla D. è complessa. Un suo evidente elemento è la clausura, la reclusione, il confino. Elementi che non a caso sono parte delle strutture punitive degli Stati. Elementi che, al di là degli autoinganni della cosiddetta ‘società aperta’, diventano sempre più universali, imponendosi a tutti i cittadini. Infatti, «oltrepassata la soglia, la società diventa scuola, ospedale, prigione, e comincia la grande reclusione. Occorre individuare esattamente dove si trova, per ogni componente dell’equilibrio totale, questa soglia critica» (Ivan Illich, La convivialità, Red, Como 1993, pp. 11-12).
Del tutto empatico con quello dello studente D. è stato il mio sentimento di docente di tre corsi svolti nel Dipartimento di Scienze Umanistiche di Unict nell’a.a. 2019-2020. Conclusa la finta lezione, posto fine al collegamento, rimaneva l’aula silenziosa, vuota, perduta. L’amarezza di quegli istanti per il mancato incontro, per la distruzione del fatto educativo – che è un evento in primo luogo fisico, corporeo, spaziotemporale – è un sentimento che non dimenticherò.
Una conseguenza positiva è che questi sentimenti di amarezza e dolore mi hanno aiutato a capire. Mi hanno aiutato a comprendere meglio le motivazioni delle potenze economiche digitali (come Microsoft, proprietaria di Teams e cioè della piattaforma utilizzata per le finte lezioni di Unict) e dei decisori politici al loro servizio, come il governo italiano e le amministrazioni universitarie. E mi hanno quindi spinto ad agire  come posso – insieme ad altri colleghi – contro la distruzione dell’Università, perché è questo l’obiettivo ultimo: la trasformazione delle Università pubbliche in cloni di Unipegaso.

Ivan Illich aveva compreso a quale barbarie conduce il culto per la ‘vita’ a ogni costo, per un fantasma che ignora le dimensioni psicosomatiche, complesse, temporali della salute; aveva compreso dove conduce il culto per un totem collettivo al quale sacrificare ogni pietà, ogni buon senso, ogni fermarsi davanti al limite delle tecnologie sanitarie e politiche e alla necessità che gli umani nutrono di incontrare l’altro.
Il risultato è che si muore sempre più soli e sempre più disperati; l’epidemia da Covid19 sta portando al culmine tale dinamica.
«L’attuale frenesia medica è una chiara manifestazione di ciò che i greci definivano hybris: non più soltanto una trasgressione del limite -la qual cosa sarebbe ancora, malgrado tutto, un modo di riconoscerne l’esistenza- ma un’ignoranza o una ricusazione dell’idea stessa di limite. La Nemesi che colpisce questo accecamento non consiste solo nel morire male, ma anche nel vivere male. L’impresa medica, che si presenta come la punta avanzata e meno contestabile del progresso, è divenuta un fattore di decivilizzazione. Questa era, in ogni caso, la convinzione di Illich, il quale riteneva che i cittadini di un paese non avessero bisogno di una politica ‘sanitaria’ nazionale organizzata per loro, ma piuttosto di ‘fronteggiare con coraggio certe verità:
-non elimineremo mai la sofferenza;
-non guariremo mai tutte le malattie;
-moriremo’»
(Olivier Rey, Dismisura [Une question de taille, 2014], Controcorrente, Napoli 2016, p. 52; trad. di G. Giaccio).

Il lavoro filosofico questo lo sa da sempre. Ad esempio in Hegel: «Seine Unangemessenheit zur Allgemeinheit ist seine ursprüngliche Krankheit und [der] angeborene Keim des Todes [La sua (dell’animale) inadeguatezza all’universalità è la sua malattia originale; ed è il germe innato della morte]» (Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse, § 375) e in Heidegger: «So wie das Dasein vielmehr ständig, solange es ist, schon sein Noch-nicht ist, so ist es auch schon immer sein Ende. [L’Esserci, allo stesso modo che, fin che è, è già costantemente il suo ‘non-ancora’, è anche già sempre la sua morte]» (Sein und Zeit, GA, vol. 2, § 48, p. 326; trad. di P. Chiodi).
Mesi di regioni ‘rosse’ allo scopo di ‘abbracciarci a Natale’. E il risultato è, appunto, «la grande reclusione». Non basteranno 10 giorni di chiusura tra il 2020 e il 2021. Non basterà mai nulla. Perché non si tratta di salute e di scelte politiche, si tratta di un’ideologia magica e fanatica. Si tratta di nichilismo.

[La lettera di D. è stata pubblicata anche in corpi e politica e su girodivite, con una breve presentazione. Photo by Denny Müller on Unsplash]

Valutazioni didattiche 2020

Pubblico i pdf con le valutazioni didattiche ricevute per i corsi svolti durante l’a.a. 2019-2020 nel Dipartimento di Scienze Umanistiche di Unict.
Di vere lezioni ne ho tenute soltanto tre, una per ogni materia, all’inizio di marzo 2020. Poi è stata la distanza, l’alienazione del parlare a un monitor, la solitudine nell’aula. Il contrario di ogni insegnamento, di ogni pratica socratica, di ogni incontro. Abbiamo fatto molta fatica e per me è risultato sempre innaturale quel tipo di relazione virtuale, vuota, sostanzialmente finta.
Nonostante questi enormi limiti delle lezioni 2020, gli studenti hanno espresso dei giudizi molto positivi, dei quali li ringrazio.

I questionari sono stati compilati sino al 10 ottobre 2020.
Per l’insegnamento di Filosofia teoretica il report non è disponibile a causa del ridotto numero di risposte ricevute sino a quella data.
Per l’insegnamento di Sociologia della cultura hanno risposto al questionario on line 42 studenti (dei quali 6 non frequentanti).
Per l’insegnamento di Filosofia della mente hanno risposto 6 studenti (1 non frequentante).

Questi dati, e quelli relativi a tutti gli insegnamenti impartiti nel Dipartimento di Scienze Umanistiche, si trovano nel sito del Presidio di Qualità di Unict.

Ricordo agli studenti in che modo a marzo iniziammo i nostri tre corsi.

Filosofia teoretica (Eraclito):
Ο Σκοτεινός (535-475), un’oscurità dalla quale sono sgorgate la luce dell’Europa, il lucore della filosofia, lo splendore del divenire, l’impero del tempo. Nel profondo, nell’abisso, nel labirinto, nell’intero.  È dove ci conduce Eraclito. Dove ci conducono insieme Eraclito e Heidegger. Cercheremo di seguirli, come possiamo, nei nostri limiti, in modo da intravedere l’enigma che sta al fondo dell’essere, che lo abita

Sociologia della cultura (Paganesimi e Differenza):
Esercitare lo sguardo filosofico sulla storia e sulle società significa anzitutto e naturalmente andare al di là delle leggende storiografiche con le quali i vincitori confermano il proprio dominio. 
Una delle leggende più diffuse e condivise è quella che riguarda la relazione che tra III e V secolo ev si instaurò tra l’antica religiosità mediterranea e un nuovo culto proveniente dalla Palestina, una relazione che viene presentata in modo completamente distorto, con le vittime che appaiono violente e i violenti che si presentano come vittime. Una relazione che ha condotto, invece, a questo risultato: «Oggi, nel mondo intero, esistono più di due miliardi di cristiani e nemmeno un solo vero ‘pagano’. Le persecuzioni romane lasciarono il cristianesimo abbastanza in forze da poter non solo sopravvivere, ma anche prosperare – fino a prendere il controllo della struttura governativa. Al contrario, quando le persecuzioni cristiane ebbero ufficialmente termine, un intero sistema religioso era stato spazzato via dalla faccia della Terra» (Catherine Nixey, Nel nome della croce, p. 133). Durante il corso di SdC di quest’anno cercheremo di capire come un evento di questa natura sia potuto accadere e quali effetti continua a produrre sul nostro presente.

Filosofia della mente (Menti animali):
«Kritik der Thiere. — Ich fürchte, die Thiere betrachten den Menschen als ein Wesen Ihresgleichen, das in höchst gefährlicher Weise den gesunden Thierverstand verloren hat, — als das wahnwitzige Thier, als das lachende Thier, als das weinende Thier, als das unglückselige Thier [Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante, l’animale che ride, l’animale che piange, l’animale infelice]» (Nietzsche, La Gaia scienza, af. 224).
«Vanitas vanitatum homo. Ein Menschenthum entstanden sein, — dessen Grundempfindung ist und bleibt, dass der Mensch der Freie in der Welt der Unfreiheit sei, der ewige W u n d e r t h ä t e r , sei es dass er gut oder böse handelt, die erstaunliche Ausnahme, das Ueberthier, der Fast-Gott, der Sinn der Schöpfung, der Nichthinwegzudenkende, das Lösungswort des kosmischen Räthsels, der grosse Herrscher über die Natur und Verächter derselben, das Wesen, das seine Geschichte W e l t g e s c h i c h t e nennt! [Un’umanità il cui sentimento fondamentale è e rimane quello per cui l’uomo è l’essere libero nel mondo della necessità, l’eterno taumaturgo, sia che agisca bene, sia che agisca male, la sorprendente eccezione, il super-animale, il quasi-Dio, il senso della creazione, il non pensabile come inesistente, la parola risolutiva dell’enigma cosmico, il grande dominatore della natura e dispregiatore di essa, l’essere che chiama la sua storia storia del mondo! Vanitas vanitatum homo]»(Nietzsche, Umano, troppo umano II. Il viandante e la sua ombra, af. 12).
Proveremo ad analizzare il modo critico il paradigma antropocentrico, sulla base di alcuni dei più recenti sviluppi delle scienze etologiche e biologiche. L’obiettivo è anche comprendere, alla fine del percorso, la natura e le modalità della mente umana come mente animale.

[La foto di Piazza Università fu scattata da me a fine aprile 2020. Sullo sfondo del tramonto le architetture vuote e solitarie appaiono inquietanti. Un’inquietudine e una tristezza dalla quale non siamo ancora usciti]

«Qualcosa di più forte che lo schifo»

[Questo testo, scritto insieme a Monica Centanni, è stato pubblicato su Corpi e politica]

Società e politica funzionano come un piano inclinato: una volta che la pallina comincia a rotolare acquista velocità e diventa difficile fermarla. È questo uno dei più noti ‘segreti’ dell’autorità: quando la potestas fa leva sul terrore arriva un momento nel quale non è più necessario che essa dia ordini precisi. I corpi intermedi provvederanno a parlare al posto suo e a decidere secondo quanto l’autorità di governo avrebbe stabilito e che certamente desidera.
È ciò che sta accadendo in molti corpi intermedi della società civile. Non è più necessario che siano presidenti e ministri a pronunciarsi. Lo stiamo vedendo, perché direttamente ci tocca, con la scuola e con l’università. I ministeri dell’istruzione e della ricerca lasciano alle scuole e agli atenei alcune delle decisioni ultime e concrete. I rettori delle università siciliane si riuniscono e non decidono. Devono essere le singole università a farlo. E allora accade che l’Ateneo di Catania prenda decisioni su basi non scientifiche, mediatiche ed emotive e stabilisca –prima dell’ultimo decreto del presidente del consiglio– un’estensione sempre più marcata delle lezioni telematiche, in particolare ordinando di «mantenere in modalità mista tutti gli insegnamenti dei primi anni delle lauree triennali e magistrali a ciclo unico, salvo i casi in cui, per specifiche esigenze di tutela della salute, sia richiesta e ottenuta autorizzazione del rettore per l’erogazione in modalità a distanza»; il che vuol dire che un quinto circa degli studenti potrà seguire delle lezioni reali, tutti gli altri rimarranno per delle ore davanti a un monitor a distrarsi in tutti i modi possibili.

Il risultato è che la relazione educativa, sulla quale soltanto può crescere il sapere, si dissolve nella relazione puramente nozionistica nella quale consiste la cosiddetta didattica a distanza. Altri danni alla relazione educativa -e semplicemente umana– arrivano su indicazione? stimolo? suggerimento? ordine? dell’ennesimo e micidiale decreto del presidente del consiglio dei ministri. Si stabilisce dunque che «3 Gli esami, scritti e orali, si svolgono in modalità a distanza. 4) Le lauree, come già predisposto da tutti i Direttori di Dipartimento, si svolgono esclusivamente a distanza. 7) È sospeso l’accesso degli studenti alle aule studio e alle biblioteche. 8) Il ricevimento degli studenti in presenza è sospeso ad eccezione di tesisti e dottorandi che potranno, qualora ritenuto necessario dal relatore/tutor, essere ricevuti in presenza nel rispetto delle misure di sicurezza previste». Per i Dipartimenti di scienze umane le biblioteche sono vitali, come i laboratori per altri ambiti. Come, dove, che cosa studieranno i nostri allievi?
Tali decisioni non vengono prese dall’Ateneo per il periodo previsto dal DPCM del 3.11.2020 bensì «a decorrere dal 06 novembre p.v. e per il restante scorcio del primo semestre dell’anno accademico 2020-2021, salvo modifiche o provvedimenti più restrittivi da parte delle autorità».
Tutto questo, si dice, sulla base di dati numerici oggettivi. Quali? Quelli che danzano ogni giorno cambiando natura e direzione? Quelli che gli stessi organismi tecnici e amministrativi smentiscono reciprocamente in relazione ai loro componenti sanitari e politici? In ogni caso, e a proposito del ritorno in grande stile dentro il governo e dentro l’informazione di numeri gridati a caratteri cubitali –numero dei positivi equiparato in modo antiscientifico a numero dei malati; numero dei ricoverati, numero dei morti, compresi i deceduti per altre patologie conteggiati come ‘morti da covid’ –, ricordiamo quanto scrisse Gregg Easterbrook: «Torture numbers, and they will confess to anything»1.
Sugli effetti educativi, psicologici, somatici di tutto questo, più di tante parole vale quanto scrive una studentessa, la cui lettera è stata pubblicata sul Corriere fiorentino del 27.10.2020:

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«Uno stato incapace mi sta privando della mia età più bella» 

Caro direttore, mi chiamo Camilla, ho 17 anni e frequento (frequentavo?) il quarto anno del liceo classico Michelangiolo di Firenze. Sin da marzo, dall’inizio della pandemia di Coronavirus, io e i miei amici ci siamo sforzati di cercare modi per restare in contatto e divertirci nonostante la situazione critica, sempre nel rispetto delle regole, prima in videochiamata e successivamente dandoci appuntamento in luoghi aperti, dove fosse possibile rispettare la distanza e indossando sempre l’indumento dell’anno, la mascherina.
Noi ragazzi abbiamo passato l’estate girovagando per il centro, non frequentando le discoteche come eravamo soliti fare, siamo tornati a scuola con regole rigide, senza l’indispensabile compagno di banco, una figura a mio avviso fondamentale, con la mascherina e senza ricreazione; non ci siamo lamentati in alcun modo, nonostante le istituzioni pensassero a tutto tranne che a noi.
Siamo stati accusati della diffusione del contagio, in quanto promotori della movida, in quanto frequentatori della scuola, in quanto causa dell’affollamento sugli autobus. Ci siamo accontentati di orari scolastici ridotti, rinunciando al diritto di ricevere l’educazione garantita prima dell’avvento del Covid.
Ho tollerato ogni restrizione in silenzio, per il «bene della comunità», come mi sento dire da marzo come un ritornello. Ma la comunità cosa ha fatto per il mio bene?
Domenica 11 ottobre ho avuto contatto con un caso positivo di Covid. Non appena saputo mi sono autonomamente sottoposta ad un periodo di quarantena e, poiché l’Asl non ha provveduto a procurarmi alcun certificato, la scuola non ha potuto attivare per me la didattica a distanza. Mercoledì 21 ho effettuato il tampone, mi è stato garantito che in massimo 48 ore sarebbe stato disponibile il referto. 24 ore passano, ne passano 48, ne passano 72, passano 5 giorni… niente. Io intanto, in attesa di un tampone che non si sa se sia andato perso o se verrà mai processato, sono reclusa in casa, non posso tornare a vivere la mia vita, in realtà non posso uscire nemmeno per portare la spazzatura ai cassonetti: sono giunta alla conclusione che la società non sta facendo assolutamente niente per il mio bene, che non mi rispetta né come studente né come persona.
Inoltre scopro che non è affatto sicuro (anzi, alquanto improbabile) che io possa tornare a frequentare l’edificio scolastico, in quanto è necessario attivare la didattica a distanza per arginare il contagio, poiché la Regione non è riuscita a trovarmi posto su un autobus: a causa di un problema facilmente risolvibile sono costretta a passare la mie giornate davanti a un computer, privata di tutto ciò che di bello la scuola offre, dell’unica occasione di socializzare (perché non mi è più permesso muovermi se non per «spostamenti necessari»), di imparare, di costruirmi il futuro, di divertirmi, di ridere e di scherzare. Mi limiterò ad alzarmi stanca la mattina, ad avviare uno schermo, a seguire a fatica le lezioni a cui prenderò parte con un maglione spiegazzato e i pantaloni del pigiama, ad accendere la televisione e a trascorrere i pomeriggi imbambolata di fronte ad essa; la perifrasi che meglio descriverà la mia vita sarà «monotona noia», il momento più entusiasmante della giornata sarà quello in cui aiuterò mia madre a cucinare. Non dovrebbe essere questa la prospettiva di vita di una ragazzina di 17 anni. Mi private del momento più bello della vita, l’adolescenza.
Lo Stato mi ha delusa, in 8 mesi di pandemia non è riuscito ad organizzarsi e a rimetterci sono io, siamo noi, tutti gli italiani che, impotenti davanti alla situazione, si limitano ad adempiere a testa bassa ai doveri loro imposti dalle «norme antiCovid». Più passo il tempo in questo Paese in balia della sorte e più sono convinta di volermene andare.
Avete sulla coscienza me e il mio futuro.
Aspetto da 5 giorni il risultato del tampone Da marzo ho tollerato ogni restrizione in silenzio, per il «bene della comunità», ma la comunità cosa ha fatto per il mio bene?»
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Gli Organi d’Ateneo di Catania e di molte altre Università hanno anch’essi «sulla coscienza» gli studenti «e il loro futuro». Un futuro diventato cupo, impaurito, terrorizzato. Di questo siamo responsabili noi docenti, tutti, perché quello che sta accadendo si chiama con una parola ben nota nelle relazioni sociali e anche educative: tradimento.
Si può ben dire che «c’è in tutta questa storia qualcosa di più forte che lo schifo»2. C’è in tutta questa storia un misto di cinismo, isteria collettiva, potere dei media, interessi economici (un solo dato, tra i possibili: dalla piattaforma MSTeams la Corporation Microsoft va aumentando esponenzialmente i propri ricavi3) e tanta tanta viltà; tutto convergente verso la sottomissione al piano inclinato di un’autorità irrazionale.
Come docenti, intellettuali e cittadini crediamo sia un nostro dovere, assai più che un nostro diritto, descrivere gli eventi in ciò che appaiono e sono, anche -appunto- nel loro manzoniano schifo.

Note
1. «Our Warming World», in New Republic, 11.11.1999, vol. 221, p. 42.
2. Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame, in «Tutte le opere», G. Barbèra Editore, Firenze 1923, cap. IV, p. 797.
3. «Teams è una delle novità più recenti di Office e ha ottenuto in breve tempo un successo notevole, che ha contribuito alle buone prestazioni finanziarie di Microsoft. Nel trimestre che si è concluso a giugno, Microsoft ha prodotto ricavi per 38 miliardi di dollari, con un aumento del 13 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’azienda ha superato le previsioni degli analisti, più incerte a causa della pandemia in corso» (Slack contro Microsoft, il Post, 23.7.2020; cfr. inoltre Nel lockdown cresce anche Teams di Microsoft).

Doveri e diritti dei docenti universitari

Insieme a Monica Centanni, e anche su sollecitazione di alcuni colleghi, abbiamo ragionato sulla nostra esperienza generale e su quella dell’ultimo semestre dello scorso anno accademico; abbiamo consultato le principali leggi di riforma dell’istruzione e dell’università che si sono susseguite negli anni; abbiamo attinto al confronto avuto in questi mesi con i nostri studenti.
Ne è scaturito un testo che abbiamo poi sottoposto al controllo di vari giuristi e che vorrebbe costituire una Guida per i docenti universitari che intendono svolgere pienamente il loro compito didattico e civile anche in tempi complessi come quelli che ci troviamo a vivere
Pubblico qui le Premesse e i dieci punti della Guida; in Corpi e politica si può leggere la versione integrale del documento, con l’Appendice giuridica e l’indicazione di alcuni testi di approfondimento da noi pubblicati negli scorsi mesi.

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Iuxta legem. Dei doveri e dei diritti dei docenti universitari, in tempo di epidemia. 
Una guida

di Alberto Giovanni Biuso e Monica Centanni

“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”
Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 33

Una guida – esito sintetico della nostra esperienza, maturata ed esercitata da noi personalmente e concretamente nel corpo vivo dei corsi che abbiamo tenuto nella primavera/estate 2020 all’Università di Catania e all’Università Iuav di Venezia. Abbiamo sintetizzato la nostra presa di posizione in questo testo su sollecitazione di molti amici e sodali, ‘compagni di scuola’ dei nostri e di altri Atenei.
La scorsa primavera, per spirito di responsabilità istituzionale e con la piena consapevolezza della difficoltà della situazione, abbiamo tenuto a spiegare e argomentare le nostre prese di posizione prima ai nostri studenti e poi agli organi di governo delle nostre Università, e in qualche caso siamo stati chiamati direttamente ‘in causa’, a renderne conto.
Specifichiamo che, avendo applicato punto per punto i principi e i comportamenti che ora abbiamo raccolto in questo Decalogo, pur essendo stati richiamati a dar ragione delle nostre scelte, non siamo stati sottoposti ad alcun provvedimento sanzionatorio da parte degli organismi di disciplina delle nostre Università. Comunque, a garanzia di tutti, prima di condividere questa nostra elaborazione, abbiamo sottoposto il Decalogo ad amici e colleghi giuristi, i quali hanno verificato la correttezza, legale oltre che di principio, delle nostre affermazioni. Ne abbiamo inoltre parlato con alcuni dei nostri studenti, i quali ci hanno dato delle indicazioni molto significative.

Premesse

La prima premessa è il perdurare della condizione di emergenza collegata all’epidemia Covid, la conseguente affermazione dello stato di eccezione, nazionale e internazionale, che ad essa conseguirebbe, e la mancanza di chiarezza nelle indicazioni sulla didattica universitaria.
La seconda riguarda il fatto che non tutti i docenti universitari sono disposti a subire passivamente i multiversi e contradditori diktat impartiti da una qualsiasi autorità sulle modalità di svolgimento delle lezioni universitarie.
La terza è relativa al fatto che i doveri e i diritti dei docenti universitari sono statuiti dalla Costituzione, che rappresenta il vertice nella gerarchia delle fonti del diritto e non può certo essere contraddetta – esplicitamente o implicitamente – da una disposizione normativa di rango secondario, come i regolamenti emanati dai singoli Atenei o un qualsiasi altro provvedimento amministrativo.
Tutte le leggi che la Repubblica ha emanato sull’insegnamento universitario confermano – e altro non potrebbero fare – la lettera e lo spirito dell’art. 33 della Costituzione (si veda, in Appendice, una sintesi delle leggi sul punto che ribadiscono il dettato costituzionale). Di fatto, gli obblighi dei docenti sono indicati nei regolamenti dei singoli Atenei in modo di caso in caso più o meno preciso. Tutto ciò che non viene esplicitamente regolamentato è lasciato alla coscienza civile e alla competenza didattica dei docenti stessi, nella piena osservanza anche degli articoli 2 e 34 della Costituzione che stabiliscono: il rispetto dei “diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”; il fatto che “la scuola [sia] aperta a tutti”; il fatto che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. In questo contesto è importante ricordare che Concetto Marchesi fra i Costituenti nel presentare l’articolo 33 – in cui è detto che “la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione” – sostiene che esso è “ben lontano dal proporre e dal desiderare che lo Stato intervenga come ordinatore degli indirizzi ideologici, dei metodi di insegnamento [c.vo nostro] e di tutto ciò che possa intaccare o menomare la libertà di insegnamento, la quale invece deve essere in tutti i modi rispettata e garantita”.

Una guida, in dieci punti

I. Libertà di insegnamento
Il docente ha il dovere e il diritto di svolgere la sua attività di insegnamento e di ricerca, individuando le modalità e i metodi più idonei rispetto alla materia e all’organizzazione interna del corso, all’interno dell’organizzazione dei Dipartimenti.
Il docente ha altresì il diritto di rifiutarsi di svolgere le lezioni in modalità non compatibili con le linee etiche e deontologiche che definiscono la qualità del suo insegnamento. 

II. Contatto e relazione con gli studenti
Il docente ha il dovere di avviare un contatto diretto con gli studenti iscritti al corso, stabilendo una relazione individuale o di gruppo e con i mezzi che ritiene più idonei per chiarire i contenuti del programma, fornendo ogni indicazione utile e tutti i materiali per gli approfondimenti. Il dovere della relazione diretta, personale e di gruppo, con la classe e con i singoli studenti è tanto più vitale e importante quanto più anomale sono le condizioni in cui ci si trova a insegnare. Il docente ha il dovere di condividere con gli studenti del corso le linee e la metodologia per lo studio dei testi in programma e per eventuali ricerche e approfondimenti. 

III. Diritto di obiezione di coscienza rispetto alla didattica a distanza
Il docente – che non abbia ab initio stipulato un contratto che preveda la sua accettazione di modalità di insegnamento telematico – ha il diritto di esercitare obiezione di coscienza rispetto a qualsiasi obbligo imposto che sia contrario ai suoi metodi e ai suoi principi. Rientra a pieno titolo nel principio della libertà di insegnamento del docente sostenere e argomentare in tutte le sedi, dal confronto con gli studenti alle sedi istituzionali, il fatto che la didattica a distanza, dal punto di vista concettuale, è un monstrum che impone la consegna incondizionata di corpi e di menti alla nuova modalità di insegnamento e comporta lo snaturamento del carattere della lezione, per sua natura interattivo e sinestetico. All’orizzonte dell’ideologia securitaria della immunitas si profila l’eliminazione del contatto fisico tra docente e studenti, e tra studente e studente. 

IV. Diritto al rifiuto dell’integrazione impropria della dotazione retorica
Il docente ha il dovere di svolgere lezioni e di essere preparato a questo compito sia dal punto di vista dei contenuti sia dal punto di vista del possesso della necessaria strumentazione retorica. Viceversa, il docente non ha alcun dovere di istruirsi né di ‘aggiornarsi’ su altre tecniche di comunicazione estranee alla lezione universitaria, come gli spot video o i documentari televisivi, attività per le quali sono richieste tecniche e retoriche specifiche. Ogni genere ha la sua retorica. Se gli organi di governo dell’Ateneo adottano la decisione di attivare cicli di lezione “televisive”, arruolino figure di ‘divulgatori’ formati tecnicamente ad hoc, senza imporre al docente di affinare tecniche performative improprie. Per assurdo (ma non tanto): perché non far recitare la propria lezione a un attore professionista, con adeguata assistenza di registi e di tecnici luci e audio? E perché non far declamare le proprie lezioni in inglese – richieste in molti corsi – da un ‘alias’ madre-lingua? È comunque dovere/diritto del docente attivare e promuovere, anche fra gli studenti, la consapevolezza critica che la scelta del canale ‘televisivo’ – e del metodo e della retorica connessi a quella modalità di comunicazione – si pone come modalità alternativa rispetto alla tradizione di una paideia positivamente consolidata da secoli in Italia e in Europa e, di fatto, incentiva l’assimilazione delle nostre università con le università telematiche parificate, che in Italia già proliferano in modo abnorme, grazie a scelte legislative scellerate. 

V. Diritto al rifiuto della registrazione delle lezioni
Il fatto, positivo e auspicabile, che le lezioni possono essere trasmesse agli studenti impossibilitati a partecipare fisicamente mediante mezzi telematici via streaming, non comporta né include alcun obbligo di registrazione su piattaforme private (Teams, Zoom e analoghi software). Va ricordato che in qualsiasi situazione e circostanza, i contenuti e le modalità delle lezioni sottostanno inoltre alle norme sulla riservatezza (privacy) e in quanto tali non possono essere registrate senza il consenso del titolare della lezione stessa (neppure tramite semplici registratori audio). Più in generale, va rivendicato il principio che l’attività didattica è proprietà intellettuale del docente, che può decidere di cederne i contenuti – se lo ritiene opportuno – ma può rifiutarsi di farlo. In particolare, ogni lezione costituisce un’espressione intellettuale che deve essere garantita nella sua interezza, senza estrapolazioni, tagli, inserimenti che rischiano di stravolgerne contenuti, intenzioni, obiettivi. Nulla di tutto questo è garantito dalla registrazione delle lezioni su piattaforme private che ne diventano ipso facto le detentrici anche economiche, con tutte le conseguenze sull’utilizzo di opere dell’ingegno (spesso non pubblicate) da parte dei gestori delle piattaforme private. Alla luce di tutto questo, l’obbligo di svolgimento delle lezioni (in presenza o in streaming) non comporta alcun obbligo di registrazione delle lezioni stesse. Il docente può quindi rifiutarsi di registrare una, più o tutte le lezioni del corso che svolge.

VI. Diritto/dovere al rifiuto di controllo (burocratico) passivo
Il docente ha il diritto/dovere di sottrarsi a qualsiasi forma di controllo da parte degli uffici delle modalità e degli orari degli accessi alle piattaforme didattiche – un abuso che implica la riduzione in un ruolo umiliante per controllori e controllati. Di converso il docente ha il dovere di rispondere puntualmente alle osservazioni dei suoi studenti, del direttore e dei colleghi del corso di studio, a richieste di chiarimento e di delucidazione sui contenuti e sulle modalità del suo insegnamento.

VII. Diritto/dovere al rifiuto di controllo (poliziesco) attivo
Il docente ha il diritto/dovere di sottrarsi a qualsiasi ordine che lo porti a svolgere azioni di controllo sulle presenze, sulle attitudini, sui costumi degli studenti. In particolare, ha il diritto/dovere di sottrarsi al ruolo di controllore, reale o informatico, che è un ruolo implicitamente poliziesco, del tutto estraneo all’accordo fiduciario con gli studenti (ed estraneo anche alle sue mansioni) che, se necessario, va attribuito ad altre figure.

VIII. Difesa della libertà di accesso allo spazio universitario e permeabilità degli spazi a tutti i cittadini
È dovere del docente difendere la libertà di accesso agli spazi universitari: l’emergenza non può diventare una prova generale di sequestro e impermeabilizzazione degli spazi – aule, biblioteche, spazi comuni – alla libera circolazione di tutti cittadini. La limitazione della possibilità di accesso a tali luoghi di cultura equivale, infatti, a uno snaturamento degli stessi, istituzionalmente destinati all’uso pubblico, e a un conseguente depauperamento della cittadinanza, titolare ultima, nel suo insieme, del diritto di disposizione di quegli spazi.

IX. Rifiuto di collaborare all’aumento delle diseguaglianze, significato e funzione sociale e politica della didattica
Il docente ha il diritto/dovere di opporsi con tutti i mezzi a sua disposizione alla possibilità che il suo insegnamento accresca il divario di classe, economico e sociale, tra i suoi studenti. In questo senso ha il dovere di allenare il senso critico suo, degli studenti e dei coordinatori della didattica dei suoi corsi in merito all’aggravamento del divario che la didattica a distanza, di fatto, provoca. La pratica didattica – la didattica reale, la didattica in presenza – è una delle espressioni più chiare e feconde del principio politico-educativo che Hannah Arendt ha sintetizzato nell’atto di “uscire di casa” – prima condizione del passaggio dell’individuo da idiotes – persona che gestisce i suoi interessi privati all’interno dell’ambiente domestico o della comunità protetta – a polites ‘cittadino’, ovvero essere umano a pieno titolo che agisce nello spazio pubblico. Le istituzioni sono chiamate a educare politicamente i cittadini e non a favorire la tendenza all’infantilizzazione del corpo sociale: la didattica a distanza incentiva il ritorno al nido domestico degli studenti, la ritrazione in una dimensione che favorisce la permanenza all’interno del clan, anziché affrancare lo studente dai costumi familiari e locali. Le città italiane sono per storia e per vocazione storica “cittadelle del sapere” e in questo senso va incoraggiato, anche con sostegni economici consistenti e mirati, lo sviluppo della residenzialità di docenti e studenti nelle città universitarie.

X. Diritto/dovere alla parrhesia e denuncia della microfisica del potere
Proprio del docente è il diritto/dovere di esprimere con l’efficacia di cui è capace il suo pensiero critico rispetto alle regole vigenti: si tratta di un diritto/dovere proprio del cittadino, che il docente universitario deve sapere esercitare a un grado superlativo. Ciò vale anche sotto il profilo pedagogico, perché primo impegno del docente universitario è l’educazione alla critica e alla parrhesia e il dovere di tenere alta la propria intelligenza critica e allenare lo spirito critico degli studenti. Nella consapevolezza che le più insidiose forme di imposizione passano per via amministrativa e che la “microfisica del potere” si disloca nella parcellizzazione di regolamenti e circolari, il docente ha il diritto/dovere di argomentare nei confronti degli organi di governo dell’ateneo e, soprattutto, con gli studenti la resistenza a qualsiasi forma di controllo e la possibilità di rigetto delle modalità imposte.

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Il documento continua con i riferimenti giuridici e i suggerimenti di lettura. La versione integrale si trova qui: Iuxta legem. Dei doveri e dei diritti dei docenti universitari in tempo di epidemia. Una guida

 –Pdf del documento

Un delirio collettivo

Fisiologiche e frequenti sono nelle collettività umane le ondate di delirio collettivo causate da diverse ragioni e circostanze: guerre e fanatismi bellici atti a mobilitare cittadini e sudditi verso la loro morte e quella altrui; millenarismi religiosi pronti ad assicurare che un qualche regno dei cieli è vicino e basta fare qualcosa – ad esempio recarsi a piedi a Gerusalemme e conquistarla nel nome di Cristo (1096)– per ottenere la garanzia della salvezza; epidemie e contagi che spargendo il terrore supremo giustificano ogni ordine e decreto delle autorità pro tempore, qualunque sia il loro segno politico.
In nome del contagio da Covid19 e della pandemia psichica da esso scatenata si proibiscono i matrimoni tra omosessuali; si lasciano in angosciosa solitudine i moribondi; si dà la caccia a solitari camminatori sulle spiagge; si sprangano scuole, università e biblioteche facendo precipitare il corpo sociale in quelle che una volta si chiamavano le «tenebre dell’ignoranza», sostituendo la relazione viva con un algido e sterile contatto digitale/telematico/virtuale tra insegnanti e allievi.

E inoltre, a clamorosa negazione di anche recentissime campagne ecologiche, si suggerisce l’utilizzo dell’automobile privata come ‘mezzo più sicuro’ rispetto a quelli pubblici; si impongono mascherine/museruole e guanti di plastica il cui casuale smaltimento sta producendo danni enormi all’ambiente, come testimonia anche il noto geologo Mario Tozzi sulla rivista del Touring Club Italiano:

«Arrivano già le segnalazioni di quantitativi crescenti di mascherine e guanti in mare, dove diventano letali per tartarughe e pesci che li scambiano per cibo. […] Se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente (e alla fine disperso in natura), ciò significherebbe dieci milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente. […] Questa roba finirà nel Mediterraneo, dove ogni anno si riversano già 570 mila tonnellate di plastica. […] E c’è una contraddizione ambientale ancora più pesante. Ovviamente soffriamo per le 320mila vittime che Covid19 ha mietuto in tutto il mondo, ma non ci impressionano tanto i 4 milioni di morti in più , rispetto alle medie ‘normali’ che l’Oms segnala da tempo a proposito dell’inquinamento atmosferico; 80 mila solo in Italia, quando per il virus ne piangiamo, per ora, meno della metà. Il virus fa paura, l’inquinamento e la plastica inutile no»
(La rivincita della plastica, «Touring», luglio-agosto 2020, p. 22).

Le ondate di panico collettivo sono sempre molto pericolose e quella legata al Covid19 è particolarmente insidiosa anche per la sua dimensione planetaria, globale, dalle conseguenze ambientali assai gravi e intrisa di un asfissiante conformismo.

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Questo testo è stato pubblicato il 22.6.2020 su corpi e politica  e su girodivite.it.
Dal 28 giugno anche corpi e politica è entrato in una nuova fase, come si può leggere nel testo collettivo Corpi e corpi. In presenza, nel quale scriviamo – tra l’altro – che «oggi, nel tempo oscurantista della paura, […] liberare i corpi significa puntare sull’incontro fisico, rilanciare la potenza del contatto e la necessità – umana ovvero politica – della relazione.
Tenere una lezione ai propri studenti senza mediazioni telematiche, in presenza fisica; lavorare in gruppo ‘dal vero’; spostarsi fisicamente in un’altra città o nazione; fare una festa; fare un’assemblea – potrebbero sembrare le più ovvie delle rivendicazioni, il ritorno a una normalità da recuperare dopo un periodo di obbligata astinenza. Ma invece proprio il tempo della deprivazione ha dimostrato quanto quelle pratiche siano preziose, funzionali alla vita activa senza la quale, per l’uomo, non si dà vita contemplativa ma neppure la mera sopravvivenza biologica.
Per questo corpi e politica si apre da oggi non solo alle riflessioni sul nostro tempo, ma anche al racconto di esperienze concrete di liberazione dei corpi, che possono prefigurare nuove forme di resistenza all’invadenza – di sistema e di dettaglio – di uno Stato etico che mina alla radice la libertà della vita» .

Università, politica, finanza

Le cause, le modalità, gli effetti degli eventi contemporanei sono quasi sempre più complessi di come appaiano dalle notizie e interpretazioni della grande stampa, delle televisioni, dei social network. Segnalo due testi che aiutano a comprendere alcune delle vere ragioni della metamorfosi che la cosiddetta didattica a distanza va subendo da soluzione d’emergenza a condizione normale di «erogazione di un servizio» (scuole e università ridotte all’analogo dell’ente acquedotti). E queste ragioni, come sempre, riguardano le opzioni politico-ideologiche e gli interessi economici sia delle multinazionali della comunicazione in Rete, che infatti sono state prontissime a «erogare il servizio» perché pronte lo erano da tempo, sia di tutti coloro – manager, politici, pubblici amministratori quali i presidi e i rettori – la cui azione è da quelle multinazionali condizionata in vari modi.

Il primo testo contribuisce a capire meglio l’apparente oscillare dei decisori politici sulla questione della riapertura o meno di scuole e università. Trascurare gli inflessibili vincoli finanziari posti dall’Unione Europea significherebbe infatti non avere un quadro completo della reale situazione nella quale i governi operano, compreso quello italiano.
Si tratta di una delle conseguenze più drammatiche della rinuncia all’indipendenza politica ed economica a favore di strutture globaliste volte a pratiche antinazionali e antisociali. E questo in tutti gli ambiti: sanitario, economico, educativo.

Covid 19, riapertura scuole, didattica a distanza e Unione Europea
di associazioneindipendenza – 16.6.2020

Il testo è stato ripreso da corpi e politica con il titolo Riapertura delle scuole. Didattica, governi, finanza

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Per la riapertura delle scuole a settembre, al governo e al ministero dell’Istruzione sanno come venirne a capo ma sono preoccupatissimi sulle conseguenze sociali. Da qui il susseguirsi di dichiarazioni che prospettano, di dichiarazioni che affermano, di dichiarazioni che smentiscono, di dichiarazioni che rilanciano ‘altro’ e via ricominciando. Attribuire tutto questo all’incompetenza coglierebbe parzialmente il cuore del problema. Vediamo il perché.

Le norme sulla sicurezza sanitaria imporrebbero il venir meno delle classi-pollaio e la necessità di nuove assunzioni. Più classi e più insegnanti, insomma. Tutto il contrario di quello che viene perseguito da anni: accorpare classi per ridurne il numero e disporre di un organico di docenti via via inferiore grazie alle uscite per pensionamento.

Il problema degli spazi sussiste ma è risolvibile ora con interventi laddove ci siano aule inutilizzate o non risanate per problematiche finanziarie, ora usufruendo di spazi pubblici e sociali limitrofi alle scuole, ora riaprendo scuole chiuse o edifici pubblici non in uso, e via dicendo. Tutto è alla portata per garantire a scuola la presenza (decisiva per la miglior didattica possibile), senza necessità di ricorrere a turnazioni, riduzioni dell’orario, eccetera. Curare un asse culturale nazionale nella scuola questo sì comporterebbe preparazione, conoscenza, una grande riflessione collettiva, mentre una gestione amministrativa di spazi può porre problemi, ma non più di tanto.

Perché quindi a Palazzo Chigi e a viale Trastevere sembra –attenzione: sembra!– che non sappiano come muoversi e che regni il caos? Per lo stesso motivo per cui tutti i comparti pubblici, che necessitano di un intervento dello Stato, versano in condizioni disastrose, come è emerso ad esempio nella sanità nel corso dell’emergenza da CV-19: gli investimenti.

Le classi pollaio, aventi come obiettivo la riduzione del corpo docente, sono una necessità per i tagli lineari richiesti dalle istituzioni europee in nome di un rientro del debito. Questo è il punto focale dell’essenza di funzionamento del combinato disposto UE-euro: aver innescato e trasformato in una criticità permanente il debito, averne cambiato la natura da realmente ‘pubblico’ ad ‘estero’ ed averlo inscritto in una dinamica strutturale di continui vincoli e condizionalità nella messianica e irraggiungibile prospettiva di una ‘redenzione’. Un ‘unicum’ nella Storia e nel mondo.

Con la cessione della sovranità monetaria, la venuta meno di un’autonomia politica a tutti i livelli (bilancio, investimenti, controllo dei flussi di capitale, indirizzi…) e quindi della piena titolarità decisionale degli investimenti da effettuare, qualsiasi governo, si trattasse anche di uno insediatosi con le migliori intenzioni e con un voto ‘a furor di popolo’, quand’anche fautore di una visione politica sociale avanzata, avrebbe le mani più che legate, un perimetro d’intervento ristretto, sempre più ristretto. Dentro l’Unione Europea ed il campo atlantico non c’è futuro (anche) per l’Italia, ma solo fumisterie e farse, come nella fase attuale con le “potenze di fuoco” dei supposti “aiuti” europei.

Al governo e al ministero dell’Istruzione l’idea su come venirne a capo l’hanno, ma sono preoccupatissimi sulle conseguenze sociali. La linea che attuerebbero subito, consisterebbe in una massiccia trasformazione digitale del sistema scolastico. Anche se parziale potrebbe tornare utile per mantenere l’ossequio alle imposizioni dei tagli lineari di cui la riduzione dei lavoratori del pubblico impiego è per la Troika (FMI-BCE-UE) tra gli obiettivi ineludibili. Di qui, quindi, la magnificazione delle tecnologie didattiche e del ‘distanziamento dell’insegnamento’. Non ci sono tanto e soltanto gli interessi affaristici di chi gestisce le piattaforme digitali (sarebbe interessante vedere chi compone la relativa ‘task force’ al ministero dell’Istruzione e a quali ‘cordate’ risponde), c’è molto pragmaticamente il ‘risparmio’ che dalla ridotta presenza del corpo docente a scuola potrebbe derivare. Questa soluzione, ben evidente nella sua utilità e ‘tecnicamente’ facile da attuare, comporta però effetti negativi che non si sa bene poi come fronteggiare. La preoccupazione verte non sulla ‘qualità della didattica’ (che, da decenni, per chi domina e relativi referenti è bene che si abbassi sul versante ‘educativo-critico-formativo’…) ma sulla tenuta sociale di queste misure, delle proteste che potrebbero montare dalle famiglie e dal corpo docente.

Già ci giungono segnalazioni sia di riunioni telematiche sia di assemblee ‘in presenza’ di genitori e docenti che si preparano a dare battaglia a settembre. Le rivendicazioni base che ricorrono, tutte o parte, sono queste: apertura delle scuole, rifiuto della Didattica a Distanza sostituiva o anche solo complementare al monte-ore curricolare, più classi (con numero di studenti ben inferiore a quelle “pollaio”), recupero di locali, regolarizzazione del precariato scolastico e assunzioni stabili (docenti e personale Ata), rifiuto delle turnazioni e della riduzione dell’ora scolastica a 40 minuti (già in diverse scuole l’ora corrisponde a 50 minuti), adeguamenti stipendiali dei dipendenti.

Sulla scuola, come per la sanità e altro, le parole d’ordine devono essere chiare: più investimenti, più intervento pubblico, più Stato (italiano). Ognuno di questi ambiti (con annesso stato di sofferenza sociale di milioni di lavoratori, di precari, di partite IVA, di inoccupati, ecc.), perché possa essere soddisfatto nelle sue rivendicazioni, necessita tanto della rottura dei vincoli di dipendenza dalla gabbia euro-atlantica, quanto di una nuova classe dirigente che abbia chiaro il nesso ineludibile tra conquista della sovranità monetaria e politica in senso lato e risorgimento sociale delle diverse classi e segmenti subalterni della società italiana, ‘in sofferenza’ tra condizioni di vita e restringimento di diritti.

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Il secondo testo è un articolo di Marco Meotto uscito sulla rivista DoppiozeroScuola: di cosa hanno bisogno i docenti? nel quale vengono analizzate le «brillanti analogie tra le proposte dell’ANP [Associazione Nazionale Presidi] e i suggerimenti pratici contenuti nel Piano Colao, quasi che i due documenti fossero scritti da persone che si riconoscono nei medesimi riferimenti politico-culturali. Varrà quindi la pena abbozzare una riflessione che delinei quali preoccupanti prospettive pedagogiche possano scaturire da questa sinergia».
Prospettive che si possono così sintetizzare: privatizzazione di fatto delle scuole e delle università; cancellazione di ogni traccia di gestione democratica delle istituzioni formative; digitalizzazione dell’insegnamento in modo da tornare a una pratica didattica frontale, nozionistica, politicamente neutra e quindi al servizio di chi comanda, chiunque egli sia.

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