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Gadda

Carlo Emilio Gadda
La cognizione del dolore
 (1938-1941)
Garzanti, 1994
Pagine 213

Il romanzo incompiuto di Gadda è un itinerario tragico e grottesco nelle tenebre. In esso nulla succede se non il finale assassinio. Per il resto è una descrizione della vita nelle ville, villette, villoni del Serruchòn in un improbabile Sudamerica che è la Brianza. Una descrizione in particolare della vita del marchese Gonzalo Pirobutirro e della sua vecchia madre. In questi due personaggi si concentra, in modo diverso e profondo,  l’innocenza e il dolore del mondo.
Gonzalo legge Platone e vorrebbe vivere di solitudine e di silenzio. La madre, invece, -figura di perenne lutto dopo la morte in guerra dell’altro figlio- gli riempie la vita e la villa di contadini e donnette tanto puzzolenti quanto rapaci. Il conflitto è fra una consapevolezza del mondo lucida sino alla disperazione -«egli era un uomo […] di criterio piuttosto forte e, direi, temperato. Nessuna illusione» (pag. 168)- e una bontà ancor più disperata, complice effettiva dei malvagi e degli sciocchi, permeata di un cristianesimo sin troppo facile, troppo condiscendente, vile.
Nel segno di Manzoni -e certo anche molto al di là di lui- da tutto il romanzo si sprigiona una forza etica e antropologica che rapisce. Un rigore morale sconosciuto a un paese facile e cattolico, un libro che addita senza pietà il cuore della corruzione, il cattivo gusto, la mala educazione: Gonzalo «non aveva nessun genio per l’arrabattarsi e il tirare a campare E c’era, per lui, il problema del male» (45); «Aveva, della legge, un concetto sui generis […] consustanziato nell’essere, biologicamente ereditario» (88).
Lo storicismo che tutto assolve, la fiducia ebete in un progresso senza fine, il culto del meglio identificato con ciò che è più nuovo e vincente, gli sono del pari estranei. Come estranea a Gadda è una modernità che coniugando perdono cristiano, giustificazionismi sociologici, alibi individuali si mostra per ciò che è: un dispositivo di ferocia nei confronti dei puri, di coloro che proiettano il loro candore sull’intera umanità. Sbagliano, certo. Ma lo fanno con  passione per la giustizia, la quale è anche consapevolezza «della scemenza del mondo o della bamboccesca inanità della cosiddetta storia, che meglio potrebbe chiamarsi una farsa da commedianti nati cretini e diplomati somari» (Appendice, p. 199).
Gadda sa che il Tempo è persuasore di rinunce e divoratore di speranza, che sofferenza e tenebra avvolgono le cose, gli uomini, il vivente nella corsa magnifica e insensata degli evi. Ma -come ogni uomo degno di tal nome- vuole conoscere il dolore, averne cognizione. Nell’ironia parossistica, nel grottesco di Gadda riemerge la Gnosi profonda, il disprezzo della folla e dell’umano, l’orrore e l’ambiguo fascino della materia, del corpo. L’umanità, «questo mare senza requie, fuori, sciabordava contro l’approdo di demenza, si abbatteva alle dementi riviere offrendo la sua perenne schiuma, ribevendosi la sua turpe risacca» (131). Uomini e donne, furbi e sciocchi, ragazzi e vecchie «venuti fuori anche loro dall’Arca bastarda delle generazioni» (132) sono la folla turpe e feroce che con la sua sola esistenza distrugge il poco di bellezza delle cose. Nell’evidenza dell’arte, nell’efficacia della parola letteraria, splende la becera assurdità di una democrazia cieca, incapace di percepire la differenza fra il lettore di Platone e il peone furbastro, e quindi prodiga nell’offrire a entrambi un eguale diritto di voto (p. 200 ma per intero la straordinaria Appendice: L’Editore chiede venia del recupero chiamando in causa l’Autore).
La pietà di Gadda è profonda e rivolta agli onesti, al «ragazzo vivo e normale» al quale una concezione insensata della solidarietà preferisce i «più snaturati delinquenti» (201), è rivolta a chi chiede a se stesso rigore, è rivolta ai più forti, ai puri, che sempre bisognerà difendere dai più deboli quando i deboli -come sempre- sono legione.
La poesia di questo romanzo canta la gloria di un mondo barocco ma solo perché il grottesco e il barocco risiedono già nelle cose: «Quindi assai vero che il luogo comune che quasi imputa a Gadda il suo esser barocco potrebbe commutarsi nel più ragionevole e più pacato asserto ‘barocco è il mondo, e il G. ne ha percepito e ritratto la baroccaggine’» (Appendice, p. 198).
Emblematica -nel suo fulgore, nel suo dolore- è questa pagina: 

«Camminava tra i vivi. Andava i cammini degli uomini. Il primo suo figlio […] in una lunga e immedicabile oscurazione di tutto l’essere, nella fatica della mente, e dei visceri dischiusi poi al disdoro lento dei parti, nello scherno dei negoziatori sagaci e dei mercanti, sotto la strizione dei doveri ch’essi impongono, così nobilmente solleciti delle comuni fortune, alla pena e alla miseria degli onesti. Ed era ora il figlio: il solo. Andava le strade arse lungo il fuggire degli olmi, dopo la polvere verso le sere ed i treni. Il suo figlio primo. […] Il suo figlio: Gonzalo. A Gonzalo, no, no!, non erano stati tributati i funebri onori delle ombre; la madre inorridiva al ricordo: via, via!, dall’inane funerale le nenie, i pianti turpi, le querimonie: ceri, per lui, non eran scemati d’altezza tra i piloni della nave fredda e le arche dei secoli-tenebra. Quando il canto d’abisso, tra i ceri, chiama i sacrificati, perché scendano, scendano, dentro il fasto verminoso dell’eternità» (116). 

L’unicità di Gadda, forse il maggiore insieme a Elsa Morante dei narratori italiani del Novecento, consiste in tutto questo e anche nella sua assenza di retorica, in un Paese e in una letteratura che troppo la conoscono. Nessun romanticismo né estetico né esistenziale. L’espressionismo è indice anche di questo rifiuto di un io eccessivo e narciso al quale Gadda sostituisce il rigore di una oggettività spietata, barocca.

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Di Gadda ho parlato qui a proposito di altri suoi romanzi e racconti:

L’Adalgisa. Disegni milanesi (5.12 2008)

Accoppiamenti giudiziosi (7.6.2009)

Eros e Priapo: da furore a cenere (2.5.2014)

Verso la Certosa (13.10.2014)

Le bizze del capitano in congedo e altri racconti (30.7.2015)

 

Desolazione

Salvo
di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza
Italia – Francia, 2012
Con: Saleh Bakri (Salvo), Sara Serraiocco (Rita), Luigi Lo Lascio (Enzo), Mario Pupella (Boss), Giuditta Perriera (Mimma)
Fotografia: Daniele Ciprì
Trailer del film

«Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo – chi legge comprenda» (Mt. 24,15)

Una Palermo satura di colori, sporca di luce. Salvo vi si muove con la determinazione di una macchina, con l’indifferenza di una cosa, con la tristezza di un dannato. Uccide per conto di un capomafia ed evita di essere ucciso per mano di altri sicari. Quando arriva a casa di uno dei suoi obiettivi vi trova Rita, la sorella cieca. Rita sente la sua presenza e però non fa in tempo ad avvertire il fratello. Salvo dovrebbe uccidere anche lei. Ma non lo fa. La porta con sé nell’ennesimo luogo abbandonato dagli dèi. La bugia detta ai suoi capi non dura a lungo, non può durare. Il boss vuole la ragazza. Salvo la protegge. Il finale è davanti al mare, al suo sciabordare «contro l’approdo di demenza […] offrendo la sua perenne schiuma, ribevendosi la sua turpe risacca» (Gadda, La cognizione del dolore, Garzanti, p. 131).
Credo che i dialoghi di questo film siano contenuti in due, tre pagine, non di più. Puro cinema, dunque, Fatto del rumore del mondo, della costitutiva solitudine degli umani, della loro violenza e della pietà. E però è un film pieno di suoni. Canzoni, latrati di cani, clacson di automobili, crepitare di motorini, voci di piazza, andare di macchinari. Una colonna sonora fatta di rovina e di squallore, intrisa di vita che si perde. Qualche forma riappare attraverso le mani di Salvo sugli occhi della ragazza. Al modo dei re medioevali, il killer taumaturgo restituisce un poco di luce alla vita di Rita.
Rare sono le opere che guidano nel labirinto della tenebra umana, della nostra cecità, del nostro risveglio. «Il sole sarà / E cambierai / La tristezza dei pianti in sorrisi lucenti» recita la canzonetta che pervade Salvo.

Brianza

Carlo Emilio Gadda
LE BIZZE DEL CAPITANO IN CONGEDO e altri racconti
A cura di Dante Isella
Nuova edizione riveduta
Adelphi, 2007 (1981)
Pagine 258

Quello della Brianza è un eterno ritorno nelle pagine di Gadda. Torna torna «questa terra felice, denominata Breanza» (p. 13), con i suoi improbabili ma realissimi villini, ville, villette; con i proprietari commendatori e sciuri che abitano le loro terrazze «da far prendere adeguato fresco, in su le belle sere estive, a loro coglioni spalancati» (14). In questa terra le costruzioni umane hanno distrutto l’armonia e impresso nello spazio «una sorta di mancamento della propria anima di popolo» (17). In queste lande e simili può trionfare la struggente ingiustizia narrata nella Passeggiata autunnale (1918, la prima prosa narrativa di Gadda) o può affacciarsi l’«anima ancor fervida di puerile bontà e di altri sentimenti elevati, ma inverosimilmente inutili» (70). Nelle città, invece, si accalca «una folla, solita a deprecare la pessima organizzazione del mondo» e che però il mondo «lo percorreva allegra» (74). Folla che si spinge e si odia al tumultuoso ingresso nei cinema ma che iniziato il film sembra trasfigurarsi nell’incanto del silenzio, dove a parlare è il sogno: «Nella tenebra liberatrice in cui piombammo ad un tratto, ogni urto fu attenuato e il boato delle passioni umane vaniva. I silenti sogni entrarono così nella sala» (84).
Su tutto questo, sui pochi sensati e sui tanti stolti, su tutti tutti gli umani così ben impegnati da millenni «a voler rimanere abbarbicati alla meravigliosa crosta terrestre» (36) piomba il tempo a cancellare i finti assi e «ogni finta grandezza e ne rimane lo scalcinato muriccio» (16), piombano le bizze del capitano «contro Semiramide, lo sciacquone, i cilindri zincati, l’architetto Gutierrez e il fisico Wollanston» (33).
Tra gli otto racconti tristi e irati, assatanati e poco umanistici, emerge l’ultimo –L’interrogatorio (1946)- che è un intero capitolo, il IV, espunto dal Pasticciaccio brutto de via Merulana, espunto per ragioni di suspense, poiché troppo anticipava e diceva di come sarebbe andata la vicenda. E qui il godimento del lettore è totale. Qui torna e trionfa una lingua plebea ed espertissima, sanguigna e dolente, schopenhaueriana e napoletana. Lingua nella quale «il Merda» (Mussolini) si mescola ad «occhi, di già malinconici, bellissimi» che «smorirono a un tratto, spenti come da un disperato incanto…» (159). Poco dopo la faccia proprietaria di quegli occhi «sembrava la figura dell’interrogazione: di mano d’un manierista coi fiocchi…» (182).
L’imputato, all’inizio reticente, parla e nei suoni sbrodola un’antologia delle assurdità del mondo: «L’accattoni se sa che so tutta na camorra…» (176); alcune donne «de quelle…ch’oggi, poi, so’ dde moda…che de quand’in quando preferischeno de sonà la ghiatarra intra de loro…» (175); i ragazzini che «ce so’ pure loro a sto monno: e de li regazzini…chi tee sarva?…» (188); i rimorsi che con il loro aspro mordere «gli pullulavan fuori da ogni borro dell’anima, gli rotolavano sull’anima i loro ciottolacci» (167). E i tessili ed enigmatici «mestrui della Gran Madre» che «le tingevano di nero infino le mutande, allora, contro ogni mestruale previsione» (167), affermazione che una nota chiarisce -diciamo così- in questo modo: «In anni che si ponno collocare tra il 1924 e il 1928 si diffuse in Europa la moda della non dirò biancheria ma lingeria color nero. […] Detta moda cadde quant’altre opportuna sulla bambinesca totalitarietà dei razionali e dei fedelissimi di provincia nostra: inquantoché le mutande nere: primo le ti confermano e le ti bollano la fede nera su i’ ddidietro ed eventualmente su qualche altro pezzo di pelle, cooperandovi gli estivi essudati: e poi ancora: quegli che s’è dato a credere, obbedire, combattere, non deve mutarsele a ogni piè sospinto, come accade fare delle liliali» (167-168).
Puro linguaggio, soltanto forma, questo è la letteratura. Nessun messaggio, nessuna morale, nessun concetto che non scaturisca dalla forma, che non sia forma.

Novelle dal ducato in fiamme

gadda_novelle_ducatoL’argomento è serio e piuttosto triste ma ho scelto un titolo gaddiano -che ora è compreso nella raccolta Accoppiamenti giudiziosiperché si tratta anche di un argomento un po’ grottesco. L’Ateneo di Catania, nel quale ho il piacere e la responsabilità di insegnare e fare ricerca, sta infatti attraversando un momento particolare, per comprendere il quale può forse essere utile leggere un documento assai vivace del Cuda (Coordinamento di docenti, amministrativi, studenti, strutturati e precari dell’Ateneo di Catania per un’Università pubblica libera, aperta e democratica).
Per capire ciò di cui parla questo testo credo sia opportuno riepilogare i risultati delle elezioni per la carica di Rettore che si tennero il 21 e il 28 febbraio 2013, risultati che sono pubblicamente consultabili qui: http://www2.unict.it/elezioni/index.php
La prima cifra si riferisce ai voti ottenuti nella prima tornata, la seconda cifra a quelli della seconda tornata, dopo il ritiro del secondo classificato -Prof. Giuseppe Vecchio- dalla competizione elettorale.

Riepilogo dei voti per singolo candidato (Dati consolidati)
Vittorio Calabrese: 2 – 15
Enrico Iachello: 108 – 13
Giacomo Pignataro: 745 – 1225
Giuseppe Vecchio: 661 – 112
Bianche: 25 – 72
Nulle: 15 – 28

Il testo del Cuda fa riferimento a ciò da cui la vicenda è nata, vale a dire una sentenza emessa lo scorso 18 novembre dal giudice del lavoro Patrizia Mirenda in merito al ricorso del Dott. Lucio Maggio contro l’Ateneo di Catania per il suo reintegro nell’incarico di Direttore generale. Credo sia importante conoscere l’effettivo contenuto di tale sentenza.
«Le doglianze poste a base dell’affermazione secondo cui la revoca dell’incarico sarebbe stata irritualmente assunta non sembrano fondate, dovendosi evidenziare, da un lato, che la revoca deliberata dal CdA non costituisce l’esito di un procedimento disciplinare (con la conseguenza che non sono pertinenti gli argomenti spesi dal ricorrente in ordine alla insussistenza di un vincolo di subordinazione gerarchica del direttore generale rispetto al CdA), venendo in rilievo, piuttosto, la responsabilità dirigenziale del direttore generale dell’Ateneo siccome configurata dall’art. 11 comma 6 del vigente Statuto, e, dall’altro, che sembrano essere state rispettate le garanzie procedimentali previste dal detto articolo» (p. 18).
«Ciò premesso, deve osservarsi che l’assunto del ricorrente secondo il quale l’avvio della procedura disciplinata dall’art. 11 comma 6, dello Statuto, ove non preceduta da un preventivo accertamento delle accuse da parte di un organo terzo, si tradurrebbe nell’esercizio di un potere disciplinare del tutto abusivo, è privo di fondamento» (pp. 18-19)
«Reputa questo giudice che anche sotto tale aspetto le doglianze del ricorrente non siano condivisibili giacchè se è vero che il CdA diede mandato al rettore di contestare le sole gravi irregolarità connesse con la vicenda della proroga dei contratti a termine dei dirigenti, l’articolo 11 comma 6 dello Statuto non prevede che il rettore debba ricevere dal CdA un mandato che individui previamente l’oggetto della contestazione». (p. 20)
«Le considerazioni sopra esposte inducono ad escludere la ricorrenza del fumus boni iuris rispetto alla dedotta illegittimità, sotto il profilo del rispetto delle garanzie procedimentali, della delibera di revoca dell’incarico di direttore generale» (p. 20)
«Le considerazioni espresse appaiono sufficienti a far ritenere, pur nella sommarietà che connota tale fase, la parvenza del buon diritto in capo al ricorrente e ad escludere la ricorrenza dei presupposti voluti dallo Statuto e dal contratto per la revoca dell’incarico» (p. 25)
«Reputa il Tribunale che il ricorrente abbia fornito elementi concreti da cui desumere sia l’allegata impossibilità di conservare integro il bagaglio professionale acquisito e la perdita di chance di carriera e di potenzialità occupazionali, sia, e soprattutto, la lesione della propria immagine professionale» (26) E qui il giudice sembra chiaramente riferirsi alla parte del ricorso nel quale il ricorrente lamenta «un serio impoverimento del suo bagaglio professionale impedendone l’ulteriore sviluppo e impedendogli di iscriversi nell’elenco degli idonei alla nomina di direttore generale o di direttore amministrativo delle aziende del servizio sanitario della regione Sicilia» (p. 12).

Si tratta, come si vede, di una sentenza circoscritta, della quale lo stesso giudice evidenzia per ben quattro volte la natura ancora «sommaria» (pp. 17, 24 e 25 [due ricorrenze]). L’aggettivo giustamente usato dal Rettore Pignataro in una sua mail del 28.11.2014 -«fantasioso»- va dunque attribuito non soltanto ad alcune interpretazioni giornalistiche della sentenza ma pure alle tesi di qualche amico del Dott. Lucio Maggio. Si tratta di interpretazioni anche provocatorie. Aggettivo, quest’ultimo, che va inteso sotto la fattispecie della figura retorica dell’eufemismo. A chi fosse interessato sono pronto a inviare il testo completo della sentenza.

Gadda, i luoghi, la Gnosi

Verso la Certosa
di Carlo Emilio Gadda
(1961)
A cura di Liliana Orlando
Adelphi, 2013
Pagine 249

Libro nato da travagliato parto, come spesso in Gadda, ma che di tale fatica non risente. Nella varietà dei suoi temi parla infatti una scrittura classica, direi radicalmente classica nelle sue variazioni espressionistiche, violente, e però sempre intrise di un’armonia inimitabile. Milano e la Lombardia rappresentano l’orizzonte geografico e antropologico privilegiato: la Fiera campionaria; i luoghi visitati e vissuti da Petrarca; la bizzarria della Borsa; il mercatino di Senigallia; il risotto alla milanese descritto in uno stupefacente capitolo/ricetta dal quale si sprigiona il sapore stesso della pietanza. E poi il titolo. Verso la Certosa per i milanesi vuol dire infatti anche verso il cimitero, verso il luogo dove cesseranno insieme lo «scarso cervello del mondo» (p. 11) e «la disperazione» che «mi chiamava, chiamava, dal fondo dei suoi deserti senza carità» (36). A Milano c’è questo e c’è tutto il resto, per chi sappia vederlo e viverlo, poiché «tutto esiste a Milano, Milano è la scansia d’ogni possibilità […] dentro la cerchia dell’onniprassi milanese» (48).
Gadda intrattiene uno stretto rapporto con Manzoni, il cui nome e le cui parole tornano spesso, condite di costretta ammirazione e d’ironia liberatrice, come nel «magno seggiolone» scoperto tra i mobilieri brianzoli e sul cui barocco d’imitazione «par di vedere assiso, col suo collare di pizzo, il Conte Zio» (94), o nei pensieri di fronte al Resegone: «Il totem orografico della manzoneria lombarda mi pareva levantarsi, castigo ingente, da un fallimentare ammucchio di bozzoli: emerso dal vaporare delle filande, di tutte le bacinelle di Brianza: o dell’Adda o del Brembo» (34).
Parla spesso in queste pagine l’ingegnere, anche con dettagli tecnici come quelli descritti per il Duomo di Como o la critica esatta e pungente all’utilizzo esclusivo del cemento armato nelle case, nei falansteri vittime della scarsa inerzia del calcestruzzo, del rimbombare di ogni pur minimo suono, vittime dello «svantaggio termico: le stanze si raffreddano e si riscaldano al variare della temperatura esterna con le ore del giorno: il sorgere del sole è percepito attraverso la scemenza dei forati dall’inquilino a levante, la bestiale autorità del sole estivo delle sedici diciotto è patita attraverso la inefficienza dei forati dalla indifesa agonia e dal sudore turco dell’inquilino a ponente» (122).
Al di là della Lombardia, Gadda vede ovunque moltiplicarsi ciò che Ortega Y Gasset definiva il pieno, lo spremersi e infoltire degli umani nello spazio, come nella Versilia che fu dei poeti e che adesso è invasa da scalmananti e turistiche folle: «Infiniti giornali, infinita gente, infinite tasse di soggiorno, infiniti pullman: infinite biciclette, ora: e l’oblioso ozio, nel giorno, d’una gente che sguazza, si cura i piedi, cuoce, cuoce sotto il sole» (115). Masse che ben servono da carburante e da combustibile a quei singoli che proclamano di parlare e agire a lor vantaggio e che invece è naturalmente al proprio e personale bene che sanno puntare lestamente. Nell’arco storico che da Mussolini va a Renzi, e passando per i troppi intermediari che li uniscono, sembra davvero che in Italia comandi sempre l’incessante e «truculento guappismo dei novatori coûte que coûte», lo «sconsiderato padreternismo dei tira linee quattordicenni: sì, età mentale quattordici» (121). Coûte que coûte è il «costi quel che costi» proclamato a ogni piè sospinto da Renzi, dal suo -per l’appunto- «truculento guappismo» di «novatore».
Osservando il mondo, vivendolo, andando verso la Certosa, lo scrittore Carlo Emilio Gadda conclude con una giustificata bestemmia nei confronti del funesto demiurgo che ha dato essere alle cose che son vive. Meglio non l’avesse fatto, «che il diritto è una bella balla: e che Giove Pluvio è un cialtrone, un istrione, e un porcone» (127).

 

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