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Università, politica, finanza

Le cause, le modalità, gli effetti degli eventi contemporanei sono quasi sempre più complessi di come appaiano dalle notizie e interpretazioni della grande stampa, delle televisioni, dei social network. Segnalo due testi che aiutano a comprendere alcune delle vere ragioni della metamorfosi che la cosiddetta didattica a distanza va subendo da soluzione d’emergenza a condizione normale di «erogazione di un servizio» (scuole e università ridotte all’analogo dell’ente acquedotti). E queste ragioni, come sempre, riguardano le opzioni politico-ideologiche e gli interessi economici sia delle multinazionali della comunicazione in Rete, che infatti sono state prontissime a «erogare il servizio» perché pronte lo erano da tempo, sia di tutti coloro – manager, politici, pubblici amministratori quali i presidi e i rettori – la cui azione è da quelle multinazionali condizionata in vari modi.

Il primo testo contribuisce a capire meglio l’apparente oscillare dei decisori politici sulla questione della riapertura o meno di scuole e università. Trascurare gli inflessibili vincoli finanziari posti dall’Unione Europea significherebbe infatti non avere un quadro completo della reale situazione nella quale i governi operano, compreso quello italiano.
Si tratta di una delle conseguenze più drammatiche della rinuncia all’indipendenza politica ed economica a favore di strutture globaliste volte a pratiche antinazionali e antisociali. E questo in tutti gli ambiti: sanitario, economico, educativo.

Covid 19, riapertura scuole, didattica a distanza e Unione Europea
di associazioneindipendenza – 16.6.2020

Il testo è stato ripreso da corpi e politica con il titolo Riapertura delle scuole. Didattica, governi, finanza

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Per la riapertura delle scuole a settembre, al governo e al ministero dell’Istruzione sanno come venirne a capo ma sono preoccupatissimi sulle conseguenze sociali. Da qui il susseguirsi di dichiarazioni che prospettano, di dichiarazioni che affermano, di dichiarazioni che smentiscono, di dichiarazioni che rilanciano ‘altro’ e via ricominciando. Attribuire tutto questo all’incompetenza coglierebbe parzialmente il cuore del problema. Vediamo il perché.

Le norme sulla sicurezza sanitaria imporrebbero il venir meno delle classi-pollaio e la necessità di nuove assunzioni. Più classi e più insegnanti, insomma. Tutto il contrario di quello che viene perseguito da anni: accorpare classi per ridurne il numero e disporre di un organico di docenti via via inferiore grazie alle uscite per pensionamento.

Il problema degli spazi sussiste ma è risolvibile ora con interventi laddove ci siano aule inutilizzate o non risanate per problematiche finanziarie, ora usufruendo di spazi pubblici e sociali limitrofi alle scuole, ora riaprendo scuole chiuse o edifici pubblici non in uso, e via dicendo. Tutto è alla portata per garantire a scuola la presenza (decisiva per la miglior didattica possibile), senza necessità di ricorrere a turnazioni, riduzioni dell’orario, eccetera. Curare un asse culturale nazionale nella scuola questo sì comporterebbe preparazione, conoscenza, una grande riflessione collettiva, mentre una gestione amministrativa di spazi può porre problemi, ma non più di tanto.

Perché quindi a Palazzo Chigi e a viale Trastevere sembra –attenzione: sembra!– che non sappiano come muoversi e che regni il caos? Per lo stesso motivo per cui tutti i comparti pubblici, che necessitano di un intervento dello Stato, versano in condizioni disastrose, come è emerso ad esempio nella sanità nel corso dell’emergenza da CV-19: gli investimenti.

Le classi pollaio, aventi come obiettivo la riduzione del corpo docente, sono una necessità per i tagli lineari richiesti dalle istituzioni europee in nome di un rientro del debito. Questo è il punto focale dell’essenza di funzionamento del combinato disposto UE-euro: aver innescato e trasformato in una criticità permanente il debito, averne cambiato la natura da realmente ‘pubblico’ ad ‘estero’ ed averlo inscritto in una dinamica strutturale di continui vincoli e condizionalità nella messianica e irraggiungibile prospettiva di una ‘redenzione’. Un ‘unicum’ nella Storia e nel mondo.

Con la cessione della sovranità monetaria, la venuta meno di un’autonomia politica a tutti i livelli (bilancio, investimenti, controllo dei flussi di capitale, indirizzi…) e quindi della piena titolarità decisionale degli investimenti da effettuare, qualsiasi governo, si trattasse anche di uno insediatosi con le migliori intenzioni e con un voto ‘a furor di popolo’, quand’anche fautore di una visione politica sociale avanzata, avrebbe le mani più che legate, un perimetro d’intervento ristretto, sempre più ristretto. Dentro l’Unione Europea ed il campo atlantico non c’è futuro (anche) per l’Italia, ma solo fumisterie e farse, come nella fase attuale con le “potenze di fuoco” dei supposti “aiuti” europei.

Al governo e al ministero dell’Istruzione l’idea su come venirne a capo l’hanno, ma sono preoccupatissimi sulle conseguenze sociali. La linea che attuerebbero subito, consisterebbe in una massiccia trasformazione digitale del sistema scolastico. Anche se parziale potrebbe tornare utile per mantenere l’ossequio alle imposizioni dei tagli lineari di cui la riduzione dei lavoratori del pubblico impiego è per la Troika (FMI-BCE-UE) tra gli obiettivi ineludibili. Di qui, quindi, la magnificazione delle tecnologie didattiche e del ‘distanziamento dell’insegnamento’. Non ci sono tanto e soltanto gli interessi affaristici di chi gestisce le piattaforme digitali (sarebbe interessante vedere chi compone la relativa ‘task force’ al ministero dell’Istruzione e a quali ‘cordate’ risponde), c’è molto pragmaticamente il ‘risparmio’ che dalla ridotta presenza del corpo docente a scuola potrebbe derivare. Questa soluzione, ben evidente nella sua utilità e ‘tecnicamente’ facile da attuare, comporta però effetti negativi che non si sa bene poi come fronteggiare. La preoccupazione verte non sulla ‘qualità della didattica’ (che, da decenni, per chi domina e relativi referenti è bene che si abbassi sul versante ‘educativo-critico-formativo’…) ma sulla tenuta sociale di queste misure, delle proteste che potrebbero montare dalle famiglie e dal corpo docente.

Già ci giungono segnalazioni sia di riunioni telematiche sia di assemblee ‘in presenza’ di genitori e docenti che si preparano a dare battaglia a settembre. Le rivendicazioni base che ricorrono, tutte o parte, sono queste: apertura delle scuole, rifiuto della Didattica a Distanza sostituiva o anche solo complementare al monte-ore curricolare, più classi (con numero di studenti ben inferiore a quelle “pollaio”), recupero di locali, regolarizzazione del precariato scolastico e assunzioni stabili (docenti e personale Ata), rifiuto delle turnazioni e della riduzione dell’ora scolastica a 40 minuti (già in diverse scuole l’ora corrisponde a 50 minuti), adeguamenti stipendiali dei dipendenti.

Sulla scuola, come per la sanità e altro, le parole d’ordine devono essere chiare: più investimenti, più intervento pubblico, più Stato (italiano). Ognuno di questi ambiti (con annesso stato di sofferenza sociale di milioni di lavoratori, di precari, di partite IVA, di inoccupati, ecc.), perché possa essere soddisfatto nelle sue rivendicazioni, necessita tanto della rottura dei vincoli di dipendenza dalla gabbia euro-atlantica, quanto di una nuova classe dirigente che abbia chiaro il nesso ineludibile tra conquista della sovranità monetaria e politica in senso lato e risorgimento sociale delle diverse classi e segmenti subalterni della società italiana, ‘in sofferenza’ tra condizioni di vita e restringimento di diritti.

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Il secondo testo è un articolo di Marco Meotto uscito sulla rivista DoppiozeroScuola: di cosa hanno bisogno i docenti? nel quale vengono analizzate le «brillanti analogie tra le proposte dell’ANP [Associazione Nazionale Presidi] e i suggerimenti pratici contenuti nel Piano Colao, quasi che i due documenti fossero scritti da persone che si riconoscono nei medesimi riferimenti politico-culturali. Varrà quindi la pena abbozzare una riflessione che delinei quali preoccupanti prospettive pedagogiche possano scaturire da questa sinergia».
Prospettive che si possono così sintetizzare: privatizzazione di fatto delle scuole e delle università; cancellazione di ogni traccia di gestione democratica delle istituzioni formative; digitalizzazione dell’insegnamento in modo da tornare a una pratica didattica frontale, nozionistica, politicamente neutra e quindi al servizio di chi comanda, chiunque egli sia.

Didattica a distanza: la parola agli studenti

corpi e politica  va pubblicando le opinioni e le esperienze non soltanto dei docenti ma anche degli studenti universitari a proposito della cosiddetta didattica a distanza 

Quattro miei studenti hanno proposto delle analisi che la redazione ha molto apprezzato, come mostra questo breve scambio epistolare con due dei suoi membri:

«Alberto, se hai coltivato studenti così, invece di laurearli possiamo direttamente metterli in cattedra…Impietoso il confronto con i firmatari della lode a Conte, vero tradimento dei chierici, che spiega bene l’eclisse degli intellettuali, aggravata dalla futile strumentalità e dalla inane caratura culturale della proskynesis filogovernativa. […] Il motivo per cui leggiamo ancora, come fossero appena editi, i libri dei grandi autori di 50 o di 100 anni fa consiste nell’intreccio tra pensiero e biografia sempre in lotta contro gli assetti di potere vigenti, perché non si apprende niente fuori dal conflitto, che certifica nella passione la verità di un insegnamento. Vi immaginate XXX (riempire a piacere)  che si mette a firmare l’apologia di qualche ministro in carica?
Forse è ora che gli studenti procedano a una rimozione e sostituzione del ceto intellettuale ossidato e non necessariamente con le buone maniere».
(La mia risposta)
«Grazie, ***. Questi sono comunque studenti di secondo anno della triennale, che conosco (per così dire) soltanto da due mesi. È dunque il Dipartimento che li ha coltivati e soprattutto li ha formati il carattere e l’intelligenza che hanno da sempre. Io posso solo dirmi fortunato a insegnare a studenti così».
Presentando i contributi di alcuni suoi studenti un collega ha scritto questo:
«Certo, gli studenti di *** non sono all’altezza di pensiero dei filosofi in erba di Alberto… ma vi sottopongo quanto mi arriva».

Mi sono sembrati dei bei riconoscimenti, che gli studenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Unict hanno pienamente meritato.
Riepilogo dunque e indico i link dove leggere i testi integrali, tutti brevi e tutti vivaci.

Elisabetta Romano scrive che «nella trasformazione in pixel del suono e delle immagini si perdono componenti fondamentali del processo educativo. Per trasmettere qualcosa ci vuole un contatto, che significa appunto cum tangere, toccarsi vicendevolmente, scambiare un rapporto che non sia univoco. E a tal fine sono necessarie la vicinanza e la partecipazione reale di docente e alunni, e questa trasmissione funziona un po’ come la conduzione elettrica: occorre che i corpi siano vicini nella loro fisicità, che le particelle sonore della nostra voce incontrino fisicamente (e dunque realmente) quelle dell’orecchio degli altri componenti dell’aula e così reciprocamente gli uni con gli altri».
È stata formativa, ma non è stata una didattica (30.4.2020)

Davide Amato inquadra la questione in un contesto politico più generale e conclude osservando che «la lezione è dunque un unicum irripetibile, un’esperienza di socialità che deve educare il cittadino a vivere in comunità oltre che ad affacciarsi al mondo del sapere».
Didattica nella caverna (30.4.2020)

«Interpretando la parte dello studente, quale attore sociale immerso in un continuo flusso di contatto sia corporeo che teoretico con gli altri attori sociali, quali i docenti o altri studenti, vivo tutto questo come una sorta di tradimento del rapporto con gli altri attori. Spero anch’io che non salti in mente a nessuno di voler in qualche modo continuare questa esperienza della didattica online», scrive B.C. il quale descrive poi «esami di studenti che sarebbe generoso considerare una farsa» e i gravi rischi di cyberbullismo che la Dad va mostrando.
Esami a distanza. Il tradimento del patto docente/studente (1.5.2020)

Simona Lorenzano delinea efficacemente il valore di «una lezione reale [che], al contrario, riesce a sradicarci da questo mondo ovattato, permette di metterci in gioco, di uscire fuori da noi stessi e di proiettarci in una dimensione di crescita» rispetto a una situazione «caratterizzata da professori a metà, da studenti a metà, da musicisti a metà, da artisti a metà, da operai a metà. È facile rendersi conto, ora più che mai, di quanto ognuno abbia bisogno dell’altro, di quanto l’uomo sia un animale sociale e di quanto l’individualismo dia in cambio soddisfazioni assai modeste. L’arte è monca se non c’è nessuno che può godere della sua bellezza e il lavoro svolto è vano se non c’è qualcuno che possa godere a pieno dei suoi frutti. Un professore è un professore a metà senza i suoi studenti e uno studente è uno studente a metà senza un confronto con gli altri studenti e con i suoi professori».
Il presente a metà (2.5.2020)

Aggiungo la struggente testimonianza di alcuni bambini delle scuole elementari. Un testo che descrive il dolore lieve, la fiduciosa nostalgia, il desiderio dei bambini di tornare nella scuola vera. Questi bambini dicono quello che molti adulti non capiscono, non capiscono proprio. E non capirlo è un crimine.
«Mi ricordo quando suonava la campanella. Invece nella scuola al computer non suona mai la campanella, non suona mai niente»

Infine, poche righe su una lezione/conversazione in presenza dedicata a Gadda, che ho svolto a metà maggio con alcuni miei studenti fuori dagli spazi del Dipartimento, dove agli studenti non è ancora permesso accedere. È stata una grande gioia. È questo infatti il mondo reale non soltanto dell’insegnamento ma della relazionalità umana. Alla luce delle ore trascorse insieme agli amici studenti e dottorandi, mi appare ancor più in tutta la sua barbara miseria la cosiddetta ‘didattica a distanza’ alla quale sono stato costretto, siamo stati costretti in questi mesi.
Mi appare nella sua perversione pedagogica ed esistenziale.
Nonostante la dedizione mostrata dagli studenti, e della quale sono loro profondamente grato, le relazioni che ho avuto con i tre gruppi classe in questo semestre sono di una triste povertà, espressione di un’ondata di ultraplatonismo, di spiritualismo digitale.
Fuori dallo spaziotempo dei corpi non esiste la persona umana ma soltanto ologrammi con un nome.
Un semplice incontro in presenza con alcuni studenti ha confermato l’abbagliante evidenza di questa verità.
Sta qui una delle ragioni che hanno dato vita a corpi e politica: la difesa della civiltà del sapere di fronte al montare della barbarie. Il sapere umano è infatti inseparabile dai corpi, dallo spazio e dal tempo condivisi. Faremo di tutto affinché il canto della conoscenza continui a risuonare nelle aule.

Lettera ai docenti e agli studenti

Con una collega e uno studente del gruppo corpi e politica Monica Centanni e Giacomo Confortin – abbiamo redatto una lettera aperta sul tema della didattica virtuale, della didattica a distanza, della non didattica. È stata pubblicata lo scorso 23 aprile. La trascrivo per intero, invitando chi ne condivide intenzioni e contenuti a diffonderla, poiché si tratta di un tentativo di difendere non soltanto l’insegnamento ma anche il suo fondamento: la vita. La vita è infatti metabolismo del corpo e relazione tra i corpi.
La vita è intenzionalità e dunque è un movimento sia spaziale sia semantico da parte di enti capaci di percepire il mondo e riconoscergli ogni volta un significato plausibile, in modo da continuare a esistere in un contesto dato.
La vita è un movimento temporale, rivolto verso ciò che sta accadendo, ciò che è appena accaduto, protensione verso quanto sta per accadere; elementi che non vanno intesi come separati ma nella profonda unità che li costituisce.
La vita è società, economia, storia.
La vita è un movimento fattizio e prassico, fatto di atteggiamenti, comportamenti, abitudini, obiettivi.
Di tutta questa complessità, direi di tanta magnificenza, che cosa è rimasto nella temperie sanitaria e politica che va sotto il nome di Covid19, sotto il nome di epidemia da coronavirus?
Poco. Quasi nulla.
Tutto è stato impoverito, ridotto e cancellato anche per ragioni che non hanno a che vedere con la salute di tutti ma con gli interessi di alcuni. Da quel poco che trapela e si riesce a capire – e anche questo è un fatto inquietante – vari consulenti sanitari dell’attuale governo italiano hanno rapporti di consulenza anche con le industrie della salute. Un enorme conflitto di interessi sul quale la stampa tace anche perché si tratta di quelle stesse aziende che finanziano con la loro pubblicità i giornali (della televisione non mette conto parlare: è pura costante pervasiva menzogna). Per questi soggetti la fine o l’allentamento del controllo significa la fine o la diminuzione di vantaggi individuali e di gruppo.
Anche per evitare di chiudermi nella bara di questa autorità, compio quasi quotidianamente delle passeggiate per le vie della città nella quale mi trovo in questi mesi: Catania, un luogo bellissimo.
Qualche giorno fa ho notato che la città era più viva. Ho incontrato persino ‘assembramenti’ di 3-4 persone (!). E più della metà senza maschere mortuarie. Forse l’obbedienza perinde ac cadaver comincia a cedere. L’avranno notato però anche altri, tanto è vero che nei giorni successivi le strade sono state invece piene di forze del disordine: esercito, vigili, polizia, carabinieri. Mancavano solo i centurioni romani. E ho visto cittadini ‘discutere’ animatamente con alcuni di costoro.
Una sera ho sentito provenire dalle finestre aperte una voce meccanica – probabilmente il tizio che si chiama Conte – blaterare di «senso di responsabilità» mentre ribadiva la continuazione della cancellazione della πόλις.
Chiedo ai miei studenti di non credere mai all’autorità paternalistica, al potere che dichiara di agire «per il bene di tutti». L’autorità è sempre ideologicamente e politicamente connotata e il potere agisce in primo luogo per perpetuare se stesso. È un fatto anche semplice, anche tecnico: il gusto del comando riempie la vita e le passioni di molte persone. Pur di mantenerlo sono disposte a qualunque cosa: figuriamoci se non sono disposte a mentire.
Non credete al potere, anche se dovesse assumere l’aspetto di Biuso. Dissezionate le parole di chi comanda, la retorica che usa, i molti fatti di cui tace, i pochi che ripete all’infinito, come un disco rotto. E in questi due drammatici mesi di negazione della nostra dignità di cittadini abbiamo ben avuto modo di constatare che cosa significhi «disco rotto».
Pensate, non credete. Non fidatevi che del vostro sapere, della vostra razionalità, dei vostri errori.

[La foto è stata scattata a Piazza Dante (Catania) sede del Dipartimento dove insegno] 

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Università post lockdown. Circolare del ministero e risposte
Ai docenti e agli studenti delle università italiane

di Alberto Giovanni Biuso, Monica Centanni, Giacomo Confortin
(23.4.2020)

Il primo pdf che pubblichiamo contiene le linee guida del Ministro dell’università e della ricerca (Ministro maiuscolo; università e ricerca rigorosamente minuscole: vedi carta intestata) sottoposte al parere degli organi rappresentativi delle università italiane (Crui, Cun, Cnsu). Si tratta di un documento pubblico, anche se non proprio reso pubblico, ed è bene che leggiamo tutti per tempo cosa ci aspetta; che impariamo per tempo (anche dalle – mostruose – scelte lessicali e retoriche) ciò che ha in testa il ministro sul futuro più o meno prossimo della nostra università.

Il secondo e il terzo pdf contengono la risposta del Cun e della Crui e, a parte le generiche raccomandazioni in cui risuona più che altro una petizione di principio, non pare propriamente deciso e rigoroso, e comunque risulta di fatto molto poco incisivo sulle decisioni che il ministro, evidentemente, ha in animo di prendere. Questo il quadro in cui si stanno muovendo le “Autorità competenti”.

Siamo ben oltre le peggiori previsioni, e le scelte lessicali sono spie significative: “minimizzare”, “contingentare”, “decomprimere”, “limitare”… almeno fino a gennaio 2021.

Ad alcuni colleghi pare vada bene così: si sente dire “e cos’altro si potrebbe fare?”; o anche “sto facendo tutto come prima, ma in modo diverso” – qualcun altro già dice che in fondo “è anche meglio”. C’è poi la gara ad esibire i propri “sacrifici”, imposti dalla situazione presente; mentre altri, comunque, massacrano le proprie giornate, ora dopo ora, ma senza averne in cambio neppure il conforto di aderire a un’etica del “sacrificio”, perché vivono la passione per lo studio, la didattica, la ricerca.

C’è chi si richiama alle “autorità”, al “rispetto dei ruoli”, alla fiducia – a volte ben riposta – negli organi di governo delle singole università. C’è anche chi richiama il (sempre scivolosissimo) argomento delle “competenze”, ma forse tutti, noi professori, siamo “competenti” a esprimere il nostro giudizio e il nostro pensiero, dato che ne va del regime della nostra professione ovvero, per molti di noi, della nostra stessa vita. Insomma – ognuno ha i suoi gusti etici, estetici, e financo retorici.

Alcuni dicono che “siamo pagati per insegnare e in un modo o in un altro va fatto”; c’è invece chi ha l’idea di essere “retribuito” non per “erogare” servizi, magari in forma blended (terrificante), ma anche – e anzi soprattutto – per pensare e per studiare, anche se forse il ministro non sa che ci paga per questo, e dà per scontato che diciamo tutti in coro, spegnendo ogni luce di pensiero critico su quanto stiamo subendo, “e cos’altro si può fare?”. Anzi – meglio se non diciamo proprio niente, ed eseguiamo ubbidienti le ingiunzioni che arrivano i giorni dispari in un modo, quelli pari in un altro, tutte rigorosamente, ‘scientificamente’ basate su imperscrutabili pronostici astrologici e cabale misteriosofiche. In realtà, temiamo, su precisi e ben tracciabili interessi.

Perciò, scorso il testo ministeriale, sorge lecito un dubbio di natura linguistica – lessicale, sintattica, retorica, ovvero concettuale – che il “nemico invisibile” viva due vite distinte, una vita batterica e una vita burocratica. Una volta riposta l’“autonomia” nel preambolo, infatti, c’è di seguito lo spazio per scandire le nostre “fasi” future, in una lingua surrettiziamente astratta e omertosa, del tutto impropria in un comunicato ufficiale di questi tempi di crisi.

Il problema è – anche – grammaticale: i destinatari sono trattati in termini di “singoli” o al massimo di una pluralità di individui, che prevede al limite “piccoli gruppi” – non già nei termini di una molteplicità fatta di singoli soggetti corpimente, che costituiscono però anche un corpo multiplo e collettivo.

In termini spaziali, i lunghi spostamenti e la stessa mobilità di studenti e docenti vanno ridotti, quasi che bisognasse fermarsi a metà strada. Dallo sfondo del paesaggio accademico, tristemente ammutolito per tanta parte, se non ovunque, il Ministro emerge soltanto nella veste di vigile-bidello che dirada il traffico nei corridoi.

È come se del visibile, di tutta la realtà vibrante sotto le carte intestate, ci si occupasse allo stesso modo dell’invisibile, del virus di cui vanno tracciati gli effetti sui nostri corpi. È come se qualcuno confidasse nel sospetto del contagio, per non dover operare distinzioni nel suo contenimento. Non pare proprio che al Ministero abbiano chiara la vita della quale necessita l’Università in Italia, come ovunque nel resto del mondo: perché “limitare” i corpi, fino a data da destinarsi, significa fare altrettanto con le menti che vi sono contenute, farne entità separate e in quanto tali innocue.

Una delle espressioni più gravi della perdita di vita collettiva che stiamo subendo, d’altronde, è la rinuncia di fatto a insegnare. Insegnare è infatti un’attività e una sfida che consiste nell’incontro tra persone vive, tra corpimente che occupano lo stesso spaziotempo non per trasmettere nozioni ma per condividere un mondo. Insegnare significa costruire giorno dopo giorno, saluto dopo saluto, sorriso dopo sorriso una relazione profonda, rispettosa e totale con l’Altro, in modo da riconoscersi tutti nella ricchezza della differenza.

Insegnare significa abitare un luogo politico fatto di dialoghi, di conflitti, di confronto fra concezioni del mondo e pratiche di vita. Insegnare non significa erogare informazioni ma scambiare saperi.

A distanza tutto questo è semplicemente impossibile perché l’università non è un servizio amministrativo, burocratico, formale, che possa essere svolto tramite software; l’università è un luogo prima di tutto fisico, dove avviene uno scambio di totalità esistenziali.

Senza relazione tra corpi, tra sguardi, tra battute, tra sorrisi, tra esseri umani, e non tra piattaforme digitali; senza le persone vive nello spaziotempo condiviso, non esiste insegnamento, non esiste apprendimento, non esiste università.

Soprattutto, è vero il fatto, estetico carnale filosofico, che non esistiamo per noi stessi; che veniamo quotidianamente alla nostra conoscenza attraverso lo sguardo di un altro. Lo sguardo di un docente su di noi, che ricambiamo quasi con l’affetto o con la rabbia che porta un figlio; e lo sguardo cui non rispondiamo di uno studente, per fretta o pudore di essere incompresi. Ma questi e gli altri sguardi complessi e irriducibili, che sono il cuore e la sostanza della didattica, nessuno sarà mai possibile a distanza.

C’è da chiedersi allora quali interessi – perché non può trattarsi soltanto di cialtroneria, pressapochismo e irresponsabilità – muovano il Ministro dell’università e della ricerca a prendere decisioni così gravi – addirittura prima che siano stati presi i provvedimenti generali dal governo, decise le date, valutata la curva dell’epidemia. Prima che nulla si sappia davvero, il Ministro sa già cosa sarà dei nostri corpi.

Qualcuno sta calcolando il regalo che stiamo facendo non solo alle piattaforme private, pronte a garantire la nostra ‘telepresenza’ (bell’ossimoro…), volteggiando come rapidi avvoltoi sul cadavere di quella che fu l’università italiana, ma anche alle ben 11 università telematiche parificate (un monstrum mondiale) che punteggiano il paesaggio universitario italiano?

Non possiamo permettere che degli schermi riducano la conoscenza ad alienanti giornate dietro e dentro un monitor. La vita trasformata in rappresentazione televisiva o digitale diventa finta, si fa reversibile nell’infinita ripetibilità dell’immagine, nel potere che l’icona possiede di fare di se stessa un presente senza fine. Abituandoci a sostituire le relazioni del mondo degli atomi con la finzione del mondo dei bit, rischiamo di perdere la nostra stessa carne, il senso dei corpi, la sostanza delle relazioni. Non saremo più entità politiche ma ologrammi impauriti e vacui.

Studenti e docenti non siamo pixel su un monitor ma umani nello spazio e nel tempo.

Didattica

Perché la Dad non è didattica
in Bollettino d’Ateneo – Università di Catania
25.4.2020

Un intervento molto sintetico e molto critico sulla cosiddetta Didattica a distanza, nel quale ho coniugato le analisi di altri studiosi con le riflessioni nate dalla concreta esperienza di una relazione educativa – quella di questo secondo semestre accademico – dentro la quale l’assenza dei corpimente nello spaziotempo genera una tonalità alienante, e questo nonostante la disponibilità e l’attenzione degli studenti e i miei sforzi di essere presente nelle loro stanze. Insegnare, infatti, non significa trasmettere nozioni ma condividere un mondo.
La redazione ha opportunamente diviso il breve testo in tre paragrafi:
-Scambiare saperi
-Tra diritto al sapere e digital divide
-La finzione dei bit

Come immagine ho scelto uno degli splendidi dipinti di Vermeer (Allegoria della pittura, 1666) perché anche la relazione educativa ha bisogno dello spazio, degli oggetti, dei corpi che incontrandosi generano forme, movimento, armonia.

Sangue

Confessions
(Kokuhaku)
di Tetsuya Nakashima
Con: Takako Matsu (Yuko Moriguchi), Yukito Nishii (Shuya Watanabe), Kaoru Fujiwara (Naoki Shimomura), Yoshino Kimura (la madre di Naoki)
Giappone, 2010
Trailer del film

Non è facile riassumere la trama di questo film ma non è neppure necessario. Detto in poche parole: un’insegnante di scuola media comprende che la propria bambina di quattro anni non è morta per un incidente cadendo in piscina ma è stata uccisa da due dei suoi alunni. Come una macchina insieme logica e biologica, organizza una vendetta che non lascia scampo poiché fa sì che siano gli stessi ragazzi/assassini ad attuarla su di sé.
Interessante, certo. Ma la forza dell’opera sta soprattutto nella forma capace di restituire la densità degli eventi lungo temporalità diverse, fondendo musica e linguaggio umano, capovolgendo e moltiplicando il significato di scene all’inizio univoche, utilizzando dei semplici specchi posti all’angolo delle strade come elemento visivo e distorto del racconto, trasformando il disordine iniziale della classe in un geometrico labirinto del castigo.
Strutture narrative visionarie delle quali l’occhio gode senza pause e che stimolano una riflessione attenta sull’umano al di là della sociologia dell’educazione, del chiaro fallimento pedagogico che intrama persino una società abituata da secoli al rispetto come quella nipponica. La convergenza di normative incapaci di cogliere l’efferatezza della specie, di principi didattici ignari della complessità dell’apprendere, di tecnologie al servizio del narcisismo idiota dei singoli e dei gruppi, tutto questo scatena una violenza tanto estrema quanto quotidiana. Il sangue è qui non una sostanza biologica ma un puro simbolo dell’enigma molteplice che è l’umano, alla maniera di Shining pur nella distanza siderale delle trame.
E su tutto la Madre. Quella la cui figlia è stata assassinata ma anche e specialmente le altre due. Una la cui assenza è tra le ragioni del comportamento malvagio del ragazzo, l’altra la cui presenza è tra le ragioni del comportamento malvagio del ragazzo.
È con profondo compiacimento che si percepisce l’inevitabilità del convergere di queste tre madri dentro la morte. Hanno dato la vita. Per questo vengono giustamente punite.

Scuola e Costituzione

Scuola, Società, Costituzione
in Vita pensata, numero 21, gennaio 2020
pagine 15-21

L’articolo è stato ripreso per intero da Roars (12.2.2020; naturalmente con l’autorizzazione di Vita pensata) e lo si può quindi leggere:
-su Vita pensata
-su Roars
-in versione pdf

Indice
Agnotologia
La Costituzione della Repubblica Italiana, artt. 33 e 34
Scuola e Università
Scuola del liberismo vs Scuola della Costituzione

Propongo qui un brano dell’articolo (da p. 20), con al suo interno alcune significative citazioni:
«Aver equiparato la scuola a un servizio aziendalistico e utilitaristico ha prodotto effetti gravi e pervasivi, tra i quali: clientelismo nella forma della promozione generalizzata volta a mantenere i posti di lavoro nelle scuole; assistenzialismo teso a deresponsabilizzare la persona; rapporti patologici e perennemente conflittuali tra le varie componenti: docenti, dirigenti, allievi, famiglie; falso universalismo egualitario che riconferma anche nella scuola tutte le effettive diseguaglianze di partenza; alta inefficienza; globale inefficacia; dominio della burocrazia pedagogica e di una normativa ingestibile nella sua ramificazione onnipervasiva; iniquità complessiva come risultato di una logica distorta tesa a premiare i furbi e gli incapaci e a deprimere il merito e l’impegno.
Il dettato costituzionale viene dunque progressivamente svuotato dall’interno. Tale svuotamento produce due gravi effetti didattici, che studenti e docenti universitari ben conoscono.
Il primo è la trasformazione del percorso universitario in una raccolta a punti, in un accumulo di crediti da conseguire nel minor tempo possibile, tanto da indurre alcune miopi rappresentanze studentesche a chiedere di moltiplicare il numero degli appelli, trasformando ulteriormente l’Università in un esamificio.
Il secondo effetto è la progressiva e drammatica perdita di competenza nell’utilizzo dell’italiano scritto,

‘un fatto che non riguarda solo la scuola, ma che appare largamente diffuso anche fra gli studenti universitari e che emerge per molti in modo dirompente durante la stesura della tesi di laurea, con la conseguenza che i docenti universitari più attenti e scrupolosi sono spesso costretti a risistemare testi impresentabili’; ‘Una porzione crescente e impressionante di studenti non sono più in grado di leggere e di comprendere testi di media difficoltà; non sanno scrivere correttamente e non sanno parlare decentemente, nei licei e ormai anche nelle università; negare questi fatti è impossibile’; ‘Mentre i comitati sulla qualità prolificano a più non posso, nessuno sembra tuttavia accorgersi come la qualità intrinseca di molte tesi di laurea triennali stia sempre più precipitando, […] non sono più scritte in italiano corretto (né dal punto di vista ortografico, né dal punto di vista sintattico)’

La scuola delle competenze insegna infatti sempre meno a scrivere correttamente, sostituendo questa fondamentale competenza con fumose formule del tipo ‘imparare a imparare’ e promuovendo alla fine degli autentici analfabeti. Arrivati all’università, questi studenti non hanno più nessuna reale possibilità di acquisire una conoscenza adeguata della lingua italiana, nonostante la miriade di disperanti Corsi Zero di italiano scritto che le Università si arrabattano a organizzare».

Il fatto educativo

Metto a disposizione la registrazione audio dell’intervento che ho svolto il 29.11.2019 nel Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania, in occasione di un Convegno organizzato dall’Associazione Nazionale Docenti su La scuola che vogliamo. Idee e proposte per una scuola democratica. Il mio intervento ha avuto come titolo La scuola socratico-gramsciana e la scuola del liberismo.

Sono partito dalla constatazione che le riforme scolastiche e universitarie avviate in Italia dalla fine degli anni Novanta del Novecento con il ministro Luigi Berlinguer e proseguite con tutti i suoi successori -qualunque fosse il loro schieramento politico- hanno avuto l’effetto di dissolvere il valore reale dei diplomi e delle lauree, regalandoli a tutti indistintamente e cancellando in tal modo l’unico mezzo di promozione sociale di cui dispongono i ceti e gli individui più svantaggiati. La gestione di tali riforme è stata inoltre affidata non più a direttori e presidi ma a DS, Dirigenti Scolastici, presidi manager e padri-padroni.
L’abbassamento del livello qualitativo nella preparazione degli alunni della scuola primaria e secondaria ha avuto immediate conseguenze sull’Università, dove la conoscenza è diventata un carico di merci i CFU, crediti formativi– da scambiare secondo le regole di un capitalismo non si sa se più arcaico o postmoderno.
Tutto questo è parte della colonizzazione che il nostro Continente sta subendo e che rischia di dissolvere l’identità dell’Università europea come era stata pensata e realizzata nell’Ottocento da Wilhelm von Humboldt, vale a dire una Università istituzionalmente libera dai poteri politici ed economici e soprattutto per questo in grado di svolgere la sua funzione al servizio della scienza, nella unità e pluralità del sapere.
La decadenza dell’Europa è invece testimoniata anche dal tramonto di tale modello a favore di una struttura al servizio del potere politico (qualunque esso sia) e degli organismi finanziari volti alla perpetuazione dell’esistente. Difendere l’università europea humboldtiana contro la sua degenerazione burocratica significa semplicemente garantire il presente e il futuro della scienza e quindi dell’intero corpo sociale.

Con la trasformazione delle materie in crediti da accumulare, lo studio dei nostri studenti è diventato trafelato e quindi superficiale, frammentario, lacunoso. E soprattutto è diventato sempre più apparentemente facile. Lo studio, invece, è un piacere ma è anche sempre determinazione e impegno. Studiare, apprendere, capire il mondo è qualcosa di splendido che, come tutto ciò che vale, richiede tenacia e fatica.
La ragione forse ultima e più profonda di questo pervicace danno didattico ed esistenziale sta nel fatto che governi, media, tecnici della didattica sono attivamente impegnati ‒ciascuno per la sua parte‒ a favorire la costruzione di un Corpo sociale incompetente e passivo. E dunque più facilmente manipolabile. L’obiettivo è ridimensionare, e in prospettiva eliminare, uno dei pochi ambiti della vita sociale ancora istituzionalmente autonomi e culturalmente critici.
L’Università italiana ha naturalmente le sue zone oscure, le sue grandi e gravi responsabilità, disfunzioni, complicità, ma i provvedimenti legislativi e la disinformazione sistematica invece di contribuire a fare luce e a migliorarla producono una sua complessiva delegittimazione che serve soltanto ai poteri finanziari, una delegittimazione che priva di risorse la ricerca, che ruba il presente e il futuro ai nostri figli.
A questo proposito, mi sono esplicitamente riferito alla situazione di Unict e ho parlato in difesa dell’amministrazione del Rettore Giacomo Pignataro, il quale aveva tentato di restituire correttezza e normalità al nostro Ateneo e che invece (forse anche per questo?) è stato sottoposto a una campagna giudiziario-mediatica denigratoria, dentro la quale si muovono le forze più oscure della città. Campagna che capovolge la realtà trasformando alcuni dei responsabili della corruzione in accusatori e alcune delle vittime in accusati. La Sicilia rimane la terra di Pirandello, oltre che del Giorno della civetta.

Ho poi ribadito che la conoscenza e la sua trasmissione non costituiscono soltanto opera di formazione ma soprattutto e prima di tutto opera di educazione. La formazione intende plasmare dall’esterno, l’educazione riconosce invece che la propria funzione consiste nel far emergere da corpimente autonomi il meglio di cui essi sono capaci.
Il vero cuore dell’educazione è la relazione tra persone, l’apprendere insieme. Ogni persona che insegna, infatti, non trasmette soltanto delle informazioni, delle nozioni, degli strumenti tecnici ma sempre anche un modo di porsi di fronte agli altri, di fronte alle regole, di fronte alle difficoltà, di fronte alle idee e ai comportamenti.
Il docente insegna sempre se stesso. E questo accade che lo sappia o non la sappia, che se ne accorga o meno, che tematizzi la questione o la ignori. Il grande successo di molti insegnanti o il fallimento di tanti altri dipende soprattutto da come si affronta questo aspetto cruciale della professione docente.
La scuola è prima di tutto un’educazione a crescere nella libertà, mediante il rigore dei contenuti disciplinari, delle conoscenze, del sapere. Opporre le competenze alle conoscenze è funzionale alla trasformazione della scuola da spazio di elaborazione critica a luogo di utilizzo di strumenti pensati da altri.
Ciò che è in gioco non è un  qualche consolidato metodo didattico; è in gioco –né più né meno– la libertà intellettuale e la capacità progettuale delle nuove generazioni. È in gioco la salvaguardia di due articoli fondamentali della Costituzione della Repubblica:

«L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento» (33)
«I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi» (34)

A tali principi si vuole sostituire una scuola ridotta a cinghia di trasmissione dei programmi confindustriali, volti a creare soltanto quadri esecutivi, incapaci di quella critica dell’esistente che è il portato più fecondo della storia europea. Un modello di istruzione terapeutica e socializzante priva di qualunque spessore culturale e ridotta a tenere in qualche modo i ragazzi a scuola per non lasciarli sulle strade.
La scuola non può “garantire a tutti pari opportunità di successo formativo” ma deve certamente offrire a ogni membro del corpo collettivo uguali occasioni di apprendimento.
La struttura dell’educazione è socratica. Nessun docente può garantire alcun risultato se in chi lo ascolta non c’è predisposizione all’apprendere e volontà di riuscirci. L’educatore non è onnipotente; l’educando non è una macchina plasmabile in qualsivoglia forma.
Rapporto fra persone, incontro di libertà; in questo consiste il fatto educativo.

La registrazione dura 26 minuti:

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