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Sulle lezioni 2021

Ho concluso le lezioni dell’a.a. 2020/2021. Ringrazio gli studenti che con la loro presenza hanno reso i tre corsi che ho svolto vivaci, sensati, interattivi e possibili. Tali lezioni, infatti, hanno corso il rischio di non tenersi. E questo per le ragioni indicate in una lettera da me inviata il 23 dicembre 2020 sia al Rettore di Unict, Prof. Francesco Priolo, sia al Direttore del Dipartimento di Scienze Umanistiche, Prof.ssa Marina Paino. Riporto qui sotto parte della lettera inviata al Rettore. I brani omessi riguardano comunicazioni riservate.

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Caro Francesco,
[…]
Insieme all’augurio di una buona fine d’anno vorrei comunicarti qualcosa a proposito di ciò che tu e il DG ci avete scritto oggi, in particolare sul fatto che «la rinuncia più grande hanno dovuta patirla i nostri studenti».
Condivido questa affermazione, confermata da quanto uno studente mi ha scritto qualche giorno fa.

[Qui ho riportato una lettera che ho già pubblicato in questo sito: La grande reclusione]

Mi sembra una lettera dolente, saggia e drammatica.
Una lettera che dimostra essere la salute qualcosa di non riducibile alle sole dimensioni organiche, attingendo invece alle strutture psichiche, ambientali, relazionali.
Aver ignorato e continuare a ignorare la complessità della salute è una delle cause più gravi del malessere collettivo che si sta diffondendo. Aver limitato i comitati tecnici ai soli medici -sia da parte dei governi sia da parte delle università- è una clamorosa dimostrazione dei danni del riduzionismo. Avresti dovuto consultarti, caro Francesco, non soltanto con i medici di Unict ma anche con i sociologi, gli psicologi, i filosofi. Così, invece, sia l’amministrazione centrale, il Governo, sia le altre avete preso decisioni parziali, discutibili a volte sbagliate, pericolose e dannose.
Ho diffuso il testo di D. su vari canali e l’ho commentato sul mio sito: La grande reclusione.
Se leggerai questo mio intervento, vedrai con quanta difficoltà ho vissuto le ‘lezioni’ dello scorso a.a.
[…]
Ti comunico comunque sin da ora che non intendo ripetere l’esperienza dello scorso anno. Speriamo naturalmente di poter da qui a marzo rientrare nelle aule ma non ho intenzione di tornare a parlare come un alienato con un monitor. Se non vi sarà la possibilità di avere degli studenti in aula, anche pochi, io non farò lezione, anche a costo di provvedimenti disciplinari. Credo infatti che la mia SALUTE valga quanto quella degli altri -anche se non si tratta di Sars2- e non intendo metterla a repentaglio.
Aggiungo che per chi prende sul serio il proprio lavoro di insegnante (uso di proposito questa parola, invece che ‘professore’) un metodo didattico non vale l’altro. Come abbiamo scritto con Monica Centanni, «il docente ha altresì il diritto di rifiutarsi di svolgere le lezioni in modalità non compatibili con le linee etiche e deontologiche che definiscono la qualità del suo insegnamento» (Iuxta legem. Dei doveri e dei diritti dei docenti universitari in tempo di epidemia. Una guida, in Corpi e politica). 

Come sai, ritengo le modalità telematiche del tutto estranee al mio metodo didattico, direi pienamente in conflitto con esso.
E questo nonostante io scriva (un giorno sì e un giorno no) da 12 anni sul mio sito personale; sia il curatore di vari spazi telematici; abbia pubblicato un libro dedicato alla filosofia del computer (Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer ) e stia connesso alla Rete 24 ore su 24. Proprio perché sono molto competente nel virtuale, ritengo la modalità digitale una negazione del fatto educativo.
Non posso venire meno alla mia identità di docente, anche per le ragioni di nuovo indicate da me e dalla collega Centanni: «È comunque dovere/diritto del docente attivare e promuovere, anche fra gli studenti, la consapevolezza critica che la scelta del canale ‘televisivo’ – e del metodo e della retorica connessi a quella modalità di comunicazione – si pone come modalità alternativa rispetto alla tradizione di una paideia positivamente consolidata da secoli in Italia e in Europa e, di fatto, incentiva l’assimilazione delle nostre università con le università telematiche parificate, che in Italia già proliferano in modo abnorme, grazie a scelte legislative scellerate».
Ti ringrazio per l’ascolto […]. Ti auguro di trascorrere insieme ai tuoi cari delle feste fatte di sguardi e di abbracci veri.
Alberto
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A conferma di quanto scritto in questa lettera, quando -a causa della positività al virus di uno studente- tutte le lezioni del corso di Scienze Filosofiche sono state spostate esclusivamente sulla piattaforma MSTeams, ho interrotto per due settimane le mie lezioni. Poi le abbiamo riprese e serenamente concluse, nello spaziotempo reale, nella vita dei corpimente, nella densità del fatto educativo come fatto socratico.

[Questo testo è stato pubblicato anche in Corpi e politica e Girodivite]

Il nomos della terra

La distruzione della flotta persiana a Salamina da parte degli Elleni è dovuta alla ὕβρiς di Serse, dimentico del nomos terrestre, della prudenza con la quale suo padre Dario aveva rinunciato al tentativo di domare il Bosforo per sottomettere l’Europa all’Asia. Una prudente sapienza che nasceva dal rispetto per «θεόθεν γὰρ κατὰ Μοῖρ᾽ ἐκράτησεν / τὸ παλαιόν; un destino che forte vigeva in antico»1 e che i mortali, tutti, debbono sempre avere davanti nel loro scosceso cammino dentro il morire che si chiama vita. Ate, infatti, «βροτὸν εἰς ἄρκυας Ἄτα, / τόθεν οὐκ ἔστιν ὕπερ θνατον ἐξαλύξαι φυγειν; spinge il mortale dentro la rete ben tesa: da là all’uomo è preclusa ogni fuga, ogni scampo» (vv. 99-100, pp. 22-23).
Storica è dunque la prima tragedia che ci sia rimasta dei Greci? Sì, a condizione di non intendere la storia soltanto come un insieme di avvenimenti accaduti e narrati. La storia dei Persiani è infatti costruita su una antropologia sacra, su una teologia che riconosce al di là di ogni volontà umana (volontà che è una delle maggiori illusioni della cultura venuta dopo i Greci e i Romani) la presenza e la potenza di Ἀνάγκη: «ὅμως δ᾽ ἀνάγκη πημονὰς βροτοῖς φέρειν / θεῶν διδόντων; Necessità [che] costringe i mortali a sopportare sciagure» (vv. 293-294, pp. 36-37).
Ἀνάγκη che salva sempre «πόλιν Παλλάδος θεᾶς; la città della Pallade dea!» (v. 347, p. 40-41) e rispetta coloro che fanno di sé un modo di σωφροσύνη, una forma della misura dolente dell’esserci, evitando per quanto possibile la ὕβρις della quale il persiano Serse è una incarnazione evidente, plastica sino alla disperazione. Contro la tracotanza dissacrante del proprio figlio, il fantasma di Dario pronuncia parole che sono greche sino al midollo, lui che è uno dei più grandi sovrani tra i barbari. L’ironia della tragedia, in particolare di questa tragedia, sta anche nel parlare dei barbari così vicino -identico- alla Stimmung dei Greci.
Sentiamolo dunque questo fantasma di saggezza e di canto: «ὡς οὐχ ὑπέρφευ θνητὸν ὄντα χρὴ φρονεῖν. / ὕβρις γὰρ ἐξανθοῦσ᾽  ἐκάρπωσεν στάχυν / ἄτης; non deve chi è mortale esser troppo superbo. La superbia dopo il fiore dà frutto: ed è spiga di rovina da cui si miete messe di pianto» (vv. 820-822, pp. 72-73). Da barbaro sapiente, da greco, Dario esorta tuttavia i suoi antichi sudditi, che vede prostrati sino a un pianto che sembra non conoscere fine; li invita a gustare ancora il frutto di gioia che ogni giorno può aprire agli eventi: «ὑμεῖς δέ, πρέσβεις,  χαίρετ᾽, ἐν κακοῖς ὅμως / ψυχῇ διδόντες ἡδονὴν καθ᾽  ἡμέραν, / ὡς τοῖς θανοῦσι πλοῦτος οὐδὲν ὠφελεῖ; E voi, vecchi, fatevi animo: anche nella sventura dovete concedere al vostro cuore un po’ di gioia ogni giorno. Questo serve, e non altra ricchezza, a chi è destinato alla morte!» (vv. 840-842, pp. 74-75).
I Greci i quali «οὔτινος δοῦλοι κέκληνται φωτὸς οὐδ᾽ ὑπήκοοι; si vantano di non essere schiavi di nessun uomo, sudditi di nessuno» (v. 242, pp. 32-33) hanno ridotto il Grande Re, il Padrone dei persiani, il Signore dell’Asia, alla condizione di uno straccione che con vesti lacere si presenta e non parla, grida soltanto, canta la propria definitiva sciagura mentre ad attenderlo «κακοφάτιδα βοάν, κακομέλετον ἰὰν; è un urlo di morte, un canto di sciagura» (v. 936, pp. 78-79).
Questo avvenne venticinque secoli fa e tali eventi hanno per millenni garantito l’Europa dalla forma totalitaria della politica. Sino a quando al culmine della modernità che non crede nella sacralità del mondo e della materia si è installata e continua a dominare la ὕβρις. Ma tutto si paga, anche nella forma di un minuscolo virus.

 

Nota
1. Eschilo, Persiani (Πέρσαι, 472 a.e.v.), versi 102-103, pagine 20-21, in Le tragedie, traduzione, introduzioni e commento di Monica Centanni, Mondadori, Milano 20133, pagine LXXXII-1245.
Le successive citazioni saranno indicate nel testo con i numeri dei versi seguiti da quelli della pagina dell’edizione Centanni/Meridiani.

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Joseph Goebbels: teoria e pratica del consenso all’insensato.

«Questa è l’ora dell’idiozia! Se avessi detto a quella gente: il virus si diffonde nell’aria; datevi i baci a distanza; reingoiate -tenendo ben strette le vostre museruole- l’anidride carbonica e i microrganismi che espirate; esultate per l’#iorestoacasa a tempo indeterminato; accettate ubbidienti di trasformare ogni persona con una divisa nel vostro padrone che vi dice quello che potete e non potete fare, a suo sostanziale arbitrio; svolgete un intero anno scolastico e accademico a casa davanti a un monitor; sentitevi al sicuro con il coprifuoco e tornate alle vostre casette entro le ore 22.00, come bravi ragazzini; buttate a mare i vostri libri e i vostri studi su Foucault (biopolitica), su Lévinas (il volto), sulla Teoria critica (la menzogna dell’autorità) e credete invece a Speranza, a Conte, a Zaia, a Musumeci, a Gelmini, a Draghi…; rassegnatevi a non rivedere mai più -né vivi né morti- i vostri cari malati; credete all’autorità paternalistica che decide ogni cosa al vostro posto e sospende la Costituzione; non esistono cure ma soltanto vaccini; diffidate di tutti e rinunciate alla vita; convincetevi che #andràtuttobene; mobilitatevi per la guerra totale contro il virus.
Se avessi detto a quella gente tutto questo, avrebbero creduto anche a quello!»

«Questa è l’ora dell’idiozia! Se avessi detto a quella gente: buttatevi dal terzo piano del Columbushaus, avrebbero fatto anche quello!»
Joseph Goebbels, 18 febbraio 1943, dopo aver invitato i tedeschi alla guerra totale e aver avuto il loro convinto consenso (citato in Luigi Zoja, Paranoia. La follia che fa la storia, Bollati Boringhieri 2011, p. 238).

Dati relativi al virus Covid19 dall’inizio dell’epidemia (fonti ufficiali).

Morti per Covid19-Sars2, 21 maggio 2021, ore 15.53: 3.425.017 – 3 milioni e mezzo.
OMS. Health Emergency Dashboard – Organizzazione Mondiale della Sanità.

Popolazione mondiale alla stessa data: 7.867.462.000 – quasi 8 miliardi.
Fonte: worldometers

Percentuale mondiale di vittime del virus secondo le fonti ufficiali: 0,04353

Ur-Faschismus

Forse l’Ur-Fascismo, il «fascismo eterno» (Umberto Eco) esiste davvero.
Sua espressione contemporanea in Italia e nel mondo sono il  confino (lockdown), l’obbligo vaccinale, il coprifuoco, l’obbligo delle mascherine/museruole apotropaiche, i trattamenti TSO del tutto arbitrari, la violenza delle polizie contro cittadini inermi, la distruzione delle attività economiche, la devastazione collettiva, la paura.
Ma non c’è da stupirsi: l’autorità è potenzialmente paranoica e quando i suoi ordini riguardano la ‘salute’ diventa folle e contraddittoria. È sempre stato così. Contro tutto questo, il pensiero e la pratica libertari costituiscono una preziosa alternativa, un necessario vaccino.

 

Borghesia

Claudio Lolli
Borghesia
 (mp3)
(da Aspettando Godot, 1972)

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Come anarchico dedico questa canzone non ai governi Rumor, Fanfani, Andreotti, Colombo…Governi democristiani che dovevano confrontarsi non solo e non tanto con il Partito Comunista Italiano ma anche e soprattutto con reali movimenti d’opposizione, compresi quelli libertari.
Dedico Borghesia a un governo senza opposizione né in Parlamento né in una stampa disgustosamente servile né in una società spaventata, ubbidiente, moribonda, televisiva, la società del Covid. La dedico a un governo presieduto dalla quintessenza della borghesia di cui canta Lolli, da un banchiere.
La dedico al Governo Draghi, con disprezzo.
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Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
Non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.

Sei contenta se un ladro muore, se si arresta una puttana
Se la parrocchia del Sacro Cuore acquista una nuova campana
Sei soddisfatta dei danni altrui, ti tieni stretti i denari tuoi
Assillata dal gran tormento che un giorno se li riprenda il vento.

E la domenica vestita a festa con i capi famiglia in testa
Ti raduni nelle tue Chiese in ogni città, in ogni paese
Presti ascolto all’omelia, rinunciando all’osteria
Così grigia e così per bene, ti porti a spasso le tue catene.

Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
Non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.

Godi quando gli anormali son trattati da criminali
Chiuderesti in un manicomio tutti gli zingari e gli intellettuali
Ami ordine e disciplina, adori la tua Polizia
Tranne quando deve indagare su di un bilancio fallimentare.

Sai rubare con discrezione, meschinità e moderazione
Alterando bilanci e conti, fatture e bolle di commissione
Sai mentire con cortesia, con cinismo e vigliaccheria
Hai fatto dell’ipocrisia la tua formula di poesia.

Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
Non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.

Non sopporti chi fa l’amore più di una volta alla settimana
Chi lo fa per più di due ore, chi lo fa in maniera strana
Di disgrazie puoi averne tante, per esempio una figlia artista
Oppure un figlio non commerciante, o peggio ancora uno comunista.

Sempre pronta a spettegolare in nome del civile rispetto
Sempre lì fissa a scrutare un orizzonte che si ferma al tetto
Sempre pronta a pestar le mani a chi arranca dentro a una fossa
Sempre pronta a leccar le ossa al più ricco ed ai suoi cani.

Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa mia
Per piccina che tu sia il vento un giorno ti spazzerà via.

[La foto del Governo Draghi schierato in tutta la sua funerea potenza è di Roberto Monaldo/Getty Images]

Virus e politica

«Torture numbers, and they will confess to anything»
(Gregg Easterbrook: ««Our Warming World», New Republic, 11.11.1999, vol. 221, p. 42)

Propongo una selezione di alcuni miei recenti interventi su twitter

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Detesto gli anacronismi storici ma devo arrendermi all’evidenza: è in atto nel mondo un’ondata di #neonazismo politico-sanitario.

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Un gravissimo invito alla #delazione. Il #virus come strumento della dissoluzione del corpo sociale.

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I #bambini vogliono vivere, i ragazzi vogliono vivere, la #scuola vuole vivere. E invece i maghi sedicenti #virologi e i politici che ai maghi si sono affidati cercano ogni giorno di soffocare con un cuscino bambini, ragazzi, scuola. La marca del cuscino è  #Dad.

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Nessuna pietà verso i #bambini, i #ragazzi, i più fragili tra i #giovani. Nessuna pietà: #isolamento, #autolesionismo, #anoressia, #bulimia, #suicidi. Nessuna pietà. In nome del #Covid19, in nome del #lockdown miracoloso, superstizioso.


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6 ore al giorno dietro un monitor a casa propria, a non imparare nulla e ad alienarsi, non è per #Toti e per gli altri un «grosso disagio». Il disagio, in effetti, è l’esistenza di questi personaggi. 

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«Non comporta grossi disagi trattandosi di ragazzi più grandi». Questa frase è una degna epigrafe della totale ignoranza #didattica e della cialtroneria esistenziale che guida #Toti come gli altri criminali -della #Lega, #ForzaItalia, #PD– che amministrano la cosa pubblica.

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Almeno sono #ragazzi vivi, nello spazio, nella #festa. Non chiusi nel torpore di un #televisore, di uno schermo, del vuoto #virtuale. Accanto a mammina e a papà. Sono ribelli. Li apprezzo.

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Davvero inquietante.
Gli #ospedali non vengono rafforzati.
I #vaccini sono un disastro.
Nessuna #cura contro il #Covid19.
L’ineffabile #Speranza e l’intero #GovernoDraghi brancolano nel buio.
La «soluzione» è sempre la stessa: la #repressione, la guerra contro i #cittadini che vogliono solo #vivere.

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«Messa la #salute al primo posto». Che concetto miserabile, infimo, riduzionistico, hanno costoro della salute. Salute è relazioni, #lavoro, #affetti, sole, aria, luce. Salute è la #vita. Quella del #GovernoDraghi è la salute degli #zombie.

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Pensare che la ricerca scientifica -e in particolare quella farmacologica- sia autonoma dal potere politico ed economico significa vivere a Disneyland o fare finta di viverci (oltre che, ovviamente, ignorare Kuhn, Feyerabend e l’intera #epistemologia).

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Il rifiuto della discussione su tematiche che riguardano la #vita, le #libertà, il #corpo collettivo, è segno della pulsione autoritaria di #Zaia e di troppi politici e amministratori. Questo oggi è il #fascismo, una #DittaturaSanitaria rozza, magica, televisiva, isterica.

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Naturalmente non è cambiato nulla: #GovernoConte o #GovernoDraghi a imperversare sono sempre gli stregoni cromatici che si riuniscono intorno a #Speranza, il cui obiettivo è continuare a ballare -sino a che sarà possibile- la danza macabra del #Covid19.

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E però ciò che conta è la «#salute». Miserabili cinici dal reddito garantito definiscono tutto questo «business». Che cos’è la salute per #Speranza, per i suoi presunti #virologi, per il #CTS? Soltanto #virus? Un riduzionismo degno del più rozzo positivismo.

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«#Variante», una parola magica, terribile e insieme confortante. In modo che la potenza del corpo collettivo venga prostrata ancora e ancora dal terrore. Il gioco si fa sempre più scoperto, l’utilizzo politico del #Covid19 deve proseguire.

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«#Lockdown per ripartire…» è una delle più limpide formule che siano state trovate dalla #neolingua dei sudditi orwelliani. Da un anno non funziona, da un anno viene ripetuta dall’#informazione come fosse risolutiva. Anche questo è la #DittaturaSanitaria.

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È una sindrome ormai nota: si chiama “#stupidità e isteria indotta da #Sars2”. Sta anche nei manuali di #psichiatria politica.

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#BastaCoprifuoco
perché da emergenza è diventato struttura (come era prevedibile e previsto). 

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Basta con questa misura profondamente antidemocratica, inutile, vessatoria, sciocca. #BastaCoprifuoco 

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Marcosebastiano Patanè@mspatane · 19 apr
Chiudere ora per salvare il natale.
Chiudere a natale per aprire a gennaio.
Chiudere ora per salvare la Pasqua.
Chiudere a Pasqua per riaprire ad aprile.
Chiudere ad aprile per salvare l’estate.

[Mio commento]
E poi:
Chiudere l’#estate per salvare l’inizio dell’anno scolastico.
Chiudere le #scuole per salvare il natale.
E si ricomincia…
L’eterno ritorno dell’#irrazionalità, dell’#isterismo, della #follia, della cupezza.
L’eterno ritorno del vuoto.

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Sempre più sincere ed esplicite le venature nazistoidi: «Qui non entrano i non vaccinati [i meridionali, i negri, gli ebrei]»

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Di fronte all’orrore della vita collettiva che si spegne, si può sperare in questo: in una ribellione selvaggia, chiunque la pratichi.

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Non ne usciremo più non per il #virus biologico ma per il virus politico.

Orge

Non dimenticare nulla è una patologia. Lo sa il Funes del racconto di Borges, lo sa bene la neurobiologia, lo sa Nietzsche con il suo folgorante «Per ogni agire ci vuole oblio» (Sull’utilità e il danno della storia per la vita, § 1, in «Opere» III/1, Adelphi1976, p. 264). Sia le vite individuali sia quelle collettive devono dimenticare per poter vivere ancora, per lasciarsi alle spalle il male. E invece l’Europa si immerge sempre più in orge della memoria, in giornate della condanna che sono anch’esse un chiaro segnale nichilistico, qualunque esperienza si ricordi e si condanni: lager, foibe, colonialismi, mafie e altro.
Una pervasiva orgia della comunicazione è in realtà comunicazione del nulla: «Gli individui avranno certo mezzi di comunicazione sempre più sofisticati. Ma non avranno più nulla da dire. Senza vita interiore non si ha più nulla da scambiare con gli altri. Si entra in un universo di zombie privi di intelligenza» (Michel Houellebecq in un’intervista, al solito preveggente, del 1996 a Immédiatement). I venticinque anni che sono trascorsi da questa dichiarazione la confermano. Nonostante i suoi chiari e fecondi vantaggi nella consultazione, nel lavoro di scrittura, nel reperimento di informazioni, Internet è anche e soprattutto un luogo di volgarità linguistiche, pensieri balbettanti, sistematica schedatura.
L’orgia da Social Network sta toccando uno dei suoi vertici nella sottomissione a poteri non soltanto autoritari ma anche del tutto incapaci e spesso maliziosi. Nella gestione politico-amministrativa-sanitaria dell’epidemia da Sars2, infatti, «i pubblici poteri hanno miseramente fallito in tutti i campi: mascherine, test, vaccini. Non c’è un solo errore che abbiano mancato!» (Alain De Benoist, Diorama Letterario, n. 360, Marzo-Aprile 2021, p. 6) e tuttavia dai Social si alzano o miopi e conformisti elogi oppure insulti pregiudiziali, in relazione al colore partitico di tali poteri, criterio che dovrebbe invece non contare nulla in un dramma come quello che stiamo vivendo.
Il dramma è anche e soprattutto l’orgia autoritaria che come un’ondata devastante sta sommergendo le società illuministe, progressiste, libere.
Tale ondata è stata ben descritta dal politologo Carlo Galli già in un intervento del 29 aprile 2020:

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«La sovranità è regolatrice, in uno spazio determinato, perché ha inizio dal “non-ordine”, perché ha davanti a sé una materia, i cittadini, omogenea e indifferenziata, infinitamente plastica, che può essere ordinata e disordinata in mille mutevoli differenze, con molteplici classificazioni, in infiniti sbarramenti e infinite aperture. Questo legare e slegare, questo “far ordine nel fare disordine”, e viceversa, è l’opera della decisione sovrana. […]

Nel lessico della bio-politica orientata verso la tanato-politica, la sovranità regna su una società incapace di sostenersi, una società malata, contagiata, priva di forma propria e soggetta all’azione politica decidente che separa i sani dai malati. Alcuni fa vivere, altri lascia morire: arbitrariamente, nel senso che le ragioni di questa decisione non esistono – la decisione in senso proprio è l’assenza di ragioni, anche se viene implementata attraverso dispositivi tecnici razionali –. Sanità e malattia sono collegate dall’eccezione, come ordine e disordine. […]

Il mondo liberale – i politici liberali –, sobriamente e prosaicamente, senza pathos e semmai con qualche lacrima sentimentale d’accompagnamento mediatico, pratica il caso d’eccezione. Nulla di sanguinoso: il cataclisma, la quasi-sospensione della costituzione, la pesante limitazione dei diritti costituzionali che stiamo vivendo – il lockdown –, sono il risultato di un’ordinanza commissariale implementata con un dpcm e legittimata da una legge ordinaria (il Codice della protezione civile) nonché da una interpretazione gerarchica dei diritti costituzionalmente riconosciuti. L’eccezione è già contenuta nella catena delle norme, con qualche forzatura ma senza che l’ordinamento sia apertamente e solennemente scardinato. L’uguaglianza davanti alla legge viene oggi utilizzata per classificare, per etichettare, per creare casi e sotto-casi, categorie e peculiarità: ammalati, portatori sani, guariti ancora infetti, critici, sub-critici, immuni – tipologie differenti che danno diritto a differenti accessi alle cure, e che generano differenti doveri di controllo e di autocontrollo –. Sempre nuovi perimetri spaziali vengono imposti: l’abitazione, il comune di residenza, i duecento metri dalla residenza, il metro e mezzo dalle altre persone; e poi i limiti regionali, e poi i confini nazionali. Su queste basi sono previsti controlli elettronici, internamenti, confinamenti, esclusioni, discriminazioni, concessioni di salvacondotti per età, per professione, per territorio. Le deroghe al blocco fisico delle persone – ai loro distanziamenti cui fanno da pendant i forzosi avvicinamenti (ricoveri) – sono legate a infiniti casi di necessità, a cause e motivazioni tanto fantasiose quanto incerte quanto arbitrariamente valutabili dai tutori dell’ordine (e dagli avvocati, che in un simile pandemonio sono perfettamente a casa propria): ne è un esempio fra l’assurdo e il grottesco la difficoltà di definire giuridicamente i “congiunti”, i “parenti”, gli “affini”, con cui ci si può incontrare, senza peraltro dar luogo ad assembramenti; o il numero massimo di quindici persone ai funerali.
La più minuziosa casistica, il massimo di ordine artificiale, imposto per decreto, si rovescia in un turbinio di disordine reale, si sfrangia in infinite fattispecie. […]

Tutto ciò non deve essere confuso con la disorganizzazione, con la disfunzionalità. Queste sono esiti delle debolezze pratiche del nostro Paese, in termini di efficienza amministrativa – debolezze moltiplicate dall’ordinamento regionale che consente disparità assai marcate –. No: il disordine, il pullulare di eccezioni, è contenuto nei dispositivi ordinativi, nelle norme stesse. […]

Per eliminare le accuse di negazionismo va detto che l’epidemia esiste, non è un effetto ottico; ciò che interessa sono gli effetti politici prodotti dalla sua gestione, dalla sua trasformazione in caso d’eccezione –. E si noti che questa trasformazione non è necessariamente dettata da volontà malevola dei governanti: piuttosto, è nel DNA della sovranità; che non sempre opera attraverso il caso d’eccezione, ma che sempre può farlo. Gli anti-sovranisti al governo non si sono accorti, o non lo vogliono ammettere, di avere attivato le logiche sovrane più radicali. […]

Ciò significa, oggi, cittadini ridotti a corpi, governati e gerarchizzati in nome della sanità, da una politica che si legittima attraverso la scienza. […]

La vita come assoluto è una vita sciolta da legami, povera, estenuata, irrelata. Quasi tutte le funzioni vitali non biologiche sono sospese, o sostituite dal virtuale, rappresentate nell’elettronica. Se la vita biologica del singolo è l’ultima istanza – analogo funzionale di Dio –, allora è autoreferenziale; è questo il motivo per cui si presta a essere virtualizzata. Il passo dal biologico all’elettronico è breve: c’è una affinità fra queste due forme di mancanza di concretezza storica e relazionale, di deficit di vita vera (il legame attraverso il virtuale non è, evidentemente, un legame ma una semplice comunicazione).
Le legittimazioni narrative, le mediazioni discorsive, a loro volta, hanno agito su due fronti, entrambi centrati sull’assioma che il summum bonum sia la nuda vita. Il primo è la paura, di cui i media si sono fatti accorti promotori – perché si depositasse nelle menti, e generasse angoscia ma non panico (che il potere politico non saprebbe fronteggiare) –; senza l’incombente presenza della paura l’infinita serie di limitazioni e vincoli non sarebbe sopportabile. Una paura che ha ulteriormente allentato il legame sociale: ognuno ha imparato a guardare con sospetto ogni altro, a temere tutti. A stigmatizzare i non-conformi, i nuovi untori (dal runner al pensionato indisciplinato), e ad assistere, in tv, alla caccia all’uomo con elicotteri e droni.
Il secondo fronte legittimante è la scienza. A differenza di quanto si crede, il mood fondamentale delle nostre società non è l’antiscientismo, che pure esiste, ma il culto della scienza come tecnica quasi magica, capace di risolvere ogni problema. Presentata dalla politica e dai media come il vero culto del vero Dio, come la via per la salvezza biologica individuale e collettiva, la scienza finora non ha saputo vincere la battaglia contro il virus – il lockdown è una dimostrazione di impotenza. […]

L’effetto dell’eccezione è, lo vediamo, una nuova normalizzazione, una nuova normalità. È rafforzato l’effetto di adesione conformistica alle pratiche e alle parole d’ordine dell’esecutivo: in tempo di crisi, non si può discutere ma si deve obbedire, remare concordi; l’imperativo della salus populi delegittima ogni dialettica – e ciò viene fatto valere per l’ambito sanitario, ma anche in relazione ai rapporti economici e finanziari con la Ue –. Un riflesso d’ordine, un effetto di neutralizzazione, che non è concordia civile né empatia sociale: è, semmai, un forzato affidarsi al potere. Passerà, quando ai cittadini verrà presentato il conto economico della pandemia; ma intanto c’è. […]

E l’effetto è che l’emergenza viene prolungata, resa permanente. Contro la volontà di vita che pervade il corpo sociale, contro il desiderio diffuso di tornare a quella che a tutti appare come la normalità pre-crisi (il fattore psicologico, qui, prevale comprensibilmente sui dati strutturali), continuamente si levano moniti di scienziati e di politici (con pochissime isolate eccezioni) che indicano il dovere di “cambiare stile di vita”, di imparare a “convivere col virus”, di “non abbassare la guardia”: la paura deve sedimentarsi nel corpo sociale, deve indurre a nuova obbedienza, a nuova introiezione di disciplina, a nuova sottomissione – in un contesto reso sempre più disordinato da sempre nuovi ordini –. La compressione dei diritti diviene così nuova normalità, legittimata dalla razionalità scientifica e da una misurata inoculazione della paura. Distanziamento personale, mascherine, impoverimento della vita sociale, tele-lavoro e tele-didattica, devono proseguire: almeno fino a che il vaccino sarà pronto (se mai lo sarà). […]

Questo non è un rovesciamento, ma un potenziamento delle logiche della politica moderna: l’eccezione celata originariamente nelle viscere del Leviatano si fa ora palese; il grande animale marino ora la esibisce, la insegue per nutrirsene. Finché c’è eccezione c’è vita: la sua. Il fine è sempre lo stesso: l’obbedienza in cambio della sicurezza; prima, della sicurezza già raggiunta, nell’ordine artificiale; oggi, della sicurezza da raggiungere, nella mobilitazione perenne. […]

Al momento, sono le esigenze della produzione (non certo i “diritti”) a fare argine al potere sovrano; esigenze che richiedono l’allentamento di alcuni dei vincoli ora vigenti. Un nuovo equilibrio fra prestazione ed eccezione si troverà, a spese dei soggetti, dei cittadini: per i quali il ritorno al lavoro sarà paradossalmente una liberazione, e l’obbedienza a obblighi sempre nuovi un giusto prezzo da pagare al combinato disposto dell’epidemia, della ricostruzione e dell’indebitamento col Mes; la libertà sarà “condizionata”, e la spontaneità una concessione. Donne e uomini saranno più sottomessi, più disciplinati davanti ai regimi di eccezione che via via normalizzeranno, in nuovi ordini sempre più bizzarri, il susseguirsi di emergenze di ogni tipo. […]

La dilatazione dell’eccezione significa quindi che tutto deve cambiare perché tutto resti com’è. Anziché essere l’irruzione del nuovo, l’eccezione è il banco di prova della resilienza del sistema – a spese delle libertà dei cittadini, a cui si chiede un’obbedienza nuova, che conferma le vecchie –. Una continuità al ribasso, quindi, in cui al capitalismo di controllo (quello dei big data, privatistico) si affianca lo Stato di sicurezza (la funzione pubblica), in una mescolanza zoppicante e aporetica, in un ordine disordinato, affollato di eccezioni, anomico.
Naturalmente, anche se la pandemia e la sua gestione hanno disvelato e accelerato processi e strutture, non è del tutto irrealistico pensare che dai molti squilibri che stanno profilandosi all’orizzonte possa emergere un imprevisto: la voglia di libertà di una società stanca di vivere dissolta, e pronta a stringere legami significativi sulla base della vita concreta e delle sue reali difficoltà, non della paura, né della nuda vita né della vita virtuale. Un evento eccezionale, e insieme una pulsione alla normalità, che, per una volta, sarebbero non una coazione a ripetere ma un soffio autentico di novità».

(Epidemia tra norma ed eccezione, in «Diario della crisi – Istituto Italiano per gli Studi Filosofici» – Pdf integrale dell’articolo)
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Un’analisi, questa di Carlo Galli, esemplare, densa di intelligenza, disincanto e apertura in ogni caso a un futuro diverso, nonostante l’orgia decisionista e sovranista del presente, nonostante lo stato d’eccezione.
Gli strumenti attuali di sorveglianza e controllo, i pervasivi dispositivi foucaultiani che ci attraversano, sono di una efficacia che i vecchi totalitarismi del Novecento sognavano senza poterla realizzare. Alla loro base, alla base della nuda vita, del controllo e dell’eccezione, c’è l’impulso a far vincere l’Identità rispetto alla Differenza, l’Uno rispetto al molteplice, a far vincere il Leviatano al quale accenna Galli.
Un’Identità fondata sul Terrore e che «porterebbe gli uomini a sacrificare la loro libertà al Leviatano. Con la pandemia, la fuga assoluta davanti alla morte conduce allo stesso risultato, con il rischio di avere solo una vita mutilata, posta sotto una perpetua sorveglianza. La dittatura sanitaria dello Stato materno e terapeutico, quello che ci dice come bisogna soffiarsi il naso ed abbracciarsi, è il nuovo Leviatano. Si appoggia a ‘la scienza’ e ci propone la sua tecnologia. Anch’esso è un Titano. […] Per il momento, il mondo titanico estende ovunque le sue metastasi. Il caos sale» (de Benoist, DL 360, p. 4).

[Una versione leggermente ridotta dell’articolo è uscita su Corpi & politica e su girodivite.it]

 

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