Blog Populismi e differenza (sulla devastazione)

Populismi e differenza (sulla devastazione)

L’omologazione, il conformismo, il pensare ciò che tutti pensano, sono strutture e modalità a volte necessarie per mantenere la coesione dei gruppi e delle comunità sociali. Purché non assumano una valenza etica e soteriologica, purché non si presentino quindi come il bene e come salvezza. È invece quello che sta accadendo con il liberalismo e il capitalismo trionfanti che, come tutte le strutture ideologiche, hanno sempre bisogno di un nemico da additare, combattere, distruggere. Sconfitto il comunismo, si è inventato il «terrorismo» come parola grimaldello contro qualunque agire che metta in discussione l’impero statunitense. In Europa, invece, il nemico che il liberalismo addita si chiama populismo.
«Osteggiata dalla quasi totalità dei mezzi d’informazione ‘che contano’, demonizzata da un’identica percentuale delle classi politiche di governo e di opposizione, invisa fin oltre i limiti dell’astio dal ceto intellettuale, sgradita alle alte gerarchie ecclesiastiche, paventata come una minaccia dagli attori di primo piano della scena economica sia padronale che sindacale, combattuta con ogni mezzo a disposizione dai principali players dei mercati finanziari, l’ascesa dei movimenti e partiti populisti» sembra il nuovo spettro che si aggira per l’Europa (M. Tarchi, Diorama letterario, n. 346, p. 1).
Certo, i limiti del populismo sono grandi e riguardano specialmente la dimensione metapolitica, il piano culturale, ma rispetto al deserto sociale e simbolico prodotto dal suo vero avversario, la tecnocrazia finanziaria, il populismo è denso di spiriti vitali perché affonda il suo successo su delle costanti antropologiche che possono essere negate dalla dottrina ma continuano a esistere nelle strutture e negli eventi umani.
«Populismo allo stato puro» sono ad esempio i Gilets jaunes, nei confronti dei quali si esercita un vero e proprio «disprezzo classista, ma anche il terrore panico di vedersi presto destituiti dagli straccioni» (A. De Benoist, 3). Disprezzo che verso il populismo nutrono non soltanto lo snobismo ‘di sinistra’ -espressione che una volta sarebbe apparsa ossimorica- ma anche la destra liberista poiché «è vero che non è da ieri che la destra borghese preferisce l’ingiustizia al disordine» (Id., 4) così come preferisce il caos dei mercati alla regolamentazione della ricchezza.

La storia in ogni caso non è ‘finita’ con la vittoria dell’unilateralismo occidentalista. La Russia continua a mostrarsi irriducibile al controllo statunitense. E questo nonostante la propaganda e la disinformazione che diffondono menzogne su menzogne a proposito dell’inesistente pericolo slavo mentre il vero rischio è la smisurata crescita del controllo che gli USA esercitano sull’intero pianeta, senza distinzione tra amici e nemici. A mostrarlo non è soltanto il pervasivo spionaggio che gli Stati Uniti d’America attuano verso gli esponenti dei governi europei tramite la rete Echelon, ma anche e specialmente il fatto che «nel 2013 gli statunitensi hanno speso 53 miliardi per le loro 17 agenzie di servizi segreti, più di quanto Mosca stanzia per tutto il settore della Difesa, armi atomiche incluse! Secondo le stime del 2016, gli USA hanno investito nell’apparato bellico oltre 1.000 miliardi di dollari, il 40% della spesa mondiale, mentre l’ ‘espansionista’ Russia si è fermata ad una cinquantina di miliardi, circa [soltanto] il doppio di quanto spende l’Italia» (R. Zavaglia, 11), che certo potenza mondiale non è.

Russia e Cina sono il vero obiettivo della guerra che gli USA vanno preparando -i conflitti nel Vicino Oriente e le costanti provocazioni in Ucraina costituiscono tappe di avvicinamento a questo scopo- poiché si tratta non soltanto di concorrenti economici ma soprattutto di civiltà irriducibili al «potere oligarchico tecnomorfo etnocentrico, il quale ha imposto il ‘flusso’ globale mercantile di materiali ed esseri umani, distruggendo le società tradizionali e le culture che per millenni hanno caratterizzato le civiltà come delicato equilibrio tra cultura e natura, nel rispetto del limite e della sostenibilità ecologica» (E. Zarelli, p. 19). Anche la Russia e la Cina sono naturalmente potenze inquinanti e distruttive dell’ambiente ma la crescita economica è per esse un mezzo e non il fine stesso delle esistenze individuali e collettive.
La cultura europea è irriducibile al modello di vita americano, alla sua «metafisica dello sradicamento» (Ibidem). L’Europa affonda in modelli universali tra loro diversi ma incomparabilmente raffinati rispetto al semplicismo del dollaro e del suo culto. Il politeismo mediterraneo, la cattolicità romana, la metafisica platonica, la demistificazione nietzscheana, la libertà heideggeriana dall’universo del valore e della morale per radicarsi invece nella sfera ontologica, sono forme ed espressioni del nostro scaturire  dai Greci, i quali «sono quelli che hanno più amato la vita; l’hanno amata a tal punto da non aver più avuto bisogno che essa avesse un senso» (A. De Benoist, 6).
I popoli sono tra loro diversi e mai saranno né dovranno diventare una identità unica, monocorde e totalistica. Il prospettivismo, la differenza, la molteplicità costituiscono la più profonda garanzia di ogni libertà.
Con molta chiarezza Heidegger critica in alcune opere e corsi ciò che oggi si chiama ‘globalizzazione’, da lui designata con il termine Planetarismus: «Humanismus oder Anthropologismus sind menschentümlich letzte Erscheinungsformen des Planetarismus; in ihnen kommt die lang versteckte Wesensselbigkeit von »Historie« und »Technik« zum Austrag in der Form der Verwüstung des Erdballs», ‘Umanesimo o Antropologismo sono per l’umanità le ultime manifestazioni del Planetarismo; giunge in essi alla luce la lungamente nascosta e convergente essenza di ‘storia’ e ‘tecnica’ nella forma della devastazione del globo terrestre’, il cui braccio operativo è l’americanismo in quanto  «historischer Art für die Verwüstung», ‘modalità storica per la devastazione’ (Über den Anfang [Sul principio, 1941], «Gesamtasugabe», Vittorio Klostermann 2005; Band 70, § 13, p. 31 e § 77, p. 97).

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Caro Prof. Biuso, il commento sulle questioni politiche elencate nell’articolo è condivisibile, però, dal mio punto di vista, dà al discorso di Conte un senso che ieri non aveva e non poteva avere. Sui risultati del suo governo e sugli obiettivi futuri Conte ha speso poco tempo, e direi per fortuna. A chi interessava ascoltare la rivendicazione del suo operato o la campagna elettorale del prossimo governo? E perché avrebbe dovuto indicare e aprire a una linea politica diversa dall’ultima (che ha rappresentato e difeso)? O elencare i suoi errori dopo un anno di governo? Non è stato lui a voler cessare il “contratto” gialloverde. Trovo quindi più sensato che si sia fatto un bel discorso per dire, sì, semplicemente che cos’è e chi è un…rozzo cretino. Che Conte abbia detto la sua sul comportamento di Salvini. Ieri era il momento giusto per farlo. Sopportava male o non ha mai sopportato Salvini? È comprensibile perché lo abbia ammesso soltanto ieri: Di Maio e Salvini lo hanno scelto per mediare e moderare le loro volontà e oscenità, e lui ha accettato l’incarico. Esaurito questo incarico (bene o mal condotto) di Premier fantoccio, ha detto la sua. Un’esigenza del tutto legittima e condivisa da tanti.

Prof.Biuso, la ringrazio per la sua risposta, che fa chiarezza e porta a riflettere.
Sono assolutamente d’accordo sul fatto che

la politica non può essere letta in una chiave di semplici relazioni personali e di emotività psicologica

e che

la psicologizzazione della politica è una patologia

. Invece non condivido il parere generale sull’articolo.
Mi sembra infatti che l’autore non riconosca ma finga soltanto di riconoscere un certo valore al discorso di Conte, lasciando intendere che delle belle qualità esposte non resterà nulla. Ammesso che l’autore abbia davvero apprezzato il discorso, comunque compie un gesto sarcastico elencandone le qualità e aggiungendo subito e soltanto che ciò che conta è ben altro. Ecco, io intanto, del momento contingente e circostanziato di ieri, apprezzo davvero quello che era possibile fare e che si è fatto. Poi sì, svolgerei una riflessione più estesa, approfondita e lungimirante sulla crisi di governo come tale. Proponendo ad esempio un articolo dal taglio, secondo me, più onesto: https://it.insideover.com/politica/vera-crisi-governo-salvini-trump-5-stelle.html

È un bene, comunque, che concordiamo sull’essenziale 🙂

[La risposta che segue si riferisce al suo commento successivo (“Cara Lucrezia, ti ringrazio della segnalazione. Aggiungo tuttavia che non concordo in nulla con il testo di Lorenzo Vita…”), ma non sono riuscita a inserirla dopo di esso. La inserisco qui]

Prof., dopo aver letto il suo ultimo commento mi sono chiesta “ma ho riportato il link giusto?!” 😀
Sorrido, perché comunque il confronto con lei è sempre e soltanto proficuo.
Ho proposto la lettura di questo articolo perché mi è sembrato una ricostruzione breve ma plausibile delle dinamiche che stanno dietro la crisi di governo; un’analisi, quindi, che non fa la morale sul non detto del discorso di Conte, ma che inquadra l’evento di ieri nello scenario politico precedente e successivo. (Poi, naturalmente, può essere anche un’analisi del tutto inverosimile e non condivisibile, e che può essere indagata e inchiodata nelle sue intenzioni).
Confesso che non sono riuscita a cogliervi dell’altro se non un tentativo di definire lo scenario della crisi. Anzi, sì, leggendo l’ultimo paragrafo ho pensato anch’io che l’autore simpatizzasse per un’alleanza tra PD e M5S, e che forse la promuovesse. Ma mi è parso che questa velata “promozione” non aggiungesse nulla di sostanziale all’analisi svolta. Rileggerò il testo con più attenzione.
Una cosa, tuttavia, l’ho azzeccata: che avrebbe spiegato come bisogna intendere il sovranismo!

Grazie ancora a lei, Prof. Ribadisco che tutte le sue risposte mi fanno riflettere. Non avevo pensato – ad esempio – alla possibilità che il M5S aprisse la crisi di governo in considerazione soprattutto della motivazione, indiscutibile, che lei ha ricordato; e a che cosa voglia dire, per il M5S, battersi ancora contro l’attuazione del TAV.
Con disincanto, cioè con minor ingenuità possibile!, attendo adesso i prossimi sviluppi da valutare.
Un saluto caro, L.

Sei una katana Alberto, tagghia tagghia siciliano, ah il filo della parole. Commentare e perchè mai. Pasquale

Ottimo.

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