Skip to content


La libertà e i suoi nemici

In nome dell’epidemia da Sars2, dell’ossessione sanitaria e securitaria, delle lusinghe e delle minacce che le autorità rivolgono al corpo collettivo, «vegetare sta diventando lʼimperativo categorico del Terzo millennio» (Marco Tarchi, Diorama Letterario, n. 358, novembre-dicembre 2020, p. 2). Vegetare non soltanto nel senso di trascinare stancamente il proprio tempo da un ‘seminario online’ (webinar) all’altro, da un ‘abbraccio a distanza’ all’altro, da una sessione di digital labour all’altra, ma anche nel seguire il flusso di una suscettibilità generale per la quale alcune parole non possono essere pronunciate ed è obbligatorio, invece, indignarsi per i fatti sui quali si indignano la stampa, la televisione, i Social Network.
Come in quell’Oceania realizzata che era il sistema sovietico, si delineano due livelli e luoghi diversi del discorso: il linguaggio pubblico che segue i dogmi del Politically Correct (pena come minimo l’ostracismo) e quello privato nel quale a pochi amici di fiducia si parla a partire da ciò che davvero si pensa. Autocensura, insomma, vale a dire uno dei segni più evidenti della mancanza di libertà, come ben sapeva Rosa Luxemburg, per la quale una vera autonomia è sempre «die Freiheit der Andersdenkendend», libertà di pensare in un altro modo rispetto a quello della maggioranza. A schiacciare questa libertà sta provvedendo «una società opaca ed inesorabile, che sottopone tutti ad un controllo totale della propria esistenza. […] Al posto del Grande Fratello del romanzo di Orwell, 1984, sembra esserci, anche e soprattuto nella mentalità, un impersonale termitaio, in cui la singola termite non ubbidisce  a un capo supremo, ma fa quello che deve e non può, né sa né vuole fare altro» (Claudio Magris, Corriere della Sera, 4.8.2020).
Un termitaio paradossale, fatto di individui atomizzati, distanziati, soli, «a un metro di distanza dalla vita» come ha scritto D. Un termitaio nel quale l’identità è dissolta nella differenza individualistica e le differenze sono dissolte in un’identità universale -l’Umanità– che non è mai esistita perché ogni essere umano viene al mondo da due ben precisi genitori, in uno specifico luogo, in un tempo dato, in un contesto culturale/antropico che ha i suoi paesaggi, lingua, vicende, modi di vivere, credenze, simboli. Le «Weapons of Mass Migration», ‘armi di migrazione di massa’ delle quali parla la politologa Kelly Greenhill sono rivolte alla deflagrazione dell’identità/differenza in un indistinto termitaio, appunto
In questo termitaio possono entrare in conflitto l’idea e le pratiche della presunta sacralità della persona da un lato e i diritti di ogni individuo a ottenere ciò che desidera dall’altro; tanto da creare un cortocircuito come quello ricordato da Michel Onfray nel suo Teoria della dittatura, a proposito della «donna del Nebraska», la quale «a sessantuno anni ha messo al mondo una bambina concepita con lo sperma del proprio figlio e l’ovulo della sorella della moglie di quest’ultimo» (Archimede Callaioli, DL, cit., p. 29). Per chi crede che la generazione di un essere umano abbia lo stesso significato biologico e ontologico della generazione di una rana, di un gabbiano, di un gattino, tutto questo può anche costituire una banale conferma del fatto che i viventi vengono concepiti dall’unione di sperma maschile e ovulo femminile e non hanno alcun particolare pregio. Ma per gli altri? Per chi, appunto, crede che l’umano abbia un valore e un significato del tutto diversi? È o no un diritto diventare genitori (se proprio lo si vuole a tutti i costi) anche attingendo a pratiche come quelle esemplate dalla donna del Nebraska? Naief Yehya ha mostrato che per quanto possano all’inizio apparire bioeticamente inaccettabili, pratiche come quella descritta vengono poi lentamente ma inesorabilmente accolte, soprattutto se hanno il sostegno di potenti centri di ricerca, mediante «un’accettazione graduale ma convinta» (Homo cyborg. Il corpo umano tra realtà e fantascienza, elèuthera 2004, pp. 104 e sgg.).
Un termitaio che non tollera l’emergere di intelligenze profonde e non omologate. Quando esse si affermano universalmente, si scatena un impressionante apparato di diffamazione. È il caso di Martin Heidegger, ogni parola del quale – pubblica o privata, metafisica o rettorale – viene dissezionata al microscopio della malignità.
Diversamente invece ci si comporta con altri. Due soli esempi.
Günter Grass (1927-2015) definì Heidegger «cagnaccio presocratico nazista», salvo poi confessare di aver militato nelle «Waffen-SS, come volontario e non coscritto […] ‘Il motivo fu – racconta lo scrittore – comune per quelli della mia generazione, un modo per girare l’angolo e voltare le spalle ai genitori’» (Günter Grass, voce Wikipedia). E quindi questo integerrimo accusatore non soltanto di Heidegger ma di numerosi altri scrittori tedeschi, giustifica la sua adesione alle SS come un modo per ribellarsi ai genitori :-)). Grass è stato difeso dai suoi amici con la motivazione per la quale «il suo passato non avrebbe dovuto compromettere il giudizio sulle sue opere» (Ibidem), motivazione che si tende a non far valere quando l’accusato è Heidegger.
L’altro esempio riguarda Concetto Marchesi (1878-1957), eccellente latinista, maestro di scienza classica, intellettuale organico al PCI di Togliatti, il quale però non soltanto giurò fedeltà al fascismo ma divenne anche, sotto il regime mussoliniano, Accademico dei Lincei, Accademico d’Italia, Rettore dell’Università di Padova. In quest’ultima veste il 9 novembre 1943 tenne un «Discorso di Rettorato» rispetto al quale quello di Heidegger impallidisce, tanto il discorso di Marchesi è intriso di patriottismo e cesarismo (Michele Del Vecchio, DL, cit., pp. 39-40). Discorso che infatti venne applaudito e accolto con entusiasmo dai gerarchi fascisti. Ma a guerra finita Marchesi divenne un intransigente censore dei suoi colleghi e quasi nessuno gli rimproverò nulla.
Questo è il coacervo di contraddizioni, di conformismo e soprattutto di profonda miseria che accomuna molti degli accusatori di Heidegger. Ai quali va però riconosciuto il merito di confermarci nell’onore di  conoscere, leggere e studiare questo filosofo.

Paure

Individui e società sono fatti anche di paure, senza le quali rischierebbero gli effetti e i danni di decisioni e atteggiamenti spericolati. Avere paura è anche una forma di salvaguardia dell’equilibrio in cui si vive e dell’equilibrio che si è. E tuttavia quando la paura verso qualcosa diventa una paura assoluta, quando è il mondo a essere visto come il pericolo, allora la vita ha intrapreso la strada della propria dissoluzione. La paura indotta dall’epidemia da Sars2 è questa forma di terrore.
Il conformismo pronto, immediato, pervasivo che si è imposto in relazione a tale paura ha in realtà radici sociali e culturali ormai pluridecennali.
Paura della propria identità sovrana, il cui contrario – come giustamente afferma Michel Onfray «è il vassallaggio, la sottomissione, la dipendenza, l’assoggettamento, la tutela» (in Diorama Letterario, n. 357, p. 7).
Paura della pluralità, dell’incertezza, della libertà, cancellati dalla «colonizzazione dei media del servizio pubblico e delle istituzioni educative statali da parte dei propalatori del Pensiero Unico» (M. Tarchi, p. 3).
Paura dell’identità e della differenza. L’identità di una lunga storia di emancipazione che si innesta sull’accoglimento delle differenze, tra le quali sono fondamentali le differenze etiche, politiche, ideologiche, estetiche, epistemiche; in generale le differenze nelle concezioni del mondo e dei valori, che invece il dogmatismo etico-politico del presente tende ad annullare in una concezione monocorde del Bene, che sempre più pervade un discorso pubblico profondamente autoritario, qual è quello che si esprime nel politicamente corretto.
Esso nasce dalla paura delle parole, del linguaggio, della sua molteplicità, della forza, novità, plasticità, innovazione, che il politically correct cerca di dissolvere «riparandosi dietro il proprio Muro delle Lamentazioni», sotto la cui protezione «ogni minoranza convoca la terra intera al capezzale della sua presunta sofferenza di cui si è arrogata il lucroso usufrutto, capitale lacrimale» (F. Bousquet, 25).
Paura dell’Europa, della sua storia, della sua identità, del suo pluralismo, della sua cultura, della sua filosofia, alla quale si preferisce «l’Unione europea, vera anti-Europa […] non più riformabile, giacché ha voluto fare dell’Europa un mercato mentre essa avrebbe dovuto diventare una potenza autonoma, e nel contempo un crogiolo di cultura e di civiltà» (A. de Benoist, 7).
«Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste essere uno schiavo» (Ridley Scott, Blade Runner, 1982).

Vegetare?

Di ritorno qualche giorno fa da Catania a Milano, ho dovuto sottopormi a cinque controlli prima, durante e dopo il volo (quindi nell’arco di circa tre ore). Con tanto di autocertificazioni, di verifiche da parte della polizia, di timbri apposti su fogli, di ossessivi richiami audio alla disciplina, scanditi di continuo e a cadenze regolari da altoparlanti, di ripetute dichiarazioni del mio nome, cognome, età, indirizzo.
Dove è finita l’ondata libertaria del Sessantotto? Dove sono spariti i difensori della riservatezza (privacy)? Dove si è inabissato qualunque spirito ribelle del corpo sociale?
L’editoriale del numero 358 (novembre-dicembre 2020) della rivista Diorama Letterario fornisce alcune risposte a tali interrogativi. L’autore è il politologo Marco Tarchi. Condivido per intero le sue analisi, che riporto sia in pdf (con le note al testo e le mie sottolineature) sia qui sotto (senza note).

============

Sarebbe difficile pensare qualcosa di più emblematico della condizione psicologica e culturale che la nostra epoca sta sperimentando, e nel contempo di più avvilente – se non ci si vuole spingere ad usare lʼaggettivo «ripugnante» – degli spot che il governo tedesco ha ideato per convincere i connazionali a rispettare nel modo più rigido i provvedimenti di limitazione della libertà di movimento imposti al fine di circoscrivere i contagi da Covid-19. Nel primo di essi, un ragazzo sui ventʼanni sprofondato nel divano di casa, lattina di Coca cola in mano e patatine fritte a portata di bocca, annega nella noia di una giornata inutile. Nel secondo, il medesimo soggetto, ipotetico studente di ingegneria alla Università di Chemnitz, condivide la sua abulia con la ragazza; dal divano si è passati al letto e ad allietare lʼinerzia questa volta ci sono porzioni copiose di pollo fritto. Nel terzo, al centro dellʼattenzione cʼè «Tobi il pigro», nullafacente per scelta e autodefinizione, che passa il proprio tempo davanti al computer mangiando ravioli freddi in scatola perché non ha neppure la minima voglia di scaldarli. Queste scene sono ambientate nel «terribile» inverno del 2020 e ad accompagnarle cʼè oltre ad un suggestivo commento musicale, il racconto postumo degli invecchiati protagonisti, che vantano soddisfatti lʼ“impresa” compiuta mezzo secolo prima barricandosi in casa a non fare nulla e diventando così – avendo evitato di diventare veicoli del contagio – degli eroi. Parola, questʼultima, più volte ripetuta (a Tobi sarebbe spettata addirittura una medaglia per la sua esemplare astinenza dalla vita di società) assieme ad altre non meno altisonanti, come «fato», «dovere sociale», «destino della nazione» e lʼormai onnipresente «nemico invisibile».

Non può certo stupire che il prodotto di questa fase post-goebbelsiana dellʼapparato di propaganda bellica della Germania abbia lasciato simultaneamente incantati giornali come «Vanity Fair», «il Foglio» e «La Repubblica», affiatati nel definirlo «geniale», né che la sua ironia non proprio sottile sia stata lodata dai pubblicitari italiani. Cosa può esserci di meglio, in effetti, per descrivere il tipo di uomo (e donna, ça va sans dire) ideale della Cosmopoli agognata dai fautori dellʼideologia dei “diritti umani” di un consumatore seriale di cibo-spazzatura docilmente pronto ad obbedire al richiamo delle autorità democratiche e dei mass media e a rinchiudersi senza reagire nel più stretto e gregario individualismo, sostentandosi magari con videochiamate, chat, serie di fiction su qualche piattaforma multimediale e, perché no?, firme virtuali di petizioni a sostegno di cause “di genere” o “inclusive” disponibili sugli appositi siti?
Avanza anche così, sulle ali della paura istigata da una incessante comunicazione ansiogena, quella graduale trasmutazione antropologica che, in atto da decenni, ha trovato nelle vicende epidemiche un nuovo efficacissimo veicolo. La recisione dei legami interpersonali è indicata infatti con sempre maggiore enfasi e frequenza come lʼunico rimedio possibile al replicarsi dei contagi da coronavirus, e cʼè chi arriva a vedervi degli aspetti positivi. Non stupisce che fra costoro si recluti Bill Gates, pronto a descrivere lo scenario del mondo futuro con accenti non troppo preoccupati: per un numero imprevedibile di anni, ci dice, avremo quantomeno unʼatmosfera più pulita, perché con un calo del cinquanta per cento dei viaggi le emissioni di gas serra nellʼatmosfera si ridurranno considerevolmente, anche se dovremo rassegnarci ad avere pochi amici. Il telelavoro prospererà – e con esso, si potrebbe aggiungere, lʼulteriore uso di prodotti Microsoft – e i rapporti sociali si atrofizzeranno.
La prospettiva non sembra suscitare eccessive inquietudini né fra gli intellettuali mediatizzati, né fra i politici, né fra gli scienziati. Molti dei primi antepongono il «diritto alla salute» – concetto del tutto insensato, che nessuno si sognerebbe di contrapporre al sopravvenire di un infarto, di unʼemorragia cerebrale o di una grave forma di tumore, ben sapendo che nessun soggetto colpito da patologie di quei tipi sarebbe in grado di esercitarlo, e che andrebbe sostituito con il plausibile ed auspicabile diritto alla cura – a qualunque timore di sfaldamento del legame sociale.
Quasi tutti i secondi li seguono a ruota e pensano esclusivamente a calmare le ovvie proteste delle categorie produttive danneggiate dalle chiusure imposte con sussidi a pioggia e in buona parte a fondo perduto che saranno in futuro pagati con sostanziosi aumenti di carichi fiscali, perché i deficit del bilancio statale non potranno essere mantenuti in eterno. Le conseguenze dellʼobbligato (e auspicato) «distanziamento» fra i cittadini sulla capacità di tenuta del tessuto sociale li lascia del tutto indifferenti.
Quanto infine agli esperti della materia medica, la loro unilaterale convinzione che della vita conti assai più la dimensione quantitativa della durata che quella relativa alla qualità si esprime a ritmo quotidiano nei modi più diversi e su tutti i palcoscenici televisivi, radiofonici e della carta stampata. Si pensi, per riassumere tutto in un solo esempio, ad Ilaria Capua – gettonatissima virologa di formazione veterinaria che, come ci fa sapere la sua più consultata biografia in rete, alle elezioni politiche del 2013 è stata candidata alla Camera dei deputati, nella circoscrizione Veneto 1, come capolista di Scelta Civica per lʼItalia (la lista di Mario Monti), venendo eletta deputata della XVII Legislatura, dal 7 maggio 2013 al 20 luglio 2015 è stata vicepresidente della Commissione Affari Sociali della Camera e «dopo il proscioglimento nel corso del procedimento penale a cui era stata sottoposta, ed in considerazione dei danni causati alla propria vita personale da tale vicenda, [ha] rassegna[to] le dimissioni dalla Camera per trasferirsi in Florida e tornare ad occuparsi di ricerca scientifica» – che, evidentemente convinta dellʼinutilità, se non della “pericolosità” di teatri e cinema, ha proposto, dando per scontato ed opportuno che debbano rimanere chiusi per altri mesi o anni, di trasformarli (ribattezzandoli addirittura CineVax) prima in presidi per gestire le vaccinazioni anti-Covid di massa, riempiendoli di congelatori a temperatura di meno 70 gradi per conservare le fiale, e poi «per il recupero delle vaccinazioni pediatriche che sono saltate a causa dellʼemergenza».

A queste tre componenti fondamentali della classe dirigente delle democrazie occidentali, cioè di quei regimi politici che dovrebbero incarnare il migliore dei modelli possibili di governo dei “paesi avanzati”, a causa della cecità indotta dal ferreo conformismo allʼideologia del politicamente corretto, sfugge un dato insradicabile della realtà, ovvero lʼineliminabilità del rischio dallʼesistenza umana, tanto individuale quanto collettiva. E lʼancor più dolorosa necessità di accettarne la presenza.
Per millenni, la cultura dei popoli – di tutti i popoli della Terra – si è rassegnata a questo dato di fatto, lo ha collegato alla volontà imperscrutabile del Fato e/o della divinità venerata e lo ha incorporato nei sistemi di norme destinati a governare la vita delle comunità. Lʼillusione prometeica tipica della modernità alimentata dai pregiudizi del razionalismo non meno di quanto le epoche precedenti lo erano state da quelli della magia, ha spinto taluni, non solo negli ambienti scientifici, a credere che a questa legge di natura sia possibile, se non doveroso, ribellarsi. E che lʼesistenza individuale possa e debba essere esentata dallʼalea dellʼimprevedibile e dellʼinatteso, impermeabilizzata dai rovesci del Caso, tenuta sotto controllo – securizzata, per dirla con la neolingua oggi in voga – in ogni contesto. Con la conseguenza di inseguire e celebrare un orizzonte ideale in cui il vegetare si è sostituito al vivere.
Alle presenze corporee in stato vegetativo magnificate dagli spot tedeschi è stato pertanto affidato il messaggio del rifiuto del rischio interpretato come un atto di eroismo. Un formidabile controsenso, che spiega meglio di tante parole la sostanza profonda dello spirito del tempo che stiamo vivendo.

Chi dissente da questa visione si vede ovviamente affibbiare una patente di insensibilità, quando non di follia. La vecchia figura dellʼuntore torna a stagliarsi minacciosa nellʼimmaginario collettivo sullo sfondo dei dibattiti che riempiono i talk shows, mentre lʼopinione pubblica si spacca verticalmente, in tutti i paesi colpiti dallʼepidemia, tra i terrorizzati che si rallegrano del panorama spettrale di città desertificate dal lockdown e vorrebbero vederlo rimanere tale e quale perlomeno fino allʼepifania di un miracoloso vaccino, e gli insofferenti del confinamento, che attendono il minimo spiraglio normativo per rituffarsi nei riti di massa dellʼaperitivo e dello struscio.
Allʼottusità del negazionismo – che qualcuno, esagerando e scherzando un poʼ troppo con i dettami della biologia, che già in passato hanno dato luogo ad usi politici alquanto problematici, ha definito frutto di «un processo mentale che non tanto dissimile da quello che accade in certe forme di demenza» – se ne è dunque affiancata una simile e contraria, che istiga allʼincomprensione e al rifiuto delle ragioni di coloro che, ad uno scenario di persistenti restrizioni della libertà di movimento, di obblighi sine die di indossare maschere chirurgiche, mantenere un metro e ottanta di distanza dal prossimo ed evitare “luoghi di socialità” ed incontri con familiari ed amici, ne preferirebbero uno in cui, pur attenendosi temporaneamente alle opportune misure di prudenza, il rischio venga accettato e gradualmente reinserito nellʼorizzonte della normalità.
La demonizzazione di questa scelta e lʼinsistenza ansiogena sui presagi funesti – sul vaccino che non funzionerà o avrà effetti limitati nel tempo, sulle mortifere “terze ondate” in arrivo e così via – sortiranno quasi certamente effetti opposti a quelli proclamati, precipitando strati crescenti di popolazione in uno stato di prostrazione psicologica difficilmente riassorbibile, di cui si riscontrano già evidenti sintomi (Cfr. Gianni Santucci, Lʼabisso del lockdown: tra lʼ8 marzo e il 4 maggio sono aumentati i tentativi di suicidio, in «Corriere della sera», 19 novembre 2020, dove si cita uno studio dellʼospedale Niguarda di Milano, il quale «mostra che nei 56 giorni di chiusura sono triplicati in Rianimazione i ricoveri di persone che volevano farla finita. Un disastro umano e di solitudine nascosto nella zona dʼombra del disastro Covid»).
Ma, a quanto pare, i dogmi ideologici che dominano la scena culturale dei nostri giorni impediscono di accettare qualunque atteggiamento nei confronti dellʼesistenza che possa apparire eccessivamente virile – e dunque, nella traduzione banalizzante della vulgata progressista, “maschilista”. Vegetare, quindi, sta diventando lʼimperativo categorico del Terzo millennio. Non ci resta che sperare che, un giorno, un sussulto collettivo di orgoglio di fronte ad un panorama così deprimente possa trasformarsi in una seria, sacrosanta reazione – e fare, nel nostro piccolo, tutto il possibile perché ciò avvenga.

«Mò ce stà ‘o virùss»

Veloci sono spesso i cambiamenti collettivi. A volte anche repentini. Diventano fulminei in presenza di eventi che sconvolgono proprio da un giorno all’altro la vita di milioni di persone. E quindi se «fino a pochi mesi addietro, in tutti i paesi si indicava come uno dei gravi drammi dell’epoca la solitudine», se «se ne discuteva sulla stampa, in radio, in tv, sul web», se «per combatterla si proponeva la ricetta dell’empatia. Dell’affetto. Della vicinanza. Dell’abbraccio. Di colpo, lo scenario si è rovesciato. […] Distanziamoci. E criminalizziamo chi non sta alle regole» (Marco Tarchi, Diorama Letterario 355, maggio-giugno 2020, p. 1).
Criminalizzazione che è uno degli effetti di «una vera e propria fabbrica della paura, che mette quotidianamente in circuito immagini e discorsi allarmanti» (Id., p. 2). Alcune delle conseguenze sono state sperimentate in un modo o nell’altro da tutti i cittadini. E sono queste: «La gran parte delle persone ha sacrificato volontariamente la propria libertà in cambio di un’illusoria sicurezza. La nostra prigionia, per quanto imposta dallo stato, è accettata dai più come male necessario. Lo Stato, principale responsabile della diffusione dell’epidemia, si declina come Stato Etico, padre che comanda, punisce e imprigiona i figli per il loro “bene”. I nemici sono quelli che non si piegano alle regole, persino quelle più insensate. I nemici sono i sanitari che denunciano la strage, invece di scrivere una pagina del libro Cuore del Covid-19. I nemici sono i lavoratori che scioperano nonostante i divieti, perché il ruolo di agnello sacrificale gli sta stretto. I nemici sono i detenuti che provano a sopravvivere. La delazione verso il vicino che trasgredisce è il premio morale per chi, strangolato dalla paura, resta intanato in casa, in inconsapevole attesa che il virus gli venga recapitato a domicilio dal parente che lavora o fa la spesa. Il panopticon globale è il passo successivo, la condizione che ci viene posta per passare dai domiciliari alla libertà vigilata. Sinora i più si sono piegati allo stato di eccezione senza opporre resistenza» (Maria Matteo, A Rivista anarchica, n. 443, maggio 2020, p. 12).

Sullo stesso numero di A Rivista anarchica, Giuseppe Aiello descrive una situazione che ho vissuto anch’io, identica, nel dialogo con alcuni amici e colleghi: «In tempi di pace, quando i morti sul lavoro, sulle autostrade, di cancro industriale si contano a decine di migliaia, ma non c’è “lo Gran Morbo” a minacciarci, citano Foucault come se fosse una specie di amico di famiglia dal quale hanno analiticamente appreso i segreti della microfisica del potere sin da quando erano in fasce. Adesso che si sono all’improvviso brancaleonizzati, della critica dell’istituzione medica, dell’analogia strutturale tra luoghi di detenzione brutale come il carcere e quelli della salute statalizzata non sanno più nulla. Ma come, il rapporto medico-paziente non era uno dei cardini della torsione autoritaria della società disciplinare? L’ospedale non aveva lo stesso significato di manicomio e caserma? No, roba passata, mò ce stà ‘o virùss» (p. 32).

Il virus ha colpito in modo drammatico l’Italia e l’Europa, le cui classi dirigenti reputano la sanità pubblica uno spreco da tagliare, tagliare, tagliare. In Lombardia, terra molto solerte nel tagliare, le conseguenze sono state tragiche.
L’Unione Europea, come mostra anche l’«accordo» suicida che in questi giorni i media presentano come una vittoria dell’Italia (!), non mira soltanto a tagliare quanto più possibile le spese sociali ma, più in generale, a «fare tabula rasa della lunga e ricca storia europea» (Yann Caspar, Diorama letterario 355, p. 14), cancellando il tesoro delle differenze a favore di una omologazione identitaria fondata sul primato di ciò che Aristotele chiamava crematistica, vale a dire l’elemento soltanto finanziario.

Sul limite

Le società umane abitano spesso nel paradosso. Paradossi a volte innocui ma altre, invece, assai pericolosi. Un caso che rientra nella seconda fattispecie è quello dell’odio. Si emanano leggi e si istituiscono persino commissioni contro l’odio ma esse stesse, leggi e commissioni, sono e diventano strumenti d’odio contro i presunti odiatori. Si scatenano così vere e proprie campagne di propaganda rivolte a calunniare e a criminalizzare chi non la pensa allo stesso modo degli autodefinitisi nemici dell’odio. Le vittime preferite di tale odio sono populisti, sovranisti, ‘ecologisti profondi’, e tutti coloro che richiamano il limite senza il rispetto del quale le società semplicemente si dissolvono.
Due esempi di ignoranza del limite riguardano entrambi la popolazione umana e il suo crescere a dismisura.

Il primo caso concerne la questione fondamentale del presente, che però emerge di rado e viene pochissimo discussa, la questione demografica:
«Aujourd’hui, avec plus de 250.000 naissances par jour, on a dépassé les 7,7 milliards. Pour la fin du siècle, les estimations moyennes tournent autour de douze milliards, les estimations hautes autour de seize milliards. […] Pas plus qu’il ne peut y avoir de croissance matérielle infinie dans un espace fini, la population ne peut s’accroître indéfiniment sur une étendue limitée. Malheureusement, nous sommes à une époque qui ne supporte pas les limites. […] le laisser-faire nataliste est aujourd’hui irresponsable, et le ” respect de la vie ” ne saurait s’étendre à ceux qui ne sont pas encore conçus»
‘Con oltre 250.000 nascite al giorno, si sono superati i 7,7 miliardi [di umani]. Per fine secolo le stime medie ruotano sui 12 miliardi, le più alte sui 16 ma come non può esserci una crescita materiale infinita in uno spazio finito, la popolazione non può crescere indefinitamente su un’estensione limitata. Purtroppo siamo in un’epoca che non sopporta limiti. […] Oltre l’80% dell’intera biomassa prodotta annualmente nel mondo è già sfruttata. […] Il lasciar fare natalista è oggi irresponsabile e il ‘rispetto della vita’ non può essere esteso a chi non è stato ancora concepito’
(Alain de Benoist, Boulevard Voltaire, 25.1.2020 ; cfr. anche il mio Nascere?).
Il climatologo Luca Mercalli, intervistato da Carlotta Pedrazzini su A Rivista anarchica, conferma che «è più facile cambiare il sistema pensionistico piuttosto che le leggi della termodinamica, eppure questa cosa non riusciamo a capirla. Le leggi fisiche, a differenza dei sistemi pensionistici, sono invarianti, sono così da miliardi di anni e non cambiano secondo i desideri umani. […]
I tre indicatori a cui guardare quando si affronta questo tema sono: risorse disponibili, numero di esseri umani e livello di vita di questi esseri umani. È giusto rendere il mondo più sostenibile con l’economia circolare, facendosi aiutare dalla tecnologia, ma dobbiamo tenere conto che se si vuole stare bene e assicurare a tutti un alto livello di benessere, dovremmo essere 2 miliardi. Invece siamo 8. Perché? Chi ci ordina di continuare a essere sempre di più? […]
Se non inizieremo a mettere in relazione l’aumento demografico e la crisi ambientale, le disposizioni autoritarie arriveranno sicuramente. Lo dimostra l’attuale emergenza sanitaria legata al coronavirus. Non si stanno forse prendendo misure autoritarie? Però le persone con la strizza stanno zitte e le accettano, accettano che si blindino paesi e che si metta la polizia alle porte, ma ci rendiamo conto che si tratta di un coprifuoco che non si vedeva dal 1945? Qualcuno, per caso, ha sollevato il problema della libertà? Quando i problemi ambientali diventeranno pari a quelli oggi percepiti per il coronavirus o peggio, verranno fatte scelte autoritarie. Al contrario, la riduzione della popolazione raggiunta attraverso l’educazione sessuale è una disposizione democratica» (Più siamo peggio è, A Rivista anarchica 442, aprile 2020, pp. 52-55).

Il secondo caso riguarda una delle più profonde cause di violenza e di conflitti, quello che nasce dall’ignorare e dal violare «una delle leggi fondamentali della politica, valida in ogni tempo e luogo e implicita nella parola, per la sua derivazione dal concetto di polis: la tendenza delle popolazioni insediate in un territorio a difenderne i confini fisici – e le consuetudini comunitarie stabilite all’interno di essi – da qualunque tipo di minaccia esterna o di invasione. E migliaia di anni di storia dimostrano che all’infrazione di questo limes (psicologico non meno che materiale) ha sempre corrisposto un insieme di vigorose reazioni» (Marco Tarchi, Diorama letterario, 352, novembre-dicembre 2019, p. 2).

Coloro i quali (dalla appartenenza ideologica e ideale più diversa) ignorano questi due limiti – il numero degli umani e l’identità dei gruppi –  sono destinati a scatenare le più feroci manifestazioni d’odio. Effetto tragico e, appunto, paradossale ma inevitabile poiché iscritto nelle strutture antropologiche collettive.

Populismi e differenza (sulla devastazione)

L’omologazione, il conformismo, il pensare ciò che tutti pensano, sono strutture e modalità a volte necessarie per mantenere la coesione dei gruppi e delle comunità sociali. Purché non assumano una valenza etica e soteriologica, purché non si presentino quindi come il bene e come salvezza. È invece quello che sta accadendo con il liberalismo e il capitalismo trionfanti che, come tutte le strutture ideologiche, hanno sempre bisogno di un nemico da additare, combattere, distruggere. Sconfitto il comunismo, si è inventato il «terrorismo» come parola grimaldello contro qualunque agire che metta in discussione l’impero statunitense. In Europa, invece, il nemico che il liberalismo addita si chiama populismo.
«Osteggiata dalla quasi totalità dei mezzi d’informazione ‘che contano’, demonizzata da un’identica percentuale delle classi politiche di governo e di opposizione, invisa fin oltre i limiti dell’astio dal ceto intellettuale, sgradita alle alte gerarchie ecclesiastiche, paventata come una minaccia dagli attori di primo piano della scena economica sia padronale che sindacale, combattuta con ogni mezzo a disposizione dai principali players dei mercati finanziari, l’ascesa dei movimenti e partiti populisti» sembra il nuovo spettro che si aggira per l’Europa (M. Tarchi, Diorama letterario, n. 346, p. 1).
Certo, i limiti del populismo sono grandi e riguardano specialmente la dimensione metapolitica, il piano culturale, ma rispetto al deserto sociale e simbolico prodotto dal suo vero avversario, la tecnocrazia finanziaria, il populismo è denso di spiriti vitali perché affonda il suo successo su delle costanti antropologiche che possono essere negate dalla dottrina ma continuano a esistere nelle strutture e negli eventi umani.
«Populismo allo stato puro» sono ad esempio i Gilets jaunes, nei confronti dei quali si esercita un vero e proprio «disprezzo classista, ma anche il terrore panico di vedersi presto destituiti dagli straccioni» (A. De Benoist, 3). Disprezzo che verso il populismo nutrono non soltanto lo snobismo ‘di sinistra’ -espressione che una volta sarebbe apparsa ossimorica- ma anche la destra liberista poiché «è vero che non è da ieri che la destra borghese preferisce l’ingiustizia al disordine» (Id., 4) così come preferisce il caos dei mercati alla regolamentazione della ricchezza.

La storia in ogni caso non è ‘finita’ con la vittoria dell’unilateralismo occidentalista. La Russia continua a mostrarsi irriducibile al controllo statunitense. E questo nonostante la propaganda e la disinformazione che diffondono menzogne su menzogne a proposito dell’inesistente pericolo slavo mentre il vero rischio è la smisurata crescita del controllo che gli USA esercitano sull’intero pianeta, senza distinzione tra amici e nemici. A mostrarlo non è soltanto il pervasivo spionaggio che gli Stati Uniti d’America attuano verso gli esponenti dei governi europei tramite la rete Echelon, ma anche e specialmente il fatto che «nel 2013 gli statunitensi hanno speso 53 miliardi per le loro 17 agenzie di servizi segreti, più di quanto Mosca stanzia per tutto il settore della Difesa, armi atomiche incluse! Secondo le stime del 2016, gli USA hanno investito nell’apparato bellico oltre 1.000 miliardi di dollari, il 40% della spesa mondiale, mentre l’ ‘espansionista’ Russia si è fermata ad una cinquantina di miliardi, circa [soltanto] il doppio di quanto spende l’Italia» (R. Zavaglia, 11), che certo potenza mondiale non è.

Russia e Cina sono il vero obiettivo della guerra che gli USA vanno preparando -i conflitti nel Vicino Oriente e le costanti provocazioni in Ucraina costituiscono tappe di avvicinamento a questo scopo- poiché si tratta non soltanto di concorrenti economici ma soprattutto di civiltà irriducibili al «potere oligarchico tecnomorfo etnocentrico, il quale ha imposto il ‘flusso’ globale mercantile di materiali ed esseri umani, distruggendo le società tradizionali e le culture che per millenni hanno caratterizzato le civiltà come delicato equilibrio tra cultura e natura, nel rispetto del limite e della sostenibilità ecologica» (E. Zarelli, p. 19). Anche la Russia e la Cina sono naturalmente potenze inquinanti e distruttive dell’ambiente ma la crescita economica è per esse un mezzo e non il fine stesso delle esistenze individuali e collettive.
La cultura europea è irriducibile al modello di vita americano, alla sua «metafisica dello sradicamento» (Ibidem). L’Europa affonda in modelli universali tra loro diversi ma incomparabilmente raffinati rispetto al semplicismo del dollaro e del suo culto. Il politeismo mediterraneo, la cattolicità romana, la metafisica platonica, la demistificazione nietzscheana, la libertà heideggeriana dall’universo del valore e della morale per radicarsi invece nella sfera ontologica, sono forme ed espressioni del nostro scaturire  dai Greci, i quali «sono quelli che hanno più amato la vita; l’hanno amata a tal punto da non aver più avuto bisogno che essa avesse un senso» (A. De Benoist, 6).
I popoli sono tra loro diversi e mai saranno né dovranno diventare una identità unica, monocorde e totalistica. Il prospettivismo, la differenza, la molteplicità costituiscono la più profonda garanzia di ogni libertà.
Con molta chiarezza Heidegger critica in alcune opere e corsi ciò che oggi si chiama ‘globalizzazione’, da lui designata con il termine Planetarismus: «Humanismus oder Anthropologismus sind menschentümlich letzte Erscheinungsformen des Planetarismus; in ihnen kommt die lang versteckte Wesensselbigkeit von »Historie« und »Technik« zum Austrag in der Form der Verwüstung des Erdballs», ‘Umanesimo o Antropologismo sono per l’umanità le ultime manifestazioni del Planetarismo; giunge in essi alla luce la lungamente nascosta e convergente essenza di ‘storia’ e ‘tecnica’ nella forma della devastazione del globo terrestre’, il cui braccio operativo è l’americanismo in quanto  «historischer Art für die Verwüstung», ‘modalità storica per la devastazione’ (Über den Anfang [Sul principio, 1941], «Gesamtasugabe», Vittorio Klostermann 2005; Band 70, § 13, p. 31 e § 77, p. 97).

Sovranismo / Globalismo 

A delle «pale eoliche» somigliano molti professionisti della politica: «girano nel vuoto e spandono vento» (A. de Benoist, Diorama Letterario 345, p. 8). E tanto più freneticamente girano quanto più il loro apparente potere va dissolvendosi nella supremazia della finanza sulla politica; una trasformazione che è la vera cifra, senso e spiegazione di quanto sta accadendo nel XXI secolo: «Sono le leve di controllo economiche, i centri di comando finanziari che, senza bisogno di alcun direttore d’orchestra collocato dietro le quinte o di altri mandanti occulti, convergono ufficialmente sugli impersonali ‘mercati’ per spostare gigantesche quantità di denaro virtuale, e di investimenti reali, in direzioni adatte alla preservazione dei loro interessi  -che coincidono con quelli di chi ha voluto, incensato e dichiarato irreversibili gli effetti della globalizzazione» (M. Tarchi, ivi, p. 1).
I nemici della libertà e della giustizia sono sempre meno gli stati e sempre più il capitale finanziario che è costitutivamente internazionalista. È anche per questo che il κριτήριον, la vera linea di demarcazione tra movimenti politici, non sta più nella topologia destra/sinistra ma nella distinzione tra i globalisti eredi del capitalismo e i sovranisti eredi dei diritti dei popoli. Una prova evidente che questo è il più corretto e plausibile criterio di demarcazione della politica contemporanea sta nel fatto che i globalisti praticano, teorizzano, difendono ciò che dalle analisi marxiane emerge come uno dei più efficaci e distruttivi strumenti del capitale: l’esercito industriale di riserva generato da ondate migratorie costanti e pervasive, il cui risultato è l’abbassamento dei salari e la perdita di diritti dei lavoratori. Marx condannava la concorrenza degli immigrati nei confronti dei lavoratori autoctoni, vedendo il vantaggio che tale immigrazione rappresenta per il padronato.

Alcuni esponenti della sinistra un po’ più accorti di altri se ne rendono pienamente conto, come in Italia Carlo Formenti e Carlo Freccero, i quali sono comunque degli intellettuali e non dei leader politici. Capo politico è invece Sahra Wagenknecht, importante esponente della sinistra radicale tedesca, deputata europea e vicepresidente del partito Die Linke (‘la Sinistra’, appunto), la quale ha dato vita al movimento Aufstehen (‘In piedi) esplicitamente contrario ai flussi migratori e all’accoglienza indiscriminata. Wagenknecht ha dichiarato che «il problema della povertà nel mondo non può essere risolto da un’immigrazione senza frontiere, il cui unico effetto è fornire manodopera a buon mercato al padronato» (Ivi, p. 9). Ludger Volmer, cofondatore di Aufstehen, rifiuta di considerare ‘razzisti’ tutti coloro che sul fenomeno migratorio hanno posizioni critiche, osserva che gli aiuti umanitari in quanto tali non hanno mai risolto alcun problema sociale, sostiene che la sinistra non può che uscire sconfitta dalla incomprensione delle ragioni profonde -anche antropologiche- che stanno alla base del rifiuto del migrazionismo da parte del corpo collettivo (ho sintetizzato il seguente testo di Volmer: «Jeder Rassist ist Ausländerfeind; aber nicht jeder Skeptiker der Zuwanderungspolitik ist Rassist. Eine Polarisierung in dieser Frage wird keinen Gewinner sehen, sondern die gesamte Linke als Verlierer. […]  Wann hat je humanitäre Hilfe – und darum handelt es sich auch bei der engagiertesten Flüchtlingshilfe – ungerechte Strukturen verändert? […] Ein solidarischer Diskurs verlangt, auf stigmatisierende Begriffe zu verzichten. Individuen, besonders wenn sie in subjektiv fragilen oder überkomplexen Situationen leben, reagieren auf zusätzliche Zumutungen mit Angst, auch mit Fremdenangst. Reicht es, diese Leute zu beschimpfen? Oder lohnt es vielleicht, sich einmal grundsätzlicher mit den widersprüchlichen Postulaten von Evolutionsbiologie und Sozialphilosophie zu befassen: ererbte oder tradierte Disposition und ihre durch bewusstseinsmäßige Reflexion gegebene Veränderbarkeit als Determinanten kulturellen Lernens». Versuch einer Problemskizze, 12.10.2018).
C’è molta lucidità politica nelle tesi di Volmer e Wagenknecht poiché soltanto dei miopi non vedono quanto è accaduto negli ultimi anni, il fatto che la sinistra si va dissolvendo perché ha rinunciato alla propria identità ideologica e alla base sociale che da sempre l’aveva caratterizzata, vale a dire ha rinunciato all’impegno e alla lotta a favore dei lavoratori, dei loro salari, dei loro diritti, dell’occupazione. La globalizzazione rappresenta infatti l’estensione del capitalismo e della speculazione finanziaria all’intero pianeta, a ogni economia, territorio, ambito produttivo e culturale. L’attacco globalista è diretto contro la Differenza e dunque contro le libertà, a favore di un’Identità che vorrebbe sottoporre l’intero pianeta e ogni individuo ai principi deterritorializzati e mercantili delle multinazionali e dei loro corifei.

L’immagine che illustra questo testo è di Steve McCurry; la foto (del 2013) raffigura una bella ragazza etiope della Valle del fiume Omo con il suo gallo, animale che in Occidente non è da compagnia, come non lo sono i topolini o le iguane di altre culture che l’omologazione globalista fa di tutto per cancellare. All’ONU, ad esempio, è in discussione una risoluzione contro «i cibi ad alto contenuto di grassi, zucchero e sale», che segnerebbe l’ostracismo verso molti prodotti italiani (Parmigiano, Gorgonzola, gnocchi e altro). Ne ho avuto esperienza diretta durante un soggiorno estivo in campagna a Bronte (Ct). Un amico allevatore mi ha detto che non poteva più darmi il suo formaggio perché gli è stato proibito di produrne in quanto non dotato di tutti i macchinari che soltanto grandi aziende zootecniche (vale a dire i lager nei quali vengono rinchiusi gli altri animali) possono permettersi. Non è più possibile, pertanto, gustare un prodotto buonissimo, sano, frutto del lavoro di un’azienda locale e non dell’industria alimentare. In nome della salute, certo, la salute del capitale.