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Migranti

[Il testo è più ampio rispetto a quelli che di solito pubblico in questa sede. Ma la questione è talmente complessa e delicata da dover essere affrontata nella molteplicità dei suoi aspetti. Per una lettura più comoda, ho preparato anche una versione pdf del testo]

«Wer Menschheit sagt, will betrügen», ‘chi dice umanità vuole ingannare’, non è una massima di Carl Schmitt bensì di uno dei fondatori dell’anarchismo moderno: Pierre-Joseph Proudhon. Schmitt la cita e la fa propria. Questo non deve stupire, visto che in entrambi i casi si tratta di menti capaci di comprendere la complessità delle strutture sociali e del loro divenire. La fecondità dell’avvertimento di Proudhon è confermata da quanto accade nei Social Network (e in tutto il resto della comunicazione contemporanea), dentro i quali problemi complessi e difficili come quello delle migrazioni dall’Africa all’Europa vengono affrontati con grave superficialità -per non dire in modi sempre più beceri, umorali e volgari- sia sul versante degli ‘accoglienti’ sia su quello dei ‘respingenti’. Si tratta invece di un tema fondamentale che va compreso con gli strumenti che la storia e le scienze sociali offrono.
Un argomento difficilmente eludibile sul tema dei migranti è quello marxiano dell’esercito industriale di riserva, concetto classico e sempre attuale. È infatti chiaro che un’apertura indiscriminata ai migranti è ben vista dal padronato, che può utilizzare persone disposte a lavorare per pochi euro all’ora e senza nessuna garanzia. La sinistra accogliente favorisce in questo modo pratiche di schiavizzazione.
Alcuni dati sono utili a comprendere la dimensione internazionale della questione, certamente non limitabile alle vicende del Mediterraneo. Ad esempio, in Australia ottenere la cittadinanza è molto difficile ed è di fatto riservata ai ‘migranti culturali’, intesi come professori, giornalisti, intellettuali. In Giappone delle 19.628 domande presentate nell’anno 2017, soltanto 20 furono accettate. Avete letto bene, venti. Per venire all’Europa, il governo spagnolo -che pure un anno fa accolse in modo spettacolare 600 migranti a Valencia– minaccia ora le ONG di multe sino a 900.000 euro se i salvataggi si verificheranno fuori dalla «zona di search and rescue (Sar) di responsabilità nazionale», azioni che dovranno svolgersi «comunque sempre sotto il coordinamento delle autorità»1.

Alcune delle principali ragioni e forme del fenomeno migratorio sono analizzate da un sociologo progressista e politicamente corretto come Stephen Smith, docente di Studi africani alla Duke University (USA), per molto tempo collaboratore dei quotidiani francesi Libération e Le Monde, corrispondente dall’Africa (dove ha vissuto a lungo) per numerose agenzie, autore de La ruée vers l’Europe. La jeune Afrique en route pour le Vieux Continent (Grasset, Paris 2018) che significa La corsa verso l’Europa e non il ben diverso Fuga in Europa, con il quale Einaudi ha deciso di tradurre il titolo.
Questo studioso rileva come in Africa esista una middle class suddivisa in due fasce. I membri della prima -costituita da 150 milioni di persone, pari al 13% della popolazione africana- «dispongono attualmente di un reddito quotidiano tra i 5 e i 20 dollari, incalzati da oltre 200 milioni di altri, il cui reddito giornaliero oscilla tra i 2 e i 5 dollari. Insomma: un numero in rapida crescita di africani è in ‘presa diretta’ con il resto del mondo e dispone dei mezzi necessari per andare in cerca di fortuna all’estero»2. Si tratta di un elemento chiave in quanto «la prima condizione» per progettare l’abbandono del proprio Paese «è il superamento di una soglia di prosperità minima» poiché «attualmente, in relazione al luogo di partenza e al precorso previsto», la cifra necessaria al perseguimento di tale obiettivo «oscilla fra i 1500 e i 2000 euro, ossia almeno il doppio del reddito annuo in un paese subsahariano» (83-84).
Quella che arriva dall’Africa in Europa è quindi una collettività, scrive Smith, «sincronizzata con il resto del mondo, al quale è ormai ‘connessa’ tramite i canali televisivi satellitari e i cellulari – la metà dei paesi [a sud del Sahara] ha accesso al 4G, che consente streaming e download di video e di grandi quantità di dati; ma anche mediante Internet, via cavi e sottomarini di fibra ottica» (XIII). Gli altri, vale a dire la grande parte della popolazione africana, «non hanno i mezzi per migrare. Non ci pensano neppure. Sono perennemente occupati a mettere insieme il pranzo con la cena, e quindi non hanno il tempo di mettersi al passo con l’andamento del mondo e, meno ancora, di parteciparvi» (87).
Solo una minoranza fugge da persecuzioni e guerre, tanto è vero che nel periodo di massima virulenza delle guerre in Africa, gli anni Novanta del Novecento, l’arrivo di migranti era incomparabilmente minore rispetto a quello che si sta verificando negli anni Dieci del XXI secolo. Ragionando in termini sociologici e storici e non sentimentali e morali -come va sempre fatto di fronte a fenomeni di tale portata– Smith ne deduce che «sarebbe tuttavia aberrante riconoscere in blocco lo status di vittima a chi fugge davanti alle difficoltà e magari non a chi le affronta» (86).

Riflettendo sui 1500 dollari mediatamente necessari per raggiungere la Libia dalla Nigeria, il vescovo cattolico di Kafanchan, Joseph Bagobiri, osserva che «se ognuna di queste persone avesse investito questa somma in modo creativo in Nigeria in imprese realizzabili, sarebbero diventati datori di lavoro. Invece sono finiti soggiogati alla schiavitù e ad altre forme di trattamento inumano da parte dei libici. […] In questo Paese vi sono ricchezze e risorse immense. I nigeriani non dovrebbero diventare mendicanti lasciando la Nigeria alla ricerca di una ricchezza illusoria all’estero»; un altro vescovo, Julius Adelakun, invita i nigeriani a non sprecare il proprio danaro, offrendolo ai mercanti di vite umane, e utilizzarlo invece allo scopo di «sviluppare il nostro paese per renderlo attraente e favorevole alla vita, in modo che siano i cittadini stranieri a voler venire da noi»3. Un simile autolesionismo che uccide le persone e impoverisce il Paese d’origine ha molte spiegazioni, due tra queste sono: la visione distorta che si ha dell’Europa come luogo di ricchezza assicurata; i finanziamenti dei quali godono le ONG cosiddette ‘umanitarie’ allo scopo di raccogliere quanta più possibile forza lavoro a basso costo da immettere nelle economie europee.
Anche il progetto sintetizzato nella formula «aiutiamoli a casa loro» ha poco senso. Si tratta infatti di un obiettivo contraddittorio sia in via di diritto sia di fatto. Smith lo definisce un vero e proprio paradosso:

«I paesi del Nord sovvenzionano i paesi del Sud sotto forma di aiuto allo sviluppo, affinché i deprivati possano migliorare le loro condizioni di vita e, sottinteso, restino a casa loro. In questo modo, i paesi ricchi si danno la zappa sui piedi. Infatti, almeno in un primo momento, premiano la migrazione aiutando alcuni paesi poveri a raggiungere un certo livello di prosperità grazie al quale i loro abitanti dispongono dei mezzi economici per partire e insediarsi all’estero. È l’aporia del ‘cosviluppo’, che mira a trattenere i poveri a casa loro mentre nello stesso tempo ne finanzia il sradicamento. Non c’è soluzione, perché bisogna pur aiutare i più poveri, chi ne ha più bisogno…» (86).

Chi invece sostiene l’accoglienza più o meno universale, dovrebbe riflettere su altri dati di fatto, da Smith esposti con grande chiarezza:

«Nel 2017, tra gennaio e la fine di agosto, hanno attraversato il Mediterraneo 126.000 migranti, di cui 2428 dichiarati dispersi, cioè l’1,92%; dato leggermente inferiore alla mortalità post-operatoria di un intervento di chirurgia cardiaca nell’Europa occidentale (2%). Nonostante il rischio sia, per fortuna, limitato, ci si chiede perché non smetta di aumentare nonostante gli occhi del mondo siano puntati sul Mediterraneo e i soccorsi dovrebbero essere sempre più efficienti. La risposta è che le organizzazioni umanitarie rasentano la perfezione! In effetti, le imbarcazioni di soccorso si avvicinano sempre di più alle acque territoriali libiche e, in caso di pericolo di naufragio, non esitano a entrarvi per prestare soccorso ai migranti. Dal canto loro, i trafficanti stipano un numero sempre maggiore di migranti in imbarcazioni sempre più precarie. […] In cambio di una riduzione tariffaria, un passeggero è incaricato della ‘navigazione’ e di lanciare l’Sos non appena entri in acque internazionali: a tal fine gli viene consegnata una bussola e un telefono satellitare del tipo Thuraya. […] Lasciando i migranti alla deriva…per essere prima o poi soccorsi dalle navi delle organizzazioni umanitarie che sanno fare molto bene il loro mestiere, con l’inconveniente, però, che i migranti, sapendo di essere soccorsi, badano assai poco all’efficienza delle imbarcazioni messe a disposizione dai trafficanti. […] Occorre, tuttavia, arrendersi all’evidenza: per arrivare in Europa i migranti africani corrono un rischio calcolato simile ai rischi che corrono abitualmente nella vita che cercano di lasciarsi alle spalle» (107-108).

Di fronte a tali eventi e dinamiche, Smith afferma lucidamente che è necessario «de-moralizzare il dibattito» sull’emigrazione. I sentimentalismi costituiscono infatti in casi come questi i migliori alleati della violenza degli schiavisti e di quella dei razzisti. Anche lo scrittore Emmanuel Carrère sostiene la necessità di non trasformare la questione migratoria «in un eterno affare Dreyfus»4. Come ha insegnato Max Weber, l’etica impolitica della convinzione deve sempre confrontarsi con l’etica politica della responsabilità, la quale deve fare i conti con «tutte le conseguenze prevedibili dei propri atti, al di là del narcisismo morale» (Smith, p. 146). Cercando di delineare le possibili conseguenze di quanto sta accadendo tra Europa e Africa, Smith individua per il prossimo futuro cinque scenari.
Il primo è l’Eurafrica, che «consacrerebbe l’ ‘americanizzazione’ dell’Europa» (145) e implicherebbe «la fine della sicurezza sociale. […] Lo Stato sociale non s’adatta alle porte aperte, donde l’assenza storica di una sicurezza sociale degna del nome negli Stati Uniti, paese d’immigrazione per eccellenza. Insomma, sopravviverà in Europa unicamente lo Stato di diritto, il vecchio Leviatano di Hobbes -che dovrà darsi un gran daffare per impedire la ‘guerra di tutti contro tutti’ in una società senza un minimo di codice comune» (146-47).
Il secondo scenario è la fortezza Europa, alimentato anche dalle reazioni che suscita «una stampa che si preoccupa più della fiamma del proprio umanitarismo che delle sue conseguenze sulla collettività»; Smith ammette che «la fortezza Europa è forse meno indifendibile di quanto non sembrasse. […] Ciò nondimeno, se si tiene conto della sollevazione di massa prevista da questo libro, qualsiasi tentativo esclusivamente sicuritario è votato al fallimento» (148-149).
Il terzo scenario è la deriva mafiosa, una vera e propria «tratta migratoria» il cui rischio è «che i trafficanti africani facciano combutta o entrino in guerra con il crimine organizzato in Europa» (149); una conferma sta nel fatto che l’80% delle donne soccorse nel Mediterraneo «erano oggetto di un traffico a fini di sfruttamento sessuale. […] Gli intrecci fra prossenetismo e ‘passatori’, troppo spesso presentati come individui soccorrevoli che praticano una forma di commercio solidale, non è che la parte visibile di un’attività criminale assai più importante» (150).
Un quarto scenario è il ritorno al protettorato, per il quale in cambio di privilegi e danaro ai ceti dirigenti, alcuni Paesi africani accetterebbero una «sovranità limitata in maniera proporzionale alle esigenze di difesa dell’Europa» (151).
Il quinto e ultimo scenario è secondo Smith il più probabile e consiste «in una politica raffazzonata» che «consisterebbe nel mettere assieme tutte le opzioni che precedono, senza mai realizzarle sino in fondo: insomma, ‘fare un po’ di tutto ma senza esagerare’» (151).
A decidere quale di questi scenari prevarrà non saranno probabilmente gli europei ma gli stessi africani. In questi casi, infatti, il numero diventa decisivo.

Nell’affrontare per quello che possono la questione, gli europei dovrebbero ragionare sine ira et studio sulla natura e sulle conseguenze del liberalismo capitalistico che prima ha prodotto l’imperialismo in Africa e poi, di rimbalzo, la corsa impetuosa di molti africani verso l’Europa. Uno dei fondamenti teorici del liberalismo, infatti, è la distruzione di corpi intermedi tra il singolo essere umano e l’umanità in quanto tale. In questo senso il liberalismo è l’opposto della democrazia, la quale pone al centro dello scenario sociale non l’individuo ma le citoyen, il cittadino, vale a dire una persona radicata in un contesto collettivo consolidato, frutto di condizioni geografico–economiche ben precise e di eventi storici condivisi. Ed è sempre in questo senso che la sovranità del popolo è cosa ben diversa dalla difesa dei diritti dell’uomo.
Uomo è infatti un concetto astratto, per i Greci ad esempio del tutto marginale. Al centro della vita collettiva si pone invece l’abitante della πόλις, con i suoi diritti e con i suoi obblighi. Per la democrazia i territori, le culture, le organizzazioni collettive non costituiscono soltanto la somma di individui isolati e tra loro irrelati ma sono il risultato della contiguità spaziale e della comunanza temporale. Si è prima di tutto abitanti di un certo luogo e soltanto per questo si può diventare cittadini del mondo. È qui che il concetto di border mostra la propria funzione di delimitazione della dismisura, di κατέχον rispetto alla dissoluzione.
La critica superficiale e pregiudiziale al concetto di frontiera , che pervade innumerevoli pagine della Rete e gli articoli di molta stampa, è dunque anch’essa una forma di ignoranza spettacolare, nel molteplice senso di questo aggettivo. Nella storia del XXI secolo il contrario di frontiera non è chiusura, il contrario della frontiera è il mercato, è il capitale, che sin dall’inizio ha avuto come fondamento la massima liberista «Laissez faire, laissez passer».
Applicare questo principio in modo assoluto e irrazionale, come tende a fare il liberismo contemporaneo significa, tra le altre conseguenze, scrive Smith, «fare i conti senza l’ospite», vale a dire fare i conti senza coloro che nel territorio europeo risiedono da secoli e che cominciano a sentirsi stranieri nel proprio Paese (passeggiare ad esempio in via Padova a Milano mi ha dato esattamente questa impressione) o persino ‘invasi’. «L’arrivo di stranieri può importunare, la loro presenza può disturbare. Pretendere che non sia così mi sembra una petizione di principio idealistica e pericolosa» (112). Affrontare una simile realtà in termini psicologici o addirittura moralistici è sterile, per non dire anche pericoloso. De-moralizzare il problema è necessario anche perché

«né lo straniero, né l’ospite sono a priori ‘buoni’ o ‘cattivi’, ‘simpatetici’ o ‘egoisti’. Vengono a trovarsi, insieme, in una situazione che occorre cercar di capire al pari delle circostanze, ovviamente differenti per l’uno e per l’altro. La mancata assistenza a un persona in pericolo è un reato, a condizione di potere prestare aiuto senza esporsi a pericoli (ultra posse nemo obligatur). […] La preoccupazione dell’equità internazionale non può confondersi con l’apertura delle frontiere a titolo di perequazione planetaria. Non è incoerente essere favorevoli all’equità internazionale e contrari alla totale apertura delle frontiere» (112-113).

Della giustizia è parte fondamentale anche la difesa di se stessi, in caso contrario si tratta non di solidarietà ma di autodistruzione. Se è doloroso ma inevitabile che una potenza meglio armata e determinata ne sottometta o distrugga un’altra, è assai meno comprensibile che i soggetti sottomessi collaborino attivamente alla propria distruzione. L’Impero Romano, ad esempio, non venne certo cancellato dai cosiddetti barbari ma si dissolse per ragioni interne, alle quali le popolazioni del nord e dell’est aggiunsero soltanto la propria presenza, invocata da molti cristiani come purificatrice della decadenza latina. «La verità è che i barbari hanno beneficiato della complicità, attiva o passiva, della massa della popolazione romana. […] La civiltà romana si è suicidata»5.
Qualcosa di analogo sta avvenendo nell’Europa contemporanea, uscita sconfitta e miserabile dalle due guerre mondiali del Novecento, vale a dire dalla più distruttiva guerra civile della storia moderna. L’Europa sta infatti implodendo su se stessa per una manifesta incapacità di gestire il proprio presente, affidato al capitalismo globalista sotto la guida statunitense e ai flussi religiosi provenienti dal mondo islamico. Invece di nutrire ed esercitare prudenza rispetto a queste complesse dinamiche, la più parte degli europei si divide tra i sostenitori di un’accoglienza totale e indiscriminata e i difensori di una pregiudiziale chiusura. Posizioni entrambe inadeguate a comprendere ciò che sta avvenendo. Gli accoglienti, in particolare, praticano comportamenti dettati dal sentimentalismo umanistico e romantico e dall’universalismo cristiano. Due posizioni antropologiche assai rischiose e che contribuiranno alla fine dell’Europa come sinora è stata conosciuta.
Il futuro degli europei è sempre meno in mano agli europei anche a causa del fatto che «la gioventù africana si precipiterà nel vecchio continente, perché è nell’ordine delle cose. […] Secondo le previsioni dell’Onu (United Nations Populations Division 2000, p. 90), l’arrivo di 80 milioni di migranti nel corso di cinquant’anni porterebbe a una popolazione immigrata di prima e seconda generazione corrispondente al 26% di quella presente nell’Unione Europea […]. Oggi vivono nell’Unione Europea (compreso il Regno Unito) 510 milioni di europei a fronte di 1,3 miliardi di africani sul continente vicino. Entro trentacinque anni, questo rapporto sarà di 450 milioni di europei a fronte di 2,5 miliardi di africani, ossia il quintuplo» (Smith, pp. XII–XIV).
Sottovalutare la demografia è scientificamente insensato6. Il rapporto tra gli umani e l’ambiente si fonda infatti, come quello di qualsiasi altra specie, soprattutto sul dato quantitativo. Il numero e la giovinezza dei popoli africani molto probabilmente prevarranno. E alla fine sarà giusto così, di fronte al pervicace cupio dissolvi che sempre più caratterizza l’Europa.


Note
1. il Fatto Quotidiano, 6.7.2019
2. Stephen Smith,
Fuga in Europa. La giovane Africa verso il vecchio continente, trad. di P. Arlorio, Einaudi, Torino 2018, pp. XII–XIV. Sulla giovinezza dell’Africa si legga l’intero secondo capitolo del libro, dal significativo titolo L’isola-continente di Peter Pan, pp. 29-53. I riferimenti ai numeri di pagina delle citazioni da questo volume saranno indicati nel corpo del testo, tra parentesi.
3. Africa/Nigeria – “Le somme pagate ai trafficanti per finire schiavi in Libia avrebbero potuto creare posti di lavoro in Nigeria”, nota dell’agenzia di stampa cattolica Fides, 15.12.2017.
4. Emmanuel Carrére A Calais, trad. di L. Di Lella e M.L. Vanorio, Adelphi, Milano 2016, p. 16.
5. Jacques Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale, trad. di A. Menitoni, Einaudi, Torino 1983, pp. 22–23.
6, Lo mostra con ricchezza di argomenti anche Olivier Rey nel suo Dismisura (il significativo titolo originale è Une question de taille [Éditions Stocks, Paris 2014], «un problema di dimensione») trad. di G. Giaccio, Controcorrente, Napoli 2016.

 

Populismi e differenza (sulla devastazione)

L’omologazione, il conformismo, il pensare ciò che tutti pensano, sono strutture e modalità a volte necessarie per mantenere la coesione dei gruppi e delle comunità sociali. Purché non assumano una valenza etica e soteriologica, purché non si presentino quindi come il bene e come salvezza. È invece quello che sta accadendo con il liberalismo e il capitalismo trionfanti che, come tutte le strutture ideologiche, hanno sempre bisogno di un nemico da additare, combattere, distruggere. Sconfitto il comunismo, si è inventato il «terrorismo» come parola grimaldello contro qualunque agire che metta in discussione l’impero statunitense. In Europa, invece, il nemico che il liberalismo addita si chiama populismo.
«Osteggiata dalla quasi totalità dei mezzi d’informazione ‘che contano’, demonizzata da un’identica percentuale delle classi politiche di governo e di opposizione, invisa fin oltre i limiti dell’astio dal ceto intellettuale, sgradita alle alte gerarchie ecclesiastiche, paventata come una minaccia dagli attori di primo piano della scena economica sia padronale che sindacale, combattuta con ogni mezzo a disposizione dai principali players dei mercati finanziari, l’ascesa dei movimenti e partiti populisti» sembra il nuovo spettro che si aggira per l’Europa (M. Tarchi, Diorama letterario, n. 346, p. 1).
Certo, i limiti del populismo sono grandi e riguardano specialmente la dimensione metapolitica, il piano culturale, ma rispetto al deserto sociale e simbolico prodotto dal suo vero avversario, la tecnocrazia finanziaria, il populismo è denso di spiriti vitali perché affonda il suo successo su delle costanti antropologiche che possono essere negate dalla dottrina ma continuano a esistere nelle strutture e negli eventi umani.
«Populismo allo stato puro» sono ad esempio i Gilets jaunes, nei confronti dei quali si esercita un vero e proprio «disprezzo classista, ma anche il terrore panico di vedersi presto destituiti dagli straccioni» (A. De Benoist, 3). Disprezzo che verso il populismo nutrono non soltanto lo snobismo ‘di sinistra’ -espressione che una volta sarebbe apparsa ossimorica- ma anche la destra liberista poiché «è vero che non è da ieri che la destra borghese preferisce l’ingiustizia al disordine» (Id., 4) così come preferisce il caos dei mercati alla regolamentazione della ricchezza.

La storia in ogni caso non è ‘finita’ con la vittoria dell’unilateralismo occidentalista. La Russia continua a mostrarsi irriducibile al controllo statunitense. E questo nonostante la propaganda e la disinformazione che diffondono menzogne su menzogne a proposito dell’inesistente pericolo slavo mentre il vero rischio è la smisurata crescita del controllo che gli USA esercitano sull’intero pianeta, senza distinzione tra amici e nemici. A mostrarlo non è soltanto il pervasivo spionaggio che gli Stati Uniti d’America attuano verso gli esponenti dei governi europei tramite la rete Echelon, ma anche e specialmente il fatto che «nel 2013 gli statunitensi hanno speso 53 miliardi per le loro 17 agenzie di servizi segreti, più di quanto Mosca stanzia per tutto il settore della Difesa, armi atomiche incluse! Secondo le stime del 2016, gli USA hanno investito nell’apparato bellico oltre 1.000 miliardi di dollari, il 40% della spesa mondiale, mentre l’ ‘espansionista’ Russia si è fermata ad una cinquantina di miliardi, circa [soltanto] il doppio di quanto spende l’Italia» (R. Zavaglia, 11), che certo potenza mondiale non è.

Russia e Cina sono il vero obiettivo della guerra che gli USA vanno preparando -i conflitti nel Vicino Oriente e le costanti provocazioni in Ucraina costituiscono tappe di avvicinamento a questo scopo- poiché si tratta non soltanto di concorrenti economici ma soprattutto di civiltà irriducibili al «potere oligarchico tecnomorfo etnocentrico, il quale ha imposto il ‘flusso’ globale mercantile di materiali ed esseri umani, distruggendo le società tradizionali e le culture che per millenni hanno caratterizzato le civiltà come delicato equilibrio tra cultura e natura, nel rispetto del limite e della sostenibilità ecologica» (E. Zarelli, p. 19). Anche la Russia e la Cina sono naturalmente potenze inquinanti e distruttive dell’ambiente ma la crescita economica è per esse un mezzo e non il fine stesso delle esistenze individuali e collettive.
La cultura europea è irriducibile al modello di vita americano, alla sua «metafisica dello sradicamento» (Ibidem). L’Europa affonda in modelli universali tra loro diversi ma incomparabilmente raffinati rispetto al semplicismo del dollaro e del suo culto. Il politeismo mediterraneo, la cattolicità romana, la metafisica platonica, la demistificazione nietzscheana, la libertà heideggeriana dall’universo del valore e della morale per radicarsi invece nella sfera ontologica, sono forme ed espressioni del nostro scaturire  dai Greci, i quali «sono quelli che hanno più amato la vita; l’hanno amata a tal punto da non aver più avuto bisogno che essa avesse un senso» (A. De Benoist, 6).
I popoli sono tra loro diversi e mai saranno né dovranno diventare una identità unica, monocorde e totalistica. Il prospettivismo, la differenza, la molteplicità costituiscono la più profonda garanzia di ogni libertà.
Con molta chiarezza Heidegger critica in alcune opere e corsi ciò che oggi si chiama ‘globalizzazione’, da lui designata con il termine Planetarismus: «Humanismus oder Anthropologismus sind menschentümlich letzte Erscheinungsformen des Planetarismus; in ihnen kommt die lang versteckte Wesensselbigkeit von »Historie« und »Technik« zum Austrag in der Form der Verwüstung des Erdballs», ‘Umanesimo o Antropologismo sono per l’umanità le ultime manifestazioni del Planetarismo; giunge in essi alla luce la lungamente nascosta e convergente essenza di ‘storia’ e ‘tecnica’ nella forma della devastazione del globo terrestre’, il cui braccio operativo è l’americanismo in quanto  «historischer Art für die Verwüstung», ‘modalità storica per la devastazione’ (Über den Anfang [Sul principio, 1941], «Gesamtasugabe», Vittorio Klostermann 2005; Band 70, § 13, p. 31 e § 77, p. 97).

Democratici?

Tra i tanti commenti dedicati ai risultati delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, tenutesi lo scorso 26 maggio, ne ho letto uno che mi è parso emblematico. Questo:

 

(Fonte: Twitter)

Il testo è stato scritto da un soggetto che su twitter ha come avatar una foto di Enrico Berlinguer e che in altri interventi accusa l’attuale governo italiano di ‘assassinare la democrazia’. E poi scrive questa frase contro il suffragio universale.
Non si tratta di un caso di confusione ideologica da parte di una singola persona. Affermazioni come queste esprimono con efficacia il fondamento antidemocratico del politicamente corretto e, in generale, di chi oggi si crede di sinistra ma vive in sé impulsi decisamente autoritari. Avevo già letto molte affermazioni di questo tenore -formulate anche da persone che conosco- dopo la vittoria dei sostenitori della Brexit nel Regno Unito. Si tratta, lo sappiano o meno, di posizioni vicine a quelle sostenute dal lussemburghese Jean-Claude Juncker -Presidente della Commissione Europea- quando con esemplare chiarezza afferma che «il ne peut pas y avoir de choix démocratique contre les traités européens», ‘non può esserci scelta democratica contro i trattati europei’ (Fonte: Europe : une élection contre la démocratie, di Adlene Mohammedi, «Philitt», 26 maggio 2019).
Negli anni Dieci del XXI secolo semplici cittadini e potenti burocrati europeisti invocano dunque la fine o la neutralizzazione di una conquista di civiltà politica come il diritto di voto garantito a tutti i cittadini. E questo perché i risultati del voto non sono a loro graditi. Sta qui uno dei nuclei di ogni politica autoritaria, classista, tecnocratica. Elementi, questi, che pervadono in modo ormai patologico i sostenitori di una ‘sinistra’ che apprezza la democrazia soltanto quando le elezioni vengono vinte dai suoi esponenti e la rifiuta quando a prevalere sono altri.
Potrei tuttavia essere in fondo d’accordo con l’autore di quel tweet. Con qualche integrazione però: «Vuoi votare? Sostieni un esame nel quale dimostri di aver letto e compreso la Repubblica di Platone, Il Principe di Machiavelli, Il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno. Soltanto sulla base (almeno) di questi testi puoi infatti davvero intendere la politica». Siamo d’accordo, amici democratici che disprezzate il suffragio universale allorché i vostri ‘valori’ non prevalgono?

«L’Unione Europea di Hayek»

Il titolo di questa brachilogia non è mio ma è quello di un articolo della giornalista economica Giovanna Cracco, direttrice della rivista Paginauno. Il testo è stato pubblicato sul numero 61 (febbraio/marzo 2019) .
Degli economisti Friedrich August von Hayek e Milton Friedman ho parlato qualche giorno fa. Riprendo adesso il discorso in relazione alle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. A distanza infatti di poco più di un anno dall’auspicio che nel marzo 2018 formulavo sul successo elettorale del Movimento 5 Stelle, alcuni elementi del programma di quel partito sono stati realizzati, molti altri no. E tuttavia confermo il mio sostegno al M5S.
A convincermi è stata anche e specialmente l’analisi che Cracco propone dei fondamenti e delle scelte politiche di un Parlamento Europeo di impronta liberale e liberista, come quello che ha rappresentato e governato l’Unione Europea negli ultimi cinque anni e continuerebbe a dominarla se prevalessero le formazioni politiche favorevoli al potere liberista. In Italia: il Partito Democratico; Forza Italia -la cui proposta di Mario Draghi a capo di un nuovo governo italiano (che avrebbe certamente il sostegno del PD), ha il pregio della chiarezza, Draghi è infatti l’emblema stesso dell’ultraliberismo dell’Unione Europea–; la Lega, che si presenta come ‘sovranista’ ma le cui scelte politiche sono nel segno del liberismo occidentalista.
Ho illustrato più volte le ragioni per le quali ritengo negative sino alla catastrofe le politiche liberiste; l’ho fatto ad esempio qui: Brexit. Assai meglio di quanto possa enunciarle io, che economista non sono, tali motivazioni vengono riassunte con grande chiarezza nell’articolo di Cracco, la cui rivista è decisamente ‘di sinistra’. Invito dunque a leggere queste poche pagine, nel cui pdf si trovano anche alcune mie evidenziazioni.

Finlandia

Un Paese giovane in ogni senso: storico e anagrafico. Un luogo fatto di natura e architettura, entrambe potenti. Uno spazio di mediazione politica tra i due blocchi quando ancora i due blocchi c’erano. Un cielo che se è sereno è di cobalto, come a Stoccolma. Tra Helsinki e Turku la distesa delle terre ghiacciate, dei laghi, delle foreste.

Turku, l’antica capitale finlandese, è oggi una vivace città adagiata sulle sponde del fiume che la attraversa. I due luoghi principali sono il Castello e il Duomo. Il primo (qui a sinistra) è una struttura medioevale-cinquecentesca, con sale, cappelle, torri. Probabilmente il luogo con maggiore spessore storico della Finlandia. Il Duomo è una monumentale struttura gotica -con un interno molto luminoso- circondata dagli edifici dell’Università svedese.

A Helsinki lo spazio è sconfinato e sembra quasi deserto rispetto alla densità delle città dell’Europa del sud. La Esplanadi è una strada ampia ed elegante, con dei giardini al centro e alla fine la fontana con una Fanciulla del mare.
In cima a una scalin ata il Duomo luterano (a destra) appare in tutto il suo neoclassico biancore.
Casa Finlandia –progettata da Alvar Aalto- è adibita a centro congressi, sala concerti, mostre temporanee. Il suo bianco dinamico sporge su una baia ghiacciata.
Seurasaari è l’isola-museo, con abitazioni del Sei-Settecento provenienti dall’intera Finlandia. La neve e il ghiaccio della baia fermano l’isola nel tempo, così come accade con Suomenlinnaaltra isola che si raggiunge in un quarto d’ora di battello ed è l’antica fortezza della città, un luogo dall’impronta militare, oggi patrimonio dell’Unesco.
La Kallion kirkko è un’enorme chiesa in stile liberty posta su un’altura e il cui campanile-torre domina l’intera Helsinki. Il Sibeliuksen puisto, il parco dedicato al maggior compositore finlandese, ha al centro un monumento in acciaio che rappresenta insieme delle canne d’organo, delle stalattiti, gli alberi di una foresta.
La Temppeliaukion kirkko (a sinistra) è una chiesa scavata nel granito, interamente coperta da un filo di rame lungo 23 chilometri che la fa somigliare a una specie di ufo; le pareti all’interno sono formate dalla roccia lungo la quale scorre l’acqua piovana. Durante la visita la musica di un pianista ha offerto a questo luogo qualcosa di sacro e di interiore.
Eduskuntatalo è la massiccia ma elegante sede del Parlamento (la si vede nell’immagine di apertura in alto), un esempio del miglior classicismo degli anni Venti del Novecento. Coerente simbolo di una città dai grandi spazi, limpida e silenziosa, fatta di edifici imponenti che sono immersi in una natura forte e, si comprende, indomabile.

Roma / Europa

MACRO Asilo
Museo d’Arte Contemporanea di Roma
Sino al 31 dicembre 2019

Uno spazio immersivo, orizzontale, aperto, nel quale ogni cittadino che lo desideri può entrare, uscire, attraversare le sale che non ospitano mostre ma sono arte, vale a dire un tentativo di comprendere ed esprimere i fondamenti dell’accadere. Quadri, installazioni, fotografie, libri, letture, angoli, silenzi, riverberi. Non a caso è stato un antropologo -Giorgio De Finis- a immaginare tutto questo, con sconcerto della corporazione dei critici d’arte. Persino la decisione di rendere gratuita la fruizione del MACRO è stata criticata ed è diventata oggetto di rimprovero nei confronti della giunta guidata da Virginia Raggi.
La quale ha invece voluto restituire alla città in modo democratico e intelligente uno spazio che può essere fruito quando si vuole, con cura e con divertimento. Uno spazio dentro il quale sono e saranno finalmente visibili e vivibili opere e testimonianze di quella strana e coinvolgente cosa che si chiama ‘arte contemporanea’. Come ho sentito dire da alcuni dei visitatori: «Non sembra nemmeno di stare a Roma ma in Europa». Ecco, è quel ma che qui si tenta di rimuovere, anche perché è ad Atene e a Roma che l’arte europea è nata ed è qui che sta sempre a casa sua, al di là delle epoche, dei loro limiti, delle loro forme.

Culture e migrazioni

L’umanità è nomade, plurale, meticcia; è Differenza. L’umanità è spazi, legami, comunità; è Identità. Non è possibile comprendere le vicende della nostra specie, la loro complessità, se non si è consapevoli di questa dinamica incessante di «interscambi etnoculturali» e della loro «cristallizzazione in forme solide e persistenti per lunghi periodi» (M. Tarchi, in Diorama Letterario, n. 344, luglio/agosto 2018, p. 2).
Le relazioni tra gruppi umani non sono riducibili alla semplificazione sentimentale e mercantile dei manifesti Benetton di Oliviero Toscani o delle lacrimevoli immagini che invadono i Social Network. Lo spazio e il tempo sono strutture fondamentali. Lo spazio fa sì che, come sostiene Paul Collier -docente di Economics and Public Policy a Oxford- nel suo Exodus. I tabù dell’immigrazione (Laterza, 2015)-, «grandi paesi dalle molte risorse e bassa densità come Stati Uniti, Canada ed Australia, hanno marcate capacità di accoglienza, e la politica delle porte aperte potrebbe rivelarsi benefica, quantomeno a livello economico; al contrario, la capacità di accogliere dei paesi europei ad alta densità demografica è assai limitata sicché una tale politica a lungo termine sarebbe poco lungimirante, conducendo a probabili esiti pesantemente negativi» (sintesi di G. Ladetto, ivi, p. 24). Il tempo è costruttore di legami, stratificatore di costumi, creatore di gesti, facitore di culture. L’umano è questo spazio e questo tempo che si incarna nei singoli e nelle collettività. L’umano è socialità, politica, simboli e non soltanto «l’immaginario tipicamente capitalistico del carattere centrale dell’economia e della produzione di merci» (A. De Benoist, p.  8).
In questo magma materiale e culturale si radicano i popoli e le classi. Essersi illusi di sostituire la centralità di queste strutture e di tali dinamiche con un’omologazione multietnica moralistica e quindi superficiale ha segnato «l’involuzione borghese della sinistra [che] non poteva non staccarla da chi sta in basso nella scala sociale» (Tarchi, p. 10). Stanno soprattutto qui le ragioni del successo in tutta Europa del populismo, nonostante gli eserciti mediatici e le risorse finanziarie che tentano di criminalizzare tale prospettiva sociale e politica.
A generare l’esodo contemporaneo dall’Africa all’Europa è stata «decisiva la sciagurata lotta per la supremazia nell’Africa sub-sahariana che ha impegnato negli anni Novanta del secolo scorso la Francia e gli Stati Uniti, e che resta nella memoria collettiva collegata ai massacri ruandesi degli Hutu. Guerra poi rovinosamente persa dalla Francia (e vinta dalla Cina), ma che, in epoca d’integralismo islamico, ha fatto deflagrare una buona parte del continente (uno schema che a Parigi sembrano portati a replicare, se si pensa a quanto accaduto in Libia)» (A. Callaioli, p. 18).
Per capire il fenomeno migratorio, la sua funzionalità all’ordine liberista e al capitale, sarebbe necessaria la lucidità che emerge ad esempio da un intervento di Carlo Freccero sul manifesto del 12.6.2018:

«Temo che la sinistra, privata dalla sua classe di riferimento, il proletariato, abbia fatto dei migranti una sorta di foglia di fico per dimostrare di essere ancora dalla parte dei più deboli.
Ma i migranti non sono il nuovo proletariato perché la loro coscienza identitaria non è qui ma altrove. Hanno diritto a non essere culturalmente sradicati, a meno che non si tratti di una loro libera scelta. Viceversa gli abitanti dei quartieri più poveri in Europa, hanno diritto a non essere sradicati dalle loro usanze da parte di un’immigrazione culturalmente eterogenea. I migranti non risiedono in via Montenapoleone e non portano via lavoro agli amministratori delegati. Decidere come fanno le élites che il popolo è brutto sporco e cattivo perché non vuole accoglierli è ingiusto. È il popolo che porta il peso dell’immigrazione con la perdita di valore del lavoro manuale.
La svalutazione del lavoro in questi anni di ordoliberalismo e di euro è stata possibile solo grazie all’esercito di riserva costituito dai migranti. È logico che le élites economiche siano favorevoli all’immigrazione. Le libera dall’incombenza di delocalizzare dove c’è disperazione, portando la disperazione direttamente qui».

Ancora una volta è necessario tener conto di spazio, tempo, numero. Nella Grecia antica gli stranieri erano protetti dalla divinità più importante, da Zeus. E dunque gli obblighi di ospitalità erano inderogabili, tanto che lo straniero «poteva restare nella casa che lo aveva accolto per il tempo che desiderava, e prima di andarsene riceveva ricchi doni. In futuro avrebbe ricambiato l’ospitalità, qualora se ne fosse presentata l’occasione. La posizione degli stranieri cambiò quando, con lo sviluppo delle polis, si pose il problema di chi far rientrare nella categoria dei cittadini. Gli stranieri di passaggio non potevano essere inclusi, ma non lo furono neppure coloro che, nati altrove, si erano trasferiti stabilmente in città. La vita degli immigrati era condizionata dai rapporti che la città ospite aveva con la loro terra d’origine. I barbari, spesso di origine mediorientale e persiana, erano considerati degli inferiori» (M. Fronte, Gli esclusi,  in «Focus Storia. Antica Grecia», settembre 2018, p. 61).
Sia a Sparta sia ad Atene, come in ogni altra città, si cercava soprattutto di garantire l’equilibrio tra gli indigeni e i richiedenti ospitalità. La concessione della cittadinanza era esclusa in partenza, se non per particolari meriti civili, e ad essere accolti erano singoli o famiglie, non interi popoli. Nei rapporti tra gli esseri umani il numero conta perché è anche il numero che crea l’equilibrio tra identità e differenza.
Le parole di Giulia, una mia amica che vive a Friburgo e della quale riportai lo scorso anno una testimonianza, emergono in tutta la loro drammatica verità anche a proposito della recente tragedia di San Lorenzo a Roma e del massacro di Desirée Mariottini. Leggere in modo moralistico e sentimentale una dinamica sociale significa essere «marxisti immaginari», come anni fa scrisse Vittoria Ronchey. La compassione cristiana e gli interessi del capitale convergono e contribuiscono al dramma dell’Europa.

Stoccolma / Svezia

L’antica struttura medioevale di Stoccolma, i suoi quartieri contemporanei, i grandi palazzi del potere edificati tra Cinque e Settecento, si incontrano a formare una capitale imponente e insieme rilassante, fredda e luminosa, felice di se stessa e dei propri limiti. Visitarla con il battello che attraversa le sue isole, vederla dall’alto della torre di Kaknastornet, percorrerla a piedi fra le stradine di Gamla Ston o i grandi viali dei nuovi quartieri oppure passeggiando lungo il lago Malarstrand, significa attraversare uno dei luoghi forse meno celebrati ma più belli d’Europa.
La Svezia profonda, quella che punta verso il grande Nord comincia ad affiorare al di là della capitale. Ad esempio: Steninges slott, un palazzo settecentesco sul lago Malaren; Sigtuna, la più antica città svedese, il suo museo, i ruderi delle chiese, il cimitero, la chiesa gotico-luterana, le pietre runiche, il piccolo municipio, la Stora Gatan; e soprattutto Uppsala con il suo castello, la cattedrale alta e grandiosa, i bei palazzi che compongono le sedi di una delle più importanti città universitarie del Nord Europa.
Gli svedesi, infine, appaiono un popolo ben organizzato, tranquillo, capace di trarre il meglio dal luogo che abita. Una grande storia alle spalle (dai Vichinghi alla regina Cristina, dai Vasa a Olof Palme) contribuisce ad accogliere con gentilezza chi visita gli ampi spazi di questa terra.

America

Tra le numerose ragioni di forza e insieme di debolezza degli Stati Uniti d’America c’è il fatto che qualunque sia il nome, il partito, il carattere, gli obiettivi del loro presidente e del loro esecutivo, essi «fondamentalmente, continuano a non cambiare rotta e, oggi come sempre, sono i nemici principali dell’aspirazione dei popoli ad un’autentica indipendenza politica, economica, culturale» (M.Tarchi, in Diorama Letterario 341, gennaio-febbraio 2018, p. 1).
Nati dal fanatismo calvinista, dal genocidio dei nativi americani, da una profonda rozzezza culturale, dall’assenza di profondità storica, gli USA non sono una democrazia compiuta. Anche se pochi lo sanno, e tra quei pochi ancor meno quelli che lo vogliono vedere, «nella loro Costituzione esiste una disposizione tradizionalmente chiamata Suspension Clause, che consente la sospensione dell’Habeas Corpus, ovvero di passar sopra alle garanzie procedurali individuali, in caso di minaccia interna o di rischio di invasione. […] E la lista delle leggi eccezionali o degli executive order presidenziali che violano le libertà pubbliche e i diritti individuali è lunga: uno dei provvedimenti più noti è stata la deportazione dei nippo-americani nel 1942, un’altra ovviamente la più recente creazione del campo di Guantanamo che, anche in questo caso non lo si vuol vedere, non è al di fuori del diritto ma è stato convalidato a più riprese dalle corti di giustizia americane in occasione degli innumerevoli ricorsi che sono stati depositati e che sono stati tutti respinti» (J.P.Immarigeon, 9).
La più grande capacità di questo stato è consistita nel convincere gli altri popoli, e in particolare l’Europa, di costituire invece un baluardo di democrazia. Nonostante infatti «le fondamenta di questa potenza [siano] piuttosto fragili […] hanno avuto la fortuna di vedersi accreditati di una ricchezza e di una potenza che non hanno e non hanno mai avuto» (Id., 8). Il loro debito internazionale, ad esempio, è tale da farli dipendere dal resto del pianeta per l’approvvigionamento di tutte le enorme risorse e gli infiniti prodotti che consumano ogni giorno. «La loro egemonia finanziaria poggia sull’ingresso massiccio di capitali, e dunque sulla fiducia dei finanzieri nella loro stabilità nazionale. In altri termini, gli Stati Uniti hanno bisogno di rimanere al centro del gioco per dirigere la partita. Il giorno in cui si smetterà di concedere loro fiducia, crolleranno meccanicamente. Dobbiamo comprendere bene che il soft power (il potere culturale) fa paradossalmente da fondamento all’hard power (il potere effettivo). È l’immaginario a determinare il reale» (T.Isabel, 24). Ed è questa dipendenza che li rende estremamente pericolosi, avendo essi bisogno di tenere il mondo in uno stato di tensione continua, attraverso guerre, destabilizzazioni politiche, creazione del caos, in modo da presentarsi come gli unici in grado di contrastare nemici reali e immaginari, ‘terroristi’ di ogni risma,  ‘scontri di civiltà’, quando i diffusori di un terrore planetario sono proprio loro.
Gli USA sono in realtà molto provinciali, come sa e racconta chiunque abbia frequentato le loro terre (consiglio a questo proposito la lettura delle cronache che su A Rivista anarchica, Santo Barezini pubblica ogni mese). E lo sono anche perché «non hanno idea dell’alterità e respingono tutto ciò che non rassomiglia a loro» (J.P.Immarigeon, 10). Sono però capaci di imitazione, assai più di quanto immaginiamo, specialmente nell’attingere ai miti, alle saghe, ai simboli europei, tramutandoli nella loro mitologia alla Walt Disney. Una delle leggende ideologiche elaborate e diffuse da questa cultura è la formula del self-made man, una «delle simpatiche storielle americane che noi ci beviamo. Salvo il fatto che non c’è una sola grande fortuna dell’aristocrazia industriale, non un solo grande progetto privato che non sia stato finanziato direttamente o indirettamente da fondi pubblici, e questo sin dai tempi del Gilded Age degli anni attorno al 1870 e della costruzione della linea ferroviaria tra i due oceani, fino alle industrie petrolifere che continuano a ricevere quasi 100 miliardi di dollari all’anno di aiuti diretti non rimborsabili. È ciò che oltre Atlantico viene chiamato Big Business, e che si potrebbe piuttosto definire ‘capitalismo di Stato’» (Id., 13).
Gli economisti al servizio dell’Impero cercano di nascondere tutto questo anche tramite le astrazioni matematiche denunciate da Yanis Varoufakis e Noam Chomsky.
«Varoufakis: But then in those models that produced the macroeconomic policies that were applied even under Clinton, especially under Clinton, there are no firms, there is no times, no firms, no space, everybody resides at the same point in space, so that there are no costs of transport or anything like that, so imagine a world in which economic policy is predicated upon models that assume there is no time, space, firms, profit, or economic event.
Chomsky: Or monopolies.
Varoufakis: It’s time to get really scared».
[Full transcript of the Yanis Varoufakis | Noam Chomsky NYPL discussion, (28.6.2016) ]
Capaci di un’eccellente propaganda ideologica e mediatica, gli Stati Uniti d’America hanno persuaso e continuano a convincere i popoli loro alleati e l’immaginario collettivo del contrario rispetto a ciò che ho qui riassunto. Sta esattamente e prima di tutto in questo la loro potenza. Destinata comunque a finire, come tutto nella storia e nel tempo. Il rischio è che gli USA trascinino l’intero pianeta nella loro rovina.
Il 4 ottobre 2016, un mese prima dell’elezione di Trump, il generale Mark Milley, all’epoca Capo di stato maggiore dell’esercito statunitense, affermò che «è praticamente certa una futura guerra ad alta intensità tra le grandi potenze. E sarà distruttiva». E, per chiarezza, aggiunse che «non dovete illudervi, l’esercito americano distruggerà qualsiasi nemico, non importa dove e non importa quando».
[Fonte: Boulevard Voltaire, 15.6.2018]

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