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Tradizione / tradizioni

Tradizione/tradizioni 
in Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee
anno VII, n. 12, dicembre 2022
pagine 25-28

Come tutte le parole che contano, tradizione è un termine polisemantico, che muta di significato e direzione in relazione sia al contesto nel quale lo si usa sia alle intenzioni di chi lo usa. Il primo gesto da compiere consiste dunque nel tentare di ‘raffreddare’ questa parola, di analizzarla nel modo più scientifico possibile.
Se lo si fa, ci si accorge facilmente che tradizione è sinonimo di memoria. Della memoria collettiva il cui permanere è necessario per la sopravvivenza di qualsiasi comunità e per la sua identità. Come un individuo che per trauma o malattia ha perduto la memoria, non può che smarrire a poco a poco se stesso sino a cancellare il proprio nome, la storia che è stato, le relazioni che ha vissuto (in questo consiste il morbo di Alzheimer), così una società e una civiltà che dimentichino le proprie radici, scaturigini e storia – vale a dire la loro tradizione – sono destinate a tramontare, ad autodistruggersi e a essere cancellate.
Tradizione è “tradizioni” anche perché una comunità – come qualunque ente che transita nel tempo – cambia continuamente mentre permane e permane mentre incessantemente muta. Il permanere è dunque sempre dinamico e già solo per questo la tradizione è intrinsecamente plurale.
Anche la ‘modernità’ è un elemento della tradizione europea, una sua invenzione. Scaturita dalla Riforma luterana e dalla Rivoluzione scientifica con uno slancio, determinazione e potenza che ne hanno spesso nascosto le pur complesse articolazioni e sfumature concettuali e prassiche, la modernità ha conservato in realtà consistenti tratti di continuità con la tradizione.
Dell’identità/differenza in cui la tradizione consiste ho parlato rispondendo alle domande di Danilo Breschi, direttore de Il Pensiero Storico. 

Heidegger, la guerra

Heidegger nacque in trincea
Recensione a:
Pierandrea Amato
Trincee della filosofia. Heidegger e la Grande guerra
Mimesis 2022, pagine 130
in Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee
6 novembre 2022 / pagine 1-4

Se la guerra accompagna da sempre la specie umana, se essa rappresenta di fatto il basso continuo della storia, che fa da sfondo a tutti gli eventi, la Grande guerra è altro. A un secolo dal suo compiersi, essa costituisce non soltanto lo spartiacque che ha irreversibilmente mutato la vita dell’Europa e quindi del mondo, non è stata soltanto una cesura evidente e netta; quel conflitto rimane ancora sostanzialmente un enigma, una forma dell’arcano che a volte investe gli umani.
La tesi di Pierandrea Amato è che gran parte del pensiero heideggeriano, e certamente Essere e tempo, sia inconcepibile al di fuori del disvelamento che la Grande guerra è stata e ha rappresentato.
La potenza teoretica e prassica della filosofia heideggeriana consiste in gran parte nel superamento che in essa si attua di ogni prospettiva etica, di ogni paradigma umanistico, di ogni illusione antropocentrica. Elementi il cui lato oscuro è diventato evidente in modo persino lancinante durante gli anni dal 1914 al 1918. Dopo quell’esperienza indicibile e inspiegabile, l’umanesimo ha mostrato la sua natura allucinatoria e astratta rivelando la tendenza distopica che lo muove.
Il libro di Amato getta una vivida luce  sulla genesi di una filosofia radicale e feconda.

Respect

Triangle of Sadness
di Ruben Östlund
Svezia, 2022
Con: Harris Dickinson (Carl), Charlbi Dean Kriek (Yaya), Vicki Berlin (Paula), Zlatko Buric (Dimitri), Woody Harrelson (il Capitano)
Trailer del film

Un elenco di elementi inquietanti e insieme del tutto quotidiani nel presente della correttezza, del linguaggio purificato da ogni benché minima possibilità di offesa, del dovere di essere tutti propositivi, sorridenti, accoglienti, inclusivi. E dunque fasulli. Falsi non da un punto di vista morale ma al modo in cui si parla di oro vero e oro falso. Il politicamente corretto è questo falso, che pretende di trasformare il ferro in legno, lo sciocco in intelligente, la merda in valore.
Ogni elemento centrale e periferico del film ha una dimensione dirompente perché totalmente metaforica. Li elenco alla rinfusa e nell’ordine di apparizione: un casting di modelli per sfilate e servizi di moda, che vengono pagati un terzo delle modelle e subiscono continui tentativi di seduzione omosessuale. Una coppia formata da un’influencer, che si chiama Yaya, e dal suo compagno Carl, coppia che litiga in modo furibondo su chi debba pagare il conto al ristorante; lui protesta perché vittima dello stereotipo di genere e costretto quindi a essere sempre il solo a pagare la cena alla signora. La stessa coppia ha ottenuto in regalo/remunerazione la crociera in uno yacht di ultralusso abitato da uomini d’affari russi ferocemente anticomunisti la cui attività è «vendere merda», vale a dire fertilizzanti; da un capitano statunitense marxista e perennemente ubriaco; da due integerrimi e anziani sposi inglesi che parlano continuamente di amore e di onestà e che si lamentano delle regole poste dall’ONU alla fabbricazione e diffusione delle mine antiuomo, «norma che ci ha costretti a perdere il 25% dei nostri introiti»; da ricchissimi e timidi imprenditori a caccia di femmine; dal personale di bordo che sorride sempre e dice sempre «Sissignore» anche alle richieste più strampalate; dal personale di pulizia proveniente dall’Asia. A bordo Carl passa il tempo anche leggendo l’Ulysses di Joyce.
Tutte queste e altre persone partecipano a una «Cena del Capitano» dove si servono le più rare prelibatezze ma durante la quale, anche a causa del mare mosso, il nutrimento finisce tutto in vomito, cacca e morte.
Quella stessa sera la nave viene attaccata dai pirati e i pochi sopravvissuti si ritrovano su un’isola. Tra loro la donna che si occupava di pulire i bagni dello yacht e che ora diventa invece la matriarca, la padrona e capitana, poiché – come ha ben detto Hegel – il servo può fare a meno del padrone ma il padrone non può fare a meno del suo servo. I naufraghi si contendono le pochissime risorse disponibili, rubano dei crackers, sottostanno ai desideri sessuali della ex pulitrice di cessi per ottenere da lei cibo e favori. Ma basta andare dall’altra parte dell’isola per scoprire una realtà diversa dalla struttura roussoviana e insieme hobbesiana nella quale gli ex ricchi e gli ex poveri sono entrati, una realtà normale, nel senso che è la norma del presente.
«Siamo messi male, siamo messi molto male» dice la nuova padrona asiatica. Fino a sfiorare forse l’assassinio ma lasciando il finale intelligentemente aperto alla interpretazione dello spettatore.
L’intero film è una metafora ordinata, caotica, analitica, amara e divertente del naufragio dell’Europa negli spazi del proprio male. Un Triangolo della tristezza nel quale, come nel precedente The Square, l’umanità e la civiltà europea sprofondano, convinti che «there is no alternative» alla suscettibilità individualistica, all’omologazione ideologica, alla dissoluzione della biologia nel Gender, all’informazione diventata oracolo della verità, all’ingiustizia travestita da equità, all’ignoranza in apparenza di respect.

Per le differenze

Alain de Benoist
L’impero interiore
Mito, autorità, potere nell’Europa moderna e contemporanea
(L’empire intérieur, 1995)
Trad. di Debora Spini e Marco Tarchi
Ponte alla Grazie, 1995
Pagine 188

Complessi, ritornanti, rizomatici sono i percorsi della storia umana, delle comunità che la vivono, delle idee che la plasmano. Dissolti in Europa gli imperi dopo la Prima guerra mondiale, in particolare con i trattati di Sèvres e di Versailles, l’idea di nazione sembrò vincere e trionfare. In effetti essa ha guidato e costituito la storia contemporanea. Ma se nel XIX la nazione avanzò sullo slancio giacobino e napoleonico – eredi del centralismo delle monarchie assolute, in particolare di quella di Luigi XIV -, nel Ventesimo e Ventunesimo secolo essa sta mostrando sempre più la propria natura oppressiva e reazionaria, non solo nei regimi totalitari dell’Italia fascista e della Germania nazionalsocialista ma anche nell’imperialismo degli Stati Uniti e delle burocrazie europeiste, le quali non condividono nulla dell’idea imperiale, rimanendo invece «nazioni che cercano solamente di dilatarsi attraverso la conquista militare, politica, economica o di altro genere, sino a giungere a dimensioni che eccedono quelle delle loro frontiere del momento» (p. 165). Esempio massimo sono gli USA, che operano indefessamente al fine di «convertire l’intero mondo in un sistema omogeneo di consumo materiale e pratiche tecno-economiche» (166).
L’imperialismo contemporaneo è da ogni punto di vista l’opposto del principio e della struttura imperiali come emergono, ad esempio, nell’Impero romano fondato su un riconoscimento e un rispetto pervasivi delle autonomie locali e delle differenze ideali: di costume, di lingua, di religione. Quest’ultimo elemento costituisce un fattore di civiltà che i monoteismi hanno combattuto, calunniato, dissolto: «L’Impero romano non si richiama a divinità gelose. Ammette quindi gli altri dei, famosi o sconosciuti, venerati dai popoli che riunisce. La tolleranza religiosa è la norma, come del resto in tutto il mondo antico» (145).

Il mito dell’impero si fonda per de Benoist nell’impero del mito. A quest’ultimo è dedicata la prima e densa parte del volume. Attraverso un’ampia disamina filosofica e storica, si argomenta la tesi per la quale «Mythos e Logos sono termini assolutamente interscambiabili» (11), tanto che molte ricerche contemporanee in settori disparati – antropologia, letteratura, filosofia, religioni, logica – mostrano la razionalità del mito. Tra gli studiosi più noti, Kurt Hübner e James Hillman. Il primo sostiene che «il mito, lungi dall’essere ‘irrazionale’ possiede al contrario la sua propria razionalità. […] L’uomo non sperimenta mai il mondo direttamente: ogni sua esperienza, compresa quella scientifica, è necessariamente mediata da un universo mentale significante. Il mito quindi forma la struttura di questo universo e niente può dimostrare che questa struttura sia meno legittima di quella proposta dalla scienza» (62-63); da parte sua, Hillman vede nella «ragione solo un’espressione particolare del mito» (63).
Il mito va molto al di là del religioso e dell’etico. Il dominio sempre più pervasivo e soffocante della morale nel nostro tempo rappresenta un sostituto assai povero di comportamenti che sono di per sé misurati poiché regolati su una misura non soggettivistica, non psicologica, non normativa. Questa misura scaturisce non dal religioso o dall’etico ma dal sacro, che è un legame profondo e immediato con la materia come κόσμος, come totalità e dunque come continuità misurata dell’umano rispetto all’intero del quale è parte. Si tratta del contrario della ὕβρις, della dismisura escludente e individualistica diffusa nel mondo mediterraneo dai monoteismi, in particolare da quello cristiano: «Il mondo a questo punto non può più essere intrinsecamente il luogo del sacro. La relazione immediata non è più quella fra l’uomo e la totalità del reale, ma una semplice relazione con qualcun altro, che associa dei soggetti ormai separati» (36).
Monoteismi che a loro volta costituiscono il frutto e insieme il rafforzamento di alcuni elementi del tutto desacralizzanti: «l’individualismo (anima individuale, salvezza individuale), la dissociazione inaugurale nel dualismo dell’essere creato e dell’essere increato, il rifiuto del tempo circolare o ciclico e l’adesione ad una concezione della storia unilineare e vettoriale» (35).
La dimensione sacrale e mitica, invece, è intessuta di una ripetizione che implica sempre la differenza. E «in questo sta il senso di ogni metafora cosmica, fondata sul regolare alternarsi di opere e giorni, delle età e delle stagioni. Il ritorno periodico della primavera è il ritorno di una forma, ma non di un contenuto: è sempre la stessa stagione, ma è sempre un’altra primavera. L’immagine chiave, in questo caso, non è tanto il cerchio quanto la spirale o la sfera, poiché la possibilità di superare nasce dalla stessa ripetizione; e la rigenerazione del tempo nasce dal ricorso a ciò che è al di là del tempo» (25).
Il principio imperiale ha soprattutto questo in comune con l’ontologia mitica: un gioco senza fine di Identità e Differenza, per il quale che si tratti di dèi o di umani «l’identità degli altri, lungi dall’essere una minaccia per la nostra identità, fa parte di ciò che permette a tutti noi di difendere le nostre rispettive identità contro il sistema globale che cerca di ucciderle» (175).

L’Europa, luogo e spazio di origine di queste dinamiche, potrà sopravvivere alla sua sempre più evidente insignificanza politica e geostrategica soltanto se rispetterà le differenze tra i popoli e le comunità che la compongono e l’identità della loro storia mediterranea, se saprà dunque «tornare nella luce del mito» (74), nel chiarore della filosofia greca.

Giovinezza e crepuscolo

Maigret
di Patrice Leconte
Francia, 2022
Con: Gérard Depardieu (Maigret), Mélanie Bernier (Jeanine Arménieu), Jade Labeste (Betty), Anne Loiret (Madame Maigret)
Trailer del film 

Crepuscolare Maigret, come se avesse compreso che un’intera vita dedicata alla ricerca della verità su omicidi, violenze, inganni, non avesse scalfito di niente l’iniquità del mondo e delle cose. L’imponenza somatica di Depardieu rende ulteriormente lenti i movimenti e i gesti del Commissario, il quale mai sorride – se non un fugace accenno – e anche quando scioglie il caso non sembra provarne soddisfazione. Il caso di una delle tante ragazze che arrivano a Paris in cerca di sogni che l’esistenza puntualmente cancella. Anche quanti sembrano avere realizzato in qualche modo le proprie aspirazioni lo fanno a costo di calpestare se stessi e gli altri, e forse anche ucciderli. Intorno al corpo di una ragazza sconosciuta e pugnalata per strada Maigret allarga a poco a poco i cerchi concentrici degli eventi e della loro comprensione, sino ad ambienti luccicanti e perversi. Lo aiuta in questo un’altra ragazza, simile alla vittima ma più di lei aggressiva e tenace.
La ricostruzione dei luoghi, degli oggetti, della tonalità collettiva di vita è splendidamente filologica e permette di immergersi nella Parigi degli anni Cinquanta del Novecento, nella sua eleganza, nella sua miseria, nella sua inconfondibile atmosfera, nella nostalgia verso un’Europa e una Francia che nonostante le distruzioni della guerra possedevano una propria identità, non ancora del tutto invasa e distrutta dalla barbarie occidentale.
Maigret et la jeune morte si intitola il romanzo dal quale Leconte ha tratto liberamente il suo film (molto liberamente, quasi solo un accenno alla trama). Forse gli europei, come i greci del Timeo platonico (22C), sono rimasti sempre giovani e anche per questo devono essere uccisi. Depardieu/Maigret lo sa e compie il suo dovere, scioglie il caso e prosegue da solo dando nell’ultima scena ancora uno sguardo alla giovinezza che il tempo dissolve.

I nemici dell’Europa

In politica, come nella vita tutta, la prima domanda alla quale rispondere per capire è «Cui prodest? A chi porta vantaggio?». Il sabotaggio del gas russo – e tutta la guerra in Ucraina – porta vantaggi agli Stati Uniti d’America e danni enormi all’Europa e alla Russia. È da qui che bisogna partire.
E proseguire poi con le conferme: chiusura di aziende europee grandi e piccole a causa dei costi energetici; conseguente dilagare della disoccupazione; trasferimento (delocalizzazione) delle maggiori aziende europee negli USA; impoverimento della società europea con problemi relativi persino al riscaldamento invernale; inflazione e crisi economica in Europa e contestuale enorme crescita dei profitti delle aziende USA e del governo di quel Paese.
E soprattutto il rischio di una guerra – convenzionale o nucleare – allargata a tutto il Continente, che segnerebbe davvero la nostra fine.
La conclusione è chiara: i decisori politici europei sono dei veri e propri traditori al servizio di una potenza straniera e nemica, che sta muovendo guerra all’Europa.
Per quanto riguarda in modo specifico l’Italia, la continuità tra il governo Draghi e il governo della draghina non è un problema per Meloni. La quale infatti si rivolge a Zelensky con queste parole, tra le altre: «Sii forte e mantieni salda la tua fede!».
Il sostegno a un regime con simpatie neonaziste può essere coerente per Fratelli d’Italia, ma è clamoroso che lo sia anche per il Partito Democratico e per la sedicente «sinistra», la quale coinvolgendo l’Italia in una guerra insensata e assai rischiosa contro la Russia che nulla ci ha fatto; regalando milioni di euro degli italiani all’Ucraina; contribuendo alla guerra della NATO/USA contro l’Europa dimostra ancora una volta di essere uno zombie insipiente.

Pagani e cristiani

Recensione a:
Giancarlo Rinaldi
Pagani e cristiani
La storia di un conflitto (secoli I-IV)
Carocci Editore 2020, pagine 492
in Vita pensata, n. 27, settembre 2022
pagine 85-88

C’è una vicenda, fondamentale per l’Europa, nella quale il detto secondo cui ‘la storia la scrivono i vincitori’ appare con evidenza in tutte le sue pervasive e immense conseguenze. Questa vicenda è quella assai complessa che si racchiude nel termine Cristianesimo.
Studiare la genesi del modo in cui questa religione si è presentata nei secoli e continua a presentarsi oggi significa comprendere sino in fondo l’importanza della metapolitica, dell’egemonia culturale, della scrittura che sopravvive e della scrittura che si inabissa. È noto che migliaia di testi della cultura greca e romana sono andati perduti. Meno noto è che la misura di questa perdita arriva sino a novanta testi su cento, forse meno noto ancora è che gran parte di tale perdita sia stata progettata, voluta e realizzata coscientemente dai gruppi, individui, istituzioni che vanno sotto il nome di ‘Chiesa’, la quale iniziò il IV secolo dell’e.v. «come soggetto perseguitato e lo chiuse come agente persecutore», una persecuzione contro l’intera civiltà antica.

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