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Il travaglio del negativo

American Animals
di Bart Layton
Con: Barry Keoghan (Spencer), Evan Peters (Warren), Jared Abrahamson (Eric), Blake Jenner (Chas)
USA, 2018
Trailer del film

Agiati, amati, coccolati. Tutti, tranne forse uno. Studenti più o meno di successo. Quattro tipici giovani statunitensi che nel 2003 tentarono di rubare alcuni preziosi volumi della Transylvania University di Lexington (Kentucky), soprattutto un libro che contiene magnifiche immagini di animali, uccelli in particolare, autoctoni degli USA. Non erano, naturalmente, rapinatori di mestiere ma dei dilettanti che volevano dare una svolta speciale alle loro vite.
Il regista decide di alternare la ricostruzione degli eventi con la narrazione che i veri protagonisti compiono dell’accaduto: loro, i genitori, i professori e gli impiegati di quell’Università. Qualcosa di più, pertanto, rispetto a uno dei numerosi film che raccontano rapine più o meno complicate. Emerge infatti un bisogno profondo: quello di iniziarsi alla vita. Non a caso una delle prime scene descrive un episodio di nonnismo che ha come protagonista Spencer, lo studente al quale viene l’idea di rubare quel magnifico libro d’arte.
Quando una società rinuncia a trasmettere ai suoi figli la fatica, l’accettazione dei fallimenti, il limite, «wenn der Ernst, der Schmerz, die Geduld und Arbeit des Negativen darin fehlt»1 -tutto ciò che appunto significano e sono i riti di passaggio-, questi figli cercheranno altrove ciò che i loro genitori e il corpo sociale non offre più nel timore, poverini, di traumatizzarli; un’ossessione che spinge non pochi genitori a contestare ad esempio le bocciature (ormai rarissime) o i voti bassi a scuola. E che per questo si rivolgono in modo anche violento a quei professori che ancora pretendono che a scuola e all’università si studi. Furono poi ben traumatizzati questi quattro ragazzi del Kentucky, che però da quel dolore crebbero, come si vede dalle loro interviste di trentenni.
Per quanto diverse naturalmente siano le vicende, credo dunque che anche questo film costituisca una conferma di ciò che scrivevo in un mio libro:

«Il grande gioco della rivoluzione fu praticato con entusiasmo da moltissimi figli di papà, pierini viziati, ragazzi irresponsabili e cinici come e più dei loro padri. Adolescenti che uccidono senza sapere bene chi e perché e poi partono per le vacanze, trascorse in allegria sulle barche di famiglia, in giro per le isole più alla moda del Mediterraneo o in lussuose ville alpine. Figli di imprenditori, di professionisti, di ministri, che tutto hanno avuto dalla vita. […] Persone protette fino all’ultimo dalla mamma, dalla famiglia, dal clan, i quali assecondano le decisioni più ingiustificate, sopportano ogni capriccio, tentano di ricomporre l’equilibrio dei figli anche quando ciò significa favorire i loro crimini. Individui affascinati dal mito dell’eroe dannunziano, dal culto soreliano e leninista della violenza rigeneratrice, dall’aspirazione totalitaria alla conquista del mondo e del futuro. […] . Qualcosa che è riemerso con grande forza negli anni del terrorismo contribuendo in maniera non secondaria alla sua crescita. Ma l’elemento scatenante è stato l’unione del dogmatismo dottrinario con la contrapposta rivendicazione del valore di una nuova soggettività. È venuta meno l’autorevolezza delle varie forme nelle quali l’autorità si esprime: istituzionali, politiche, familiari, scolastiche. La mediazione dei bisogni, il confronto fra le volontà e le strutture è saltato a favore del tutto e subito e cioè a vantaggio esclusivo di un approccio retorico ai problemi, nella ripetizione ossessiva di slogan vuoti, monotoni e perciò più assordanti.
Pur di sopravvivere, l’Università e la scuola si sono trasformate in una palestra di ribellismo narcisistico e acritico, partiti e sindacati hanno abbandonato ogni dimensione pedagogica per farsi mera cassa di risonanza di un rivendicazionismo rabbioso, le istituzioni sono state schiacciate sotto il peso di un’accusa assillante di autoritarismo reazionario. L’intera società civile ha avallato l’irresponsabilità rispetto al compito, la fuga dall’impegno che è fatica, la metamorfosi della parola dovere in un tabù linguistico. Ha accettato di essere continuamente accusata da chi nello stesso tempo pretende di venire da essa mantenuto»2.

Il genitore che nel film piange sul destino del proprio figlio ha avuto ciò che si merita.

Note
1. Hegel, Phänomenologie des GeistesPrefazione, 19 (Quando mancano la serietà, il dolore, la pazienza e il travaglio del negativo’, Fenomenologia dello spirito, trad. di Enrico De Negri, La Nuova Italia 1973, p. 14).
2. Contro il Sessantotto. Saggio di antropologia, Villaggio Maori Edizioni 2012, pp. 45-47.

New York

Copia originale
(Can You Ever Forgive Me?)
di Marielle Heller
USA, 2018
Con: Melissa McCarthy (Lee Israel), Richard E. Grant (Jack)
Trailer del film

Lee Israel è esistita veramente. Viveva a New York negli anni Novanta, redigendo biografie di scrittori e lavorando qua e là nei giornali. Aveva un pessimo carattere e amava soltanto la sua gatta. Beveva molto, venne licenziata, aveva debiti consistenti. Quasi per caso, si inventò lettere e biglietti di famosi scrittori che poi vendeva alle librerie antiquarie. Ad aiutarla fu l’unico amico, inconcludente e debosciato, che aveva.
Potrei parlare di questo film dal punto di vista della ricostruzione storica, della vita materiale, le case, gli oggetti, gli abiti. Impeccabile. Potrei parlare anche delle ottime interpretazioni -al punto giusto tra passione e distanza– dei due protagonisti. Potrei parlare del dramma di due vite assai diverse, entrambe perdute ma sempre in cerca di redenzione. Potrei parlare soprattutto della scrittura, l’elemento intorno al quale tutto si muove, le lettere intese sia come missive sia come i segni che ci consentono «di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo», di «parlare con quelli che son nell’Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e diecimila anni» e tutto questo «con qual facilità? con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta» (Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano, Einaudi 1982, p. 193).
Potrei parlare di tutto questo. E invece no. Preferisco dire qualcosa di politico, qualcosa che riguardi la πόλις contemporanea che si chiama New York, un luogo di lotta di tutti contro tutti, di costante competizione, di assenza di sicurezze sociali, di profonda solitudine, di sporcizia e di degrado, dove l’unico culto condiviso è rivolto al dollaro e alle sue molteplici incarnazioni. Sul numero 423 (marzo 2018) di A Rivista anarchica, Santo Barezini, descrivendo la vita quotidiana in questa città, parla di «una malattia, la mela avvelenata di New York».
Nelle città americane -non soltanto in esse naturalmente ma in esse in modo particolare- il denaro è tutto, è davvero l’«equivalente generale» del valore (Marx), compreso il valore delle vite umane. Vite che dunque, come quella di Lee Israel, danno per naturale il sopruso, il regime della lotta, il senso e il significato incarnati nella merce che consente di ottenere tutte le altre merci e l’illusione della soddisfazione: «Der Amerikanismus ist die historisch feststellbare Erscheinung der unbedingten Verendung der Neuzeit in die Verwüstung. Das Russentum hat in der Eindeutigkeit der Brutalität und Versteifung zugleich ein wurzelhaftes Quellgebiet in seiner Erde, die sich eine Welteindeutigkeit vorbestimmt hat. Dagegen ist der Amerikanismus die Zusammenraffung von Allem, welche Zusammenraffung immer zugleich die Entwurzelung des Gerafften bedeutet».
«L’americanismo è la manifestazione storiograficamente consultabile dell’incondizionato declino dell’epoca moderna nella devastazione. Nell’evidenza della brutalità e rigidezza, il carattere russo gode contemporaneamente di una zona sorgiva piena di radici nella sua terra, la quale si è destinata preliminarmente un’evidenza mondiale. Al contrario, l’americanismo è la raccolta disordinata di tutto, una raccolta che significa sempre, allo stesso tempo, lo sradicamento di ciò che è stato accumulato»
(Martin Heidegger, Schwarze Hefte 1939-1941 [Quaderni neri 1939-1941], Überlegungen XV [8-10], in «Gesamtausgabe», Band 96, Vittorio Klostermann 2014, p. 257; traduzione di Francesco Alfieri).

Populismi e differenza (sulla devastazione)

L’omologazione, il conformismo, il pensare ciò che tutti pensano, sono strutture e modalità a volte necessarie per mantenere la coesione dei gruppi e delle comunità sociali. Purché non assumano una valenza etica e soteriologica, purché non si presentino quindi come il bene e come salvezza. È invece quello che sta accadendo con il liberalismo e il capitalismo trionfanti che, come tutte le strutture ideologiche, hanno sempre bisogno di un nemico da additare, combattere, distruggere. Sconfitto il comunismo, si è inventato il «terrorismo» come parola grimaldello contro qualunque agire che metta in discussione l’impero statunitense. In Europa, invece, il nemico che il liberalismo addita si chiama populismo.
«Osteggiata dalla quasi totalità dei mezzi d’informazione ‘che contano’, demonizzata da un’identica percentuale delle classi politiche di governo e di opposizione, invisa fin oltre i limiti dell’astio dal ceto intellettuale, sgradita alle alte gerarchie ecclesiastiche, paventata come una minaccia dagli attori di primo piano della scena economica sia padronale che sindacale, combattuta con ogni mezzo a disposizione dai principali players dei mercati finanziari, l’ascesa dei movimenti e partiti populisti» sembra il nuovo spettro che si aggira per l’Europa (M. Tarchi, Diorama letterario, n. 346, p. 1).
Certo, i limiti del populismo sono grandi e riguardano specialmente la dimensione metapolitica, il piano culturale, ma rispetto al deserto sociale e simbolico prodotto dal suo vero avversario, la tecnocrazia finanziaria, il populismo è denso di spiriti vitali perché affonda il suo successo su delle costanti antropologiche che possono essere negate dalla dottrina ma continuano a esistere nelle strutture e negli eventi umani.
«Populismo allo stato puro» sono ad esempio i Gilets jaunes, nei confronti dei quali si esercita un vero e proprio «disprezzo classista, ma anche il terrore panico di vedersi presto destituiti dagli straccioni» (A. De Benoist, 3). Disprezzo che verso il populismo nutrono non soltanto lo snobismo ‘di sinistra’ -espressione che una volta sarebbe apparsa ossimorica- ma anche la destra liberista poiché «è vero che non è da ieri che la destra borghese preferisce l’ingiustizia al disordine» (Id., 4) così come preferisce il caos dei mercati alla regolamentazione della ricchezza.

La storia in ogni caso non è ‘finita’ con la vittoria dell’unilateralismo occidentalista. La Russia continua a mostrarsi irriducibile al controllo statunitense. E questo nonostante la propaganda e la disinformazione che diffondono menzogne su menzogne a proposito dell’inesistente pericolo slavo mentre il vero rischio è la smisurata crescita del controllo che gli USA esercitano sull’intero pianeta, senza distinzione tra amici e nemici. A mostrarlo non è soltanto il pervasivo spionaggio che gli Stati Uniti d’America attuano verso gli esponenti dei governi europei tramite la rete Echelon, ma anche e specialmente il fatto che «nel 2013 gli statunitensi hanno speso 53 miliardi per le loro 17 agenzie di servizi segreti, più di quanto Mosca stanzia per tutto il settore della Difesa, armi atomiche incluse! Secondo le stime del 2016, gli USA hanno investito nell’apparato bellico oltre 1.000 miliardi di dollari, il 40% della spesa mondiale, mentre l’ ‘espansionista’ Russia si è fermata ad una cinquantina di miliardi, circa [soltanto] il doppio di quanto spende l’Italia» (R. Zavaglia, 11), che certo potenza mondiale non è.

Russia e Cina sono il vero obiettivo della guerra che gli USA vanno preparando -i conflitti nel Vicino Oriente e le costanti provocazioni in Ucraina costituiscono tappe di avvicinamento a questo scopo- poiché si tratta non soltanto di concorrenti economici ma soprattutto di civiltà irriducibili al «potere oligarchico tecnomorfo etnocentrico, il quale ha imposto il ‘flusso’ globale mercantile di materiali ed esseri umani, distruggendo le società tradizionali e le culture che per millenni hanno caratterizzato le civiltà come delicato equilibrio tra cultura e natura, nel rispetto del limite e della sostenibilità ecologica» (E. Zarelli, p. 19). Anche la Russia e la Cina sono naturalmente potenze inquinanti e distruttive dell’ambiente ma la crescita economica è per esse un mezzo e non il fine stesso delle esistenze individuali e collettive.
La cultura europea è irriducibile al modello di vita americano, alla sua «metafisica dello sradicamento» (Ibidem). L’Europa affonda in modelli universali tra loro diversi ma incomparabilmente raffinati rispetto al semplicismo del dollaro e del suo culto. Il politeismo mediterraneo, la cattolicità romana, la metafisica platonica, la demistificazione nietzscheana, la libertà heideggeriana dall’universo del valore e della morale per radicarsi invece nella sfera ontologica, sono forme ed espressioni del nostro scaturire  dai Greci, i quali «sono quelli che hanno più amato la vita; l’hanno amata a tal punto da non aver più avuto bisogno che essa avesse un senso» (A. De Benoist, 6).
I popoli sono tra loro diversi e mai saranno né dovranno diventare una identità unica, monocorde e totalistica. Il prospettivismo, la differenza, la molteplicità costituiscono la più profonda garanzia di ogni libertà.
Con molta chiarezza Heidegger critica in alcune opere e corsi ciò che oggi si chiama ‘globalizzazione’, da lui designata con il termine Planetarismus: «Humanismus oder Anthropologismus sind menschentümlich letzte Erscheinungsformen des Planetarismus; in ihnen kommt die lang versteckte Wesensselbigkeit von »Historie« und »Technik« zum Austrag in der Form der Verwüstung des Erdballs», ‘Umanesimo o Antropologismo sono per l’umanità le ultime manifestazioni del Planetarismo; giunge in essi alla luce la lungamente nascosta e convergente essenza di ‘storia’ e ‘tecnica’ nella forma della devastazione del globo terrestre’, il cui braccio operativo è l’americanismo in quanto  «historischer Art für die Verwüstung», ‘modalità storica per la devastazione’ (Über den Anfang [Sul principio, 1941], «Gesamtasugabe», Vittorio Klostermann 2005; Band 70, § 13, p. 31 e § 77, p. 97).

La malinconia del West

I fratelli Sisters
(The Sisters Brothers)
di Jacques Audiard
Francia, Spagna, Romania, Belgio, USA, 2018
Con: John C. Reilly (Eli Sisters), Joaquin Phoenix (Charlie Sisters), Jake Gyllenhaal (John Morris), Riz Ahmed (Hermann Kermit Warm), Rebecca Root (Mayfield), Carol Kane (la signora Sisters)
Trailer del film

Da decenni, ormai, i film western che meritano di essere visti sono ironici e crepuscolari. Solo per ricordarne alcuni: True Grit dei fratelli Coen; Django Unchained di Quentin Tarantino e soprattutto Gli spietati di Clint Eastwood. Malinconica è anche la vicenda dei Sisters Brothers – titolo già ironico – che nel 1851 dall’Oregon arrivano sino a San Francisco, alla ricerca di un chimico e cercatore d’oro, scopritore di una formula capace di far emergere l’oro dalle acque. Sulle tracce di Kermit Warm c’è un loro complice, incaricato di farselo amico e consegnarglielo. Tra i quattro uomini, tra queste quattro solitudini, si instaura una imprevedibile dinamica.
Musica ritmata e cupa, paesaggi sempre di scorcio – che siano praterie, montagne, oceano –, animali che si uccidono, donne mascoline, pistoleri senza fuoco, sciarpe temporali, incubi violenti, virili tenerezze, malinconie profonde e voglie insoddisfatte di pianto. Ma è sempre l’avidità, il culto congenito e inemendabile degli Stati Uniti d’America verso il dollaro, a condurre al tramonto anche Eli e Charlie, sicari quasi immortali che sempre vincono la sfida con forze di gran lunga superiori. Sono infatti dei Dioscuri questi due fratelli. Il maggiore meditativo e saggio, il minore impulsivo e stolto. Ma mentre tutti muoiono, persino di morte naturale, loro tornano dalla propria madre dea, a sognare il tempo nel quale il mondo era altro e non quella struttura amara che viene esplicitamente definita tale all’inizio del film. Un mondo che sembra attraversato da una ferita e nel quale sarebbe stato meglio non essere mai nati; un mondo la cui luce si irradia nel gelo abbandonato della vita e si dissolve nelle lande della nostalgia.

Sulle strade del pregiudizio

Green Book
di Peter Farrelly
USA, 2018
Con: Mahershala Ali (Don Shirley), Viggo Mortensen (Tony Lip), Linda Cardellini (Dolores)
Trailer del film

Il Green Book era la guida automobilistica che i neri statunitensi dovevano utilizzare per muoversi senza troppi rischi nelle strade, contrade, hotel americani, specialmente al Sud, in modo da evitare di essere respinti, malmenati o peggio. Ed è quindi la guida che Tony Lip usa durante il lungo viaggio che nel 1962 lo conduce da New York verso l’Alabama insieme a Don Shirley, un musicista giovane, omosessuale, colto, raffinato e nero, al quale fa da autista. E fa molto di più: lo difende dalla violenza incolta, lo protegge dal pregiudizio, lo istruisce al conflitto, impara a stimarlo e a volergli bene. In cambio Don Shirley gli insegna a scrivere lettere alla moglie, gli insegna la bellezza. E dire che all’inizio Tony aveva buttato due bicchieri nella pattumiera soltanto perché da essi avevano  bevuto degli operai neri.
Nelle terre che hanno nome Stati Uniti d’America i neri possono migliorare la propria condizione soltanto adeguandosi ai paradigmi dei bianchi, o vengono fatti fuori. L’esempio più chiaro è Barack Hussein Obama, un guerrafondaio come i suoi predecessori e successori. Perché il complesso sistema culturale e politico degli States non lascia alternative. Mai le ha lasciate una nazione nata sul genocidio dei nativi, sulla deportazione di interi popoli dall’Africa, sulle uniche bombe atomiche sinora utilizzate nella storia, sulla guerra sempre e comunque.
Viggo Mortensen e Mahershala Ali danno vita a dei paradigmi singolari e interagenti: il rozzo italoamericano cresciuto in ambiente mafioso, l’artista nero riscattato dal talento e osservato con muto stupore dai contadini del Sud che vedono un bianco aprirgli la portiera e stare al suo servizio.
On the Road dentro le illusioni, i limiti e il  fallimento del melting pot americano.

El Paso

Il corriere – The Mule
di Clint Eastwood
USA, 2018
Con: Clint Eastwood (Leo Sharp), Bradley Cooper (Colin Bates), Dianne Wiest (Mary), Alison Eastwood (Iris), Taissa Farmiga (Ginny)
Trailer del film

Un attore, un regista, un cittadino statunitense e però capace di una eleganza, profondità e misura europee. Anche questo fa l’identità di Clint Eastwood, che offre il proprio corpo di ottantottenne alla vicenda di un floricultore che ha dedicato l’intera esistenza a una sola specie di fiore, che per questo ha trascurato moglie e figlia, che viene rovinato dal commercio on line e che, senza porre troppe domande a chi gli offre un nuovo lavoro, accetta di attraversare gli States da El Paso (Texas) a Chicago (Illinois). Migliaia di chilometri senza una multa, senza un problema. La merce che trasporta è cocaina, quintali di cocaina che lo rendono agiato tanto da finanziare gli studi e il matrimonio della nipote, la riapertura di un pub per reduci di guerra, il riacquisto della propria azienda. Sino a quando gli dèi glielo concedono.
Eastwood biasima il commercio su Internet, la patologia della connessione continua e della dipendenza dai cellulari, persino la violenza della polizia (in una scena molto significativa un automobilista latino fermato dai poliziotti dice per due volte «sono i cinque minuti più pericolosi della mia vita»). Chiama lesbiche le lesbiche, nigger i nigger e mangiafagioli i messicani. Un uomo, insomma, che può permettersi la libertà dalle buone maniere e dalle obbedienze politiche. Ma non è questa la cosa più importante. A fare di The Mule l’ennesimo classico di Eastwood sono il ritmo e la misura della narrazione. La vicenda è infatti ripetitiva e scontata ma il modo in cui viene raccontata scava nella miseria umana, nell’aggressività di questo animale e nella sua capacità di empatia. Anche tra criminali, anche tra la preda e il cacciatore.
Il corpo ormai piegato ma sempre bello di Eastwood detta la cadenza, el paso del racconto, lo rende lento, meditativo e a volte struggente, senza concedere troppo all’inevitabile sentimentalismo americano.
Il film si chiude su una battuta ovvia e sempre vera: «Con i soldi puoi acquistare tutto ma non puoi acquistare il tempo», il cui passo tranquillo e inesorabile è la vita stessa.

L’esca

Vice. L’uomo nell’ombra
di Adam McKay
USA, Gran Bretagna, Spagna, Emirati Arabi Uniti, 2018
Con: Christian Bale (Dick Cheney), Amy Adams (Lynne Cheney), Steve Carrel (Donald Rumsfeld), Sam Rockwell (George W. Bush), Tyler Perry (Colin Powell)
Trailer del film

Rissoso, nullafacente, ubriacone. Occhiali, giacca e cravatta, attento e di poche parole. E soprattutto uno degli uomini più potenti del mondo dal 2001 al 2009. La parabola di Dick Bruce Cheney (1941-vivente) si è svolta nella riservatezza di delitti e miserie perpetrati per l’intera esistenza ma di rado legati al suo nome. Perché Cheney, vice del giovane presidente Bush e vera guida degli Stati Uniti d’America, ha sempre avuto la stessa capacità di un capo mafioso: apparire il meno possibile e decidere il più possibile, decidere sempre. Decidere il sostegno legislativo e politico alle grandi compagnie petrolifere -della quali è stato anche  amministratore delegato (Halliburton)-; decidere la diminuzione sistematica e consistente della tassazione per i redditi superiori ai 2 milioni di dollari; decidere l’utilizzo di informazioni false per invadere e distruggere l’Iraq, accaparrandosi le sue risorse petrolifere; decidere l’utilizzo della tortura, dopo averla rinominata «interrogatorio rinforzato»; decidere la guerra, decidere la morte, decidere ogni azione a favore del Project for a New American Century.
Tutto questo non da solo, naturalmente, ma circondato da consiglieri, avvocati, militari, manager, spie, imprenditori, avventurieri, psicopatici. Dal potere americano insomma. Ma con la personale capacità di osservare molto, riflettere velocemente, decidere senza guardare alle conseguenze per gli altri ma soltanto ai vantaggi per sé e per il proprio clan. Si tratta di un comportamento in realtà arcaico, che tecnologie belliche e interconnessione planetaria hanno reso portatore di sterminio su grande scala. Ma non importa. Cheney (padre esemplare) risponde così alle due figlie che chiedono se è bene far soffrire pesci e vermicelli: «Nella pesca non ci sono il bene e il male». E questo vale ai suoi occhi per l’intera umanità.
Cheney è sempre stato un appassionato pescatore e infatti i titoli di coda scorrono su immagini di ami e di esche. L’esca più importante che Cheney e il suo staff abbiano inventato è però in questo amaro e travolgente film soltanto accennata. L’esca dell’11 settembre 2001. Vice si apre quasi subito sulle immagini del governo americano e cioè di Cheney -perché Bush era quel giorno lontano dalla capitale, in una scuola, in compagnia di bambini- durante l’attacco alle Torri gemelle [la foto in alto raffigura il vero Cheney]. Durante quei momenti concitati «Cheney vedeva ciò che nessun altro era capace di cogliere in quegli eventi. Vedeva una opportunità». Certo. Ma non era difficile vederla, poiché quella opportunità il governo statunitense l’aveva pensata, progettata e realizzata con la collaborazione dei gruppi islamisti. Da quella opportunità si generarono immensi guadagni per le compagnie petrolifere e per le industrie militari, si generò la «teoria dell’esecutivo unificato», vale a dire la possibilità data al governo di stabilire procedure e praticare azioni senza tener conto degli altri poteri. Da quella opportunità si è generato un formidabile impulso e una giustificazione per l’ampliamento del potere degli USA su tutto il pianeta. A chi fa ancora fatica a credere che il governo degli Stati Uniti abbia davvero ucciso migliaia di propri cittadini, si risponde con una domanda: “Che cosa sono 2996 vittime americane e qualche milione poi di morti stranieri rispetto all’incremento della potenza della Nazione deputata da Dio al bene dell’umanità?”. Perché è di questo che gli americani sono convinti, questa è la lenza che lancia ogni volta di nuovo l’esca.

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