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Immanenza

Immanenza

Teatro Greco – Siracusa
Alcesti
di Euripide
Traduzione di Maria Pia Pattoni
Musiche di Marcello Panni
Scena e costumi Luigi Perego
Con: Sergio Basile (Admeto), Galatea Ranzi (Alcesti), Stefano Santospago (Eracle), Paolo Graziosi (Feréte), Massimo Nicolini (Apollo), Pietro Montandon (Thanatos)
Regia di Cesare Lievi
Sino al 19 giugno 2016

«La morte è un debito che tutti dobbiamo saldare, ammettilo» dice il Coro ad Admeto, disperato per la morte di Alcesti, sua moglie. Apollo ha ingannato le Moire e ottenuto che Thanatos non si prenda la vita di Admeto, che era destinata a finire presto. Ma la condizione è che qualcuno muoia al posto del re. Gli anziani genitori si rifiutano -a qualunque età «la luce del Sole è un bene assai caro» afferma Feréte, suo padre, aggiungendo che «la vita è breve, ma sempre tanto dolce»- ed è dunque Alcesti a regalare al suo uomo vita e a se stessa il nulla. Mentre muore, Alcesti ripete di continuo che sta diventando «niente», che «chi muore non è più nulla». L’ancella la osserva e si accorge che Alcesti «respira appena, eppure vuole rivolgere un ultimo sguardo alla luce del Sole, che non vedrà mai più».
Una totale immanenza si raggruma in queste parole. Qui e ora per i Greci è la vita, qui e ora. L’Ade è pura ombra, confine con il vuoto, sostanza fatta di niente. E gli umani lottano in tutti i modi per stare nella pienezza dell’essere, per abitare ancora dentro la Luce.
Ma Admeto è un uomo fortunato. Al dono di Apollo si aggiunge infatti quello di Eracle. L’eroe, in transito durante le sue fatiche, si ferma nella casa di Admeto e a lui, amico fraterno, il re non ha voluto rivelare l’identità della defunta, in modo che Eracle possa gustare senza afflizione l’ospitalità che riceve. Quando scopre sino a qual punto si è spinto l’affetto dell’amico, Eracle si reca negli inferi, lotta con la morte e restituisce Alcesti al marito.
La regia di Cesare Lievi fa iniziare la rappresentazione con un funerale cristiano, il cui ritmo di dolore avanza nel segno di una croce. Croce che viene lasciata sulla scena, deposta sopra una bara. Lasciando la casa di Admeto, Eracle inciampa in questa croce. La prende, la osserva, la confronta con la propria clava e poi scaglia a terra la croce. Una scelta registica molto coraggiosa, questo gesto. In quei due simboli si confrontano due mondi ed Eracle afferma la pienezza e la forza della Grecità, della sua immanenza.
La traduzione di Maria Pia Pattoni scioglie con semplice solennità i costrutti euripidei e contribuisce alla riuscita di una rappresentazione che va al cuore della condizione in cui stanno tutti gli enti: «Grazie alle Muse sono salito alto nel cielo, ho appreso molte idee, ma nulla ho incontrato più forte della Necessità», canta il Coro. Quella Necessità della quale il morire è l’emblema più chiaro.

6 commenti

  • agbiuso

    Giugno 1, 2016

    È lo stesso nulla che eravamo prima di nascere. Non un niente assoluto ma una diversa conformazione degli atomi.

    • Pasquale D'Ascola

      Giugno 2, 2016

      una diversa conformazione degli atomi.
      Alberto caro,
      benché certezze non se ne possono avere nemmeno dagli atomi possiamo dire che qualcosa di autentico deve esserci se il timore della morte non coincidesse con il timore dell’anihilimento contro cui i miraggi paradisiaci non ce la fanno a spuntarla, denunciando la loro zoppìa; gli adepti delle religioni rivelate o costruite, che è poi la stessa cosa, non lo sanno di che cosa hanno paura: vogliamo luce davvero, i povereretti, come le foglie; i fabbricanti di dottrine, pare lo abbiano capito, o non si sarebbero inventati dei dopo, dottrine karmiche e reincarnazioni incluse, per bilanciare l’angoscia del buco nero, che il timore della morte rivela più di quanto nasconda. Accettare tutto questo i nostri Greci hanno insegnato, con fatica; non è facile ed è singolare che abbiano prevalso dottrine salvifiche dopo tanto sforzo. Ci vuol coraggio peraltro a capire che una foglia scompare come tale ma come diversa configurazione d’atomi, dunque senza individualità costante, senza ego, con un’anima atomica, persiste. Non si chiamerà più foglia così come non ci chiameremo più né pasquali né alberti. Tutti collettivi del resto i nomi. Non è così?

      • diego

        Giugno 2, 2016

        Io penso, carissimo Pasquale, che l’umana paura della morte vada considerata nella sua duplice natura. In sostanza sono due paure. Una prima paura è quella animale, biologica, incardinata nel corpomente, paura simile a quella degli altri animali. Un attrezzo selezionato dall’evoluzione, una voglia di non morire essenziale al mantenimento della specie. La stessa che provava quel povero toro che, è notizia di questi giorni, è fuggito mentre lo portavano al macello, e poi miseramente ucciso mentre tentava semplicemente di vivere e non voleva far del male ad alcuno. Anche noi, brutte scimmie glabre, abbiamo quella paura lì. Ma poi, siccome abbiamo il linguaggio e per conseguenza un pensiero complesso, talvolta alambiccato, un’altra paura ci agguanta: la paura della mancanza di senso, l’orrore per l’insensatezza di tutto il macabro gioco, e forse più che una paura la definirei un’angoscia, una paura sofisticata ma implacabile che avvelena il fiume della vita anche nelle anse chete. Due paure. I greci la paura biologica non la potevano evitare, per quell’altra, da furbacchioni quali son stati, l’hanno avviluppata nelle forme artistiche. Certo i greci non lo sapevano di essere così speciali, ma forse un po’ sì, ci devo ragionare su.

        • Pasquale D'Ascola

          Giugno 3, 2016

          Infatti Diego caro; ho scritto angoscia del buco nero. Caramente.

          • diego

            Giugno 4, 2016

            io sono convinto, Pasquale carissimo, che la morte sia una belva che, una volta addomesticata, ci puo’ rendere servigi di grande potenza; non è una nemica, la morte, siamo noi che ne abbiamo paura, siamo impreparati ai titoli di coda, ai graffi premonitori che vedevi quando il film era di pelicola; la facciamo tragica per colpa di un pronome conficcato nel cranio; perdonami le scemenze Pasquale, tu sei oltre l’umana schiatta, puoi capire

  • Guido Martinoli

    Giugno 1, 2016

    Mi ronza ancora in testa un dubbio: come possa essere niente qualcosa che viene dopo la vita? Come può la morte nientificare la vita? Come se il nulla venisse da qualcosa. Dal Nulla non viene nulla e viceversa……
    Grazie, Guido

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