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Erinni

Teatro Greco – Siracusa
Sette contro Tebe
(πτὰ π Θήβας)
di Eschilo
traduzione Giorgio Ieranò
con Marco Foschi (Eteocle), Anna Della Rosa (Antigone), Aldo Ottobrino (messaggero)
scena e costumi Carlo Sala
regia Marco Baliani
Sino al 25 giugno 2017

« μεγάλαυχοι καὶ φθερσιγενεῖς / Κῆρες Ἐρινύες, αἵτ᾽ Οἰδιπόδα / γένος ὠλέσατε πρυμνόθεν οὕτως» -Superbi Destini / annientatori di stirpi, / Erinni che la schiatta di Edipo / così dalle radici schiantaste-  (vv. 1055-1056, trad. di Franco Ferrari).
Il grido di vittoria, il «δυσκέλαδόν θ᾽ μνον Ἐρινύος» -il dissonante inno dell’Erinni- (867, trad. di Monica Centanni) per aver distrutto la stirpe di Edipo risuona all’infinito dentro il mito e mostra la forza implacabile degli eventi concatenati gli uni agli altri, dentro più dentro le passioni umane, il cui andare è stabilito dall’ininterrotto divenire dei desideri, delle ambizioni, del gelo e delle follie.
«θεῶν διδόντων οὐκ ἂν ἐκφύγοις κακά» -Quando gli dèi vogliono donarci sciagure, non c’è chi possa sfuggirvi!- (719, trad. Centanni). Non possono farlo i due fratelli Eteocle e Polinice, che la maledizione di Edipo verso il frutto del proprio sperma ha condannato all’inimicizia. Non può farlo Antigone sorella, che vorrebbe tenere unito ciò che è frammento, conflitto, vergogna. Non può farlo Tebe, uscita salva ma straziata dall’assalto dei tremendi guerrieri riuniti da Polinice contro Eteocle. Se soltanto una città felice può rendere onore ai suoi dèi, Tebe rende onore alla morte e alla guerra. Le quali in questo spettacolo arrivano come suono dei nitriti di stormi di cavalli all’assalto, come furia di venti senza posa, come porte che cedono mentre la terra si apre diventando fuoco e tomba.
Muore il soldato, così saldando il suo debito con la Terra, muoiono l’umano e la città, il cui mutevole destino sta nella carne, sostanza dal potere implacabile, il cui esito ultimo è «ἐρέσσετ᾽ μφὶ κρατὶ πόμπιμον χεροῖν / πίτυλον, ὃς αἰὲν δι᾽ Ἀχέροντ᾽ μείβεται / τὰν ἄστολον μελάγκροκον [ναύστολον] θεωρίδα, / τὰν ἀστιβῆ πόλλωνι, τὰν ἀνάλιον / πάνδοκον εἰς ἀφανῆ τε χέρσον» -il battito che sospinge / il battito che senza requie per l’Acheronte / traghetta il disadorno corteo / trapunto di nero desolato di luce / non calcato da Apollo, / verso il paese oscuro che tutti accoglie (855-860; trad. Ferrari).
Alla guerra vista e descritta da queste altezze, la regia di Marco Baliani offre alcune soluzioni sceniche di notevole impatto ma anche l’insensatezza di una premessa nella quale si spiega l’antefatto (questo lo faceva Euripide, non Eschilo) e soprattutto l’inaccettabile aggiunta di un commento dopo le conclusive parole dell’autore.
Nonostante tali limiti risuona ancora a Siracusa Erinni, «θεόν, οὐ θεοῖς μοίαν» -la dea che agli altri dèi non somiglia- (722, trad. Centanni). Quando essa incede nel tempospazio «Φόβος γὰρ ἤδη πρὸς πύλαις / κομπάζεται» -Terrore già esulta alle porte- (500, trad. Ferrari). Ne percepiamo il suono, ne sentiamo la potenza.

Riferimenti bibliografici
Eschilo, Le tragedie, traduzione e cura di Monica Centanni, Mondadori 2003
Eschilo, Persiani, Sette contro Tebe, Supplici, traduzione e cura di Franco Ferrari, Rizzoli 1997

Respiro

Teatro Greco – Siracusa
Elettra
di Sofocle
Traduzione di Nicola Criceti
Musiche di Giordano Corapi
Scena di Alessandro Camera
Con: Federica Di Martino (Elettra), Maddalena Crippa (Clitennestra),  Jacopo Venturiero (Oreste), Maurizio Donadoni (Egisto), Pia Lanciotti (Crisòtemi), Massimo Venturiello (pedagogo di Oreste)
Regia di Gabriele Lavia
Sino al 18 giugno 2016

La maledizione degli Atridi tocca uno dei suoi culmini nel matricidio compiuto da Oreste. Lui ed Elettra -sua sorella- esultano per aver finalmente vendicato la morte del padre Agamennone, uccidendo la madre e il suo amante e complice Egisto. Dietro a questo gesto c’è la passione e la furia di Elettra, davanti a Oreste ci sono le Erinni, che lo accusano di un crimine orribile: aver posto fine al respiro di chi gli ha dato il respiro.
Questa tragedia si incentra dunque sul dolore di Elettra, sul suo sentirsi schiava nella casa del padre, sulle ragioni di Clitennestra, sul loro rifiuto da parte della figlia. La scenografia di Alessandro Camera -fatta di rovine e di scuro- restituisce con efficacia il degrado della Casa degli Atridi mentre il Coro delle ragazze di Micene segue passo passo le parole e la tenacia di Elettra.
Ma Elettra qui non è greca. Il suo dire è infatti un solo, lungo, urlo; il suo corpo sta sempre piegato in due o strascicato per terra; la sua tonalità è esagerata, disperata, eccessiva. Una scelta, questa, da attribuire certamente al regista Gabriele Lavia e non alla brava Federica Di Martino. Una scelta assai romantica ma poco adatta a un personaggio doloroso, sì, ma sempre altro, nobile, regale e non istericamente piegato. Anche i gesti di Clitennestra tendono all’eccesso ma rimangono per fortuna trattenuti in una misura che è una delle differenze tra il teatro borghese e quello antico, poiché diverso è il mondo moderno rispetto all’enigma greco.
Clitennestra implora Apollo -«Luce che svela ogni cosa»- ma quando ascolta il racconto della presunta morte di Oreste si interroga smarrita: «Come devo chiamare questi eventi: terribili, fortunati, atroci? […] La mia salvezza la pago con la mia sventura». È greca l’ambiguità che accompagna ogni evento, il cui significato appare plurale, le cui conseguenze rimangono sconosciute, il cui nucleo è enigma. Ci muoviamo nell’oscurità delle nostre passioni, dei nostri contraddittori desideri, degli amori e degli odi. Che si estinguono solo con il nostro respiro.

Immanenza

Teatro Greco – Siracusa
Alcesti
di Euripide
Traduzione di Maria Pia Pattoni
Musiche di Marcello Panni
Scena e costumi Luigi Perego
Con: Sergio Basile (Admeto), Galatea Ranzi (Alcesti), Stefano Santospago (Eracle), Paolo Graziosi (Feréte), Massimo Nicolini (Apollo), Pietro Montandon (Thanatos)
Regia di Cesare Lievi
Sino al 19 giugno 2016

«La morte è un debito che tutti dobbiamo saldare, ammettilo» dice il Coro ad Admeto, disperato per la morte di Alcesti, sua moglie. Apollo ha ingannato le Moire e ottenuto che Thanatos non si prenda la vita di Admeto, che era destinata a finire presto. Ma la condizione è che qualcuno muoia al posto del re. Gli anziani genitori si rifiutano -a qualunque età «la luce del Sole è un bene assai caro» afferma Feréte, suo padre, aggiungendo che «la vita è breve, ma sempre tanto dolce»- ed è dunque Alcesti a regalare al suo uomo vita e a se stessa il nulla. Mentre muore, Alcesti ripete di continuo che sta diventando «niente», che «chi muore non è più nulla». L’ancella la osserva e si accorge che Alcesti «respira appena, eppure vuole rivolgere un ultimo sguardo alla luce del Sole, che non vedrà mai più».
Una totale immanenza si raggruma in queste parole. Qui e ora per i Greci è la vita, qui e ora. L’Ade è pura ombra, confine con il vuoto, sostanza fatta di niente. E gli umani lottano in tutti i modi per stare nella pienezza dell’essere, per abitare ancora dentro la Luce.
Ma Admeto è un uomo fortunato. Al dono di Apollo si aggiunge infatti quello di Eracle. L’eroe, in transito durante le sue fatiche, si ferma nella casa di Admeto e a lui, amico fraterno, il re non ha voluto rivelare l’identità della defunta, in modo che Eracle possa gustare senza afflizione l’ospitalità che riceve. Quando scopre sino a qual punto si è spinto l’affetto dell’amico, Eracle si reca negli inferi, lotta con la morte e restituisce Alcesti al marito.
La regia di Cesare Lievi fa iniziare la rappresentazione con un funerale cristiano, il cui ritmo di dolore avanza nel segno di una croce. Croce che viene lasciata sulla scena, deposta sopra una bara. Lasciando la casa di Admeto, Eracle inciampa in questa croce. La prende, la osserva, la confronta con la propria clava e poi scaglia a terra la croce. Una scelta registica molto coraggiosa, questo gesto. In quei due simboli si confrontano due mondi ed Eracle afferma la pienezza e la forza della Grecità, della sua immanenza.
La traduzione di Maria Pia Pattoni scioglie con semplice solennità i costrutti euripidei e contribuisce alla riuscita di una rappresentazione che va al cuore della condizione in cui stanno tutti gli enti: «Grazie alle Muse sono salito alto nel cielo, ho appreso molte idee, ma nulla ho incontrato più forte della Necessità», canta il Coro. Quella Necessità della quale il morire è l’emblema più chiaro.

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