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Conformismo

Conformismo

A Giordano Bruno, 17 febbraio 1600

Uno dei padri dell’anarchismo, Pierre-Joseph Proudhon, riteneva che quanti parlano di umanità nascondano in realtà un inganno. Carl Schmitt riprese tale affermazione scrivendo che «Wer Menschheit sagt, will betrügen» poiché «l’umanità è uno strumento particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche ed è, nella sua forma etico-umanitaria, un veicolo specifico dell’imperialismo economico» (Le categorie del “politico”, Il Mulino, 1998, p. 139).
Nel XXI secolo umanità è diventato anche e soprattutto uno strumento del conformismo più pervasivo e più cupo. Chi non condivide l’ideologia liberale dei ‘diritti umani’ è additato al disprezzo. Poiché tale ideologia si manifesta ed esprime in forme numerose e diverse, essa induce a una omologazione interiore che è la condizione fondante ogni dittatura del pensiero e della prassi.
Essa si manifesta nei veri e propri insulti rivolti al populismo, vale a dire a una posizione politica legittima come molte altre. Nei suoi confronti si agitano spettri, si minacciano guerre civili, si terrorizza il corpo sociale. Ha quindi ragione Marco Tarchi a rilevare che «non c’è ormai più alcuna ragione di dubitarne: oggi sono i nemici del populismo i veri imprenditori della paura, i censori del pensiero, gli istigatori del linciaggio morale degli avversari. Battersi per sconfiggere i loro progetti, quali che siano le riserve critiche che si possono legittimamente nutrire nei confronti di questi nuovi bersagli dell’intolleranza ideologica è oggi la migliore prova dell’amore per la libertà intellettuale che sia possibile offrire» (Diorama Letterario,  327, settembre-ottobre 2015, p. 3; le successive citazioni sono tratte dallo stesso numero di DL).
Il conformismo si esprime soprattutto come dittatura del politicamente corretto, produttrice di tabù, di penose mode linguistiche, dell’illusione che basti imporre delle formule verbali per mutare la realtà. «Il politicamente corretto è l’erede diretto dell’Inquisizione, che si prefiggeva di lottare contro l’eresia individuando i cattivi pensieri. L’ideologia dominante è anch’essa un’ortodossia, che considera eretici tutti i modi di pensare dissidenti. E poiché non ha più gli strumenti per confutare i pensieri che la infastidiscono, cerca di delegittimarli -dichiarandoli non falsi ma cattivi» (Alain de Benoist, p. 5). Si giunge a chiedere la galera non per dei ladri, degli assassini, dei corrotti, dei truffatori ma per coloro che non condividono le idee dominanti in alcuni ambiti della vita collettiva ritenuti di fatto sacri e incontestabili, anche se hanno a che fare semplicemente con gli eventi storici, con le scelte sessuali, con le opzioni etiche. «Lo scopo è molto semplice e non ha [ad esempio] niente a che vedere con il volere difendere i diritti individuali di omosessuali, transessuali e altri: si tratta di un passo avanti verso l’omologazione assoluta e irreversibile del pensiero unico e allineato, in cui pochi decidono come debbano pensare tutti, pena la galera» (E. Zarelli, p. 33).
Il politically correct è tra le meno percepite ma tra le più profonde forme di colonizzazione dell’immaginario collettivo provenienti dagli Stati Uniti d’America, Paese nel quale la violenza fisica dilaga ma in cui non vengono tollerate parole che siano di disturbo a un rispetto ipocrita e formale. Sino al grottesco di voler emendare e modificare le favole nelle quali i lupi appaiono cattivi (è anche da convinto animalista che respingo simili idiozie). Gli USA sono un Paese che ciancia di diritti, di eguaglianza, di democrazia e dove le diseguaglianze economiche sono fortissime, dove la politica estera è semplicemente feroce. Il gorgo siriano che ha dato origine all’Isis è in questo senso emblematico. «La barbarie islamista di Daesh ci minaccia, mentre il regime di Bashar al-Assad non ci ha mai minacciati. Contro la prima, bisogna quindi sostenere il secondo»; «Per quale ragione ci stiamo accanendo nel rifiutare un qualunque tipo di collaborazione con la Siria e l’Iran, che combattono l’Isis con le armi in pugno, e continuiamo nel frattempo a fare la corte alle dittature petrolifere del Golfo, che sostengono direttamente o indirettamente i jihadisti?» (de Benoist, 6 e 11).
Contro l’eguaglianza degli zombi, contro la giustizia del più forte, contro la sconfinata ipocrisia del potere e delle sue forme politicamente corrette, va ricordato che «non è la prossimità a rendere popolari; sono l’altezza e la grandezza» (Id., 4). Parole che certamente stridono con lo spirito del tempo. Ma parole vere.

13 commenti

  • Pasquale

    22 Febbraio, 2016

    Miei solidi sodali e di nessun re moschettieri, per tutto quanto scritto, mI permetto di sfondare una porta spalancata ed approdare a una prima conclusione.
    Talvolta anche dire l’evidente aiuta l’indagine; in larga misura siamo già oltre il policort. Stiamo assistendo alla diffusione insieme spontanea e pilotata della neolingua. Che non si arricchisce ma si imbarbarisce semplificandosi, in luogo di assorbire e reinventare e adottare, come tutte le lingue hanno fatto per secoli. Non c’è un comitato centrale che assottiglia il vocabolario ma ci pensano cotidie altri enti, di là dalla mai abbastanza vituperata stampa: c’è la classe al potere. È sintomatico. Perfetti ignoranti come Renzi con parole di squisita pedissequità piangono la scomparsa o la perdita di Eco. Chissà dove mai si sarà cacciato che Cacciari non se ne sia accorto, chissà da dove ha perso e quale mai idraulico non ha potuto rimediare.

  • agbiuso

    21 Febbraio, 2016

    Cari amici, vi ringrazio davvero per la vostra condivisione, così ben argomentata e documentata.
    Sì, Pasquale, il giornalismo -specialmente quello televisivo- ha responsabilità enormi nell’imbarbarimento della lingua.
    Hai ragione, Dario, a stigmatizzare una formula grottesca quale “car* tutt*“.
    Al ridicolo contribuisce il fatto che anche i più fanatici sostenitori del care/i non piegano tutti gli aggettivi a questo uso; pure loro si rendono conto che se lo facessero i loro testi risulterebbero ancora più illeggibili.
    Ma ciò che davvero conta è altrove, e tu lo hai sintetizzato con la consueta lucidità:
    “Così, sul piano delle parole, nessuno sembra essere più discriminato, in un mondo segnato quotidianamente nei fatti da atroci prevaricazioni e violenze, dalle quali appare così di poter prendere, nel modo più ipocrita, le distanze”.
    Il politically correct si fa dunque forma, espressione e complice della prevaricazione.

  • Dario Generali

    21 Febbraio, 2016

    Cari amici,

    state dimenticando l’ultimo e più ridicolo abuso linguistico in nome del politically correct.
    In nome del rispetto di ogni tendenza e identità, anche il care/i tutte/i non sembra sufficiente ad evitare discriminazioni linguistiche, perché esistono soggetti dal genere non definibile come semplicemente maschile o femminile, per cui siamo al grottesco car* tutt*. Così, sul piano delle parole, nessuno sembra essere più discriminato, in un mondo segnato quotidianamente nei fatti da atroci prevaricazioni e violenze, dalle quali appare così di poter prendere, nel modo più ipocrita, le distanze.
    Un caro saluto a tutti.
    Dario

  • Pasquale

    20 Febbraio, 2016

    Sai Alberto quanto io sia convinto essere stato il giornalismo a sturare i lavandini del deteriore. Oggi anche l’editoria è deteriore, non solo deteriorata. Se la carta stampata quotidiana scrive come sappiamo, se alla stampe si danno libri tali solo d’aspetto, non immagino che cosa fuoriesce dai cessi rotocalcificati. E sono questi in larga misura, insieme con la televisione a costruire il quotidiano linguistico. MI pare. Non ci resta che essere antipatici. Qualcuno ci ammazzerà prima o poi. Meglio di un’avvilente malattia. Tuo affezionato P.

  • agbiuso

    19 Febbraio, 2016

    Eh sì, cari amici. Una lingua si può fare a pezzi alla lettera, come in questo esempio:

    ========
    Care/i tutte/i,
    sono attonita come tutti/e noi, sento la responsabilità pedagogica basilare di ‘parlarne’ con le/i mie/miei studentesse/i
    ========

    Chi scrive in questo modo lo fa con le migliori intenzioni, con un’obbedienza militante al politically correct, con la sensazione di stare sanando millenarie sopraffazioni. E tuttavia non tiene conto delle ragioni linguistiche che sconsiglierebbero una simile ipertrofia di / / / e soprattutto dimentica che la lingua è donna e che in questo modo la si violenta.

  • Pasquale

    19 Febbraio, 2016

    @diego Sì anche; nel fondo, non più profondo di qualche millimetro, c’è il godimento, passami il termine plebeo, di ingannarsi ingannando. Godimento che io ritengo s-profondamente italiano. Da qui il soddisfarsi con l’illusione automonoerotica di avere cambiato cosità falsandone il nome. Basta così per carità. Ma è un dato che mi pare coinvolgere tutto il vivere italico di falso. Se pensi alla enormità della nostra lingua e alla capacità di dire che possiede da quando è nata, ti rendi conto di che lacrime grondi e di che sangue il martello di chi l’ha fatta e la fa a pezzi. Saluti e abbracci P.

  • diego

    19 Febbraio, 2016

    mi pare, Pasquale carissimo, tu abbia benissimo richiamato il tema della «furbizia» con cui chi ha un potere usa le parole, cambiandole apposta per non cambiare la sostanza dei rapporti, oppure al contrario per cambiare in peggio qualcosa camuffando la fregatura con una bella parola inglese, lingua già nei suoni lubrificante, e non vado oltre nella metafora

  • Pasquale

    19 Febbraio, 2016

    @tutti.
    temo di dovere deludere. Tutti hanno detto bene, di là dal bene e dal male e anche di là da Bene, che Diego cita non sapendo che sarà oggetto del lavoro a cattedre riunite, di canto ed esterne al Conservatorio, dei prossimi tre mesi. Buffo invero.
    Ebbene, racconterò invece una storiella edificante.
    Anni e anni fa un mio sagace allievo catanese, modesto tenore di grande intelligenza, anarchico e irresistibile mi disse di quando, arrivato a Mal’ano, trovò lavoro in un’industria chimica, qualcosa del genere. Stazza e mentalità da peso massimo si buttò subito nel sindacalismo e, stante che era parlatore micidiale, divenne subito leader. Un picciotto con tante anime. Capitò che il reparto cui fu assegnato mugugnasse per i turni pesanti, il rischio di esposizione tossica, e il mancato riconoscimento delle stesse qualifiche che competevano ad altre squadre, ritenute privilegiate. Il nostro catanese puntò la trattativa sulla modifica dei turni e sulla prevenzione ma…vinse la base: l’azienda cambiò il nome al reparto e quindi ai suoi operai, aumentò di qualche lira, poca, gli stipendi, aumenti ipso iure assorbiti dagli scatti di tassazione, tutto rimase come prima tranne il nome… oh il nome ancora oh che bel nome, erre o ro rosina ( Barbiere di SIviglia , atto primo) .
    Tutto qui? Tutto qui.
    Se entrate alla stazione curate dunque di possedere il titolo di viaggio e non il ticket come uno scozzese qualsiasi; ticket che, forse, vi darebbe diritto al titolo di viaggiatori.

  • diegod56

    18 Febbraio, 2016

    Troppo buono caro Alberto. Certo, Giordano Bruno è un gigante, un fuoco che non si spegnerà mai.

    Attendo però ancora con curiosità la fascinosa, magmatica, carmelobeniana scrittura del Pasquale. Anche quando ne comprendo solo una parte a causa delle citazioni oltre il mio stretto orticello culturale, è per me un’esperienza vivida cui non posso rinunciare.

  • agbiuso

    17 Febbraio, 2016

    È un onore avere amici e interlocutori come D’Ascola, Bruschi, Generali.

    Diego ha compreso perfettamente che cosa intendo dire; concordo infatti pienamente con questa sua riflessione, tanto lucida quanto profonda:
    =============
    Nel «politicamente corretto» una cosa giusta, cioè il diritto di amare secondo i propri gusti, è in realtà la pecora per far passare una concezione radicalmente individualista del vivere. Il fastidio verso il giudizio della comunità sul singolo nasconde una concezione atomizzata dei soggetti sociali, diritti prettamente individuali perchè appunto, come diceva la Thatcher «la società non esiste», ma solo i singoli soggetti i hobbesiana lotta individuale sul mercato. Io penso che questa sia la questione essenziale del «politicamente corretto».
    =============

    Condivido con la stessa pienezza le parole di Dario a proposito del pensiero unico e della differenza ben grande tra la difesa del singolo dalle prevaricazioni del gruppo e il sentimentalismo -la ‘pappa del cuore’ appunto- che si illude di garantire i diritti colpendo le parole.
    Ho voluto pubblicare questo breve testo nell’anniversario della morte di Giordano Bruno, 17 febbraio 1600, bruciato vivo perché si rifiuto sino alla fine di sottostare al conformismo del pensiero unico dominante nel suo tempo.
    Il crimine contro la libertà di pensare e di comunicare può assumere tante forme e le peggiori sono, certo, quelle che si giustificano con la difesa dei ‘valori’, di qualunque tipo essi siano.

  • Dario Generali

    17 Febbraio, 2016

    Caro Alberto,

    anche in questo caso la tua analisi è lucida e libera da qualsiasi conformismo e pregiudizio. Critica e razionale come lo può essere solo un’analisi fondata sugli strumenti radicali che può fornire la filosofia.
    L’oppressione del politically correct è soffocante e pervasiva non meno di tante altre forme di pensiero unico e di imposizione di morali dominanti. Questo nulla toglie al valore dello stato di diritto e alla difesa dei diritti umani, che non possono essere disconosciuti da nessuno stato civile. Impone solo una seria riflessione sull’assurdità di negare fatti reali sul piano linguistico e normativo e sull’ipocrisia di edulcorare avvenimenti, tendenze e relazioni con quella che Hegel avrebbe definito un’irrazionale “pappa del cuore”, negando realtà sulle quali si dovrebbe certo intervenire nella prospettiva dei migliori valori prodotti dall’Occidente, ma in modo razionale e realistico e rispettando in primo luogo quei valori che si afferma di voler tutelare.
    Un caro saluto.
    Dario

  • diego

    17 Febbraio, 2016

    Un post abbastanza coraggioso direi, specie laddove si accenna ai diritti individuali di omosessuali, transessuali ed altri (sarebbe opportuno in effetti specificare cosa sarebbero gli «altri», giacchè la moderna furia catalogatrice dei comportamenti sessuali non ha freno). Ma veniamo al tema. Io credo che il problema del «politicamente corretto» è l’inganno, spesso ben orchestrato, di utilizzare un concetto giusto per far passare una concezione generale ingiusta. Vorrei usare una metafora. Pensiamo al celebre racconto di ulisse che nasconde i compagni sotto le pecore, cosicchè Polifemo crede di carezzare le pecore uscenti, ma sotto ci sono i compagni di Ulisse. Nel «politicamente corretto» una cosa giusta, cioè il diritto di amare secondo i propri gusti, è in realtà la pecora per far passare una concezione radicalmente individualista del vivere. Il fastidio verso il giudizio della comunità sul singolo nasconde una concezione atomizzata dei soggetti sociali, diritti prettamente individuali perchè appunto, come diceva la Thatcher «la società non esiste», ma solo i singoli soggetti i hobbesiana lotta individuale sul mercato. Io penso che questa sia la questione essenziale del «politicamente corretto». Io sono scorretto, magari anche scemo, ma scorretto di sicuro.

  • Pasquale

    17 Febbraio, 2016

    FIschia che postone hai postato Alberto. Non commento mai a caldo, lo sai. Benché alla romana si potrebbe anche dire ma cche te voi commentà, ha detto tutto. Intanto un abbraccio. P.

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