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Per l’Europa, contro l’Occidente

Per l’Europa, contro l’Occidente

Che cosa accadrebbe se una qualsiasi potenza politica massacrasse centinaia di bambini con le loro madri, distruggesse le loro case e città, li rinchiudesse dietro e dentro un muro con scarsa acqua, pochi farmaci, nel totale abbandono? Ma se a fare tutto questo -un genocidio- è Israele, la stampa ‘occidentale’ minimizza, nasconde, sopisce e tronca.
Che cosa sarebbe accaduto sulla stampa italiana -e in genere filostatunitense- se più di quaranta persone fossero state bruciate vive in Ucraina da militanti filorussi? Ma poiché a compiere un simile massacro sono stati dei «sostenitori del governo di fatto ucraino -che, caso strano, nessun giornalista definisce ‘di destra’, malgrado il colore di chi lo sostiene politicamente o con le armi, per non pregiudicarne la reputazione presso la componente più progressista della schiera dei ‘difensori dei diritti dell’uomo’», questi e altri eventi sono stati «sottaciuti, relegati a breve di cronaca» (M. Tarchi, in Diorama letterario 319, 2014,  p. 3).
Un evento così atroce sul quale si è steso il silenzio dimostra quale sia il livello di autonomia della ‘libera stampa occidentale’, un livello quasi nullo. Quando qualcuno si rallegra che alcuni giornali chiudano -e io sono tra costoro- è perché una stampa asservita sino a questo punto non è inutile, è dannosa. Essa dà infatti l’illusione di una libertà che non esiste. E in Occidente non esiste poiché in realtà la Guerra fredda non è mai finita: «La fine del sistema sovietico non ha minimamente modificato i dati fondamentali della geopolitica. Li ha, viceversa, resi più evidenti. Dal 1945 in poi, gli Stati Uniti hanno sempre cercato di impedire l’emergere di una potenza concorrente nel mondo» (A. de Benoist, p. 4). E a tale fine stanno accerchiando quanto più possibile la Russia. La guerra civile in Ucraina -voluta e finanziata dalla Nato, vale a dire dagli USA- è funzionale al disegno di «un mondo unipolare soggetto all’ideologia dominante rappresentata dal capitalismo liberale» (Ibidem).
In questo quadro l’Europa non esiste più. L’Europa è completamente asservita agli interessi degli USA e della loro economia. Emblematico è il cosiddetto Trattato di Partenariato Transatlantico su commercio e Investimenti (TTIP), del quale la stampa si guarda bene dal parlare e che rappresenta invece l’evento economico e sociale più importante per il presente e il futuro dell’Europa.
Per un europeista come me è doloroso leggere che «Putin sa che l’Unione europea non ha alcun potere, alcuna unità, alcuna volontà. […] Putin sa che l’Europa è in decadenza, che ormai è capace solo di gesticolazioni e provocazioni verbali e che gli stessi Stati Uniti la considerano un’entità trascurabile (‘Fuck the European Union!’ come ha detto Victoria Nuland)» (Id., p. 5).
L’unica strategia della quale gli Stati Uniti d’America sono capaci è la guerra tecnologica, vale a dire la guerra che a loro non costa vite umane e agli altri porta sterminio. Tale guerra è ammantata -e qui la funzione della comunicazione giornalistica e televisiva è fondamentale- da ideali umanitari, dietro i quali stanno sia il più esasperato cinismo sia le più fanatiche convinzioni etico-politiche. Rispetto alle Paci di Vestfalia (1648) che hanno posto fine alle guerre di religione con un nuovo jus ad bellum il quale «ammetteva che anche chi era combattuto poteva avere le sue ragioni. Era il nemico ma non era il Male», la guerra umanitaria inaugurata negli ultimi decenni del XX secolo ha posto il nemico fuori dall’umanità legittimando in tal modo ogni ferocia, ogni distruzione, ogni macello.

A partire dal 1945, essendo stata di nuovo posta fuorilegge la guerra di aggressione, ci si è affrettati a trovare dei modi per aggirare quel divieto. Una delle astuzie cui si è ricorsi è stata il concetto di «legittima difesa preventiva», di cui gli Usa e Israele si sono fatti teorici. Ma la trovata più importante è stata decretare che è lecito fare la guerra quando le motivazioni sono di ordine eminentemente morale: ristabilire la democrazia, salvare le popolazioni civili, eliminare una dittatura. (Id., p. 23)

Si dispiega così un Occidente che è il nemico dell’Europa. Un Occidente fatto di danaro e basta, l’Occidente del pensiero unico e del libero scambio senza limiti a vantaggio dei più forti: «Ex Oriente lux, ex Occidente luxus» (Stanislaw Jerzy Lec, p. 25). Persino Allan Greenspan -per lungo tempo presidente della Federal Reserve– in una deposizione del 2008 al Congresso USA ha ammesso i limiti e gli errori del modello liberista: «Ho trovato una pecca nel modello che consideravo la struttura di funzionamento cruciale che definisce come va il mondo. […] Proprio per questo sono rimasto sconvolto, perché per oltre quarant’anni ho creduto vi fossero prove inconfutabili che funzionasse eccezionalmente bene» (cit. da G. Giaccio, p. 31). E invece funziona eccezionalmente male.

 

16 commenti

  • agbiuso

    Gennaio 3, 2015

    L’Ucraina come il Cile, come il Venezuela. È sempre la stessa strategia dell’impero statunitense.
    È quanto sostiene Oliver Stone
    (Qui una traduzione)

  • agbiuso

    Novembre 12, 2014

    “Non siamo in guerra con l’ISIS o con la Russia, ma con la BCE che ha sostituito i governi nazionali e i cui membri hanno pure l’arroganza di dichiararlo apertamente.
    In Italia gli ultimi tre presidenti del Consiglio, incluso ovviamente Renzi, non sono stati eletti in libere elezioni, ma su indicazione di istituzioni finanziarie straniere con il beneplacito di Napolitano
    Ora basta, la sovranità italiana, inclusa quella monetaria deve essere restituita agli italiani. L’abbiamo conquistata con le guerre e con la Resistenza. Non la cederemo facilmente a dei banchieri con la faccia di cera.
    Vi manderemo a casa con il referendum. Preparatevi al vostro di default, quello della BCE, non al nostro: noi facciamo sul serio! Sappiamo che saremo attaccati in ogni modo, ma non ci fate paura.
    In nome di Dio e della democrazia, andatevene!”

    Beppe Grillo al Parlamento Europeo, 12.11.2014

  • agbiuso

    Novembre 11, 2014

    Altre analisi sull’Euro, sul suo fallimento, su chi utilizza questa moneta per sottomettere i cittadini d’Europa.

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    Euro, viaggio senza ritorno #fuoridalleuro

    QE or not QE?
    L’euro è ormai un biglietto di sola andata senza ritorno. Ci sono in atto solo palliativi per trascinare ancora per un po’ una situazione ingestibile. Uno di questi è il QE, l’acquisto di titoli pubblici da parte della BCE che alla fine finanziano solo le banche e non l’economia reale per tirare avanti la baracca per un pò di tempo ancora. E dopo? L’uscita dall’euro è necessaria per riequlibrare la situazione economica dell’Europa, ormai totalmente sbilanciata tra gli interessi del nord e del sud Europa. Lo ha capito persino il Pd e con questo, ricordando Totò, “Ho detto tutto”. Draghi vuol guadagnare tempo. I banchieri del nord Europa vogliono invece la loro libbra di sangue, gli interessi sul nostro debito, la vogliono tutta e la vogliono ora. Può essere che Draghi, di fronte a un rifiuto, si dimetta e il televenditore del consiglio sia mandato a sciacquare le sue balle in Arno dopo lo scioglimento delle Camere. In ogni caso, non cambierebbe nulla. Questo o quello pari sono. QE o non QE, l’unica alternativa è uscire dall’euro.

    L’appuntamento mensile del board della BCE è ormai diventato da patema d’animo per il mercato. Da una parte il peggioramento del quadro macroeconomico richiede alla BCE di immettere più denaro in circolazione attraverso il Quantitative Easing (QE) per aiutare l’economia, combattere la deflazione, sostenere i mercati azionari e quelli del debito pubblico. Dall’altro lato un tira e molla che dura da due anni, tra Draghi che promette di ricorrere a misure straordinarie in caso di crisi economica, e la Germania che fa di tutto per evitarlo, fanno aumentare i dubbi sulla libertà stessa di manovra da parte della BCE visto il palese ritardo nell’implementare misure straordinarie.
    Cosa aspetta Draghi? Le recenti voci di attrito riportate dalla Reuters tra Draghi ed alcuni membri del board della BCE capitanati da Weidmann, il governatore tedesco,aumentano le incertezze sulla reale libertà di manovra di Draghi. E così, nel bel mezzo di un’ennesima recessione, con disoccupazione e deflazione in aumento siamo ancora qui ad interrogarci su QE o non QE.

    Ma cosa è il QE? Come e perché migliorerebbe le nostre condizioni economiche? Il Quantitative Easing è una operazione di acquisti straordinari temporanei di attività finanziarie da parte della Banca Centrale attraverso la stampa di moneta al fine di immettere più denaro in circolazione nell’economia reale. La Banca Centrale dunque attraverso l’acquisto di obbligazioni private, debito pubblico, azioni, covered bonds, cartolarizzazioni dovrebbe ravvivare l’economia. Ad una macchina (l’economia) costretta ad andare piano per via della poca benzina (la crescita economica) si prova a dare velocità lubrificando pistoni e cilindri (QE appunto) per arrivare prima alla prossima stazione di servizio, fare il pieno (di fiducia) e riprendere a correre.

    Ma a noi comuni cittadini cambierà la vita quando e se la BCE acquisterà attività finanziarie? In effetti, teoricamente, il QE ha una sua utilità:
    – Più moneta in circolazione dovrebbe portare alla svalutazione dell’Euro e consentire di aumentare la crescita da esportazioni. Ci spiegavano che le svalutazioni competitive della Lira non facevano bene ed ora con l’Euro si vuole fare la stessa cosa? Svalutare l’Euro vuol dire rendere le nostre merci più convenienti per gli americani ma questo non risolve gli squilibri tra nord e sud della Eurozona.
    – Più moneta significa anche più inflazione: è positivo per la sostenibilità del debito pubblico e per il pagamento degli interessi sul debito. Ci spiegavano che uscire dall’Euro sarebbe un male per via di una inflazione fuori controllo – affermazione falsa e tutta da dimostrare – e poi vogliono il QE per avere inflazione? Cosa che tra l’altro spiega l’opposizione della Germania in quanto Paese creditore nei confronti della periferia d’Europa e quindi interessato a non vedere il rimborso del proprio credito intaccato dall’inflazione.
    – Comprando attività bancarie il QE consentirebbe anche alle banche di beneficiare in termini di maggiore valore delle proprie attività e conseguente rafforzamento del patrimonio, quindi in teoria di aumentare la disponibilità delle banche a prestare all’economia reale.
    – Comprando passività private o pubbliche (vedi titoli di Stato, BTP ad esempio) si dovrebbe ottenere un abbassamento del costo di finanziamento per i governi e per le banche e dunque a cascata su famiglie e imprese.

    Insomma tutti interventi che come successo con LTRO sono finalizzati a farvi venire voglia di spendere di più e far ripartire l’economia. Ma allora uno si chiede: se la banca centrale vuole davvero farmi arrivare più denaro da farmi spendere perchè lo dà prima alle banche? Non potrebbe saltare il passaggio intermedio e andare direttamente dal produttore che stampa moneta (la banca centrale) al consumatore finale (le famiglie)? Certo che potrebbe farlo! Ci sono fior di economisti che hanno studiato e proposto la cosa. Draghi vuole stampare carta per 1.000 miliardi di Euro come dice? Perfetto vuol dire che pro quota all’Italia ne spetterebbero circa 200. Su 20 milioni di famiglie fanno 10 mila euro a famiglia. Ti svegli una mattina con 10 mila euro in più accreditati elettronicamente sul tuo conto corrente. Se hai debito usi la nuova moneta per estinguerlo, oppure puoi usare la nuova moneta per consumi, risparmi o investimenti. Ma davvero si può fare una cosa del genere? Certo che si può! Il problema è che passare direttamente dal produttore al consumatore finale significa tenere fuori il grossista, appunto la banca, ossia la lobby più potente del mondo, che da questo passaggio intermedio trae lauti guadagni gestendo i soldi per senza prendersi il rischio di girarli all’economia reale. Ogni QE porta un rialzo dei mercati e una riduzione del costo del debito per via della sua componente speculativa di sostegno alle valutazioni di attività finanziarie. Ma la difficoltà di far arrivare la nuova moneta alle famiglie e alle aziende rimane il motivo per cui il QE non porta a crescita economica reale sostenibile. Il QE quindi spesso non fa altro che generare bolle speculative che prima o poi scoppiano.

    Dunque poco da perdere se Draghi non fosse in grado di fare QE per via dell’ostilità della Germania? Sbagliato. Sarebbe un disastro comunque, soprattutto per l’Italia, e questo non per la crescita che non arriverebbe in ogni caso ma perchè il QE è oggi fondamentale ai governi per prendere tempo sul fronte debito pubblico. Per l’Italia si tratta di circa 400 miliardi da piazzare sul mercato nel 2015. Un po’ come successo con OMT nel 2012 che ha fatto temporaneamente rientrare la crisi dello spread regalandoci due anni di basso spread, ma di crescita negativa. Alla fine il QE “compra tempo” questo è innegabile. Una botta di steroidi che per un paio d’anni almeno rimuove il problema spread e quello di sostenibilità del debito. Poi? Siamo in territorio inesplorato. Per la prima volta le banche centrali hanno dopato le loro economie contemporaneamente. Federal Reserve, Bank of England, Bank of Japan ed ora BCE sono state impegnate a stampare moneta. Prima o poi questa carta dovrà essere ritirata dall’economia e nessuno sa cosa succederà il giorno in cui il mercato prenderà atto che è finita la cura di steroidi e deve mettersi a dieta. Come diceva Keynes “Nel lungo termine siamo tutti morti” quindi per ora nessuno si preoccupa del viaggio di ritorno dal QE, ma solo di quello di andata. Se Draghi non fa subito QE sul debito pubblico dunque c’è da attendersi l’anno prossimo un peggioramento della deflazione, un rialzo dello spread, un maggior costo del servizio interessi, maggiori tasse per onorarlo. Insomma no QE vuol dire quasi certamente una patrimoniale in arrivo l’anno prossimo in Italia.

    Il M5S ha promosso con convinzione un referendum sull’uscita dall’Euro proprio per riappropriarsi della sovranità monetaria e della sua banca centrale:
    – La BCE ha dato soldi gratis alle banche (LTRO) per far comprare loro debito pubblico visto che la BCE non poteva farlo da statuto. La Banca d’Italia invece poteva farlo prima del divorzio. Perché complicarsi la vita con l’Euro e con un mandato così limitato alla BCE?
    – Attendiamo con ansia il QE per avere un po’ di svalutazione e inflazione che portino crescita, esattamente come succedeva ai tempi della lira. Non è meglio allora riprenderci la nostra sovranità monetaria?
    A questo punto, dopo sette anni di crisi profonda, quanto altro tempo dovranno buttare i governi europei prima di prendere atto che così l’Euro non funziona e danneggia la periferia d’Europa? E’ meglio tornare ciascuno alla propria moneta e sovranità in modo che ogni governo possa decidere quale sia il giusto mix di inflazione, tassi d’interesse, debito, svalutazione e crescita per la propria economia. Ormai è chiaro che gli interessi dei paesi dell’Eurozona sono troppo contrastanti perché una unica politica monetaria e una unica moneta possano accontentare tutti.

  • Biuso

    Ottobre 12, 2014

    Ukraine: Et maintenant?
    di Dominique Jamet

    Résumé des chapitres précédents :

    1/ Une « révolution » d’un orange douteux, fortement inspirée, soutenue, subventionnée et instrumentalisée par l’Occident, chasse le président régulièrement élu mais indiscutablement impopulaire. Une des premières décisions du gouvernement issu de l’émeute est de retirer au russe son statut de deuxième langue officielle de l’Ukraine. Avantage à l’Occident.

    2/ Les régions géographiquement, historiquement, culturellement, économiquement, ethniquement et politiquement les plus proches de la Russie se soulèvent contre les nouveaux oligarques de Kiev. Les séparatistes du Donbass, encouragés, soutenus, armés par Moscou, contestent la légitimité et récusent l’autorité du gouvernement de Kiev Ils prennent le contrôle des oblasts de Louhansk, Slaviansk et Donetsk. Avantage à la Russie.

    3/ Après avoir hésité, tergiversé, procrastiné, le nouveau président ukrainien, élu dans des conditions d’une opacité chocolatière, décide de régler la question par la force. L’Ukraine, financièrement exsangue et affectivement divisée, lance pourtant l’assaut contre la « République populaire du Donbass ». L’armée ukrainienne, ressurgie du néant, met en difficulté puis en déroute les sécessionnistes. La liquidation de l’insurrection pro-russe semble n’être plus qu’une question d’heures. La Russie, méprisée, sanctionnée, mise à l’index, injuriée, calomniée par les gouvernements et les médias occidentaux, est fermement invitée à ne pas se mêler des affaires du pays voisin, qui sont l’affaire de Washington, de Bruxelles, de Varsovie et de Paris. Avantage à l’Occident.

    4/ Comme on pouvait aisément le prévoir, Vladimir Poutine ne se résigne pas à laisser succomber, l’arme au pied, ceux qui se réclament de l’éternelle Russie et le supplient d’intervenir. L’intervention russe renverse le cours des événements et les forces loyalistes, stoppées, contrées, puis encerclées, prises au piège, sont menacées d’anéantissement. Avantage à la Russie.

    5/ L’Ukraine, riveraine, comme chacun sait, des rives de l’Atlantique, sollicite son admission dans l’OTAN ! L’Union européenne et les Etats-Unis annoncent de nouvelles mesures de représailles contre la Russie. Là où il était possible et souhaitable de décentraliser, de fédéraliser, de finlandiser un pays dont l’unité nationale est une fiction, on a laissé les affrontements dégénérer en guerre fratricide puis on a internationalisé un conflit qui n’en méritait pas tant. Alors que les métastases du fondamentalisme islamiste s’étendent à l’ensemble du Proche et du Moyen-Orient, les aveugles et les somnambules dont nous dépendons pour notre malheur sont en train de créer, cent ans après Sarajevo, les conditions d’une troisième guerre mondiale.

  • agbiuso

    Ottobre 12, 2014

    Dal manifesto, 11.10.2014.
    L’articolo integrale di Piero Bevilacqua si intitola L’immensa ricchezza delocalizzata

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    Quasi non passa giorno senza che il pre­si­dente della Bce, Mario Dra­ghi e gli altri stra­te­ghi che pre­si­diano il governo dell’Unione si affan­nino a ram­men­tarci che in man­canza di riforme strut­tu­rali l’Italia non ripren­derà il cam­mino della cre­scita. Le riforme strut­tu­rali: espres­sione iro­nica della sto­ria. Chi ha memo­ria del nostro pas­sato ricor­derà che la frase «riforme di strut­tura» è stata coniata da Pal­miro Togliatti, diven­tando uno degli slo­gan del Pci tra gli anni ’50 e ’60. Allu­deva a pro­fonde tra­sfor­ma­zioni da rea­liz­zare negli assetti dell’economia e nei rap­porti di potere tra le classi.

    Ora è finita in bocca ai mana­ger finan­ziari euro­pei, e ai gover­nanti ita­liani, e serve a dare una accen­tua­zione di radi­ca­lità all’intervento invo­cato, quasi si trat­tasse di miglio­rare più pro­fon­da­mente le con­di­zioni del paese.
    In realtà, oltre a masche­rare il vuoto di prospettiva,essi cer­cano di nobi­li­tare la sostanza clas­si­sta della più impor­tante di que­ste “riforme”: una mag­giore fles­si­bi­lità e una più com­pleta dispo­ni­bi­lità della forza lavoro nelle scelte dell’impresa. Il Job Act in can­tiere nel governo Renzi, evi­den­te­mente non basta. Occorre poter licen­ziare con più faci­lità, per atti­rare i capi­tali che girano per il mondo. Oggi noi sap­piamo bene quanta fon­da­tezza ha la teo­ria su cui si fonda tale pre­tesa. Come ha scritto di recente Luciano Gal­lino, «La cre­denza che una mag­giore fles­si­bi­lità del lavoro, attuata a mezzo di con­tratti sem­pre più brevi e sem­pre più insi­curi, fac­cia aumen­tare o abbia mai fatto aumen­tare l’occupazione, equi­vale quanto a fon­da­menta empi­ri­che alla cre­denza che la terra è piatta». (Vite rinviate. Lo scan­dalo del lavoro pre­ca­rio, Laterza 2014).

    […]

    E’ cam­biata la forma di razio­na­lità dei gover­nanti. Hei­deg­ger diceva che «La scienza non pensa». Credo che sba­gliasse ber­sa­glio: è la tec­nica che non pensa. La ragione tec­nica applica dispo­si­tivi dot­tri­nari alla realtà, atten­dendo che essi fun­zio­nino per­ché così accade nei labo­ra­tori o nelle simu­la­zioni mate­ma­ti­che. Nella loro ratio se il dispo­si­tivo non ha suc­cesso è per­ché si sba­glia nella sua appli­ca­zione o que­sta non è com­pleta. Se il Job Act non fun­zio­nerà è per­ché qual­che resi­dua norma impe­di­sce all’imprenditore di licen­ziare i suoi ope­rai quando più gli aggrada. Dun­que, la verità che nes­suno vuol dire è che oggi siamo gover­nati da uomini che non pen­sano. Dove il verbo pen­sare ha una ric­chezza seman­tica ormai andata per­duta nel les­sico cor­rente: signi­fica lo sforzo crea­tivo di rispon­dere alle sfide della realtà ascol­tan­done la com­ples­sità, cer­cando solu­zioni con­di­vise e di uti­lità gene­rale con l’arte della poli­tica. I tec­nici con­ti­nuano ad appli­care dot­trine scon­fitte dalla realtà . Ma i poli­tici senza dot­trina, come il nostro Renzi e prima Ber­lu­sconi, non pen­sano più dei tec­nici. Eser­ci­tano l’arte red­di­ti­zia della comunicazione.

  • agbiuso

    Settembre 28, 2014

    “Nessuno è davvero al potere, nessuno prende consapevolmente decisioni: una catena logico-matematica ha sostituito la decisione, e l’algoritmo del capitale è divenuto indipendente dalla volontà individuale del proprietario. Saprà l’intelletto generale emanciparsi dall’automa? Può la coscienza agire sull’evoluzione neurale?”

    La risposta disincantata e profonda di Franco Berardi Bifo: Malinche e l’automa

  • agbiuso

    Settembre 12, 2014

    Un breve ma utile articolo di Rita di Leo a proposito dei reali interessi e conflitti dei quali l’Ucraina è una pedina fondamentale: La questione russa

  • agbiuso

    Settembre 7, 2014

    Aldo Giannuli spiega con chiarezza per quali ragioni la politica dell’Unione Europea verso la Russia è pericolosa e autolesionistica.

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    Ucraina: quali prospettiva dopo la tregua?
    di Aldo Giannuli

    A quanto pare siamo ad un cessate il fuoco nella questione ucraina. Molto bene, ma questo non basta. La questione va definita, perché non possiamo tenerci questo barile di dinamite con miccia innescata nel pieno centro d’Europa. E dunque occorre passare dalla tregua alla trattativa per definire la situazione stabilmente. Vorrei riprendere il discorso per il quale, appurato che non ci sono ragioni di principio per un intervento militare Nato nella crisi ucraina, questo dipende piuttosto da calcoli di ordine politico che, per di più, sono molto probabilmente sbagliati. Quali sono questi calcoli?

    Come dicevo nel pezzo precedente, Obama ha puntato le sue carte sull’isolamento della Russia e, soprattutto, sulla contrapposizione fra essa e l’Europa (soprattutto la Germania). E questo nel tentativo di puntellare la traballante egemonia americana.

    L’errore di partenza è già in questa pretesa di mantenere il monopolio di potenza americano, cercando di giocare sulle divisioni altrui, senza prendere in considerazione un ordine mondiale basato su un equilibrio multipolare. Il calcolo è miope per una ragione: gli Usa non hanno più i mezzi economici per finanziare il loro Impero. Sono passati i tempi in cui gli Usa potevano permettersi il lusso di sostenere da soli più della metà della spesa mondiale in armamenti (ma su questo torneremo).

    Ovviamente, giocando sulla combinazione fra residuo predominio militare, persistente predominio finanziario ed abile gioco diplomatico, possono procrastinare il tramonto dell’attuale egemonia americana, ma anche questo potrebbe avere un costo molto più alto del previsto e determinare tendenze ben peggiori sul lungo periodo.

    In primo luogo, l’isolamento della Russia potrebbe non diventare affatto tale, ma sfociare in una alleanza di medio periodo fra Mosca e Pechino, premessa di un nuovo bipolarismo che scaricherebbe subito le sue tensioni su India e Germania, i due pivot della nuova competizione.

    Ma, lasciando da parte le tendenze di lungo periodo, prendiamo in considerazione i possibili esiti di un braccio di ferro in Ucraina. Ovviamente, in primo piano ci sarebbe il rischio di una guerra nel cuore di Europa, per la prima volta dal 1945 (se facciamo eccezione per il circoscritto caso jugoslavo) il che è cosa da considerare con molta cautela e non perché la vita degli Europei sia “più preziosa” di quella degli altri, ma perché qui siamo in una cristalleria molto delicata: troppi paesi dotati di armi nucleari, continente troppo fittamente affollato, con centri di vita economica di interesse mondiale ma, soprattutto, continente facile a prender fuoco da un capo all’altro in poco tempo, se parte l’incendio. In fondo, ci sarà stato pure un motivo per cui –saggiamente- Usa e Urss, per quasi 40 anni hanno accuratamente evitato la più piccola scaramuccia in Europa, mentre se le davano di santa ragione in Asia ed Africa.

    Poi c’è un’altra considerazione: tutti i conflitti generalizzati degli ultimi 150 anni, sono sempre stati preceduti da una o più “guerre d’assaggio”, nella quale provare le armi di ultima generazione, studiare le reazioni avversarie, esaminare il comportamento dei terzi, valutare tattiche e strategie. Accadde con le due guerre di indipendenza italiane e con la guerra franco-prussiana del 1870-71 prima della guerra balcanica che si conclude con la pace di Berlino (1876-78), con la guerra russo giapponese (1904) e la guerra italo turca (1911) che precedettero la Prima Guerra mondiale e con la guerra di Spagna (1936-39) e quella sino-giapponese (1937) alla vigilia della II Guerra Mondiale.

    Uno dei rischi più seri, sarebbe proprio quello di fare una “guerra modellino” in cui preparare la successiva. Le “guerre d’assaggio” preparano quella importante successiva non solo per l’accumulo di informazioni che forniscono a quelli che “vogliono menar le mani”, ma anche perché preparano psicologicamente l’opinione pubblica dei vari paesi all’idea della guerra prossima ventura. In questi 70 anni che ci separano dalla fine della seconda guerra mondiale, l’impossibilità di una guerra anche limitata in Europa è stato un punto fermo della politica internazionale e, di conseguenza, questo metteva l’ipotesi di una guerra generalizzata in Europa nel campo del periodo ipotetico dell’irrealtà. Permetterne una di vasto raggio ora equivarrebbe a dire che, in fondo, anche un conflitto generalizzato in Europa (e, di conseguenza a livello mondiale) non è poi una cosa così fuori dal campo del possibile e del reale.

    Mi pare che sia il caso di andarci molto cauti, anche perché la diplomazia europea oggi passa per le mani di persone come Tusk, per il quale ormai si rende indispensabile un Tso.

    E questo in una situazione in cui l’Europa in generale (e Germania ed Italia in primo luogo) riceverebbe un colpo brutale alla propria economia se si bloccasse l’import export con la Russia. Nel 2012, la Germania ha esportato merci in Russia per 38 miliardi di Euro, l’Italia per 10 e la Francia più o meno altrettanti. Ed in un un momento di crisi, è pensabile una caduta brusca del 10-12% dell’export?
    Per non dire delle importazioni: nessuno ci ha ancora detto con cosa sostituiremo il gas russo nel prossimo inverno ed a che prezzi. Come dire che ci apprestiamo ad un capitombolo della bilancia commerciale (e, di riflesso, del Pil europeo) senza precedenti.

    Alla Casa Bianca, poi, devono tener presente che a novembre ci sono le elezioni di middle term e i democratici devono combattere duro in una decina si stati se vogliono mantenere la maggioranza in Senato. Come è noto, la popolarità del Presidente non è allo zenith, ma il 66% degli americani, stando ai sondaggi, appoggia la sua linea di non intervento in Iraq perché non vuol sentir parlare di Medioriente. Cosa fa pensare ad Obama che gli americani brinderebbero a champagne per una guerra in Europa e con i Russi?

    Infine, va da sé che se gli americani e gli europei si facessero coinvolgere in uno scontro in Ucraina e con un avversario di quella stazza, il Medioriente diventerebbe il pensiero postultimo e lì sarebbe mano libera per l’Isis, per l’Iran, per Israele, per i Sauditi, per i Siriani…. Sai che allegria! A fronteggiare l’Isis resterebbero siriani, curdi e iraqueni, ma soprattutto iraniani. Gli americani, al massimo, potrebbero fare da copertura aerea della fanteria iraniana. Dopo di che, sconfitto l’Isis, è ovvio che il “Grande Iran” diventerebbe rapidamente una realtà, mentre si aprirebbe un altro capitolo più che delicato fra probabile nuovo stato curdo e Turchia.

    Insomma, siamo proprio convinti che un intervento Nato in Ucraina sarebbe davvero un affare?!

    Aldo Giannuli

  • agbiuso

    Agosto 31, 2014

    Mogherini, la faccia migliore del vuoto italiano
    di Tommaso Di Francesco, il manifesto 30.8.2014

    Come pre­ve­di­bile, la mini­stra degli esteri ita­liana Fede­rica Moghe­rini è l’Alto rap­pre­sen­tante per la «Poli­tica Estera e di Sicu­rezza Comune», ancora la sigla Mrs Pesc, per­ché non può, come da Trat­tati, essere chia­mata mini­stro degli esteri dell’Unione euro­pea. Così sulla bar­chetta di carta dell’Ue che affonda, come iro­ni­ca­mente pro­pone la coper­tina dell’Eco­no­mist, con un Dra­ghi intento a but­tare fuori acqua, Hol­lande impet­tito sulla prua, Mer­kel che naviga come se nulla fosse e il “nostro” Renzi con un gelato in mano, adesso sale il pesante far­dello di una sirena muta e ammic­cante pro­messe, vero sim­bolo dell’inesistente poli­tica estera euro­pea. Non c’è che dire, la per­sona giu­sta al posto giusto.

    L’eventuale sua nomina sarebbe stata «delu­dente», scri­veva il Finan­cial Times, che spe­rava in un «pezzo da novanta» di alto pro­filo inter­na­zio­nale — come chie­deva anche Ber­lino — di fronte ai ricor­renti nazio­na­li­smi euro­pei per le ten­sioni eco­no­mi­che tra i vari governi Ue, e soprat­tutto rispetto al vor­tice inter­na­zio­nale delle guerra aperte in Medio Oriente, nel Medi­ter­ra­neo, e alla fron­tiera con la Rus­sia in Ucraina. Invece arriva Mogherini.

    Siamo esterrefatti, perché i silenzi e le reticenze italiane si aggiungeranno alla pratica dell’Ue
    Abbiamo infatti lun­ga­mente atteso, in que­sti sei mesi, una diver­sità del governo Renzi e della Far­ne­sina sulle crisi aperte nel mondo, dopo le tante «guerre uma­ni­ta­rie» alle quali l’Italia ha par­te­ci­pato che hanno aggra­vato san­gui­no­sa­mente quelle crisi.

    Non è arri­vato nulla.

    Nes­suna con­danna del governo israe­liano per le stragi di civili a Gaza, ma tanta com­pren­sione per il «diritto alla difesa» — con i mas­sa­cri? -, dimen­ti­cando che Israele occupa mili­tar­mente i ter­ri­tori pale­sti­nesi e le Riso­lu­zioni delle Nazioni unite che da 47 anni gli impon­gono di riti­rarsi, e invece Israele allarga le colo­nie, boi­cotta l’impossibile ormai Stato di Pale­stina e non vuole nes­suna pace. Ora chi aiu­terà i dispe­rati di Gaza tra mace­rie e cimi­teri? Inol­tre la Far­ne­sina ha taciuto sulla richie­sta di sospen­dere in Ita­lia le eser­ci­ta­zioni mili­tari con i cac­cia­bom­bar­dieri israe­liani, insieme alla revi­sione del Trat­tato mili­tare che ci lega ad Israele; e tace sulla richie­sta dell’Anp, uni­ta­ria Fatah-Hamas, di ade­rire al Tri­bu­nale penale dell’Onu.

    Zero asso­luto poi sulla san­gui­nosa guerra in Siria, oltre alla dispo­ni­bi­lità a far appro­dare sulle nostre coste l’arsenale chi­mico di Assad poi distrutto – e que­sto gra­zie all’intermediazione del «nemico» Putin che ha impe­dito che l’Occidente e Obama si impe­la­gas­sero ulte­rior­mente nella guerra che hanno ali­men­tato. Invece l’Italia avrebbe dovuto chia­rire se fa ancora parte della coa­li­zione scel­le­rata degli «Amici della Siria» (dalla Gran Bre­ta­gna all’Arabia sau­dita) che ha finan­ziato e rifor­nito di armi gli insorti, fino a favo­rire diret­ta­mente e indi­ret­ta­mente la cre­scita mili­tare del fronte jiha­di­sta e qaedista.

    Per il disa­stro in Iraq, dove lo Stato isla­mico avanza come deriva dei san­tuari con­qui­stati in Libia e in Siria, il governo ita­liano tele­co­man­dato e sto­rico mer­cante d’armi, si è limi­tato a mostrare per l’ennesima volta il suo stra­bi­smo: aiuti uma­ni­tari e nuovi arma­menti, sta­volta ai kurdi (anche al «ter­ro­ri­sta» Pkk il cui lea­der Oca­lan giace nelle galere dell’atlantica Tur­chia anche per merito dell’Italia?), per­ché com­bat­tano al posto dell’Occidente per «sal­vare le mino­ranze», stor­nando cari­chi di fer­ra­glia che avrebbe dovuto essere distrutta da tempo e rici­clando arse­nali che potreb­bero essere prova di for­ni­ture ille­gali ita­liane, con­tro le san­zioni Onu, agli insorti libici anti-raìs.

    La Libia è diven­tata intanto peg­gio della Soma­lia, gra­zie alla guerra della Nato gui­data ad ogni costo dal prode euro­peo Nico­las Sar­kozy che, si sco­pre ora, voleva disfarsi del testi­mone Ghed­dafi che aveva finan­ziato la sua cam­pa­gna pre­si­den­ziale. Dopo il delitto occi­den­tale ce ne laviamo le mani e peg­gio sia per i pro­fu­ghi che ora, con il Fron­tex Plus (sem­bra il nome di una medi­cina ma è un muro di con­te­ni­mento che fa temere un’altra Kater Y Rades 1997) ver­ranno tenuti alla larga e rele­gati a rima­nere in Libia o tor­nar­sene a casa loro, nella tra­ge­dia della mise­ria e delle guerre della grande Africa dell’interno. Abban­do­nando la giu­sta pro­po­sta della Marina di una mis­sione solo di soc­corso sotto egida Onu. E que­sto per far con­tenta l’ala più di destra del governo di cen­tro di Mat­teo Renzi.

    Ma l’evidenza peg­giore è quella dell’Ucraina, con la Moghe­rini che tele­co­man­data ripete le dichia­ra­zioni dell’Alleanza atlan­tica e non ha detto finora una parola sulla guerra feroce che è stata sca­te­nata peri­co­lo­sa­mente ai con­fini della Russia.

    Che fine hanno fatto le pro­messe di inda­gare sul ruolo della destra neo­fa­sci­sta e para­mi­li­tare su piazza Maj­dan, sull’uccisione del repor­ter ita­liano Andrea Roc­chelli e sulla strage di Odessa che ha inne­scato la guerra civile?
    Tutto è pronto anche qui per ripro­porre il «modello Kosovo». A pro­po­sito, ecco un altro silen­zio: la mini­stra Moghe­rini non ha pro­fe­rito parola sui risul­tati di que­sti giorni della com­mis­sione d’inchiesta della mis­sione Ue Eulex, che ha inda­gato due anni dopo le denunce dal rap­porto di Dick Marty del Con­si­glio d’Europa e le richie­ste di Carla Del Ponte, sugli orrori e sui cri­mini di guerra com­messi in Kosovo dalle mili­zie Uck alleate della Nato, pro­prio durante l’occupazione delle truppe atlan­ti­che dopo i raid «uma­ni­tari» che hanno inven­tato il nuovo Stato indi­pen­dente del Kosovo. Una inda­gine euro­pea agghiac­ciante che con­ferma i mas­sa­cri e la puli­zia etnica con­tro serbi e rom. Il silen­zio è rumo­ro­sis­simo, per­ché emerge la con­ni­venza nelle stragi dei lea­der della Nato. Reste­ranno impu­nite o no? Che dice la Mogherini?

    Non tutto, certo, è respon­sa­bi­lità dell’Italia. Oggi sarà eletto anche il pre­si­dente della Com­mis­sione, dopo il pate­tico e ine­si­stente Van Rom­puy, tocca al pre­mier polacco Tusk, lea­der del paese che gli Stati uniti vogliono riar­mare in fun­zione anti-russa e che è desti­nato a pesare molto più della mini­stra degli esteri italiana.

    Il fatto è che Mr Pesc è un acro­nimo che serve a dire che l’Europa ancora non può dichia­rare di avere una poli­tica estera indi­pen­dente. Del resto l’Ue non ha una poli­tica eco­no­mica comune, spac­cata com’è sul ter­reno della dila­ce­rante crisi eco­no­mica, né tan­to­meno una poli­tica di difesa europea.

    Ma soprat­tutto per­ché c’è l’Alleanza atlan­tica che la fa “meglio” e al posto dell’Unione euro­pea, che resta un simu­la­cro rap­pre­sen­tato solo da una moneta. Quella Nato che si avvia a diven­tare Trat­tato tran­sa­tlan­tico anche eco­no­mico e che intanto gesti­sce l’ideologia del mili­ta­ri­smo uma­ni­ta­rio, attizza guerre e poi soc­corre, cura e accre­sce i bud­get mili­tari dei paesi alleati a danno delle spese sociali (vedi gli F-35), mili­ta­rizza con basi, scudi anti­mis­sile e nuovi sistemi d’arma il ter­ri­to­rio del vec­chio con­ti­nente e dei nuovi stati alleati dell’est, pas­sati dal Patto di Var­sa­via diret­ta­mente alle mis­sioni nei con­flitti glo­bali a guida Usa.

    In poche parole, la Nato sur­roga la poli­tica estera dell’Unione euro­pea. E ora Moghe­rini, Mrs Pesc, dopo il nulla rap­pre­sen­tato dalla bri­tan­nica Cathe­rine Aston, ci mette la fac­cia del vuoto italiano.

  • agbiuso

    Agosto 25, 2014

    L’embargo contro la Russia sta danneggiando gravemente l’economia europea, quella italiana in particolare. È questo uno dei reali obiettivi degli USA.
    I governi “nazionali” -come quello italiano- sono complici di tale danno contro i propri cittadini.

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    La UE rimedi ai danni dell’embargo russo

    “Il M5S nei giorni scorsi ha deciso di sottoscrivere una dichiarazione congiunta con il deputato greco Marias Notis che fa parte del Movimento Independent Greeks in merito alla grave situazione economica causata dall’embargo russo sui prodotti agricoli dell’unione europea. Queste misure restrittive stanno generando delle pesanti conseguenze economiche nei paesi dell’Unione europea e in modo particolare in quei paesi del sud dell’Europa che sono maggiormente colpiti, tra i quali la Grecia e l’Italia.

    Il Movimento 5 stelle Europa ha quindi deciso di supportare l’iniziativa del deputato greco e di richiedere agli organi competenti dell’Unione europea e alla Commissione europea di procedere con una compensazione finanziaria immediata agli agricoltori e agli imprenditori del settore italiani e greci. Ad oggi, la Commissione europea ha mosso i primi passi. In una nota del 18 agosto si comunica l’attivazione di misure eccezionali nel settore con lo stanziamento di un fondo di 125 milioni di euro. Ed è dell’altro ieri invece notizia di un ulteriore stanziamento di 33 milioni di euro per il settore delle pesche nettarine. Attendiamo invece settimana prossima un documento ufficiale per la ripartizione di un ulteriore fondo per gli altri settori agricoli.
    Si tratta quindi di una prima iniziativa congiunta del Movimento 5 stelle Europa che guarda alle possibili sinergie con gli altri movimenti politici europei e in particolar modo con quelli della fascia mediterranea con i quali chiaramente l’Italia condivide molto, per poter dare un peso maggiore alla voce dei paesi del sud dell’Europa e dei loro cittadini.”

    Eleonora Evi, portavoce M5S al Parlamento Europeo

  • agbiuso

    Agosto 24, 2014

    Mi è stato segnalato da Dario Sammartino questo interessantissimo editoriale di Gabor Steingart, direttore del più importante quotidiano economico tedesco, Handelsblatt.
    È scritto in modo vivace e trasuda di intelligenza politica e antropologica (non a caso la stampa italiana lo ha ignorato). Ne consiglio la lettura per capire dove sta il pericolo per la pace:

    L’Occidente sulla strada sbagliata

  • agbiuso

    Agosto 4, 2014

    L’erba vorrei
    Franco Berardi Bifo

    Vorrei sbagliarmi. Guardo la mappa del continente euroasiatico e cerco di immaginare l’evoluzione degli eventi. In Giappone, dove il primo ministro discende da una famiglia di alti dignitari nazisti, c’è un movimento nazionalista che invita a mangiare cibi che vengono da Fukushima. Kamikaze dell’insalata.

    In India hanno eletto premier un violento induista responsabile del massacro della moschea di Adjodia che si prepara a imporre un programma di riforma neoliberista. Milioni di profughi nei territori della guerra civile interislamica. Il califfato si insedia a poca distanza da Israele. E Israele massacra ogni giorno i reclusi di Gaza.

    Al confine orientale d’Europa si aggirano i fantasmi delle guerre del ’900. La società europea sacrificata sull’altare delle banche: la disoccupazione cresce il salario crolla, la generazione precaria costretta ad accettare lo schiavismo che ora si chiama lavoro volontario. In Europa i nemici dell’Unione sono quasi dovunque vincenti. E la società pare indifesa in balia degli sciacalli perché la competizione tra precari distrugge le condizioni stesse della solidarietà.

    Vorrei sbagliarmi ma l’orizzonte del secolo che avanza sembra orribile. Vorrei sbagliarmi e credo che mi sbaglio. Certo quello che vedo è un futuro da zombie, ma quello che non vedo, quello che si nasconde quello che mi sfugge, quello che solo adesso sta nascendo è più importante. E poi lo sanno tutti: i profeti sono noiosi e deprimenti. Ma per fortuna sbagliano spesso.
    ========

    Fonte: Alfabeta2, 4 agosto 2014

  • agbiuso

    Luglio 20, 2014

    Le questioni si incrociano, Pasquale: monoteismi massacratori, palestinesi macellati, fanatismi morali. Un film indimenticabile che con una risata seppellisce la Bibbia, il messianismo cristiano (e religioso in genere), il settarismo dei gruppuscoli politici è Brian di Nazareth dei Monty Python.
    Lo si può vedere per intero in streaming nell’efficace (in questo caso) doppiaggio italiano: http://www.youtube.com/watch?v=4z-cr4_9JV0

  • Pasquale

    Luglio 20, 2014

    Impeccabile, una boccata ulteriore fi ossigeno.

  • agbiuso

    Luglio 16, 2014

    Dico che di rado si trova tanta saggezza in così poche righe.
    Hai ragione su tutto.
    Sulla stampa italica da disprezzare, soprattutto quella televisiva, semplicemente disgustosa.
    Sul fatto che i palestinesi non hanno nessuna speranza, nessuna. E ciò per la semplice ragione che si trovano a essere maciullati da uno dei più potenti eserciti del mondo, al quale non resisterebbero altri eserciti (come è accaduto dal 1948 alla Giordania, alla Siria e all’Egitto, che infatti si sono poi ordinatamente ritirati dalla contesa), figuriamoci chi per disperazione può solo lanciare dei razzi artigianali che non arrivano mai a destinazione. Non hanno nessuna speranza perché -come ho scritto anche qui- «Il problema palestinese si risolverà quando non ci saranno più palestinesi, o saranno tutti schiavi». Questa è la ‘politica’ di Israele. L’obiettivo sarà raggiunto, è solo questione di tempo. Ma ciò che, ancora una volta, è disgustoso è l’immensa ipocrisia di chi fa finta che qui ci sia una guerra, un conflitto, mentre è chiaro che c’è solo un massacro.
    Hai ragione sopratutto sull’umano e sull’orrore di chi si crede eletto da un Dio, dall’unico Dio per giunta! È qui, nel monoteismo che annulla le differenze, che risiede il nucleo dello sterminio. Dello sterminio dato e dello sterminio ricevuto. Sino a che non ci libereremo dal monoteismo non ci sarà pace. Dopo (come prima) ci saranno guerre, certo, ma soltanto guerre, e non crociate. Perché di questo si tratta. E le crociate -che le facciano i cristiani, gli ebrei, i musulmani o i «difensori della democrazia e dei diritti dell’uomo»- sono l’essenza stessa dell’abominio.

  • Pasquale

    Luglio 16, 2014

    Caro Alberto, stante che sono senza computer, faccio fatica a commentare con agile pertinenza al tanto che hai scritto; e al tanto che descrivi e che è solo motivo di dolore e disappunto. Sono convinto da tempo, tu lo sai, che le cose stiano così; della stampa ho il più assoluto disprezzo, specie della nostrale, una casta di donabbondi cumannata da tanti donferranti. Icastico il ritratto fattone da Paolo Stoppa in Uomini e Caporali. Del resto che dire, tu sai bene che in Palestina la faccenda può solo finire in un modo, con il massacro totale; lo fanno in comode rate in modo da far scrivere che vogliono la cosiddetta pace; quella del Foscolo “all’ombra dei cipressi”. Ma non possono volerla, un po’ perchénon vogliono missili in giardino un po’ perché sanno bene che, lo avrei anch’io, l’altrui desiderio è sano sano quello di fargli la pelle. Con Céline mi pare che lo scontro sia tra canaglierie, in mezzo ci sono pescatori cui è negato il diritto di pesca e gente che non sa niente, vorrebbe forse non essere seccata e farsi la propria vitarella, e che come da noi si affida al primo boy scout che passa o al primo bruto con panzerfaust. Del resto quando uno di sé pensa di essere eletto, di avere leggi e tavole e pietre su cui fondare il potere di offendere, c’è poco da fare. Che dici? Dei pacifisti non capisco la convinzione che la guerra sia da evitare, penso da evitare siano gli uomini; da ciò la necessità di evitare i conflitti perché di mezzo ci sono gli umani: è arcinoto quello di cui siamo capaci. Che dici?

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