Ciascun numero della rivista Impronte ha un’epigrafe. Quella di settembre è tratta da un libro di Jeffrey Moussaief Masson: «Si dice spesso che se i mattatoi avessero pareti di vetro la maggior parte delle persone sarebbero vegetariane. Se il pubblico sapesse che cosa succede nei laboratori per la sperimentazione sugli animali, questi sarebbero aboliti». La televisione contemporanea arriva ovunque e tutto documenta ma -ci avete pensato?- non diffonde mai immagini di quanto accade nei macelli e nei laboratori vivisettori.
Quello che succede in quei luoghi è infatti il puro orrore. È la catena di montaggio della distruzione, del massacro e della tortura inferti a esseri che non hanno alcun modo di opporsi, difendersi, implorare, lottare. Basti sapere che agli animali torturati dai vivisettori vengono tagliate le corde vocali, in modo da non sentire le loro urla.
La inutilità scientifica della vivisezione è ormai acclarata da centinaia di studi. Il rischio che essa rappresenta per la salute umana è piuttosto alto. Il caso della talidomide è forse il più noto ma non è certo l’unico. Dopo essere stato sperimentato per tre anni su animali non umani, questo farmaco era risultato del tutto sicuro. Tuttavia negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento «le donne trattate con talidomide davano alla luce neonati con gravi alterazioni congenite dello sviluppo degli arti, ovvero amelia (assenza degli arti) o vari gradi di focomelia (riduzione delle ossa lunghe degli arti), generalmente più a carico degli arti superiori che quelli inferiori, e quasi sempre bilateralmente, pur con gradi differenti. […] Nel settembre 2012 la ditta produttrice del farmaco ha porto le proprie scuse ufficiali in occasione dell’inaugurazione di un memoriale dedicato alle vittime a Stolberg» (da Wikipedia)
La più importante ragione, se non l’unica, di sopravvivenza della tortura vivisettoria è il profitto delle case farmaceutiche e di tutto ciò che vi gira intorno. Le contraddizioni di chi la difende sono evidenti. Per giustificarla si dice che non possiamo applicare agli altri animali i criteri umani di sofferenza ma è poi inevitabile la necessità di postulare una continuità biologica tra le altre specie e la nostra affinché gli scopi della vivisezione abbiano senso.

L’errore logico più grave è un altro e sta nel concetto stesso di animalità. L’animalità non è una categoria. In quanto contrapposta all’umanità, essa semplicemente non esiste. Non si danno salti ontologici tra l’umano e il resto del mondo animale, che è talmente differenziato da rendere ingenua e inesatta la sussunzione dell’ampio essere animale sotto una comune e unica categoria, contrapposta alla parzialità umana. È del tutto scorretto accomunare, ad esempio, formiche, corvi e scimpanzé contrapponendoli alla specie umana. Molti animali sono assai più vicini -sia geneticamente sia funzionalmente- alla specie umana che ad altre. Un bonobo o un cane sono molto più parenti dell’Homo sapiens che delle api, dei molluschi, delle bisce.
L’animale non è il lato oscuro, lo specchio deformante dell’umano e neppure rappresenta l’età d’oro della nostra specie. La vita si esprime in una molteplicità di forme tutte legate tra loro e tutte distinte. Anche per questo non ha senso l’ossessione comparatistica per la quale l’intelligenza animale viene intesa come una categoria unitaria e confrontata sempre e soltanto con l’intelligenza umana, come se quest’ultima costituisse il criterio assoluto, il parametro sul quale misurare ogni altra abilità cognitiva. In una prospettiva etologica e biologica più rigorosa, «come già avvenuto con la rivoluzione copernicana, noi uomini avremo la sorpresa di abitare una piccola e remota regione cognitiva che naturalmente ha delle contiguità, delle vicinanze e persino delle sovrapposizioni con quella delle altre specie, ma che per gran parte è irraggiungibile con la semplice proiettività intuitiva» (Roberto Marchesini, Intelligenze plurime. Manuale di scienze cognitive animali, Oasi Alberto Perdisa Editore, 2008, p. 445). Confido che una maggiore consapevolezza della continuità biologica, percettiva e mentale tra la nostra specie e tutte le altre porrà fine a millenni di presunzione antropocentrica e a secoli di sterminio degli animali in nome degli interessi umani. Confido che le «scienze della nuova umiltà» (Eugenio Mazzarella, Vie d’uscita. L’identità umana come programma stazionario metafisico, Il melangolo, 2004, p. 11) inducano a un ripensamento sempre più profondo sulla inaccettabilità del dolore inferto ad altre specie in nome della superiorità di quella umana.

Intanto, da qualche settimana un grande risultato è stato raggiunto. L’azienda Green Hill (Montichiari, Brescia) è stata sequestrata e i suoi “prodotti” sono stati liberati. Quali prodotti? Migliaia di cani beagle concepiti, fatti nascere, tenuti in gabbia, soltanto per rifornire i laboratori dove erano destinati alla tortura. Su Impronte si può leggere e vedere la gioiosa documentazione relativa a questo evento.
Anche se la vivisezione servisse agli umani, cosa che non è, la sua pratica sarebbe nient’altro che una gravissima forma di specismo, una posizione ideologica identica al sessismo e al razzismo. Non esistono centri ontologici e gerarchie etiche. Si dà piuttosto una ricchezza radiale di forme nelle quali la materia esplica la gratuita potenza che la costituisce. Non esistono superiorità ma differenze. Una delle peculiarità dell’umano è saperlo, uno dei suoi limiti è dimenticarlo: «Con troppa facilità gli uomini si considerano il centro dell’universo, qualcosa di estraneo e di superiore alla natura. Questo atteggiamento deriva da una sorta di orgoglio che ci preclude quella forma di riflessione su noi stessi di cui oggi avremmo tanto bisogno. Le grandi scoperte delle scienze naturali inducono l’uomo a un senso di umiltà: proprio per questo vengono a volte avversate» (Konrad Lorenz, Natura e destino, Mondadori, 1990, p. 42).

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A proposito di Telethon, ecco professore una piccola notiza locale…

http://www.bronte118.it/?p=34998

sì, molto bene, hai fatto molto bene a recuperare l’immagine del depliant

credo sarebbe molto interessante scrivere un saggio, un articolo, un qualcosa di specifico riguardo il rapporto fra creature non umane e la loro raffigurazione

faccio un esempio: giorni fa passando davanti ad una specie di friggitoria dove servono del pollo appunto fritto, e campeggiava una figura disegnata di galletto tutto allegro e ammiccante, a pensarci una davvero tragica ironia raffigurare la vittima sorridente come marchio di fabbrica, un po’ come certi maialini allegri raffigurati sui salami

il disegno, affermerebbe qualche osservatore superficiale, è una cosa giocosa, non c’è nulla di male, e invece no perchè è proprio il disegno l’elemento simbolico più potente di tutti, il galletto sorride, il maialino sorride, la trota sorride, come dire se mi mangi mangi la felicità

scrivi qualcosa al riguardo, quando ne hai tempo, che lo leggo volentieri

mi permetto di segnalare che già nel 2008 era chiaro il problema
http://terrealte.blogspot.it/2008/04/jj3.html

in effetti il Marchesini (veramente belli i suoi libri) coglie nel segno sul problema di fondo, che la morte della povera orsa ha messo a nudo: il tentativo di reintrodurre l’orso laddove l’ambiente è ormai decisamente antropizzato e lo spazio del tutto inadeguato; l’orso come marketing, l’orso come icona efficacissima nei depliant turistici; le operazioni di ripopolamento di creature selvatiche andrebbero condotte in parallelo con uno spopolamento della specie infestante, la scimmia che sa scrivere

Ho aderito, perchè è assurdo accettare le direttive europee solo in certi casi ed in altri casi no, secondo gli interessi che si intende tutelare.

Ricevo e inoltro un interessante articolo dedicato alla struttura fruttariana del corpo umano.

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I danni della carne o i benefici del vegetarismo?

Franco Libero Manco – Associazione Vegetariana Animalista, in collaborazione con A.B.I.N. (Associazione Bergamasca di Igiene Naturale) – http://www.vegetariani-roma.it

Spesso qualche nutrizionista onnivoro in fase denigratoria del sistema vegetariano sostiene che non sia la mancanza di carne nell’alimentazione dei vegetariani a dare loro migliore salute ma un più corretto stile di vita che tale scelta comporta, cioè i mangiatori di carne hanno generalmente anche un cattivo stile di vita mentre i vegetariani sono generalmente più attenti al loro benessere. I due aspetti, a mio avviso, sono altrettanto importanti per conservare la salute, però succede che anche se gli onnivori seguono sani stili di vita sono ugualmente soggetti a molte patologie contemporanee, mentre i vegetariani, pur non seguendo sani stili di vita, si ammalano molto di meno.

Le statistiche ufficiali in tal senso fanno riferimento alla condotta comune delle persone onnivore, sia che facciano eccessivo o poco uso di carne, così come le statistiche che riguardano i vegetariani fanno riferimento a tutti i vegetariani non solo ai più virtuosi, cioè compresi coloro che scelgono di non nutrirsi di animali per scelta etica e che spesso trascurano l’aspetto salutistico del problema.

La letteratura scientifica vegetariana e tutti gli scienziati indipendenti hanno ribadito e ribadiscono che le malattie generate dalla carne non dipendono dal fatto che la carne derivi da animali trattati con medicinali, ma che sono le proteine proprie della carne sia che provengano da animali terricoli, da pesci, da latticini o da uova.

Anche se un individuo vive in conformità alle leggi naturali ma mangia carne gli effetti protettivi delle verdure vengono in gran parte neutralizzati dai prodotti carnei. La carne fa male non perché gli animali non sono più allevati allo stato naturale ma perché è un alimento incompatibile con i processi biochimici dell’essere umano per natura fruttariano. E tutto ciò che non è adatto alla nostra alimentazione non può che apportare danni. Se fosse un alimento compatibile il nostro organismo non produrrebbe radicali liberi, leucocitosi, crisi enzimatica, carenza di vitamine, aumento di colesterolo, aumento del battito cardiaco, acidificazione del sangue, prelazione di calcio, uricemia, ipertensione, reumatismo, gotta, cancro..

Non c’è stile di vita in grado di neutralizzare tutti gli effetti deleteri della carne. A tal proposito vale la pena ricordare che le scorie accumulate dagli alimenti troppo ricchi di proteine come la carne, oltre ad acidificare il sangue, sono causa di tutte le manifestazioni uricemiche, di obesità, diabete, calcolosi, reumatismo, nevralgie, dispepsie, eczemi, arteriosclerosi, ipertensione, stitichezza, allergie ecc.. Infatti le leggi di Graham sul cibo elettivo dimostrano che esiste un rapporto preciso e definitivo tra costituzione fisica di un animale e il suo cibo elettivo che è quello che serve al meglio i suoi interessi biologici, psicologici, conservativi e ambientali. In modo più dettagliato riporto le considerazioni del dr. Valdo Vaccaro.

“La carne genera l’aldeide malonica (sostanza cancerogena al 100% che si sviluppa con la cottura della carne, l’acreolina (dalla cottura dei grassi, ultratossica per il fegato), l’adrenalina (dal terrore indescrivibile provato dalle bestiole nei macelli), il dietilsilbestrolo (causatore di cancro all’apparato genitale femminile), l’acido apocolico e il 3-metil-colantrene (composti chimici cancerogeni derivati dal contatto dei prodotti di decomposizione carnea coi nostri acidi biliari, l’acido colico e l’acido disossicolico, il beta-glicoronidasi e l’alfa-deiprossilasi (enzimi cancerogeni derivati da batteri intestinali di carni e pesce crudi), il coprosterolo (sterolo cancerogeno da carne e pesce crudi e cotti), la cadaverina (dall’aminoacido lisina), gli etil e metil-mercaptani (dalla cisteina e dalla metionina), la putrescina-agmatina-tiroxina-fenolo (veleni generati dalla cottura di carne e pesce), il solfuro d’idrogeno e l’acido acetico, l’albumina, la fibrina e la gelatina, derivate dal brodo di carne (causatore accertato di morie a gruppi di cani alimentati a brodo), le ptomaine (sostanze che prendono il nome da ptoma, che in greco significa cadavere), il benzopirene, le nitrosammine e le aflatossine (micidiali cancerogeni), i radionuclidi o radicali liberi, le purine (sostanze azotate derivanti soprattutto dal pesce, anche crudo, anche fresco e anche sanissimo, che fanno aumentare paurosamente l’acido urico nel sangue), indolo, scatolo, acido lattico, alte dosi di colesterolo, trigliceridi e acidi urici, estrogeni ed antitiroidei, sulfamidici, cortisonici, beta-bloccanti, ammoniaca, vaccini ecc.

Inoltre con la frollatura la carne appena macellata subisce il cosiddetto rigor mortis, determinato dalla contrazione delle strutture muscolari, che raggiungono la massima intensità entro 1-2 giorni. Si ha poi una parziale e graduale demolizione delle proteine muscolari e del collagene: questo fenomeno (detto frollatura molto importante per il gusto e la tenerezza della carne) avviene a bassa temperatura e varia in base al tipo di carne: per quelle bovine la durata è di almeno 5 giorni.

Chi sostiene l’utilità della carne…
1) non prende in considerazione la struttura del corpo umano morfologicamente strutturato per cibarsi di frutti, vegetali, semi e radici.
2) non considera la funzione degli enzimi nella digestione che con la cottura della carne vengono distrutti.
3) non differenzia le vitamine vere dalle vitamine sintetiche, tra minerali organici e minerali inorganici.
5) non considera gli esperimenti di Kautchakoff del 1930 sulla proliferazione dei leucociti nel sangue (da 6000 a 18000 per mmc di sangue) ad ogni pasto carneo.
6) non considera il grado di l’alcalinità del sangue umano.
7) non valuta la scarsità di acido cloridrico presente nello stomaco umano (20 volte inferiore a quella presente negli animali carnivori), e quindi l’incapacità del nostro apparato di disgregare le proteine della carne.
8 ) non valuta la totale assenza di enzimi uricase antiurici nel corpo umano (a differenza degli animali carnivori che ne sono ben dotati) e quindi l’incapacità assoluta del corpo umano di neutralizzare i micidiali effetti urici delle carni.
9) non considera i gravissimi danni provocati dalla cottura dei cibi e in particolare dei tanti grassi animali”.

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“non possiamo applicare agli altri animali i criteri umani di sofferenza ma è poi inevitabile la necessità di postulare una continuità biologica tra le altre specie e la nostra affinché gli scopi della vivisezione abbiano senso”.

Circa un secolo e mezzo fa, Darwin elaborò un’ipotesi nota come continuità evolutiva (o gradualismo), che definisce come differenze di grado – e non di genere – le differenze sussistenti tra le specie. I sostenitori della sperimentazione sugli animali si appellano all’autorità di Darwin, sventolando la bandiera della continuità biologica come garanzia della validità in campo umano dei risultati ottenuti sugli animali da laboratorio. Ma essa non viene estesa alla sfera cognitiva né a quella emotiva, benché Darwin parli chiaro: ciò che noi possediamo è presente anche negli altri animali, se pur in grado diverso. Noi siamo in grado di soffrire, gli animali soffrono. Semplice. Com’è semplice comprendere che differenze esclusivamente graduali rimangono differenze, e come tali possono compromettere l’applicabilità all’uomo dei risultati della sperimentazione: basti pensare che i ratti non vomitano, che la penicillina è letale per molte cavie da laboratorio, che sull’animale non vi è effetto placebo perché manca la consapevolezza dell’assunzione del farmaco. Il tutto unito allo stress cui sono sottoposte le cavie che altera irrimediabilmente gli esiti dei test. Non a caso le cause iatrogene sono tra le principali cause di morte nel mondo. Secondo il Journal of the American Medical Association, gli interventi chirurgici non necessari, uniti agli errori dei medici e agli effetti collaterali dei farmaci causano un numero di morti pari a quello delle cardiopatie e dei tumori (cfr. in proposito Barbara Starfield, Is US Health Really the Best in the World?, in JAMA, nr. 284 del 26 luglio 2000, pp.483-485).
Visti i limiti (e volutamente non parlo di etica, ma di incompatibilità con le esigenze di precisione della scienza medica) della sperimentazione animale, perché non investire su forme di ricerca alternative se non per venire incontro agli interessi di certi medici e alcune grosse case farmaceutiche? Si potrebbe ricorrere ai passi in avanti compiuti dall’IA, la cui fecondità non risiede nella (im)possibilità di fotocopiare l’umano, ma nell’apporto dato alla conoscenza della nostra intelligenza. Mediante l’uso di robot si potrebbero per esempio condurre interventi chirurgici invasivi virtuali. E questa è solo una delle alternative attuabili (a condizione di un cambio di paradigma); a essa se ne potrebbero aggiungere molte altre (dalla coltura in vitro di tessuti e organi alla donazione del corpo alla scienza dopo la morte).

grazie caro alberto

tu sai come a me piacciono i libri di jeffrey moussaief masson, difatti su «vita pensata» c’è un mio piccolo contributo su un suo libro, che mi pare sia anche quello della citazione

Non esistono superiorità ma differenze

questa frase è il miglior sunto di tutta la tematica

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