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Scuola dell’ignoranza

Scuola dell’ignoranza

La scuola del liberismo e la crisi delle scienze europee
in La scuola dell’ignoranza
A cura di Sergio Colella, Dario Generali e Fabio Minazzi
Mimesis 2019
Pagine 118-140

Grande è la difficoltà dell’educare. Nonostante  la centralità che attribuisce all’educazione, Platone esclude un’uguaglianza meccanica dei suoi risultati; sa che una precondizione è l’armonia tra intelletto e carattere; inserisce il fatto educativo nella più vasta dimensione sociale ritenendo responsabili del successo o del fallimento l’intera comunità e non soltanto gli educatori; rifiuta sia la mera costrizione autoritaria come la riduzione del peso dell’apprendere; è convinto, infine, che la vera educazione consista nel far emergere qualcosa di totalmente autonomo dall’educante e che è presente invece nell’educato. Persino per i Sofisti e per Isocrate lo studio e l’esercizio non bastano se non sono sostenuti da un adeguato talento naturale. Se uno di questi tre elementi viene a mancare, l’educazione non può che fallire.
La struttura del fatto educativo è socratica. Nessun docente può garantire alcun risultato se in chi lo ascolta non c’è predisposizione all’apprendere e volontà di riuscirci. L’educatore non è onnipotente; l’educando non è una macchina plasmabile in qualsivoglia forma; l’educazione è rapporto fra persone, incontro di libertà.
Scuole e università realmente democratiche dovrebbero basare le proprie valutazioni su criteri non di fortuna familiare, di padrinaggio politico, di appartenenza ideologica o di promozione indiscriminata, ma sul merito personale, sulla competenza e sulla volontà. Regalando a tutti dei diplomi e delle lauree frutto di un insegnamento dequalificato e superficiale –e quindi inutile–, i “riformatori”  all’opera in Occidente negli ultimi decenni stanno confermando in realtà la sostanza vecchia e classista dei loro progetti, che si esprime anche nella Società dello spettacolo diventata la Società dell’ignoranza.
Un’ignoranza che non sa di esserlo o che persino si vanta di esserlo. Molte persone ritengono infatti del tutto normale rinunciare ai fondamenti del pensiero argomentativo, con il quale si cerca di dimostrare le proprie tesi, a favore di una esposizione fondata sul sentito dire delle piattaforme digitali, sul principio di autorità, su impressionismi psicologici, su una comunicazione aggressiva.

Indice del saggio
-Uno sguardo al recente passato delle riforme scolastiche
-Effetti delle riforme scolastiche sulla formazione universitaria
-Sul finanziamento della ricerca
-Università, società, cultura
-Conoscenze e competenze
-Grecità e Globalizzazione
 

[Photo by Brandi Redd on Unsplash]

7 commenti

  • agbiuso

    Giugno 20, 2020

    Segnalo un interessante articolo di Marco Meotto sulla rivista Doppiozero (17.6.2020):
    Scuola: di cosa hanno bisogno i docenti?

    Si analizzano le «brillanti analogie tra le proposte dell’ANP [Associazione Nazionale Presidi] e i suggerimenti pratici contenuti nel Piano Colao, quasi che i due documenti fossero scritti da persone che si riconoscono nei medesimi riferimenti politico-culturali. Varrà quindi la pena abbozzare una riflessione che delinei quali preoccupanti prospettive pedagogiche possano scaturire da questa sinergia»: privatizzare scuole e università; eliminare ogni traccia di gestione democratica delle istituzioni formative; digitalizzare tutto e tornare a una pratica didattica frontale, nozionistica, politicamente neutra e quindi al servizio di chi comanda, chiunque egli sia.

  • agbiuso

    Giugno 20, 2020

    Una delle testimonianze più chiare, sul corpo vivo della scuola e dell’Università, della fine della differenza tra ciò che si è chiamato sinistra e ciò che si è chiamato destra:

    “La pandemia è come un terremoto”. Immagine suggestiva e quanto mai appropriata quella utilizzata da Patrizio Bianchi, coordinatore del comitato di esperti per la scuola. Le proposte indirizzate al governo, inquadrate nella cornice del recente rapporto Colao, danno forma alla riconfigurazione dell’istruzione in chiave autonomistica inseguita da decenni e mai attuata pienamente. Con la consueta retorica della comunità e della socialità, l’indirizzo è quello di totale delega da parte dello Stato della gestione e della regolazione dell’istruzione pubblica. Come per la Sanità, così per l’istruzione sembra giunto l’atto finale di quel processo che da Berlinguer a Renzi ci porterà dalla scuola della Repubblica a quella dei patti di comunità. Superamento del gruppo classe, rimodulazione oraria decisa localmente, riarticolazione sul territorio, collaborative problem solving skills, attività di socializzazione. Cambiare modello didattico per fare della scuola un volano fondamentale per lo sviluppo. La drammatica panoramica non rappresenta certo una novità. Nuovo e desolante è il consenso unanime dell’intero arco politico. “Musica per le mie orecchie” esulta Valentina Aprea, suggerendo una “proposta metodologica“: “stia lontano dal Parlamento! Decidiamo punto per punto, ma non le leggi! [..] Più coraggio!”. “Stiamo presentando degli emendamenti al decreto rilancio”- fa eco Alessandro Fusacchia, tra “i padri” della Buona Scuola – “nel momento in cui torniamo a settembre è finita“! “Trovo molto interessante il quadro proposto”, interviene Fratoianni, “mi batterò per questo“! Il cerchio dunque si chiude: il progetto rivendicato giustamente dal centro-destra, attraverso le parole di Valentina Aprea, mette oggi d’accordo tutti. Se, e in che misura, le ipotesi della task force si tradurranno in azioni concrete lo capiremo a breve. Potrebbe essere una “guerra lampo”.

    “La pandemia è come un terremoto”: la “guerra lampo” della task force scuola
    di Giovanni Carosotti Rossella Latempa – Roars, 16 Giugno 2020

  • agbiuso

    Giugno 4, 2020

    Sul numero XXXVII/6 (giugno 2020) della rivista L’Indice dei libri del mese è stata pubblicata una sintetica ma efficace recensione del libro:
    Learnification? No, grazie, di Gino Candreva.

  • agbiuso

    Febbraio 11, 2020

    Le lauree abilitanti all’insegnamento e gli innovatori imprudenti
    di Ana Millan Gasca – Roars 10.2.2020

    Abstract
    Siamo abituati ormai a non ricevere risposte alle critiche dettagliate alle “innovazioni” (chiamiamole innovazioni imprudenti) basate su meccanismi di controllo della figura del docente e sulla valutazione “oggettiva” (in Italia Invalsi-Anvur).
    Vale però la pena di soffermarsi su un aspetto di attualità e cioè le lauree abilitanti all’insegnamento. Si immagina di contenere la “preparazione disciplinare” in una laurea triennale, separandola dalla formazione pedagogica e didattica da acquisire nei due anni della laurea magistrale. Quasi come se si immaginassi un bauletto di conoscenze pronte che l’insegnante “somministrerà” agli alunni; e una casetta di strumenti psicopedagogici che poi serviranno a trasferire (o “costruire”) le conoscenze in modo efficace.
    Questa rigida divisione, davvero ingenua e insufficiente, come ha sottolineato Carosotti, si spiega con il perseverare dell’illusione meccanicista che si diffuse nel dopoguerra, quando una certa psicologia statunitense che aveva lavorato in campo militare pensò di poter sviluppare tecniche didattiche di riduzione dei contenuti a pillole programmate. Un esempio dell’effetto nefasto del tentativo di plasmare queste ambizioni di perfezione di un uomo astratto fu la svolta che avvenne in Unione Sovietica dopo la morte di Lenin, quando si affermarono le visioni di controllo staliniste. Gli innovatori imprudenti, i meritocratici pazzi del digitale e dei test, farebbero il loro dovere a studiare tutto questo.
    Noi innovatori prudenti, che crediamo nella fiducia e nel valore umanistico della scuola e che apprendiamo dalla storia, sappiamo riconoscere le “anime senza sogni, pronte a portarti con sé, giù con sé”, come canta Levante.

  • agbiuso

    Gennaio 21, 2020

    Sempre più autoritari contro l’articolo 33 della Costituzione repubblicana, sempre più accaniti contro gli insegnanti, sempre più falsi nell’informazione.
    Questo è il potere finanziario, mediatico e politico in Italia. Potere per il quale una scuola culturalmente rigorosa e politicamente critica è un ostacolo da rimuovere.
    L’autrice di questo articolo -del quale presento l’abstract- ha collaborato al volume sulla Scuola dell’ignoranza.

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    Fondazione Agnelli e Sole 24 ore: insegnanti sfaccendati, non si aggiornano nel modo giusto
    di Rossella Latempa – Roars, 20.1.2020

    Il sole 24 ore e la Fondazione Agnelli hanno a cuore da tempo la formazione degli insegnanti italiani. Recentemente ce lo hanno ricordato con due interventi. Per primo, il direttore Andrea Gavosto si è rivolto direttamente alla neo ministra dell’istruzione Lucia Azzolina per chiedere di superare l”l’ambigua opzionalità” contrattuale della formazione dei docenti italiani, che dovrebbe invece essere “obbligatoria e verificabile”. A breve giro, due giornalisti esperti del settore scuola del Sole 24 ore hanno bacchettato i docenti “tenuti ad iscriversi” tutti- a parer loro -alla piattaforma centralizzata SOFIA per la formazione, implementata dal MIUR nel 2017. Finora, commentano mostrando dati di un monitoraggio ministeriale, pare che gli insegnanti abbiano ignorato l’obbligo: iscritto solo il 50%. Peccato che far passare la notizia che 1 docente su 2 non sia iscritto ad una piattaforma obbligatoria su cui si baserebbe il sistema di formazione sia falso. Non esiste alcun obbligo di iscrizione alla piattaforma SOFIA, la quale non esaurisce le possibilità di aggiornamento per i docenti. Ogni conclusione su quanti docenti si aggiornino è quindi priva di significato. Anche dichiarare che gli insegnanti possano godere di “150 ore di permessi retribuiti, per aggiornarsi” è falso: i giorni effettivi da contratto sono soltanto 5, da richiedere preventivamente al dirigente scolastico che li concede “compatibilmente con la qualità del servizio.” Perché questo interesse e maldestro accanimento? Perché la formazione degli insegnanti italiani è un campo di battaglia sindacale e culturale da sempre; per un settore progressivamente proletarizzato come quello della scuola oggi si intreccia alla retorica della meritocrazia e della trasparenza. Solo l’insegnante che si forma attraverso la piattaforma centralizzata, lasciando traccia burocratica del suo operato, è un “buon insegnante”, ed è meritevole di incentivo salariale. A patto che l’attività abbia “ricaduta in classe”, “producendo benefici documentabili nel curriculum”. L’aggiornamento deve prevedere un controllo automatizzato ex ante ed ex post, che riduca al minimo “il rumore” generato da scelte dettate da aspirazioni e passioni personali o da motivazioni intrinseche, irriducibili, anzi mortificate dal richiamo dell’incentivo. Una formazione di tipo ingegneristico-logistica, in cui tutto ciò che è implicito o tacito è per definizione inaffidabile.

  • Marcosebastiano

    Dicembre 22, 2019

    Caro professore,
    dopo aver letto il saggio, che condivido pienamente, pubblico qui una breve testimonianza. Dei fatti che riporto di seguito sono stato testimone diretto.
    Esami di stato 2013, istituto tecnico industriale. Il commissario di italiano rivolge una domanda allo studente: «Allora, parliamo di Verga, in cosa consiste l’ideale dell’ostrica?», lo studente risponde: «Eee… l’ideale dell’ostrica è che c’è la perla dentro». Risatine in aula, imbarazzo dei commissari. Qualche minuto dopo allo stesso studente viene rivolta una domanda di argomento storico: «In cosa consistette il New Deal di Roosvelt?», lo studente risponde: «Il New Deal di Roosvelt è che si rubava ai ricchi nelle banche per dare ai poveri». Promosso.
    Lo stesso anno, liceo classico. Il commissario di greco e latino esce furioso dall’aula degli esami orali, gli era stato detto chiaramente che non avrebbe potuto esaminare gli studenti sui testi perché nessuno sarebbe stato in grado di rispondere. Tutti gli studenti, meno uno, furono promossi.
    Storia, letteratura, latino, greco, del resto, a che servono? Tanto l’esame si passa.

    • agbiuso

      Dicembre 22, 2019

      Caro Marcosebastiano, la ringrazio davvero molto per questa testimonianza che conferma quanto io e gli altri autori del libro abbiamo cercato di dire. Ciò che lei riferisce è semplicemente tragico, poiché una società che permette simili fatti mostra di essere corrotta nel suo nucleo pulsante e vivo, che è la formazione delle generazioni future a partire dalle presenti.
      Il docente che NON aveva preparato gli studenti a leggere i testi si era molto probabilmente diplomato e poi laureato con gli stessi sistemi. Il circolo vizioso dell’ignoranza è senza fine: gli ignoranti generano altri ignoranti; non potrebbero fare altro, come è ovvio.
      La mia conclusione è che una società siffatta meriti la miseria, la disoccupazione, l’ingiustizia dei figli di papà che -promossi al pari dei figli di nessuno- si prendono tutto. Nessuna pietà, mi creda, verso un corpo collettivo che permette tali pratiche.

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