Skip to content


Scuola e Costituzione

Scuola, Società, Costituzione
in Vita pensata, numero 21, gennaio 2020
pagine 15-21

L’articolo è stato ripreso per intero da Roars (12.2.2020; naturalmente con l’autorizzazione di Vita pensata) e lo si può quindi leggere:
-su Vita pensata
-su Roars
-in versione pdf

Indice
Agnotologia
La Costituzione della Repubblica Italiana, artt. 33 e 34
Scuola e Università
Scuola del liberismo vs Scuola della Costituzione

Propongo qui un brano dell’articolo (da p. 20), con al suo interno alcune significative citazioni:
«Aver equiparato la scuola a un servizio aziendalistico e utilitaristico ha prodotto effetti gravi e pervasivi, tra i quali: clientelismo nella forma della promozione generalizzata volta a mantenere i posti di lavoro nelle scuole; assistenzialismo teso a deresponsabilizzare la persona; rapporti patologici e perennemente conflittuali tra le varie componenti: docenti, dirigenti, allievi, famiglie; falso universalismo egualitario che riconferma anche nella scuola tutte le effettive diseguaglianze di partenza; alta inefficienza; globale inefficacia; dominio della burocrazia pedagogica e di una normativa ingestibile nella sua ramificazione onnipervasiva; iniquità complessiva come risultato di una logica distorta tesa a premiare i furbi e gli incapaci e a deprimere il merito e l’impegno.
Il dettato costituzionale viene dunque progressivamente svuotato dall’interno. Tale svuotamento produce due gravi effetti didattici, che studenti e docenti universitari ben conoscono.
Il primo è la trasformazione del percorso universitario in una raccolta a punti, in un accumulo di crediti da conseguire nel minor tempo possibile, tanto da indurre alcune miopi rappresentanze studentesche a chiedere di moltiplicare il numero degli appelli, trasformando ulteriormente l’Università in un esamificio.
Il secondo effetto è la progressiva e drammatica perdita di competenza nell’utilizzo dell’italiano scritto,

‘un fatto che non riguarda solo la scuola, ma che appare largamente diffuso anche fra gli studenti universitari e che emerge per molti in modo dirompente durante la stesura della tesi di laurea, con la conseguenza che i docenti universitari più attenti e scrupolosi sono spesso costretti a risistemare testi impresentabili’; ‘Una porzione crescente e impressionante di studenti non sono più in grado di leggere e di comprendere testi di media difficoltà; non sanno scrivere correttamente e non sanno parlare decentemente, nei licei e ormai anche nelle università; negare questi fatti è impossibile’; ‘Mentre i comitati sulla qualità prolificano a più non posso, nessuno sembra tuttavia accorgersi come la qualità intrinseca di molte tesi di laurea triennali stia sempre più precipitando, […] non sono più scritte in italiano corretto (né dal punto di vista ortografico, né dal punto di vista sintattico)’

La scuola delle competenze insegna infatti sempre meno a scrivere correttamente, sostituendo questa fondamentale competenza con fumose formule del tipo ‘imparare a imparare’ e promuovendo alla fine degli autentici analfabeti. Arrivati all’università, questi studenti non hanno più nessuna reale possibilità di acquisire una conoscenza adeguata della lingua italiana, nonostante la miriade di disperanti Corsi Zero di italiano scritto che le Università si arrabattano a organizzare».

Il fatto educativo

Metto a disposizione la registrazione audio dell’intervento che ho svolto il 29.11.2019 nel Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania, in occasione di un Convegno organizzato dall’Associazione Nazionale Docenti su La scuola che vogliamo. Idee e proposte per una scuola democratica. Il mio intervento ha avuto come titolo La scuola socratico-gramsciana e la scuola del liberismo.

Sono partito dalla constatazione che le riforme scolastiche e universitarie avviate in Italia dalla fine degli anni Novanta del Novecento con il ministro Luigi Berlinguer e proseguite con tutti i suoi successori -qualunque fosse il loro schieramento politico- hanno avuto l’effetto di dissolvere il valore reale dei diplomi e delle lauree, regalandoli a tutti indistintamente e cancellando in tal modo l’unico mezzo di promozione sociale di cui dispongono i ceti e gli individui più svantaggiati. La gestione di tali riforme è stata inoltre affidata non più a direttori e presidi ma a DS, Dirigenti Scolastici, presidi manager e padri-padroni.
L’abbassamento del livello qualitativo nella preparazione degli alunni della scuola primaria e secondaria ha avuto immediate conseguenze sull’Università, dove la conoscenza è diventata un carico di merci i CFU, crediti formativi– da scambiare secondo le regole di un capitalismo non si sa se più arcaico o postmoderno.
Tutto questo è parte della colonizzazione che il nostro Continente sta subendo e che rischia di dissolvere l’identità dell’Università europea come era stata pensata e realizzata nell’Ottocento da Wilhelm von Humboldt, vale a dire una Università istituzionalmente libera dai poteri politici ed economici e soprattutto per questo in grado di svolgere la sua funzione al servizio della scienza, nella unità e pluralità del sapere.
La decadenza dell’Europa è invece testimoniata anche dal tramonto di tale modello a favore di una struttura al servizio del potere politico (qualunque esso sia) e degli organismi finanziari volti alla perpetuazione dell’esistente. Difendere l’università europea humboldtiana contro la sua degenerazione burocratica significa semplicemente garantire il presente e il futuro della scienza e quindi dell’intero corpo sociale.

Con la trasformazione delle materie in crediti da accumulare, lo studio dei nostri studenti è diventato trafelato e quindi superficiale, frammentario, lacunoso. E soprattutto è diventato sempre più apparentemente facile. Lo studio, invece, è un piacere ma è anche sempre determinazione e impegno. Studiare, apprendere, capire il mondo è qualcosa di splendido che, come tutto ciò che vale, richiede tenacia e fatica.
La ragione forse ultima e più profonda di questo pervicace danno didattico ed esistenziale sta nel fatto che governi, media, tecnici della didattica sono attivamente impegnati ‒ciascuno per la sua parte‒ a favorire la costruzione di un Corpo sociale incompetente e passivo. E dunque più facilmente manipolabile. L’obiettivo è ridimensionare, e in prospettiva eliminare, uno dei pochi ambiti della vita sociale ancora istituzionalmente autonomi e culturalmente critici.
L’Università italiana ha naturalmente le sue zone oscure, le sue grandi e gravi responsabilità, disfunzioni, complicità, ma i provvedimenti legislativi e la disinformazione sistematica invece di contribuire a fare luce e a migliorarla producono una sua complessiva delegittimazione che serve soltanto ai poteri finanziari, una delegittimazione che priva di risorse la ricerca, che ruba il presente e il futuro ai nostri figli.
A questo proposito, mi sono esplicitamente riferito alla situazione di Unict e ho parlato in difesa dell’amministrazione del Rettore Giacomo Pignataro, il quale aveva tentato di restituire correttezza e normalità al nostro Ateneo e che invece (forse anche per questo?) è stato sottoposto a una campagna giudiziario-mediatica denigratoria, dentro la quale si muovono le forze più oscure della città. Campagna che capovolge la realtà trasformando alcuni dei responsabili della corruzione in accusatori e alcune delle vittime in accusati. La Sicilia rimane la terra di Pirandello, oltre che del Giorno della civetta.

Ho poi ribadito che la conoscenza e la sua trasmissione non costituiscono soltanto opera di formazione ma soprattutto e prima di tutto opera di educazione. La formazione intende plasmare dall’esterno, l’educazione riconosce invece che la propria funzione consiste nel far emergere da corpimente autonomi il meglio di cui essi sono capaci.
Il vero cuore dell’educazione è la relazione tra persone, l’apprendere insieme. Ogni persona che insegna, infatti, non trasmette soltanto delle informazioni, delle nozioni, degli strumenti tecnici ma sempre anche un modo di porsi di fronte agli altri, di fronte alle regole, di fronte alle difficoltà, di fronte alle idee e ai comportamenti.
Il docente insegna sempre se stesso. E questo accade che lo sappia o non la sappia, che se ne accorga o meno, che tematizzi la questione o la ignori. Il grande successo di molti insegnanti o il fallimento di tanti altri dipende soprattutto da come si affronta questo aspetto cruciale della professione docente.
La scuola è prima di tutto un’educazione a crescere nella libertà, mediante il rigore dei contenuti disciplinari, delle conoscenze, del sapere. Opporre le competenze alle conoscenze è funzionale alla trasformazione della scuola da spazio di elaborazione critica a luogo di utilizzo di strumenti pensati da altri.
Ciò che è in gioco non è un  qualche consolidato metodo didattico; è in gioco –né più né meno– la libertà intellettuale e la capacità progettuale delle nuove generazioni. È in gioco la salvaguardia di due articoli fondamentali della Costituzione della Repubblica:

«L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento» (33)
«I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi» (34)

A tali principi si vuole sostituire una scuola ridotta a cinghia di trasmissione dei programmi confindustriali, volti a creare soltanto quadri esecutivi, incapaci di quella critica dell’esistente che è il portato più fecondo della storia europea. Un modello di istruzione terapeutica e socializzante priva di qualunque spessore culturale e ridotta a tenere in qualche modo i ragazzi a scuola per non lasciarli sulle strade.
La scuola non può “garantire a tutti pari opportunità di successo formativo” ma deve certamente offrire a ogni membro del corpo collettivo uguali occasioni di apprendimento.
La struttura dell’educazione è socratica. Nessun docente può garantire alcun risultato se in chi lo ascolta non c’è predisposizione all’apprendere e volontà di riuscirci. L’educatore non è onnipotente; l’educando non è una macchina plasmabile in qualsivoglia forma.
Rapporto fra persone, incontro di libertà; in questo consiste il fatto educativo.

La registrazione dura 26 minuti:

Scuola dell’ignoranza

La scuola del liberismo e la crisi delle scienze europee
in La scuola dell’ignoranza
A cura di Sergio Colella, Dario Generali e Fabio Minazzi
Mimesis 2019
Pagine 118-140

Grande è la difficoltà dell’educare. Nonostante  la centralità che attribuisce all’educazione, Platone esclude un’uguaglianza meccanica dei suoi risultati; sa che una precondizione è l’armonia tra intelletto e carattere; inserisce il fatto educativo nella più vasta dimensione sociale ritenendo responsabili del successo o del fallimento l’intera comunità e non soltanto gli educatori; rifiuta sia la mera costrizione autoritaria come la riduzione del peso dell’apprendere; è convinto, infine, che la vera educazione consista nel far emergere qualcosa di totalmente autonomo dall’educante e che è presente invece nell’educato. Persino per i Sofisti e per Isocrate lo studio e l’esercizio non bastano se non sono sostenuti da un adeguato talento naturale. Se uno di questi tre elementi viene a mancare, l’educazione non può che fallire.
La struttura del fatto educativo è socratica. Nessun docente può garantire alcun risultato se in chi lo ascolta non c’è predisposizione all’apprendere e volontà di riuscirci. L’educatore non è onnipotente; l’educando non è una macchina plasmabile in qualsivoglia forma; l’educazione è rapporto fra persone, incontro di libertà.
Scuole e università realmente democratiche dovrebbero basare le proprie valutazioni su criteri non di fortuna familiare, di padrinaggio politico, di appartenenza ideologica o di promozione indiscriminata, ma sul merito personale, sulla competenza e sulla volontà. Regalando a tutti dei diplomi e delle lauree frutto di un insegnamento dequalificato e superficiale –e quindi inutile–, i “riformatori”  all’opera in Occidente negli ultimi decenni stanno confermando in realtà la sostanza vecchia e classista dei loro progetti, che si esprime anche nella Società dello spettacolo diventata la Società dell’ignoranza.
Un’ignoranza che non sa di esserlo o che persino si vanta di esserlo. Molte persone ritengono infatti del tutto normale rinunciare ai fondamenti del pensiero argomentativo, con il quale si cerca di dimostrare le proprie tesi, a favore di una esposizione fondata sul sentito dire delle piattaforme digitali, sul principio di autorità, su impressionismi psicologici, su una comunicazione aggressiva.

Indice del saggio
-Uno sguardo al recente passato delle riforme scolastiche
-Effetti delle riforme scolastiche sulla formazione universitaria
-Sul finanziamento della ricerca
-Università, società, cultura
-Conoscenze e competenze
-Grecità e Globalizzazione
 

[Photo by Brandi Redd on Unsplash]

Sulla scuola

L’Associazione Nazionale Docenti (AND), della quale molti anni fa diressi il Centro Studi, organizza venerdì 29.11.2019 a Catania un incontro seminariale dal titolo La scuola che vogliamo. Idee e proposte per una scuola democratica. Vi terrò un intervento dal titolo La scuola socratico-gramsciana e la scuola del liberismo, articolato nei seguenti punti:

-Uno sguardo al recente passato delle riforme scolastiche
-Effetti delle riforme scolastiche sulla formazione universitaria
-Università, società, cultura
-Conoscenze e competenze
-Il fatto educativo

Attraverso tale percorso cercherò di mostrare come il vero cuore dell’educazione sia la relazione tra persone, l’apprendere insieme. Ogni insegnante, infatti, non trasmette soltanto delle informazioni, delle nozioni, degli strumenti tecnici ma sempre anche un modo di porsi di fronte agli altri, di fronte alle regole, di fronte alle difficoltà, di fronte alle idee e ai comportamenti. Il docente insegna sempre se stesso. La scuola è prima di tutto un’educazione a crescere nella libertà, mediante il rigore dei contenuti disciplinari, delle conoscenze, del sapere.

L’incontro si svolgerà a partire dalle 15,00 nell’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Unict: Programma completo (pdf)

 

Il travaglio del negativo

American Animals
di Bart Layton
Con: Barry Keoghan (Spencer), Evan Peters (Warren), Jared Abrahamson (Eric), Blake Jenner (Chas)
USA, 2018
Trailer del film

Agiati, amati, coccolati. Tutti, tranne forse uno. Studenti più o meno di successo. Quattro tipici giovani statunitensi che nel 2003 tentarono di rubare alcuni preziosi volumi della Transylvania University di Lexington (Kentucky), soprattutto un libro che contiene magnifiche immagini di animali, uccelli in particolare, autoctoni degli USA. Non erano, naturalmente, rapinatori di mestiere ma dei dilettanti che volevano dare una svolta speciale alle loro vite.
Il regista decide di alternare la ricostruzione degli eventi con la narrazione che i veri protagonisti compiono dell’accaduto: loro, i genitori, i professori e gli impiegati di quell’Università. Qualcosa di più, pertanto, rispetto a uno dei numerosi film che raccontano rapine più o meno complicate. Emerge infatti un bisogno profondo: quello di iniziarsi alla vita. Non a caso una delle prime scene descrive un episodio di nonnismo che ha come protagonista Spencer, lo studente al quale viene l’idea di rubare quel magnifico libro d’arte.
Quando una società rinuncia a trasmettere ai suoi figli la fatica, l’accettazione dei fallimenti, il limite, «wenn der Ernst, der Schmerz, die Geduld und Arbeit des Negativen darin fehlt»1 -tutto ciò che appunto significano e sono i riti di passaggio-, questi figli cercheranno altrove ciò che i loro genitori e il corpo sociale non offre più nel timore, poverini, di traumatizzarli; un’ossessione che spinge non pochi genitori a contestare ad esempio le bocciature (ormai rarissime) o i voti bassi a scuola. E che per questo si rivolgono in modo anche violento a quei professori che ancora pretendono che a scuola e all’università si studi. Furono poi ben traumatizzati questi quattro ragazzi del Kentucky, che però da quel dolore crebbero, come si vede dalle loro interviste di trentenni.
Per quanto diverse naturalmente siano le vicende, credo dunque che anche questo film costituisca una conferma di ciò che scrivevo in un mio libro:

«Il grande gioco della rivoluzione fu praticato con entusiasmo da moltissimi figli di papà, pierini viziati, ragazzi irresponsabili e cinici come e più dei loro padri. Adolescenti che uccidono senza sapere bene chi e perché e poi partono per le vacanze, trascorse in allegria sulle barche di famiglia, in giro per le isole più alla moda del Mediterraneo o in lussuose ville alpine. Figli di imprenditori, di professionisti, di ministri, che tutto hanno avuto dalla vita. […] Persone protette fino all’ultimo dalla mamma, dalla famiglia, dal clan, i quali assecondano le decisioni più ingiustificate, sopportano ogni capriccio, tentano di ricomporre l’equilibrio dei figli anche quando ciò significa favorire i loro crimini. Individui affascinati dal mito dell’eroe dannunziano, dal culto soreliano e leninista della violenza rigeneratrice, dall’aspirazione totalitaria alla conquista del mondo e del futuro. […] . Qualcosa che è riemerso con grande forza negli anni del terrorismo contribuendo in maniera non secondaria alla sua crescita. Ma l’elemento scatenante è stato l’unione del dogmatismo dottrinario con la contrapposta rivendicazione del valore di una nuova soggettività. È venuta meno l’autorevolezza delle varie forme nelle quali l’autorità si esprime: istituzionali, politiche, familiari, scolastiche. La mediazione dei bisogni, il confronto fra le volontà e le strutture è saltato a favore del tutto e subito e cioè a vantaggio esclusivo di un approccio retorico ai problemi, nella ripetizione ossessiva di slogan vuoti, monotoni e perciò più assordanti.
Pur di sopravvivere, l’Università e la scuola si sono trasformate in una palestra di ribellismo narcisistico e acritico, partiti e sindacati hanno abbandonato ogni dimensione pedagogica per farsi mera cassa di risonanza di un rivendicazionismo rabbioso, le istituzioni sono state schiacciate sotto il peso di un’accusa assillante di autoritarismo reazionario. L’intera società civile ha avallato l’irresponsabilità rispetto al compito, la fuga dall’impegno che è fatica, la metamorfosi della parola dovere in un tabù linguistico. Ha accettato di essere continuamente accusata da chi nello stesso tempo pretende di venire da essa mantenuto»2.

Il genitore che nel film piange sul destino del proprio figlio ha avuto ciò che si merita.

Note
1. Hegel, Phänomenologie des GeistesPrefazione, 19 (Quando mancano la serietà, il dolore, la pazienza e il travaglio del negativo’, Fenomenologia dello spirito, trad. di Enrico De Negri, La Nuova Italia 1973, p. 14).
2. Contro il Sessantotto. Saggio di antropologia, Villaggio Maori Edizioni 2012, pp. 45-47.

Παιδεια

Per la παιδεία
in Koiné, anno XXV – 2018
«Per una scuola vera e buona»
pagine 91-101

In questo testo ho ripreso alcune delle analisi formulate in due contributi pubblicati sulla rivista «Punti Critici»: Educazione e antropologia (1999) e Sulla «Grande Riforma» della scuola italiana (2001).
I non pochi anni che ci separano da quelle riflessioni hanno confermato la plausibilità e attualità di quanto vi avevo argomentato. E questo è in gran parte un dramma poiché significa che è continuato il processo di dissoluzione delle conoscenze in astratte e sterili competenze; significa che è proseguita l’imposizione alle scuole e alle università di un lessico finanziario fatto di crediti e di debiti formativi; significa che la conoscenza è diventata un carico di merci da scambiare secondo le regole di un capitalismo non si sa se più arcaico o postmoderno.
L’Università disegnata da tali paradigmi è frutto di un riformismo artificioso e semplicistico. Un riformismo omologante nel suo ignorare completamente la diversa evoluzione storica degli istituti di formazione; perdente nell’adottare modelli che nei Paesi anglosassoni hanno fallito; indifferente ai contenuti e alle finalità dell’insegnamento e tutto giocato sul piano istituzionale-organizzativo; americanizzante nei suoi presupposti ideologici e nelle sue concrete articolazioni.
Tutto questo è coerente con la tendenza alla globalizzazione dell’economia: costruire una società di esecutori dotati di diplomi di bassa qualità, lasciando che a decidere il modello di sviluppo e a gestirlo sia un’élite di tecnocrati. Per tutti gli altri è sufficiente il luccichio del nulla televisivo, l’aggressiva superficialità dei social network, la patetica commedia dei Corsi Zero.
A questo degrado oppongo il significato e la viva attualità della παιδεία, della relazione viva, libera, rigorosa e feconda tra l’allievo e il maestro. La struttura del fatto educativo è socratica, sempre. Nessun docente può garantire alcun risultato se in chi lo ascolta non c’è predisposizione all’apprendere e volontà di riuscirci. L’educatore non è onnipotente; l’educando non è una macchina plasmabile in qualsivoglia forma; l’educazione è rapporto fra persone, è incontro di libertà sempre dinamiche, sempre in movimento. Movimento e divenire è infatti l’insegnamento, poiché se «i greci esistevano nel discorso» come è evidente sia nel Gorgia di Platone sia nella Retorica di Aristotele, allora «insegnare significa parlare a un altro, rivolgersi all’altro nel modo del comunicare. L’essere proprio di un insegnante è: stare davanti a un altro e parlargli, per la precisione in modo tale che l’altro, ascoltando, lo segua. Si tratta di un nesso ontologico unitario determinato dalla κίνησις» (Heidegger, I concetti fondamentali della filosofia aristotelica [1924], trad. di G. Gurisatti, Adelphi 2017, § 13, p. 140 e § 28, p. 353).

Il testo è articolato nei seguenti paragrafi:
-Scuola e politica
-Conoscenze e competenze
-Socratismo e comportamentismo
-Marketing e analfabetismo
-Europa e παιδεία

Il magistero di Mario Dal Pra

È da poco uscito un ampio volume dal titolo Mario Dal Pra nella ‘Scuola’ di Milano: la filosofia nella storia della filosofia e della scienza. La filosofia come riflessione critica sulle varie tradizioni concettuali (a cura di Fabio Minazzi, Mimesis 2018).
Dario Generali, che di Dal Pra è stato allievo, vi ha contribuito con un saggio su Mario Dal Pra: un maestro di rigore scientifico e civile nella Statale degli anni Settanta (pp. 507-515).

È un testo molto bello, che -autorizzato dall’Autore, che ringrazio- metto qui a disposizione di chiunque voglia capire le condizioni e le contraddizioni dell’università italiana, a disposizione in particolare dei miei studenti.
Generali descrive infatti con la consueta lucidità la propria vicenda accademica, il legame con il suo maestro, la figura di Dal Pra come filosofo e cittadino, gli eventi e i contesti nei quali essa ha operato.
È un testo anche drammatico ed emozionante. Drammatico per le pratiche spesso inique che vi emergono, emozionante per il modo sempre intriso di tenacia ed equilibrio esistenziale con il quale Generali ha affrontato gli eventi che narra. Si tratta dunque di una testimonianza culturale, scientifica e civile di grande importanza, nella quale viene descritto con chiarezza il clima che si respirava alla Statale di Milano dopo la scomparsa dei grandi maestri degli anni Settanta.
A riprova di tutto questo segnalo alcuni brani particolarmente significativi.
Il primo si riferisce alla metodologia di ricerca sviluppata da Generali a partire dal lavoro di Dal Pra: «Un modello di storia della scienza attento non più solo alla idee filosofiche della scienza, ma anche ai suoi aspetti operativi, che non venivano più considerati dettagli tecnici ininfluenti, ma aspetti rilevanti per il suo sviluppo al pari di quelli teorici, con la conseguente definizione di un autonomo statuto epistemologico della disciplina, ormai chiaramente distinto rispetto a quello della storia della filosofia, dalla quale pure era partita la rinascita della storiografia della scienza del decennio precedente» (p. 509).
Il secondo è una verità che, dopo molti anni di insegnamento, risulta anche per me evidente: «Ogni docente, dalla scuola primaria all’università, insegna in primo luogo e fondamentalmente se stesso» (p. 513).
Il terzo è espressione della forza con la quale Generali coniuga lavoro filosofico e testimonianza civile: «A questo modo di procedere mi indirizzava però con forza il modello dalpraiano, che avevo sposato senza riserve, di una società governata dalle strutture della razionalità e non dalle forme irrazionali e premoderne di un potere fondato sulle relazioni personali» (p. 514).
Infine, mi ha colpito il riferimento che Generali fa a uno dei più significativi libri di Mario Dal Pra, la «splendida monografia sullo scetticismo greco» (p. 512). E mi ha colpito perché da studente iscritto al primo anno di Filosofia alla Sapienza di Roma seguii un corso di Storia della filosofia antica dedicato proprio allo scetticismo e fu allora che lessi anch’io l’eccellente libro di Dal Pra, che conservo con cura nella mia biblioteca nell’edizione in due volumi della Universale Laterza. Il libro è di 580 pagine ed era uno dei tanti che chi affrontava quell’esame doveva studiare, insieme naturalmente alle fonti dirette del pensiero scettico. È così che si fa filosofia, è così che la si insegna.

Vai alla barra degli strumenti