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Postilla al Sessantotto

Postilla al Sessantotto

Guy Debord aveva previsto la dissoluzione delle istanze di classe in una società dello spettacolo del tutto interclassista e antipolitica, quella che il Sessantotto ha favorito. È anche questo che ho cercato di argomentare nel mio Contro il Sessantotto, in entrambe le sue edizioni (1998 e 2012). Molti degli esponenti di quella stagione, infatti, si sono perfettamente integrati nelle strutture del liberalismo trionfante, adeguandosi alla società mercantile, capitalistica e ultraliberista. I diritti dell’uomo come strumento delle guerre umanitarie, un individualismo senza limiti, il politicamente corretto, costituiscono alcuni capisaldi dell’idea e dell’azione liberale, non di quella comunista, della quale rappresentano di fatto l’opposto.
Essi sono il contrario anche dell’idea e della pratica libertaria, come ben si vede dall’ordine morale imposto dal politicamente corretto, dentro il quale ad esempio la sessualità diventa talmente complicata -e anche pericolosa- da condurre al suo controllo asfissiante e persino alla rinuncia da parte dei maschi all’approccio verso il sesso femminile, per gli equivoci, il sospetto, i rischi che tale contatto sempre più comporta. Come sempre, l’Eros e il dionisiaco rappresentano un pericolo per l’ordine morale costituito, che si tratti dell’ordine vittoriano o di quello ultrafemminista, al quale -da inevitabile sessantottino- rispondo dicendo «fate l’amore, non fate la guerra», neppure quella tra i sessi.

5 commenti

  • Afshin Kaveh

    Gennaio 4, 2019

    Credo però sia utile tratteggiare quanto Debord in persona abbia preso parte a quell’anno così tanto decantato. Infatti, assieme alla compagnia situazionista, si mobilitò già dal 3 maggio col “Comitato di occupazione della Sorbona” che, come ebbe a scrivere nel suo Panegirico, in pochi giorni pose fine a sette secoli di sciocchezze mettendo tutto in discussione. Fu decisiva poi la costituzione del “Consiglio per il mantenimento delle occupazioni” a cui seguiva, alla fine del maggio, il famoso “Appello a tutti i lavoratori” che richiamava allo sciopero generale e selvaggio. In giugno, con la conflittualità scemata e lo Stato riformato, i situazionisti, Debord compreso, ripararono a Bruxelles per il timore di persecuzioni e conseguenze repressive. Debord avrà pure previsto ciò che indica lei nelle prime righe del suo articolo, ma usarlo come collante di un discorso critico nei riguardi del Sessantotto potrebbe essere fuorviante. Lui ha odiato con tutto se stesso ciò che si generò negli anni ’70 e ’80, tanto da non interessarsi, per esempio, agli appelli entusiasti dell’amico Sanguinetti in riferimento ai movimenti italiani del Settantasette. Per comprendere l’entusiasmo rivoluzionario del critico radicale francese, e la sua gioia rispetto a quel maggio, sarà utile riportare ad litteram un suo scritto: ” In una società dove è ben noto che il tasso di suicidi è in aumento, gli esperti hanno dovuto ammettere, a malincuore, che in Francia durante il maggio 1968 è diminuita tantissimo. Quella primavera ci ha concesso anche un cielo limpido e lo ha fatto senza fatica, perché alcune vetture furono bruciate e la mancanza di benzina impedì agli altri di inquinare l’aria. “. Con ciò è anche utile ricordare che per i situazionisti il Sessantotto parigino non fu una rivolta studentesca ma un vero e proprio movimento proletario. Debord concludeva lo scritto appena citato con le poetiche parole “la produzione industriale alienata fa piovere. La rivoluzione porta il sole”, e per lui e situazionisti il Sessantotto fu una rivoluzione. Mancata o fallita, certo, ma si trattava pur sempre del ” proletariato che agendo cercava la sua coscienza teorica ” . Condivido certo la critica a chi, dopo quella stagione, si è perfettamente integrato nello stesso stato di cose che un tempo criticava, sentendosi persino a proprio agio, ma credo che lo sfrenato individualismo, il riformismo come unica pratica anche solo immaginativa, l’immobilismo passivo, sia da ricercare tanto più nella teoria post-moderna che rispetto alla pratica Sessantottesca, pur ammettendo i suoi propri lati liberali, soprattutto nella sua evoluzione e mitizzazione italica.

    • agbiuso

      Gennaio 4, 2019

      La ringrazio per le sue corrette e documentate osservazioni.
      Lei stesso afferma che Debord “ha odiato con tutto se stesso ciò che si generò negli anni ’70 e ’80”. Quando scrivo sul Sessantotto non mi riferisco soltanto e in particolare al maggio di quell’anno ma a ciò che dal Sessantotto è nato, nei suoi aspetti di emancipazione -che ci sono certamente stati- come in quelli di conformismo.

      • Afshin Kaveh

        Gennaio 6, 2019

        Sarei felice di leggere il suo lavoro “Contro il Sessantotto” che sulla propria copertina porta ormai il peso dei suoi vent’anni. Da tutt’altra parte trovo antipatiche e noiose le letture di Preve e, ancor più, le riletture dei suoi allievi sulla questione che, ahimé, sono anche le più gettonate tra chi, di quell’anno, ha solo il ricordo del riformismo alla Capanna. Io non credo propriamente che tutto quel che nacque o si generò successivamente negli anni sia da ricercare tout court nelle varie sfumature degli aspetti del Sessantotto. Tutto quello che ha proposto il Mondo Nuovo (tanto per strizzare l’occhio a Huxley) era una fedele e coerente continuazione del vecchio che (per dirla come Debord nella sua rilettura del fallimento dell’avanguardia surrealista) essenzialmente non era stato rovesciato.

        • agbiuso

          Gennaio 7, 2019

          La ringrazio del suo interesse. Potrà acquistare on line il libro presso l’editore:
          http://www.villaggiomaori.com/varie/300/alberto-g-biuso-contro-il-sessantotto.html
          o su altre piattaforme.
          Potrà anche prenotarlo in una libreria della sua città. Non so dove lei abiti; il testo è presente anche in alcune biblioteche pubbliche (a Milano, Roma e Firenze lo so per certo).
          Comunque, se mi comunica (agbiuso@unict.it) un suo indirizzo fisico, chiederò all’editore di fargliene avere una copia.

  • Pasquale

    Dicembre 31, 2018

    Mi pare d’aver già detto, oh Alberto, che del ’68 ricordo con piacere solo la mia docente di filosofia, donna cui sono tuttora debitore d’intelletto, e un nugolo denso di personaggi deteriori, arroganti, loschi e vigliacchi, una maggioranza con la casa a Stromboli o nella Milano comme il faut e la stessa espirazione povera delle scorregge. È destino di questo paese che le rivoluzioni non si facciano e dunque per sicurezza affidarle ai democristiani. Mussolini chiamò la sua Rivoluzione; rivoluzione di ‘stu pisci, rivolta degli agrari, proprietari naturalmente. Accendere le micce ma in via Solferino. Il corriere che le serva. Il ’68 fu diverso, nonostante, in Francia. Guardali ora. Però è bene contraddire contraddire contraddire. Quando avevo 18 anni era pericoloso. Oggi pericoloso è prendere un treno da TIrano a Milano. Faccio auguri ovvi. Ma non augurarsi cose buone e belle è un peccato.

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