Louis-Ferdinand Céline
Morte a credito
(Mort à crédit, 1936)
Traduzione di Giorgio Caproni
Introduzione di Giovanni Raboni
Corbaccio, 2000
Pagine XI-556

Mort à crédit non narra né commenta la vita e il tempo ma dimostra quanto gli esseri umani siano –come si legge nel Voyage «semplicemente, profondamente se stessi, cioè immondi, atroci, assurdi»1. Una volta entrati nel puro ritmo che è la scrittura di Céline, a poco a poco si penetra –fino a sprofondare- nell’epica allucinazione che è la vita, nel delirio del grumo di tempo che si è, nella comprensione esaltata e senza speranza dell’esistere. Davvero «è il nascere che non ci voleva» (pag. 40). Una volta nati, la solitudine ci accompagna per sempre2, insieme alla marmaglia «orribile, rumoreggiante» che ci circonda da ogni parte (285), insieme alle menzogne del futuro individuale e collettivo3, insieme all’orrore del quotidiano con la nostra «schifa d’una troia d’esistenza» (31).
Sono tre i nuclei narrativi che nel romanzo scandiscono l’inganno.
La famiglia, con tutta la sua retorica del sacrificio e della gratitudine, con il ricatto insostenibile del volersi bene.
Il soggiorno in Inghilterra, nel “Meanwell College”, con la parodia feroce di ogni istituzione educativa.
L’incontro e gli anni trascorsi con Courtial des Pereires. Un affetto paradossale ma profondo lega Ferdinand a quest’uomo eloquente e spregevole, sognatore e imbroglione, grande e infimo allo stesso tempo. Nello scienziato-inventore-esploratore-divulgatore Courtial sembra che si sia decuplicato il demente furore di Bouvard e Pécuchet, il bulimico bisogno di parlar di tutto, di tutto sperimentare, di non lasciare in pace nessun sapere, di occupare tutti gli spazi dell’erudizione per scoprire, infine, che dove manca una natura adeguata, nessun apprendimento può sostituirla e si rimane sempre meschini e ignoranti come alla nascita.
Oltre Flaubert, oltre Baudelaire, il vero alter ego di Céline rimane Proust. Le visite d’infanzia alla zia Armide sono una chiara parodia di quelle a tante Léonie; Courtial paga per farsi frustare, allo stesso modo del Barone di Charlus; sia Proust che Céline sono consapevoli di “avere del cuore «ma la vita mica è una questione di cuore» (43)4. E per entrambi gli umani possono soltanto «divertirsi con la propria morte mentre uno sta fabbricandosela, ecco tutto l’Uomo, Ferdinand!» (10).
La morte che non è mai gratuita e alla quale bisogna presentare «un bel sudario tutto ricamato di storie. È esigente, l’ultimo respiro» (25). La morte che viene descritta in tutta la sua potenza e con accenti di straordinaria pietà –pietà continuamente intrecciata al sarcasmo, un disprezzo che è sempre unito alla profonda comprensione delle debolezze umane- in una delle pagine fondamentali del libro:

«Ah, è terribile però…hai voglia d’esser giovane quando t’accorgi per la prima volta…come la gente la si perda per via…compagni che non rivedremo più…mai più…che son scomparsi come tanti sogni…che tutto è finito…svanito…che anche noi ci perderemo così…un giorno ancor molto lontano…ma ineluttabilmente…nello spietato torrente delle cose, delle persone…dei giorni…delle forme che passano…che non si fermano mai…» (366-367).

Céline s’è «abbuffato d’infinito» (8), dell’infinito che è l’enigma osceno dell’esistenza, ed è quest’infinito che ci regala attraverso la sua scrittura trafelata e sapiente, plebea e coltissima, partecipe del mondo e disgustata del suo Male.

Note

1 L.F. Céline, Viaggio al termine della Notte (Voyage au bout de la nuit, 1932) trad. di E. Ferrero, Corbaccio, 1995, p. 459.
2 L’incipit del romanzo scandisce da subito «Eccoci qui, ancora soli» (1).
3 «L’ho pur visto arrivare il Progresso…ma sempre senza trovare un posto…Tornavo ogni volta a casa bischero come prima…» (271).
4 «Les deux plus grandes causes d’erreur dans nos rapports avec un autre être sont avoir soi bon coeur ou bien, cet autre être, l’aimer» (Albertine disparue, Gallimard, 1999, p. 2003; I due più grandi errori nei nostri rapporti con un’altra persona sono di aver buon cuore, oppure, quell’altra persona, amarla).

Altri libri di Céline da me discussi in questo sito e su alcune riviste:

Il Dottor Semmelweis

Viaggio al termine della notte

La Chiesa. Commedia in cinque atti

Tre balletti senza musica, senza gente, senza niente

Da un castello all’altro

Nord

Rigodon

Guerra

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[…] è tratta anche stavolta da Céline, come accaduto per La grande bellezza: «Certo che è enorme la vita. Ti ci perdi dappertutto». In […]

Caro Professore Biuso, ho appena finito di leggere il secondo libro di “Celine” effettivamente andava letto. Nelle ultime pagine prima di concludere il libro, mi sono soffermato, certe volte appena sai che un libro è alla fine, se il racconto ti ha “preso” allora rimani un po’ fermo alla fine del libro, cerchi ti pensare tutta la storia del protagonista, ti soffermi, trattandosi di un racconto quasi autobiografico, utilizzo il “quasi” perché si tratta pur sempre di un romanzo. Mi sono chiesto se Ferdinand fosse superstizioso, il suo cammino sembrerebbe di una persona che ogni sette anni rompe uno specchio, come nel primo libro in maniera latente c’è una sorta di sfortuna. Ho avvertito leggendo “Morte a credito” che alla fine una dritta non gli andava mica… Finisco di leggere le ultime pagine con un certo magone, un nodo alla gola, e leggo che Ferdinand ha un pianto a dirotto piange davanti a suo zio che lo prende in giro, ma questo pianto è il pianto di tutte le pagine del libro, tra suicidi, disgrazie varie, l’avvento della modernità, basta una macchina da scrivere per mettere a repentaglio un posto di lavoro, la quasi uccisione del padre, [alla fine la storia si ripete tutt’oggi ci sono subentrate tante tecnologie da mettere a repentaglio tanti posti di lavoro, anche la D.A.D. ( didattica a distanza) ha trovato docenti non in linea con i tempi e non solo i docenti] per non parlare dell’agricoltura industrializzata che ha portato delle patate puzzolenti, alla fine questo pianto bagna tutto il racconto, che dire quasi quasi piango anch’io, il militare che una volta era l’ultima spiaggia, arruolati che posti non c’è ne sono, oggi diventa difficile arruolarsi altro che ultima spiaggia. Morte a credito l’unica verità che ci rimane in questa vita che sia trascorsa agiatamente o in ristrettezza, o alti e bassi e viceversa, la Morte darà l’unica verità a questa esistenza a questa vita.

Céline, sì.

È esigente, l’ultimo respiro.
Caro Alberto, come si sa Céline è il nostro campagno di viaggio. Aggiungere postille al tuo delicato saggio sarebbe un po’ segnale d’arroganza. Concludo qui dicendo che Cèline è spuntato come la luna d’inverno, un presagio. Caramente. Psq.

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