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Trump. Perché?

Trump. Perché?

Alla fine ha vinto Trump. In realtà, i risultati del voto sono stati questi: Hillary Rodham Clinton 61.336.680 (47,55 %) – Donald Trump 60.609.576 (46,98 %). Ma la legge elettorale della cosiddetta ‘più grande democrazia del mondo’ (in realtà è l’India a esserlo) ha lo scopo di creare un filtro tra i cittadini e la carica di presidente: i ‘grandi elettori’. Anche nel 2000 a ottenere il maggior numero di suffragi fu Al Gore e a essere eletto fu invece Georg W. Bush.
Perché -con questi limiti- Trump è diventato presidente degli Stati Uniti d’America? Tra le molte ragioni ce ne sono alcune che ai laudatori dell’America clintoniana non fa piacere sentire. È su queste che mi soffermerò, lasciando le numerose altre ai tanti commenti che le elezioni USA hanno prodotto.

Trump ha vinto anche perché la globalizzazione alla fine sta distruggendo pure l’economia reale del più ricco Paese capitalista del mondo. Trump si è detto contrario ai trattati di libero scambio (TTIP) che permettono alle aziende di chiudere le fabbriche negli USA per trasferirle in Asia, lo stesso destino delle fabbriche dell’Europa occidentale.

Trump ha vinto anche perché ha dichiarato che gli USA dovranno badare più alla loro economia che alla esportazione della ‘democrazia’ a suon di bombe nel Nord Africa e nel Vicino Oriente. Si è così contrapposto alla furia interventista della signora Clinton, che ha voluto in prima persona -da Segretario di Stato- la morte di Gheddafi e la distruzione della Libia, causa di un afflusso senza precedenti di migranti in Italia e nelle altre coste europee, causa della morte in mare di decine di migliaia di esseri umani. La signora Clinton è stata una delle più ciniche assassine degli anni Dieci del XXI secolo. Nel suo complesso la politica di Obama-Clinton nel Vicino Oriente, in particolare in Iraq e Siria, ha causato due milioni di vittime. Un massacro che nessuno però chiama con questo nome.

Trump ha vinto anche perché ha dichiarato di voler ristabilire relazioni normali con la Russia. L’amministrazione Obama-Clinton ha invece creato una nuova guerra fredda (clamoroso il caso dell’Ucraina, dove il colpo di stato che ha schierato la Nato al confine con la Russia venne preparato da manifestazioni alle quali parteciparono cittadini non ucraini pagati dal German Marshall Fund), asservendo l’Italia e l’Europa a delle sanzioni contro Mosca che hanno causato ulteriori chiusure di attività produttive e commerciali nel nostro continente, estendendo la disoccupazione.

Trump ha vinto anche perché ha saputo utilizzare i social network, preferendoli alla grande stampa e alle televisioni, schierate in gran parte con la candidata Rodham Clinton. Forse è questo uno dei risultati più interessanti delle elezioni USA 2016, un chiaro segnale di trasformazione nelle modalità della comunicazione. O meglio, una conferma della crisi dei giornali, che non è crisi in primo luogo economica ma culturale e politica. Basti vedere la situazione italiana, con i grandi giornali e le televisioni schierate tutte dalla parte dell’attuale presidenza del consiglio. Uniche reali eccezioni il manifestoil Fatto Quotidiano.

Trump ha vinto anche perché altri miliardari -attori, cantanti, sportivi- hanno fatto propaganda per la Clinton. Che soggetti privilegiati, ricchissimi e famosi si siano rivolti a milioni di persone in difficoltà economica dicendo loro come avrebbero dovuto votare, ha giustamente irritato molta gente.

Trump ha vinto anche perché non se ne può più -davvero- del politicamente corretto, una dittatura del pensiero che è la vera erede del Grande Fratello di Orwell.

Trump ha vinto anche perché si è trovato di fronte una candidata potente ma impresentabile, definita da Diana Johnstone «Regina del caos» (titolo di un suo libro edito da Zambon, Frankfurt am Main, 2016). Johnstone scrive che «la disgrazia dei tempi fa sì che questa incosciente appaia perfettamente normale nel suo ambiente», una donna che è stata al servizio e insieme si è servita «delle potenze finanziarie, a partire da Goldman Sachs, nonché dei grandi mezzi d’informazione, a loro volta legati al complesso militare-industriale, e delle lobbies più influenti. Essi condividono il medesimo obiettivo principale: allargare e rafforzare quella che viene chiamata ‘globalizzazione’ – soprattutto attraverso i trattati di libero scambio e il dominio militare, tramite la Nato, e altri accordi bilaterali» (Diorama Letterario 333, p. 22).

Trump ha vinto anche perché il progetto elitario, bellicistico, globalista della presidenza Obama sta gettando gli Stati Uniti e il mondo nel caos e nella miseria.

Certo, Trump è anche troppo amico dei sionisti di Israele ed è indifferente -come minimo- alle questioni ambientali. In ogni caso, non so se il vincitore manterrà le tante promesse che lo hanno portato alla Casa Bianca, in particolare quelle relative al disimpegno militare con la Nato e al rifiuto del liberismo selvaggio. Sono promesse che forse non potrà mantenere e neppure vorrà. Un risultato comunque spero sarà acquisito: le classi dirigenti e l’opinione pubblica europee non vedono e non vedranno più nel presidente degli Stati Uniti d’America una figura prestigiosa, nobile nonostante i suoi limiti, ieratica, quasi sacra. Il Padrone ha perso la sua aura. Questa è una condizione simbolica fondamentale per la difesa della nostra libertà. Con un soggetto come Donald Trump insediato nella carica più importante del mondo, il potere ha gettato la maschera, il re è finalmente nudo.

12 commenti

  • agbiuso

    12 Gennaio, 2020

    Storie di ordinaria (pre)potenza imperiale
    associazioneindipendenza – 11.1.2020

    Washington non intende lasciare l’Iraq e replica sprezzantemente alla formale richiesta del primo ministro iracheno Adel Abdul Mahdi. La lettera da questi inviata al segretario di Stato USA, Michael Richard Pompeo, per l’invio di una delegazione a Baghdad con la quale «fissare i meccanismi che rendano effettiva la decisione del parlamento iracheno di far ritirare le truppe statunitensi [circa 5.200 soldati, ndr]», è stata rispedita al mittente. Nessuna “exit strategy”, nessun rispetto della risoluzione del Parlamento iracheno che a maggioranza ha votato l’espulsione di tutte le truppe straniere della coalizione a guida USA, ritenendo una gravissima violazione della sovranità nazionale l’assassinio a Baghdad dell’alto rappresentante di Stato iraniano, il gen. Qassem Soleimani, in missione diplomatica, e di altre 7 persone, iraniane e irachene.

    La portavoce del Dipartimento di Stato USA, Morgan Ortagus, ha replicato con un’arrogante nota in cui afferma che «qualsiasi delegazione mandata in Iraq discuterà non il ritiro delle truppe USA ma come riorganizzare al meglio la nostra presenza, la nostra giusta e appropriata postura in Medio Oriente».
    L’ISIS, intanto, esulta per l’assassinio (il 3 gennaio) di Soleimani ad opera degli Stati Uniti. In un comunicato, riporta la Bbc online, lo Stato Islamico definisce «un atto di intervento divino che fa il bene dei jihadisti» la morte del comandante della divisione al Quds dei Pasdaran. Soleimani è stato tra i principali protagonisti della lotta contro i tagliagole dell’ISIS in molte aree della regione, in Iraq e in Siria in particolare.

    Alcune considerazioni, infine.
    Primo. Gli USA dicono sempre di intervenire militarmente per riportare la democrazia, ma se poi un Parlamento non li vuole, bellamente ‘occupano’ la democrazia.

    Secondo. Anche l’Italia ha deciso in scia di fare altrettanto contro i suoi stessi interessi. In Iraq, in particolare, il suo status, dopo il voto del parlamento iracheno, è di occupante ed i suoi militari potenziali obiettivi militari.

    Terzo. Il segretario di Stato USA, Pompeo, incontrando in Italia ad ottobre scorso il presidente del Consiglio, “Giuseppi” Conte, ha chiesto –avendone rassicurazione, come riferisce il Corriere della Sera– il mantenimento dell’impegno all’acquisto di 90 aerei F35, bombardieri strategici con capacità nucleare (con relativo, ulteriore indebitamento e riduzione dei già molto esigui investimenti pubblici in scuole, ospedali, trasporti, ecc.). Ha voluto poi ringraziare per l’accoglienza che l’Italia riserva (loro «Patria provvisoria» ha detto) ai 13mila militari e 17mila civili statunitensi presenti nelle decine e decine di basi USA/NATO disseminate nel Paese. Insomma, ci sono più militari USA in Italia che in Iraq! Visto il precedente, se un domani saranno invitati ad andarsene, è peregrino pensare che ci sarà una Morgan Ortagus di turno a replicare seccata di no?

    Quarto. Nelle ultime ore è emerso che, poco prima del raid aereo che ha ucciso Soleimani ed altri sette uomini, diverse capitali sul continente europeo sono state avvertite da Washington. Roma no! Il comando militare statunitense non ha inteso neanche informare se qualche sua base in Italia abbia svolto un ruolo nel raid. Tutto, con buona pace dell’art. 11 della Costituzione. I ceti sub-dirigenti di governo e di opposizione sono concordi: nessuno fiata, nessuno obietta. Tutti allineati e sull’attenti!
    A completare il quadro non poteva mancare –e non è mancata– la prostrazione servile dei “sovranisti” (atlantici) italofoni che hanno plaudito e si sono schierati ancora una volta con l’alleato/padrone USA. Non dissimili “sovranisti atlantici” –ingenui o consapevoli– sono coloro che minimizzano il ruolo degli Stati Uniti nel nostro Paese, anzi, li vedono addirittura come un’utile sponda per liberarsi dall’altro padronato di questa nostra Patria, l’Unione Europea franco-tedesca.
    Morgan Ortagus sorriderà loro compiaciuta.

    A noi piace pensare ad un’Italia che ritiri i propri contingenti militari oggi sparsi in diverse parti del mondo, cessando di dare sostegno a politiche contoterziste ostili e controproducenti con i nostri interessi; a noi piace pensare ad un’Italia non più portaerei di guerra, ad un’Italia che rifiuti basi straniere sul proprio territorio, ad un’Italia che receda da qualsiasi alleanza che non sia pienamente compatibile con la difesa di quegli interessi. Per quest’Italia patriottica socialista e inter-nazionalmente solidale, Indipendenza si batte.

  • agbiuso

    7 Gennaio, 2020

    Riporto qui la parte finale di un articolo uscito su Indipendenza, 7.1.2020
    Dopo il martirio di Qassem Soleimani

    Ieri, in un’intervista alla Cbs, il presidente statunitense, Donald Trump, ha replicato al voto del Parlamento iracheno che ha chiesto la fuoriuscita dal Paese di tutti i contingenti militari stranieri facenti parte della coalizione contro lo Stato islamico. Un voto che obbliga il governo a preservare la sovranità del Paese e a mettere in atto la risoluzione.
    Trump ha dichiarato che resterà un contingente di militari USA per «controllare l’Iran». Pronta la replica del presidente iracheno Barham Salih: «Il presidente degli Stati Uniti non ha chiesto il permesso dell’Iraq per far rimanere le truppe americane nel Paese con l’obiettivo di controllare l’Iran», presenti invece nel Paese nell’ambito di un accordo tra Baghdad e Washington con la missione specifica di combattere il terrorismo salafita-wahabbita. «Si attengano a questo accordo», ha aggiunto Salih. A stretto giro la controreplica di Trump: se gli USA lasciassero l’Iraq gli imporranno «grandi sanzioni» e comunque il Paese dovrà prima pagare miliardi e miliardi di dollari come risarcimento per la costosa costruzione della base USA a Baghdad.

    In scia il governo italiano. Il presidente del consiglio uscente Conte, come si ricorderà, il 27 agosto scorso, durante le ore ancora convulse sulla nascita o meno di un governo M5S-PD,fu re-investito nel ruolo con un endorsement, via twitter, da Trump (un atto inusuale più nella modalità –pubblica– che nel merito e nei tempi, rispetto alla storia coloniale, di sudditanza agli Stati Uniti del nostro Paese). In quel ‘cinguettio’ il presidente USA, dopo aver sottolineato che «Giuseppi Conte» (nel testo Trump scrive proprio «Giuseppi») «lavora bene con gli USA» ed espressa la speranza che rimanesse presidente del consiglio, aggiungeva che per Conte «sembra che si stia mettendo bene». Ebbene anche lui, Conte, ancora una volta si mette in scia dell’alleato/padrone statunitense. Il sito della presidenza del consiglio riferisce della sua conversazione telefonica con il Presidente dell’Iraq Barham Salih. Con linguaggio formale Conte rinnova «il sostegno italiano, già in corso da anni, alla stabilizzazione del Paese e al contrasto al terrorismo». Tradotto: l’Italia, nonostante il voto contrario del Parlamento iracheno, rimane nel Paese finché lo vorrà Trump. Con il che il governo pone i militari italiani (oltre 900) presenti in Iraq come forza ormai non più richiesta, e quindi occupante, e li espone ad essere possibile obiettivo militare. Insomma l’Italia è dentro una situazione già di guerra; rimanere militarmente in un Paese che non ti vuole, ed il cui Parlamento a maggioranza chiede la fuoriuscita, è di per sé una ‘dichiarazione di guerra’.
    Assolutamente deboli le dichiarazioni del ministro degli Esteri Luigi Di Maio su Facebook riguardo la situazione in Iran e Libia. La sua polemica è con Salvini che, elmetto in testa, si è ancora una volta allineato all’alleato/padrone USA sostenendo apertamente e subito l’assassinio terroristico politico ordinato dalla Casa Bianca. Il sedicente sovranista Matteo Salvini, sempre più sovranista atlantico in politica estera, liquida gli interessi nazionali dell’Italia, esterna la sua sudditanza al Paese più guerrafondaio della Storia contemporanea, gli Stati Uniti, ed espone i militari italiani con le sue dichiarazioni –unitamente alla fattiva connivenza servile del governo– a ritorsioni. Ora Di Maio replicando a Salvini, che vorrebbe pure l’intervento militare in Libia, ha affermato: «Chi ancora crede che la strada sia la violenza, è fermo al passato o non ha ancora compreso le lezioni dalla storia. E, quel che è peggio, sta esponendo tutti gli italiani a un pericolo di ritorsioni. Ora non è più il tempo di rischiare morte, terrorismo, ondate migratorie insostenibili, ora è il momento di scommettere sul dialogo, sulla diplomazia e sulle soluzioni politiche». Dopo di che nulla dice al presidente del consiglio del governo di cui lui e la sua forza politica, il M5S, è parte che fa adesso in Iraq proprio quello che lui stigmatizza per il passato: «In tanti conflitti, in tante scelte sbagliate, a partire dalla guerra in Libia nel 2011 e dagli errori già compiuti in Iraq, c’è scritto ciò che non dobbiamo ripetere». Non a caso preoccupazioni erano giunte già a pochissime ore dall’assassinio di Soleimani da alcune delle più alte autorità militari italiane. «Non c’è dubbio che di fronte a questa azione l’Iran dovrà reagire, non può perdere la faccia. In che modo? Non lo sappiamo, ma è chiaro che l’Italia è particolarmente esposta», aveva detto dice il generale Vincenzo Camporini, ex capo di stato maggiore della Difesa. Cui aveva fatto seguito il generale Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica: «gli USA con l’uccisione del generale Quasem Soleimani hanno colpito un’icona. È un’ulteriore dissennata destabilizzazione dagli esiti incerti, senza apparente logica».

    Una folla di milioni di persone ha invaso le strade di Teheran. Le immagini realizzate con un drone sono rapidamente diventate virali nel mondo
    ***

    «Nos sumus qui nullis annis vacationem damus et, quod ait ille vir disertissimus, canitiem galea premimus; nos sumus apud quos usque eo nihil ante mortem otiosum est ut, si res patitur, non sit ipsa mors otiosa» (L. Anneo Seneca, Dialogorum liber VIII ad Serenum De Otio)

    «Noi siamo quelli che a nessuna età concediamo il congedo, e, come dice quell’uomo eloquentissimo, ‘premiamo con l’elmo anche il capo canuto’; noi siamo quelli per i quali a tal punto non c’è alcun momento di inattività, che –se la cosa è possibile– non è inattiva neppure la morte stessa».

  • agbiuso

    6 Gennaio, 2020

    L’assassinio tramite droni di Suleimani ha confermato che gli Stati Uniti d’America possono uccidere qualunque essere umano, ovunque si trovi, in qualsiasi momento, senza neppure rischiare la vita dei propri soldati.
    Nessun potere di questa natura è compatibile con la pace e con la democrazia.

    Il parlamento iracheno espelle le truppe USA
    associazioneindipendenza – 5.1.2020

    Il martirio di Soleimani produce una significativa, grandissima, conseguenza politica: il Parlamento iracheno ha votato a maggioranza per l’espulsione di tutte le truppe straniere dal Paese e ha dato mandato al suo governo di metterla in atto. La decisione pone termine alla missione partita nel 2014 su richiesta del governo di Baghdad per contrastare l’ISIS. Un auspicio, in tal senso, era già giunto da Teheran e anche dal Libano. Il massimo dirigente del movimento sciita libanese Hezbollah, Seyed Hassan Nasrallah, intervenuto poche ore prima in tv, aveva invitato l’Iraq a liberarsi “dall’occupazione americana” e auspicato “che i nostri fratelli al parlamento iracheno adottino una legge per la fuoriuscita degli Stati Uniti dall’Iraq”.

    Si tratta del primo effetto politico dell’assassinio –ordinato dalla Casa Bianca– del generale iraniano Qassem Soleimani e del comandante delle milizie sciite Kataeb Hezbollah, Abu Mahdi al Mohandes. Adil Abdul Mahdi, primo ministro dimissionario del governo di transizione, aveva perorato questa decisione ed invitato i parlamentari a che i contingenti stranieri lasciassero il prima possibile il Paese «nonostante le difficoltà interne ed esterne che potremmo affrontare». L’iter giuridico di espulsione è quindi avviato.

    Politicamente la permanenza dei militari statunitensi e quella degli altri contingenti stranieri (oltre 900 gli italiani) è già da considerarsi un’occupazione. Anche il governo Conte è invitato a prenderne atto. Le autorità di Baghdad hanno inoltre dichiarato di aver inoltrato una denuncia al Consiglio di Sicurezza ONU contro gli attacchi USA sul proprio territorio. Nei giorni precedenti l’assassinio, infatti, l’aviazione USA aveva effettuato bombardamenti su acquartieramenti delle milizie sciite di Kataeb Hezbollah, inquadrate nell’esercito nazionale iracheno, provocando dei massacri e scatenando la reazione manifestatasi sia militarmente (razzi sulle basi USA a –e vicino– Baghdad), sia con l’assalto all’ambasciata USA nella super sorvegliata Zona Verde, nel cuore della capitale irachena.

  • agbiuso

    5 Gennaio, 2020

    Per le strade di Teheran con il Professore Mauriello: «Si respira rabbia e tristezza, ma questo è un Paese molto diverso da quello che ci raccontano»
    di Marco Staglianò – Orticalab, 4.1.2020

    Consiglio la lettura di questa intervista. In poche e chiare parole un italiano spiega l’identità dell’Iran, la sua antica civiltà, nonostante i limiti dell’attuale regime. Una civiltà incomprensibile ai barbari USA.

  • agbiuso

    3 Gennaio, 2020

    Gli islamisti dell’Isis non colpiscono né gli Stati Uniti d’America né Israele ma i Paesi del Vicino Oriente e l’Europa.
    L’azione di guerra a loro favore del Presidente Trump fa capire per quali ragioni. Il «terrorismo» islamista, sostenuto dagli USA per la sua funzione destabilizzante, festeggia dunque la morte a Baghdad del generale iraniano Soleimani, nemico dell’Isis.

  • agbiuso

    31 Dicembre, 2019

    L’esercito degli Stati Uniti d’America ha ucciso 27 iracheni che combattevano contro gli islamisti dell’ISIS e Trump minaccia l’Iran, l’Iraq e l’intero Vicino Oriente.
    Washington è il maggior pericolo per la pace, ovunque.

  • agbiuso

    29 Gennaio, 2017

    Il muro tra gli Stati Uniti e il Messico fu iniziato da Clinton, proseguito da Bush e Obama, confermato da Trump.

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    All’origine del nuovo muro alla frontiera una scelta bipartisan
    di Manlio Dinucci
    il manifesto, 28.1.2017

    È il 29 settembre 2006, al Senato degli Stati uniti si vota la legge «Secure Fence Act» presentata dall’amministrazione repubblicana di George W. Bush, che stabilisce la costruzione di 1100 km di «barriere fisiche», fortemente presidiate, al confine col Messico per impedire gli «ingressi illegali» di lavoratori messicani. Dei due senatori democratici dell’Illinois, uno, Richard Durbin, vota «No»; l’altro invece vota «Sì»: il suo nome è Barack Obama, quello che due anni dopo sarà eletto presidente degli Stati uniti. Tra i 26 democratici che votano «Sì», facendo passare la legge, spicca il nome di Hillary Clinton, senatrice dello stato di New York, che due anni dopo diverrà segretaria di stato dell’amministrazione Obama. Hillary Clinton, nel 2006, è già esperta della barriera anti-migranti, che ha promosso in veste di first lady.

    È stato infatti il presidente democratico Bill Clinton a iniziarne la costruzione nel 1994. Nel momento in cui entra in vigore il Nafta, l’Accordo di «libero» commercio nord-americano tra Stati uniti, Canada e Messico. Accordo che apre le porte alla libera circolazione di capitali e capitalisti, ma sbarra l’ingresso di lavoratori messicani negli Stati uniti e in Canada.

    Il Nafta ha un effetto dirompente in Messico: il suo mercato viene inondato da prodotti agricoli statunitensi e canadesi a basso prezzo (grazie alle sovvenzioni statali), provocando il crollo della produzione agricola con devastanti effetti sociali per la popolazione rurale.

    Si crea in tal modo un bacino di manodopera a basso prezzo, che viene reclutata nelle maquiladoras: migliaia di stabilimenti industriali lungo la linea di confine in territorio messicano, posseduti o controllati per lo più da società statunitensi che, grazie al regime di esenzione fiscale, vi esportano semilavorati o componenti da assemblare, reimportando negli Stati uniti i prodotti finiti da cui ricavano profitti molto più alti grazie al costo molto più basso della manodopera messicana e ad altre agevolazioni.

    Nelle maquiladoras lavorano soprattutto ragazze e giovani donne. I turni sono massacranti, il nocivo altissimo, i salari molto bassi, i diritti sindacali praticamente inesistenti. La diffusa povertà, il traffico di droga, la prostituzione, la dilagante criminalità rendono estremamente degradata la vita in queste zone. Basti ricordare Ciudad Juárez, alla frontiera con il Texas, tristemente famosa per gli innumerevoli omicidi di giovani donne, per lo più operaie delle maquiladoras.

    Questa è la realtà al di là del muro: quello iniziato dal democratico Clinton, proseguito dal repubblicano Bush, rafforzato dal democratico Obama, lo stesso che il repubblicano Trump vuole completare su tutti i 3000 km di confine. Ciò spiega perché tanti messicani rischiano la vita (sono migliaia i morti) per entrare negli Stati uniti, dove possono guadagnare di più, lavorando al nero a beneficio di altri sfruttatori.

    Attraversare il confine è come andare in guerra, per sfuggire agli elicotteri e ai droni, alle barriere di filo spinato, alle pattuglie armate (molte di veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan), addestrate dai militari con le tecniche usate nei teatri bellici. Emblematico il fatto che, per costruire alcuni tratti della barriera col Messico, l’amministrazione democratica Clinton usò negli anni Novanta le piattaforme metalliche delle piste da cui erano decollati gli aerei per bombardare l’Iraq nella prima guerra del Golfo, fatta dall’amministrazione repubblicana di George H.W. Bush. Utilizzando i materiali delle guerre successive, si può sicuramente completare la barriera bipartisan.

  • agbiuso

    8 Gennaio, 2017

    A proposito dell’ingerenza di un Paese straniero nelle elezioni altrui.

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    Tutte le prodezze di Washington per influenzare le elezioni di altri paesi
    Stefano Luconi
    il manifesto, 8.1.2016

    Gli statunitensi scandalizzati dalle incursioni russe per aiutare Trump contro Clinton hanno una memoria storica corta. Il loro Paese può vantare una lunga esperienza di interferenze nelle elezioni di nazioni straniere, a dispetto dell’autodeterminazione dei popoli di cui si è sempre proclamato difensore.

    Secondo un recente studio di Dov H. Levin, tra il 1946 e il 2000 Washington avrebbe provato a influenzare i risultati di ben 81 competizioni elettorali nel mondo. Nel complesso l’esito di queste ingerenze è stato alterno. Però, secondo i dati di Levin, gli Stati uniti sarebbero riusciti a far vincere le forze politiche che sostenevano in quasi il 60% dei casi.

    Tali condizionamenti non sono stati limitati al periodo della guerra fredda, in nome della lotta al comunismo, ma sono proseguiti anche negli anni successivi per insediare o portare al potere governi disposti a cooperare con Washington.

    IL TERRENO PRIVILEGIATO di queste iniziative è stato l’America Latina, che gli Stati uniti hanno considerato quasi da sempre parte della propria sfera di influenza.

    Già nel 1946 Washington cercò di impedire l’elezione di Juan Domingo Perón alla presidenza dell’Argentina, diffondendo a due settimane dal voto una raccolta di documenti, il Blue Book, che doveva screditare il candidato sgradito all’amministrazione Truman perché ne evidenziavano gli stretti rapporti con la Germania nazista durante la seconda guerra mondiale appena conclusasi.

    In Cile, prima ancora di fomentare il golpe del generale Augusto Pinochet nel 1973, la CIA aveva finanziato con almeno 3 milioni di dollari la campagna elettorale del democristiano Eduardo Frei per permettergli di sconfiggere il socialista Salvador Allende nel 1964 e aveva provato a indurre l’assemblea legislativa a ribaltare l’esito del voto popolare nel 1970, proclamando presidente il conservatore Jorge Alessandri, al posto di Allende.

    ANCORA NEL 1990, in una sorta di WikiLeaks ante litteram, l’amministrazione di George H.W. Bush fece filtrare ad alcuni giornali tedeschi materiale compromettente sulla presunta corruzione della giunta sandinista del marxista Manuel Ortega, favorendo così la sconfitta di quest’ultimo contro Violeta Chamorro nelle elezioni presidenziali di quell’anno.

    Con la fine della guerra fredda pure la Russia post-sovietica divenne campo d’azione per le incursioni degli Stati uniti nelle vicende elettorali delle altre nazioni.
    Ad esempio, alla conferma di Boris Eltsin alla presidenza della Federazione russa nel 1996 non fu estraneo un prestito di oltre 10 miliardi di dollari a Mosca, concesso dal Fondo monetario internazionale su pressioni dell’amministrazione Clinton, che servì all’inquilino del Cremlino non solo per rafforzare il proprio prestigio interno, ma anche per coprire alla vigilia del voto spese per stipendi e pensioni che si trasformarono in un accresciuto consenso elettorale.

    ANCHE L’ITALIA è stata più volte investita dalle ingerenze elettorali degli Stati Uniti. L’intervento più significativo si verificò nel 1948, quando la posta in gioco era la scelta occidentale della nazione.

    Per impedire che la vittoria del Fronte Democratico Popolare, l’alleanza tra il Pci e il Psi, costituisse la premessa dell’adesione dell’Italia al nascente blocco sovietico, Washington intervenne in modo massiccio nella campagna elettorale.

    Gli Stati uniti destinarono all’Italia 227 milioni di dollari di aiuti economici nel primo trimestre del 1948 e sfruttarono politicamente i finanziamenti del Piano Marshall per orientare l’elettorato verso i partiti filoamericani.

    Inoltre, sobillata dal governo De Gasperi che aveva tutto l’interesse a drammatizzare il rischio di una vittoria comunista alle urne, la Cia destinò alcuni milioni di dollari al finanziamento della campagna elettorale della DC e dei suoi alleati. In tale occasione, il governo di Washington fu coadiuvato nella sua iniziativa dalle comunità italiane in America.

    Dagli Stati uniti gli immigrati italiani e i loro discendenti tempestarono parenti e amici rimasti in patria con almeno un milione di lettere volte a scoraggiare il voto per i candidati del Fronte Democratico Popolare.

    QUESTA CORRISPONDENZA decantava le presunte mirabilie del modello socio-economico americano, accompagnando le argomentazioni con la forza ben più persuasiva di pacchi regalo e dollari in contanti. Cinque anni dopo, nel 1953, l’ambasciatrice statunitense in Italia, Clare Boothe Luce, minacciò di far cessare gli aiuti economici americani e di congelare gli accordi di cooperazione tra i due Paesi nel caso di un successo del Pci in elezioni particolarmente conflittuali perché disciplinate dalla cosiddetta «legge truffa, che assegnava il 65% dei seggi della Camera al partito o al gruppo di forze politiche apparentate che avesse superato la metà dei voti validi.

    NEL 1976, per ammissione dell’ex capo della Cia William Colby, la prospettiva che il PCI conseguisse la maggioranza relativa in Parlamento indusse l’amministrazione Ford a riversare sei milioni di dollari nelle casse della Dc. Ancora una volta negli Stati uniti venne condotta una campagna di lettere per distogliere il voto dal Pci.

    A promuoverla, questa volta, furono organizzazioni come gli Americans for a Democratic Italy, un’associazione che aveva alle spalle il banchiere italoamericano Michele Sindona e personaggi legati probabilmente alla loggia massonica eversiva P2.

    Il rapporto congiunto dell’intelligence statunitense che sostiene l’esistenza di direttive del presidente russo Vladimir Putin per influenzare le elezioni americane attesta un’evidente inversione di tendenza. Forse stiamo assistendo all’emergere di ciò che Fareed Zakaria ha definito fin dal 2008 un «mondo post-americano».

    Gli Stati uniti, in una fase di ridimensionamento della loro egemonia globale, si trovano a subire ora quelle stesse intromissioni dall’estero nella propria politica interna che un tempo erano abituati a esercitare nelle altre nazioni.

  • Pasquale

    26 Novembre, 2016

    Io non sono di sinistra, non sono di destra, sono semplicemente vicino alle istanze di chi vuol preservare il vivere umano nei limiti dell’umano, lontano dal delirio d’un capitalismo che non trova più neanche il freno della vecchia morale borghese

    Mi pare che questo corollario sia sintesi e principio di un’ etica, finalmente.
    Quanto a Trump credo che Alberto abbia ragione. E mi auguro che i fati possano dimostracelo. P.

  • agbiuso

    25 Novembre, 2016

    @Marina
    Grazie davvero, Marina. Scrivere, su un tema così abusato e insieme complesso, qualcosa che ‘inviti a riflettere’ era esattamente il mio obiettivo.

    @Diego
    Hai ben colto alcune delle mie intenzioni e soprattutto della situazione in cui sempre più l’ultraliberismo ci sta spingendo Il “delirio d’un capitalismo” suicida è il più grande pericolo al quale siamo sottoposti. Ogni spirito libero dovrebbe combatterlo con gli strumenti che possiede.

  • diego

    25 Novembre, 2016

    Sicuramente Trump ha interpretato la comprensibile ostilità, da parte dei lavoratori statunitensi, verso la globalizzazione. Sicuramente una parte degli elettori dell’unico candidato accettabile, cioè Sanders, non hanno accettato la logica del «meno peggio» anche perchè appunto chi fosse il «meno peggio» non era chiaro. Sinceramente è la questione ambientale che mi avrebbe impedito di votare Trump, ma ammetto che per alcuni aspetti era sicuramente più «di sinistra» della Clinton. Poi il problema è anche su cosa intendiamo per sinistra: esiste una sinistra tutta tesa ai diritti individuali che, sottotraccia, porta acqua al mulino delle concezioni liberiste ed individualiste del vivere sociale. Io non sono di sinistra, non sono di destra, sono semplicemente vicino alle istanze di chi vuol preservare il vivere umano nei limiti dell’umano, lontano dal delirio d’un capitalismo che non trova più neanche il freno della vecchia morale borghese.

  • Marina Garaventa

    25 Novembre, 2016

    Analisi interessante che invita a riflettere.

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