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Un lessico economico

Al Lessico già pubblicato aggiungo alcune voci di carattere economico-finanziario, dunque assai importanti.

Banche e media
Il sociologo Luciano Gallino ha scritto un libro dal significativo titolo Il colpo di stato di banche e governi, (Einaudi 2013). Recensendolo, Marco De Troia scrive che «si rimane sconcertati nel constatare come giornalmente i media -quasi tutti in mano a gruppi finanziari- glorifichino le sorti progressive del sistema liberista, che, oltre ad aver accresciuto la povertà, ha sviluppato al suo interno un ceto finanziario che opera in modo delinquenziale procurando danni letali alle attività produttive» Tutte le più importanti vicende politico amministrative italiane degli ultimi anni lo confermano, compreso quanto è accaduto nella capitale, gestita per anni da gruppi mafio-fascisti, con la complicità del Partito Democratico.

Dollaro
«In occasione dell’incontro al vertice di Fortaleza, il 15 e il 16 luglio scorsi, il gruppo dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, America Latina e Sudafrica, ovvero il 42,6% della popolazione mondiale) ha deciso la creazione di una Banca  di sviluppo di un Fondo di stabilizzazione delle risorse monetarie che svolgeranno le stesse funzioni della Banca mondiale e del Fmi, due istituzioni largamente dominate dagli Stati Uniti sin dalla loro creazione. […] Dopo un’egemonia del dollaro che è durata settant’anni (esattamente come l’Unione Sovietica), si tratta di un avvenimento storico di primaria importanza, che autorizza a paragonare la caduta del ‘muro del dollaro’ a quella del muro di Berlino. C’è da scommettere che, ciononostante, passerà inosservato agli occhi di coloro che si interessano esclusivamente degli aneddoti della politica politicante…»

Euro (di Éric Maulin)
«La zona euro non è una zona monetaria ottimale, ossia una zona geografica capace di condividere la stessa moneta. […] La zona euro è infatti una zona economicamente eterogenea, la cui eterogeneità è rafforzata dall’attuale funzionamento dell’euro e non è compensata da trasferimenti fiscali tra Stati che solo una federazione potente potrebbe applicare. Le soluzioni proposte alla crisi dell’euro sono numerose e varie manifestano impotenza e incertezza. Sono state proposte, alle rinfusa, l’uscita dall’euro, la creazione di due zone euro per il Nord e per il Sud, il ritorno alle monete nazionali, l’uscita dalla zona euro della Germania (lo Stato più forte), l’uscita della Grecia e del Portogallo (gli Stati più deboli), la creazione di una comunità politica dell’euro, il ricorso al federalismo. Quasi tutte le soluzioni implicano il ritorno al principio della sovranità monetaria, oggi neutralizzato nel quadro delle istituzioni esistenti. Ma questo ritorno alla sovranità monetaria può avvenire in due modi diametralmente opposti, il ritorno agli Stati o la creazione di una sovranità monetaria europea. In entrambi i casi, esse implicano una rottura con l’ordoliberalismo fondatore»

TTIP – Transatlantic Trade and Investment Partnership (Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti)
Il progetto di abbattimento di qualunque protezione dell’economia europea a favore di quella statunitense è stato condotto a lungo in forme riservate sino al silenzio. Soltanto da poco tempo i media ne parlano e lo fanno per lo più in termini tali da costituire un esempio preclaro di menzogna politica planetaria. Alain de Benoist osserva infatti:
«Seguendo un rituale ben rodato si assicura che l’accordo profitterà a tutti, che avrà un effetto favorevole sull’occupazione, eccetera. Rapportate all’orizzonte 2027, che è quello che si è preso in considerazione, promesse di questo tipo sono in realtà prive di senso. Nel 1988 la Commissione europea aveva già affermato che la messa in opera del grande mercato europeo, prevista per il 1992, avrebbe creato fra i 2 e i 5 milioni di posti di lavoro. Stiamo ancora spettandoli. Quanto agli effetti del mercato transatlantico, gli analisti più ottimisti parlano di alcuni decimi di punto del Pil (fra lo 0,27% e lo 0,48%), o ancora di un ‘surplus di ricchezza’ di 3 centesimi a testa al giorno a partire dal 2029! […] I cittadini non sono stati minimamente informati -non così, invece, i ‘decisori’ appartenenti ai grandi gruppi privati, alle multinazionali e ai vari gruppi di pressione, che sono invece regolarmente coinvolti nelle discussioni. Le multinazionali sono infatti fin dall’inizio nel cuore dei negoziati. […] Per liberalizzare l’accesso ai mercati, si prevede che l’Unione europea e gli Stati Uniti facciano ‘convergere’ le loro regolamentazioni in tutti i settori. Il problema è che gli Stati Uniti si collocano oggi al di fuori del quadro del diritto internazionale in materia ecologica, sociale e culturale, rifiutano di applicare le principali convenzioni sul lavoro, il protocollo filosofia Kyoto sul riscaldamento climatico, la convenzione sulla biodiversità, le convenzioni dell’Unesco sulla diversità culturale e così via. […] I gruppi farmaceutici potrebbero bloccare la distribuzione dei generici. I servizi d’urgenza potrebbero essere costretti a privatizzarsi. […] Gli ospedali, le scuole, le università e la previdenza sociale sono naturalmente anch’essi presi di mira. […] Ma che cosa può significare un accordo di libero scambio i cui termini possono essere costantemente falsati dalla sottovalutazione del dollaro rispetto all’euro? […] La frase [di Obama] è abbastanza azzeccata. È proprio una Nato economica, posta come il suo modello  militare sotto tutela americana, quella che la Ttip cerca di creare, con l’obiettivo di diluire la costruzione europea in un vasto insieme inter-oceanico senza alcun fondamento geopolitico, di fare dell’Europa il cortile posteriore degli Stati Uniti, consacrando così l’Europa-mercato a detrimento dell’Europa-potenza» (2-5).
Su quest’ultimo argomento -assolutamente decisivo e proprio per questo in gran parte ignorato dall’informazione mainstream– segnalo anche un testo dell’economista Paolo Brera, segnalatomi dall’amico Dario Generali e leggibile in pdf.

[Fonte: Diorama letterario 320 e 321, anno XXXV, numeri 3-5/ e 6/8 2014]

3 commenti

  • agbiuso

    25 Gennaio, 2015

    La Bce regalerà soldi alla Germania
    di Carlo Clericetti, Repubblica blog, 22.1.2015

    Il modo con cui la Banca centrale europea ha lanciato il quantitative easing, l’allentamento monetario che dovrebbe servire a contrastare la sempre più incombente deflazione, mostra in maniera lampante varie cose, nessuna delle quali confortante.

    Mostra innanzitutto che l’Unione europea di “unione” ha ormai soltanto il nome: è un gruppo di paesi neanche tanto omogenei tra di loro legati da una serie di trattati e di regole, che per di più sono stati elaborati in una situazione del mondo sideralmente diversa da quella attuale e in base a teorie economiche sorpassate e in buona parte perniciose. Una “unione” dovrebbe prevedere la solidarietà fra i suoi membri, non per una questione etica, ma semplicemente per poter funzionare. E in Europa, ormai da tempo, di solidarietà non si vede neanche l’ombra. Il fatto che l’80% dei potenziali rischi sugli acquisti di titoli pubblici rimarrà a carico delle banche centrali nazionali è l’ennesima riprova di questo fatto.

    Mostra, in secondo luogo, che la tanto decantata indipendenza della Bce semplicemente non esiste. Il suo Consiglio direttivo non è altro che un fac-simile del Consiglio europeo, dove i capi di Stato e di governo si confrontano e raggiungono compromessi, non sempre felici, che dipendono dalla forza relativa di ciascuno. Ma quella è una sede politica, mentre la Bce dovrebbe essere una sede tecnica dove si individua il modo migliore di gestire la politica monetaria, e dunque i compromessi non dovrebbero essere contemplati.

    Mostra, ancora, che il paese egemone in Europa, la Germania, non solo si rifiuta di aiutare i paesi più in difficoltà, ma si comporta in modo da ottenere ulteriori vantaggi ogni volta che è possibile. I titoli pubblici dei paesi membri saranno acquistati in proporzione alla quote che i paesi stessi hanno nel capitale Bce: ciò significa che la parte maggiore spetterà appunto alla Germania, che è il primo azionista. Poco importa che i rendimenti sui titoli tedeschi siano non solo al minimo storico, ma su alcune scadenze addiritura negativi: la Bce comprerà anche quelli, come ha precisato Draghi rispondendo a una domanda specifica nella conferenza stampa successiva alla riunione. Quindi si produrrà il paradosso che la Bce finanzi la Germania, cioè il paese che si trova nella situazione economicamente migliore.

    C’è poi un altro fattore che merita di essere sottolineato. La Bce acquisterà solo titoli con rating investment grade. Ora, bisogna ricordare che l’attuale valutazione dei titoli pubblici italiani è appena un piccolo gradino sopra questa valutazione. Se le agenzie di rating – cioè società private che nulla hanno a che vedere con le istituzioni europee e le cui valutazioni sono largamente inattendibili, come più volte la storia ha dimostrato – decideranno di farci scendere quel gradino, la Bce non acquisterà più i nostri titoli, se non ad una condizione: che cioè l’Italia accetti il famoso “commissariamento”, impegnandosi a un programma concordato (ma forse sarebbe meglio dire imposto) dalla Troika che controllerebbe la sua esecuzione passo dopo passo. Una decisione, quindi, che ci affida alle screditate analisi di quelle agenzie di rating che lo stesso Draghi, quando era presidente del Financial stability board, invitava a non considerare di valore ufficiale.

    Questi sono i provvedimenti che dovrebbero tirar fuori l’Europa dai guai. L’Europa? Ma siamo sicuri che ancora esista?

    PS: La regola dell’investment grade sembra fatta apposta per la Grecia. Caro Tsipras, vuoi ricontrattare il programma della Troika? Peccato, niente acquisti di titoli greci…

    PPS: Scrive Stefano Fassina:
    “Hai ragione. Inoltre il 12% di rischio condiviso è relativo a titoli di istitutioni europee che hanno probabilità zero di perdite. Quindi solo l’8% dei titoli acquistati dalle banche centrali nazionali è condiviso in caso di perdita. Inoltre i 60 md al mese andrebbero considerati al netto di quanto la Bce si era già impegnata a comprare in ABS e CB”.

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    È quanto il Movimento 5 Stelle ha sempre sostenuto. E che invece il Partito Democraticoforzuto ha sempre negato.

  • agbiuso

    8 Gennaio, 2015

    Sul numero 288 (gennaio 2015), pp. 14-18 della rivista Altroconsumo (assolutamente apartitica, indipendente e tecnica) un’inchiesta conferma tutti i gravi pericoli del TTIP – Transatlantic Trade and Investment Partnership (Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti), in particolare per quanto riguarda cibo e salute.
    Monique Goyens, Direttore del Beuc (organizzazione dei consumatori europei), afferma che “non sappiamo in quale direzione sta andando l’accordo e le sue possibili conseguenze. Quindi dobbiamo adottare una linea precauzionale, preparandoci a scenari negativi”.

  • agbiuso

    17 Dicembre, 2014

    Tra le merci pregiate di questo accordo c’è, naturalmente, l’informazione:
    Tisa: così gli Usa premono sull’Europa per liberalizzare il mercato dei dati

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