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Dismisura

Dismisura

La «ricchezza sfacciata» e la «vanità fuori dalla norma» di Donald Trump fanno di questo inquietante personaggio un emblema della disperazione della classe operaia e del ceto medio statunitensi, i quali affidano a lui quello che si può definire «l’ultimo respiro dell’America bianca» (J. Littell, in Diorama letterario, n. 331, pp. 1 e 5), destinata a essere fortemente ridimensionata dall’affermarsi dei latini e degli afroamericani.
In ogni caso, poco cambierà per i ceti meno abbienti degli USA e per i suoi vassalli. A confermarlo è anche il dissolversi delle illusioni -ché tali sono state sin dall’inizio- riposte nel ‘primo Presidente nero’. Obama si è comportato da capo di una potenza interessata soltanto al proprio dominio mondiale e al perpetuarsi del potere all’interno. Ben lo argomenta Giuseppe Ladetto in una analisi che deve molto al realismo di Machiavelli, al suo mostrare l’essenza del comando, che più parla di ‘bene’ collettivo e meno lo pratica.
«Nel discorso pubblico, i leaders, in particolare quelli dei paesi liberal-liberaldemocratici, devono dare un’immagine di sé e della propria nazione intrisa di riferimenti etici. Pertanto non esplicitano mai i veri obiettivi della loro azione, che sono sempre dettati da logiche di potenza e non da principi morali. Così, quando i risultati delle azioni intraprese divergono palesemente dagli obiettivi dichiarati per finalità di immagine, nascono valutazioni infondate anche se quei leaders hanno raggiunto proprio quegli obiettivi che in realtà si erano proposti». (12)
Tra gli obiettivi principali dell’amministrazione Obama -come di quelle che l’hanno preceduta e che la seguiranno- c’è il controllo dell risorse del pianeta, la sottomissione degli alleati, la neutralizzazione delle uniche due potenze che possono in parte oscurare quella americana: Russia e Cina. Al fine di perseguire tali scopi, «l’attuale condizione di instabilità ed ingovernabilità mediorientale potrebbe essere per loro, entro certi limiti, la soluzione migliore. […] Per certi versi, l’instabilità dell’area può servire alla grande potenza per tenere in allarme i paesi ‘amici’ e mantenerli legati a sé» (Id., 13). E questo contribuisce a spiegare molti eventi legati alla situazione del Vicino Oriente, comprese le azioni dell’Isis.
In questa chiave, la vittoria di Hillary Rodham Clinton potrebbe risultare «per gli europei una sciagura probabilmente senza precedenti, per le tendenze ultra-egemoniche e belliciste messe in mostra dalla ex first lady e segretario di Stato» (testo redazionale, p. 39).
Assai più di altri imperi, quello statunitense è intessuto di dismisura. Le sue dimensioni, fondamenti, obiettivi, strumenti, rappresentano esattamente l’opposto di ciò che «la filosofia greca sapeva», vale a dire «che il limite prima di segnare i confini della cosa, è ciò che la fa esistere» (O. Rey, 23). Questo impero che non ha rivali crollerà probabilmente per dissoluzione interna, per questa sua dismisura. Già si intravvedono i segnali di una guerra civile tra le diverse etnie e gruppi che abitano un Paese profondamente diviso, nonostante la retorica patriottica e militarista con la quale cerca di nascondere in primo luogo a stesso la propria discordia interna, la στάσις.

8 commenti

  • agbiuso

    novembre 16, 2016

    Un’analisi -come sempre non conformista e acuta- di Carlo Formenti:

    Trump, il popolo di Sanders e l’alternativa all’oligarchia democratico/repubblicana

  • agbiuso

    novembre 11, 2016

    Segnalo un’intervista a Marco Tarchi, uno dei più competenti e rigorosi studiosi del fenomeno populista.
    Linkiesta, 11.11.2016

    Marco Tarchi: “Chi ha votato per Trump aveva motivi concreti per farlo”
    Il politologo sulle motivazioni che hanno portato al trionfo di The Donald. L’inattendibilità dei sondaggi, il ruolo “ricattatorio” dei media. E l’Italia? «Anche Renzi sta giocando la carta populista»

  • agbiuso

    novembre 9, 2016

    Un’eccellente analisi di Carlo Formenti.

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    Trump, la rabbia antisistema e l’eutanasia delle sinistre

    La vittoria di Trump marca una clamorosa sconfitta della lobby transnazionale delle élite neoliberiste. Fino a poche ore prima dell’esito elettorale siamo stati bombardati dal coro pressoché unanime di governi, partiti, economisti, manager, star dello show business, campioni sportivi, sondaggisti, giornali, televisioni, piattaforme internet che celebravano la vittoria di Hillary Clinton presentandola come l’unico esito possibile dettato dalla “ragione” politica, culturale e civile.
    A parte gli auspici dei governi russo e cinese – preoccupati per le minacce di alzare il livello del conflitto geopolitico globale da parte della Clinton – hanno fatto eccezione quasi solo le forze populiste di destra e le pochissime voci che si sono timidamente alzate a sinistra per ricordare che Hillary Clinton incarna i più feroci e aggressivi interessi del capitale finanziario transnazionale, nonché delle industrie hi tech che dominano il sistema militare industriale e governano un pervasivo sistema di spionaggio globale.

    Personalmente sono più volte intervenuto su queste pagine a rimproverare Bernie Sanders per la fallimentare scelta di sponsorizzare come “il minore dei mali” la donna che gli aveva letteralmente “scippato” – con l’appoggio della macchina di partito, dei media e delle élite di sistema – la candidatura democratica all’elezione presidenziale, impedendo a classi medie impoverite, lavoratori bianchi e migranti, studenti , donne, giovani, ambientalisti, ecc. di unirsi attorno a un programma e a un leader politico comuni.
    Solo invitando a votare per i candidati di minoranza o ad astenersi, avrebbe potuto capitalizzare le energie e le reti organizzative che si erano aggregate nel corso della campagna, in vista della costruzione di una terza forza alternativa ai due maggiori partiti, ormai del tutto intercambiabili e allineati agli interessi del blocco sociale che domina l’America (e dunque il mondo). Arrendendosi all’apparato ha indebolito questo patrimonio, senza riuscire peraltro a impedire la vittoria di Trump, al quale ha letteralmente regalato il monopolio della rabbia antisistema di un popolo impoverito e frustrato dalla crisi. Ciò detto, mi preme anticipare alcune considerazioni a caldo, mentre mi riservo successivi approfondimenti.

    Primo punto: la comunicazione. Come già abbiamo avuto modo di constatare con la campagna sulla Brexit (e come spero potremo constatare con la campagna referendaria di Renzi e soci), le strategie di manipolazione/dissuasione di massa condotte dai media al servizio dell’establishment (cioè tutti) non funzionano più. La crisi ha intaccato talmente in profondità le condizioni di vita della maggioranza delle persone che nessuna chiacchiera sul fatto che l’economia va meglio, che i posti di lavoro aumentano, ecc. può nascondere la realtà dei fatti, per cui più balle si sparano più si generano effetti contrari a quelli voluti. . Stesso discorso per i sondaggi: la loro attendibilità è ormai pari a zero, sia perché è evidente che servono esclusivamente a influenzare il voto tentando di funzionare da self fulfilling prophecy, sia perché aumentano sempre più gli intervistati che prendono i sondaggisti per i fondelli, dichiarando intenzioni di voto opposte a quelle reali.

    Secondo punto: populismo, lotta di classe ed eutanasia delle sinistre. In un suo post l’amico Bifo scrive che i vari Clinton, Blair, Hollande, Renzi, Tsipras ecc. stanno pagando il fio del tradimento che hanno consumato ai danni della classe operaia, la quale ora li ripaga cercando risposte alla propria disperazione nelle destre neofasciste, esattamente com’era successo fra le due Guerre Mondiali. D’accordo sul tradimento e sulla punizione, ma con un approfondimento e una precisazione (con la quale spero di introdurre una nota di cauto ottimismo).

    L’approfondimento consiste nel fatto che a perpetrare il tradimento, come scrivo nel mio ultimo libro (La variante populista, da poco pubblicato da DeriveApprodi) non sono state solo le socialdemocrazie, ma tutte le sinistre, comprese quelle sedicenti radicali e antagoniste, le quali hanno progressivamente concentrato la propria attenzione sulle classi medie colte (creativi, lavoratori della conoscenza, partite iva, ecc.), sui cosiddetti “bisogni immateriali”, e sulla esclusiva rivendicazione di diritti civili (soprattutto individuali) a danno dei diritti sociali, scambiando infine la retorica politically correct (del tutto funzionale alla governance neoliberista) per contestazione antisistema.

    L’odio operaio nei confronti di questi soggetti non è quindi solo frutto di frustrazione culturale, ma un vero e proprio odio di classe che rispecchia interessi materiali divergenti. Ciò significa che la forma populista (anche nelle varianti di destra) è la forma politica che la lotta di classe assume in questa fase storica. E qui arriva la precisazione (e il possibile spiraglio): il populismo (vedi le rivoluzioni bolivariane, Podemos, Sanders come esito del movimento Occupy Wall Street, la prima fase di Syriza, ecc.) può indirizzarsi a sinistra e contendere l’egemonia sulle classi subordinate al populismo di destra (che a sua volta non è tout court assimilabile al fascismo: la storia non si ripete).

    Terzo punto: le controtendenze alla globalizzazione. Il terrore dei mercati (vedere le pagine dell’Economist) dopo la Brexit e la vittoria di Trump rispecchiano le preoccupazioni in merito allo svilupparsi d’una possibile controtendenza ai processi di globalizzazione (politiche protezioniste, revoca o mancata conclusioni dei trattati di libero commercio, ecc.). Ora è chiaro che difficilmente Trump compirà tutti i passi isolazionisti che ha annunciato in campagna elettorale, ma è certo che, così come sta succedendo con il governo conservatore di Theresa May in Inghilterra, dovrà necessariamente concedere qualcosa alle aspettative popolari che sperano in una attenuazione, se non in una inversione delle scelte economiche neoliberiste.
    Ciò apre spazi per una battaglia politica antiliberista e antiglobalista da sinistra (che da noi passa necessariamente da una battaglia contro la Ue) che può divenire il terreno strategico su cui contendere l’egemonia ai populismi di destra. Difficile? Difficilissimo, quasi impossibile, ma come diceva qualcuno “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”.

    Carlo Formenti
    Micromega
    (9 novembre 2016)

  • agbiuso

    novembre 9, 2016

    Propongo una interessante analisi di Marcello Foa, scritta prima del risultato delle elezioni USA.

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    Trump-Hillary, che disastro questa America

    Oggi l’America vota al termine della campagna elettorale più sconcertante degli ultimi anni. E’ difficile dar torto alla maggior parte degli americani che affermano di non riconoscersi in nessuno dei due candidati. In un’America normale, Trump avrebbe potuto essere, al massimo, la star di un reality televisivo mentre Hillary è gravata da un passato talmente pesante che mai avrebbe potuto avvicinarsi alla Casa Bianca. Invece sono in corsa entrambi a testimonianza di due profonde fratture.
    La prima è sociale: oggi gli Usa non sono più il Paese della speranza e della crescita. I dati reali sull’economia americana rivelano che la classe media è ormai annientata, che i giovani si indebitano per studiare nelle migliori università e poi non trovano lavoro, che la gente per sopravvivere deve fare più mestieri, che l’indebitamento privato affossa le economie domestiche.
    L’americano medio – non quello di New York o San Francisco – si sente tradito e spesso è disperato. Otto anni fa aveva creduto ad Obama, quello della speranza e del “Yes We Can”: era il volto bello e rispettabile di una politica che prometteva vero cambiamento, sappiamo com’è andata a finire.
    L’onda lunga di quella delusione ha screditato i partiti tradizionali legittimando un personaggio fuori dagli schemi come Trump.

    L’altra frattura è dentro l’establishment. Le élite americane sono diventate autoreferenziali, prive di contatto con il Paese reale e troppo ricche per restare eque. Il meccanismo di selezione di queste élite si è inceppato o più probabilmente è marcito: un’America che elegge Bush padre e poi Bush figlio e che ora propone come presidente la moglie dell’ex presidente Clinton denota gli stessi difetti dell’aristocrazia europea, quella – per intenderci – spazzata via dalla Rivoluzione francese.
    Le email diffuse da Wikileaks e dalle indiscrezioni sulla Fondazione Clinton svelano la metà nascosta del potere, fatto di corruzione implicita e talvolta esplicita, scambi di favori tra potenti, asservimento della stampa, logiche di clan, perseguimento di agende segrete troppo distanti da quelle proclamate in pubblico.
    Come può essere credibile una famiglia, quella dei Clinton, che di fatto barattava colloqui personali – a quanto pare anche al Dipartimento di Stato – e comparsate a convegni a colpi di donazioni milionarie alla propria Fondazione? Donazioni che provenivano anche da Paesi inqualificabili?

    Tramite Assange (vedi suggeriti) abbiamo saputo che a volere la caduta di Gheddafi non è stato l’ex presidente francese Sarkozy, come ipotizzato finora, ma Hillary e contro addirittura la volontà di Obama.
    Ecco perché quando ci si chiede quale sia il candidato migliore, io rispondo che bisogna chiedersi quale sia quello meno scadente e meno pericoloso per noi europei.

    Trump è un’incognita ma l’esperienza dimostra che quando personaggi eccentrici entrano nella stanza dei bottoni, di solito moderano la propria visione del mondo, si rendono conto del proprio potere e diventano più prudenti. Trump è un uomo d’affari: sa che ci sono delle linee rosse da non superare.
    Hillary, invece, purtroppo è senza misteri: rappresenta la continuità della politica neoconservatrice che, dall’11 settembre 2001, ha caratterizzato la politica estera americana e che si è tradotta nella destabilizzazione dell’Iraq, dell’Egitto, della Tunisia, della Libia, della Siria, dell’Ucraina, in una guerra al terrorismo che ha portato a più terrorismo e alla nascita dell’Isis, in circostanze peraltro molto ambigue. Rappresenta quella parte di America che vuole regolare i conti con la Russia, perseguendo una politica anti Putin pretestuosa e per noi europei nefasta. Una politica che domani potrebbe condurre a una guerra con il Cremlino.

    Ecco perché tra i due candidati il più pericoloso, per noi europei, è, paradossalmente, colei che la stampa dipinge come moderata e progressista: Hillary Clinton.
    In ogni caso: che delusione (e che disastro…) questa America.

  • agbiuso

    novembre 8, 2016

    Elezioni presidenziali del 2000: Gore 50.999.897 (48,4 %) – Bush 50.456.002 (47,9 %).
    Vincitore: BUSH.
    Questa è la cosiddetta ‘democrazia’ degli Stati Uniti d’America.

  • agbiuso

    ottobre 17, 2016

    La stampa asservita ai Clinton si concentra sul sessismo di Trump e ignora del tutto la completa inaffidabilità e irresponsabilità politica della signora Rodham Clinton. Ribadisco dunque che il candidato più pericoloso per la pace mondiale è quello democratico.

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    WALL STREET JOURNAL: LA STAMPA AMERICANA NASCONDE I PECCATI DI HILLARY

    La lista di scandali di Hillary Clinton sta diventando talmente lunga che si fa fatica a ricordarsene, eppure “incredibilmente” la stampa americana continua ad ignorarla per prendere di mira i commenti volgari di Trump. Dopo molte denunce indipendenti, oggi anche l’autorevole Wall Street Journal parla apertamente di stampa asservita alla Clinton, dell’amministrazione Obama che lavora come un’estensione dello staff elettorale di Hillary e del FBI tacitata per non interrompere la campagna della candidata democratica, in un intreccio di denaro, influenza e favori che ruota intorno all’immancabile Fondazione Clinton. Via ZeroHedge.

    di Tyler Durden, 14 ottobre 2016
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    L’articolo completo è stato pubblicato in Voci dall’estero

  • Pasquale D'Ascola

    settembre 25, 2016

    È possibile che tu abbia davvero ragione, Diegus; in particolare sul’eterodossia di Trump credo ci sia da dire che non è dissimile da quella di nanetti minori come alcuni qua, nel vecchio immmondo. La strategia è per tutti questi tribuni delle plebi di solito quella di farsi fare i discorsi dalla plebe dei bar, delle sala d’attesa, dei supermercati. Questo si chiama avere a cuore le esigenze dei mie concittadini, tifare per l’Italia, stare dalla parte del popolo, lasciando che siano i fatti a tranquillare chi paga le campagne elettorali e che ne determina, ma a volte no, il risultato. Che non cambia perché mi pare che il sistema dei sistemi sia tale per cui anche chi vince in base a certe premesse e promesse elettorali se vuole dominare deve fare quello che in campagna elettorale era la promessa dell’avversario. La conclusione, non andare a votare, laggiù mi pare ovvia. Il bipartittismo perfetto, basato sul denaro è in fondo un mezzo, la storia pare raccontarci, per mantenere lo status quo. Vadano come vadano le cose. Solo pochi avvisati sapevano che la gestione Obama non avrebbe spostato di uno zic l’asse di questo equilibrio. Non so se mi sono spiegato. Dunque il confronto tra questi due giganti dell’ovvio per contendersi il potere di cumannari su gran parte dell’Occidente, Andorra e Liechtenstein esclusi, è solo contesa tra due un po’ meno un po’ più orrendi su questo o quell’aspetto della futura politica. Personalmente, mi viene da immaginare che Trump, con il suo aperto isolazionismo, sia il miglior candidato europeo. Ma alla prova dei fatti, si vedrà. L’altra promette male e manterrà. Si preparano tempi ancore più bui.

  • diego

    settembre 21, 2016

    sono dell’idea che la classe operaia statunitense, ormai ombra dell’ombra di se stessa, se voterà, voterà Trump; questi è un personaggio fortemente negativo (basti pensare ai legami che il capo del suo staff propagandistico aveva con i peggiori torturatori del pianeta) eppure paradossalmente chi voterà, lo farà pensando che in qualche modo il miliardario dal ciuffo è eterodosso al potere finanziario di wall street; e in un certo senso è vero; onestamente fossi uno statunitense non andrei a votare

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