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The Managerial Revolution

Managerial-revolution-1941Il totalitarismo nel quale viviamo -naturalmente senza accorgercene- è secondo Günther Anders soft poiché avendoci «già determinati avant la lettre, può sempre permettersi di essere generoso, può sempre restare liberale. […] Ci lascia le mani libere per le nostre opere? Sì. Perché le nostre mani sono opera sua» (L’uomo è antiquato II. Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, 2007, p. 171).
Fondamentale in questa struttura è naturalmente l’informazione, la quale descrive un mondo radicalmente virtuale, dove gli eventi sono tutti spiegati e piegati a vantaggio del padrone, vale a dire gli Stati Uniti d’America e le loro emanazioni finanziarie. Così nessuno dice, ad esempio, che la tragedia dei migranti che si ammassano ai confini dell’Europa, spesso con esiti fatali, è frutto non della miseria e della dittatura -che nelle aree di provenienza sono ben presenti da decenni- bensì di una ‘strategia del caos’ «che gli occidentali hanno portato a casa loro», la quale «mira ad abbattere i regimi laici a vantaggio dei movimenti islamisti, onde smantellare alcuni apparati statuali e militari che non potevano controllare e poi a rimodellare l’intera regione sulla base di piani stabiliti ben prima degli attentati dell’11 settembre. Così, lo Stato islamico (‘Daesh’) è stato creato dagli americani nel contesto dell’invasione dell’Iraq, e poi si è rivoltato contro di loro. […] Oggi abbiamo perciò tre guerre in una: una guerra suicida contro la Siria, nella quale gli occidentali sono gli alleati di fatto dei jihadisti, una guerra degli americani contro lo Stato islamico e una guerra delle dittature del Golfo e della Turchia contro l’asse Beirut-Damasco-Teheran, con la Russia sullo sfondo» (Alain de Benoist in Diorama Letterario 325, p. 6).
La stessa grave disinformazione è attiva nelle questioni economiche, nel «trionfo incondizionato ed assoluto della visione capitalista, che resta salda e inscalfibile a governare i disastri che ha prodotto, non solo nei proclami politici ma, prima e soprattutto, nel senso comune della gente», una visione per la quale è necessario sacrificare tutto alla cosiddetta ‘crescita’ del PIL, la quale ci impedisce di «accettare l’idea che, da molti anni, viviamo al di sopra delle nostre possibilità, e quella cosa chiamata Pil, lo vogliamo o meno, decrescerà. Non sarà un gran dramma, se quello che decrescerà con lui saranno solo i suoi frutti più maturi: gadgets, o, per dirla in un’altra lingua, minchiate» (Archimede Callaioli, ivi, p. 27).
Una delle menti e delle scritture più lucide del Novecento, George Orwell, aveva ben compreso radici e sviluppi del totalitarismo linguistico, della neolingua che -dagli slogan dei telegiornali al politicamente corretto- distrugge ogni potenzialità critica delle menti: «In 1984 la ‘neolingua risponde a questa duplice esigenza: impoverire e rendere ogni pensiero non conforme impossibile sin dall’inizio. Insomma, una sorta di contraccezione intellettuale, di profilassi mentale» (Emmanuel Lévy, p. 39). Orwell aveva letto con grande attenzione i libri dello studioso statunitense James Burnham, il quale nel 1946 cominciò a parlare di una Managerial Revolution, dell’ascesa di «una nuova classe transnazionale: quella degli ‘organizzatori’», protagonisti di «un nuovo tipo di società planetaria e centralizzata, che non sarà né capitalista, né socialista, né democratica e in cui emergerà una nuova classe, quella degli ‘organizzatori’ o ‘managers’, i quali saranno ‘dirigenti d’impresa, tecnici, burocrati e militari’» (Id., p. 38).
È esattamente quanto sta accadendo. Ha dunque ragione Martin Heidegger ad accomunare nazionalsocialismo, comunismo e capitalismo nella comune distruzione di ogni stratificazione temporale, di ogni identità spaziale, di ogni libertà e comunità, di ogni vita.

5 commenti

  • pasquale

    6 Settembre, 2015

    Letto e approvato. Grazie Alberto. Non sono statao capace di twittarlo però. P.

  • agbiuso

    5 Settembre, 2015

    Derrière les “migrants”, le Capital, ses gouvernements, et l’Union Européenne…
    … Comment les “grands” de ce monde font mine de s’étonner de ce qu’ils ont eux-mêmes créé!

    di Jacques Cotta, La Sociale, 3.9.2015

  • pasquale

    2 Settembre, 2015

    Una delle menti e delle scritture più lucide del Novecento, George Orwell, aveva ben compreso radici e sviluppi del totalitarismo linguistico, della neolingua che -dagli slogan dei telegiornali al politicamente corretto- distrugge ogni potenzialità critica delle menti: «In 1984 la ‘neolingua risponde a questa duplice esigenza: impoverire e rendere ogni pensiero non conforme impossibile sin dall’inizio. Insomma, una sorta di contraccezione intellettuale, di profilassi mentale» (Emmanuel Lévy, p. 39). Orwell aveva letto con grande attenzione i libri dello studioso statunitense James Burnham, il quale nel 1946 cominciò a parlare di una Managerial Revolution, dell’ascesa di «una nuova classe transnazionale: quella degli ‘organizzatori’», protagonisti di «un nuovo tipo di società planetaria e centralizzata, che non sarà né capitalista, né socialista, né democratica e in cui emergerà una nuova classe, quella degli ‘organizzatori’ o ‘managers’, i quali saranno ‘dirigenti d’impresa, tecnici, burocrati e militari’» (Id., p. 38).
    È esattamente quanto sta accadendo. Ha dunque ragione Martin Heidegger ad accomunare nazionalsocialismo, comunismo e capitalismo nella comune distruzione di ogni stratificazione temporale, di ogni identità spaziale, di ogni libertà e comunità, di ogni vita.

    Ciò detto è detto tutto. In particolare per la questione della lingua cercherò di mettere insieme un’osservazione che apposterò appena pronta nel mio blog.
    Per quanto riguarda invece la geografia politica divisata dalla tua osservazione mi sento di dar seguito all’allarme rosso in cui, al solo riandare ad una carta geografica, da tempo staziono. Come chiunque potrà esperire lo scacchiere europeo tradizionale, quello che sulla carta, intesa come tovaglia di osteria da sbrattare e gettare nel riciclabile, ha più o meno l’aspetto di una fetta di melone; è messo per traverso tra l’impero americano e l’impero russo e a qualcuno pare proprio vada per traverso. Ad est attutito dal menisco degli stati a scarsa vocazione imperiale ma proni al primo che passa che pesti più forte, come l’Ungheria, stati gulasch, stati orda stanziale: carini, pericolosi. Ad ovest confinato dal mare atlantico che, mutatis mutandis, è il mare nostrum degli SUA. Trascurando per comodo polemico l’infamia cretina della politica mediorientale (beninteso non sono un’analista della Cia ma temo talvolta di essere più intelligente come psico-analista) che mi pare il colpo di lama definitivo per far fuori da lì, et coûte que coûte, i residui di lente ed efficaci, diversamente autoritarie per quanto antipatiche ingerenze sovietiche, in modo che dal caos si generi un’altra orda e non un ab chaos ordo, di affaristi coûte que coûte, e petrolieri della generazione di sempre (ve la diamo noi la riduzione dell’inquinamento carbonico: mia cugina che lavorava all’Eni mi diceva sarcastica che finché laggiù c’è guerra, c’è speranza di dividendi; più si ammazzano più l’Eni, un peto di cameriere al tavolo delle dieci più grandi amministratrici del greggio mondiale, guadagna a ufo) trascurando questo particolare dico, mi pare che l’interesse miricano, bizzarro perchè taglierebbe i ponti de drio ad una ricca generazione di turisti, sia quello di far fuori un’Europa priva di risorse e di cibo e, forse di acqua con una guerra dei trent’anni di terzo tipo: o facendole credere che presto le moschee domineranno le abetaie norvegesi ( qualcuno saprà dire chi paga Salvini perché un cane che abbaia tutti i giorni costa un bel tot di carne al padrone). O, esportando da noi, davvero nascosti tra una folla in fuga il grosso della militanza terroristica. (In fondo cosa c’è di più che in Europa da distruggere. Noi siamo tutti un fantastico campo di tiro al bersaglio). O semplicemente affollandola, di siriani e quel che c’è c’è, in modo che le cedano, motori, timoni, scafo e tutto lo scheletro. Man salva poi agli eserciti per manovrare e vinca il migliore, dalla Bretagna al Volga ampio spazio di corsa per carri Abram; anche solo per tenerli a bada i russi di là dal melone, Ucraina se concedente con i suoi bei carri Oplot T84, nella speranza sia chiaro a qualcuno meno ottuso tra i consiglieri militare americani che sconfiggere i russi sul campo è stato finora impossibile quanto ridurre al buon senso l’Afganistan. Mi domando se, prima di divenire a sua volta appunto un melobarcone (che può voler dire tanto melone-barcone quanto barcone canterino) alla soi disante Europe non converrebbe riflettere se e come scaricare i loschi figuri del fondo salvastati e della BCE che se la gingillano, l’Avrupa, in punta di forchetta ( tutti educati a tavola lor signori, non uno che si cavi le scarpe sotto la tovaglia, rivelando che gli puzzano i piedi anche solo a star seduto dopo un po’) e, cercando di agglutinare le teste migliori che affollano le sue frontiere, assorbirne le ricchezze intellettuali che di sicuro non mancano, o non dimostrerebbero un certo ingegno alcuni profughi e una buona conoscenza delle linee di comunicazione, come se non meglio di Eichmann voglio dire, nel volere fuggire a nord, tra i luterani e gli atei, mica a far gli spazza patate a Roma, al fine di una revisione totale, fino alla sua estinzione del presente sistema capitalista. Fosse appena appena un po’ furba dalle ceneri di questa Europa di carte e passacarte potrebbe nascere il nuovo modello di convivenza integrata, antamericana e antirussa. Ma questa è fantascienza, me ne rendo conto, per non dire fantascemenza. Arrivo in ritardo dopo le vostre belle considerazioni che, ovviamente, il mio altro sconsolato approva e condivide.
    Vostro Pasqualino marajà.

  • agbiuso

    2 Settembre, 2015

    Caro Diego, ti ringrazio davvero per questo tuo elogio della filosofia, che è un elogio della ragione e della vita, di una vita sensata e misurata, di una vita bella perché sempre attenta al mondo e curiosa del suo divenire.

  • diego

    2 Settembre, 2015

    non ho tempo per argomentare (sto lavorando e facendo il badante nel contempo, quindi non posso reclutare citazioni ad hoc), ma penso, Alberto carissimo, che la filosofia, la cultura umanistica in genere (compresi i territori non banali laddove connessi di etologia, ecologia, neuroscienze ecc. ecc.) sia fondamentale proprio per salvarsi dal disastro ecologico/economico

    facci caso: più lavori per dare cultura ai giovani ed ai discepoli anziani come me, più dai spessore all’umano, all’essere libero dall’ansia dell’avere, più contribuisci ad un vivere anche sano, nel senso esatto del termine

    mai come oggi la filosofia è decisiva, indispensabile, per ridefinire il perimetro del vivere e agguantare il vero gusto del vivere, e non con l’intento di «aggiustare» come fanno spesso gli psicologi, ma con l’intento di far essere umani

    torno al mio lavoro…

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