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Merce, incanto, simboli

Il consumismo? Si può presentare anche come ecosostenibile
il manifesto
1 giugno 2019
pagina 11

Oltre l’economia, i simboli. Il fondamento economico delle strutture sociali è indubitabile ma da solo non basta a comprendere quanto si muove nei labirinti delle vite individuali e collettive. L’incanto della merce diventata social è sempre più pervasivo, illimitato e sovrano, sino a delineare un vero e proprio «totalitarismo simbolico», capace  di assumere aspetti progressisti, umanitari, ‘ecosostenibili’. Discutendo sul manifesto il libro di Gianpiero Vincenzo Starbucks a Milano e l’effetto Don Chisciotte. I rituali sociali contemporanei, cerco di analizzare brevemente condizioni e forme di questa dinamica che intrama il presente.

«L’Unione Europea di Hayek»

Il titolo di questa brachilogia non è mio ma è quello di un articolo della giornalista economica Giovanna Cracco, direttrice della rivista Paginauno. Il testo è stato pubblicato sul numero 61 (febbraio/marzo 2019) .
Degli economisti Friedrich August von Hayek e Milton Friedman ho parlato qualche giorno fa. Riprendo adesso il discorso in relazione alle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. A distanza infatti di poco più di un anno dall’auspicio che nel marzo 2018 formulavo sul successo elettorale del Movimento 5 Stelle, alcuni elementi del programma di quel partito sono stati realizzati, molti altri no. E tuttavia confermo il mio sostegno al M5S.
A convincermi è stata anche e specialmente l’analisi che Cracco propone dei fondamenti e delle scelte politiche di un Parlamento Europeo di impronta liberale e liberista, come quello che ha rappresentato e governato l’Unione Europea negli ultimi cinque anni e continuerebbe a dominarla se prevalessero le formazioni politiche favorevoli al potere liberista. In Italia: il Partito Democratico; Forza Italia -la cui proposta di Mario Draghi a capo di un nuovo governo italiano (che avrebbe certamente il sostegno del PD), ha il pregio della chiarezza, Draghi è infatti l’emblema stesso dell’ultraliberismo dell’Unione Europea–; la Lega, che si presenta come ‘sovranista’ ma le cui scelte politiche sono nel segno del liberismo occidentalista.
Ho illustrato più volte le ragioni per le quali ritengo negative sino alla catastrofe le politiche liberiste; l’ho fatto ad esempio qui: Brexit. Assai meglio di quanto possa enunciarle io, che economista non sono, tali motivazioni vengono riassunte con grande chiarezza nell’articolo di Cracco, la cui rivista è decisamente ‘di sinistra’. Invito dunque a leggere queste poche pagine, nel cui pdf si trovano anche alcune mie evidenziazioni.

Ridere

Invito a gustare il video di una trasmissione satirica tedesca – Die Anstalt  dedicata ai neoliberali della Mont Pelerin Society. Quest’ultima è una organizzazione internazionale nata nel 1947 per difendere, promuovere e diffondere i principi del liberismo e della ‘Società Aperta’. Otto dei suoi membri sono stati insigniti del premio Nobel per l’economia, che si conferma in questo modo un premio frutto di ben precise opzioni ideologiche. Tra questi economisti, Friedrich von Hayek (qui sopra a sinistra) e Milton Friedman (a destra), che sono i più significativi ispiratori dell’attuale politica economica mondiale, messa in atto dai presidenti USA, dal Cile di Pinochet, dall’Unione Europea e dalla più parte dei suoi Stati membri.
Il video, che mi è stato segnalato da Pasquale D’Ascola, dura 13 minuti. Non è una lezione universitaria o una conferenza ma un programma satirico che ha il merito di spiegare con grande chiarezza e in modo divertente alcune tendenze fondamentali della politica e del potere contemporanei. E tutto questo è andato in onda il 7 novembre 2017 sulla ZDF (Zweites Deutsches Fernsehen), televisione pubblica tedesca. In Germania i comici fanno anche questo. In Italia si concentrano sulle battute di un politico, sull’abbigliamento di un altro, sui congiuntivi di un altro ancora. Satira da miserabili, insomma, che non sfiora neppure lontanamente chi e che cosa comanda veramente. Spesso si tratta di superficialità, altre volte è una scelta ben precisa, compiuta allo scopo di distrarre i cittadini e lasciarli nella loro ignoranza di sudditi che ridono di questioni apparentemente politiche ma politicamente insignificanti. 

Resistenza

La dimensione pubblica va dissolvendosi nella supremazia della finanza sulla politica; una trasformazione che è cifra, senso e spiegazione profonda di quanto sta accadendo nel XXI secolo.
Ne discuteremo al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Catania venerdì 10 maggio 2019, alle 16,00 in un incontro dal titolo Elementi di resistenza. Io parlerò delle ragioni e dei modi per Resistere all’ultraliberismo.

 

Das Kommunistische Manifest

Il giovane Karl Marx
(Le jeune Karl Marx)
di Raoul Peck
Francia-Germania-Belgio, 2017
Con: Auguste Diehl (Karl Marx), Stefan Konarske (Friedrich Engels), Vicky Krieps (Jenny von Westphalen), Hannah Steele (Mary Burns), Olivier Gourmet (Pierre Proudhon)
Trailer del film

La scena iniziale racconta di impiegate in un call center che si sentono male sul lavoro e il cui padrone dichiara di non obbligare nessuna di loro a rimanere. Quando la più libera denuncia le condizioni di sfruttamento viene licenziata in tronco. Una delle scene centrali descrive un industriale che giustifica i bassi salari e l’utilizzo di manodopera immigrata e precaria affermando che se non facesse così non potrebbe reggere la concorrenza, dovrebbe aumentare i prezzi dei suoi prodotti e l’azienda fallirebbe. Inoltre, «se non lo faccio io, lo farebbero altri».
Siamo negli anni Quaranta dell’Ottocento e naturalmente non si tratta di call center ma di industrie tessili, non di manodopera immigrata ma di lavoro minorile. E tuttavia la tipologia, le motivazioni, le modalità dello sfruttamento sono le stesse. E anche le leggi sono simili, specialmente da quando la riforma del diritto del lavoro  in Italia -il cosiddetto Jobs Act- e analoghe legislazioni in Europa hanno legalizzato il precariato, i salari infimi, il ricatto padronale e le tante altre forme con le quali il capitale vive e uccide.
Ne hanno discusso con lucidità Noam Chomsky e Yanis Varoufakis. Il primo afferma che «the predators in the so-called private sector are there [nelle Università e nei Centri di ricerca] to see what they can pick up from the taxpayer-funded research in the fundamental biological sciences, and that’s called free enterprise and a free-market system. So speak of hypocrisy, it’s pretty hard to go beyond that» e il secondo conclude che la ricchezza «is being created collectively and appropriated privately but right from the beginning» (Full transcript of the Yanis Varoufakis | Noam Chomsky NYPL discussion). Fin dal principio e tuttora.
Bisognerebbe pensare a tutto questo quando si osserva il crollo dei partiti socialdemocratici in Europa. Mentre i partiti di destra difendono i loro tradizionali referenti -industriali, imprenditori, finanzieri, alta borghesia-, i partiti che si autodefiniscono di sinistra, come il Partito Democratico et similia, hanno tradito interamente la loro base sociale, che in Italia si è rivolta a forze quali il Movimento 5 Stelle e la Lega. Altrove gli operai hanno fatto lo stesso. È ciò che giustamente osserva Giovanni Dall’Orto, quando scrive che «la non-gestione dei flussi migratori serve alla creazione di un “esercito industriale di riserva” che non avendo nessun diritto, a partire da quelli di cittadinanza, è costretto ad accettare lavori al puro livello di sussistenza o in alternativa a morire di fame, spingendo così il proletariato “nazionale” ad abbassare le proprie pretese troppo “choosy“. I marxisti italiani che sento invocare porti aperti per tutti, sono protetti da tale concorrenza lavorativa dalla cittadinanza e dal fatto che svolgono lavori (in genere pubblici e burocratico-amministrativi) in cui la madrelingua italiana e la cittadinanza è necessaria. Non è quindi per un caso se oggi gli operai votano Lega e la sinistra “fa il pieno” nei quartieri ricchi delle grandi città» (“Aiutiamoci a casa nostra”. Migranti, ipocrisie e contraddizioni in «Sinistrainrete. Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra», 23.6.2018). È così che si ragiona in politica e in sociologia, non mediante isterismi moralistici o appelli sentimentali. Chi opta per tali modalità semplicemente non capisce, e quindi perde.
Le jeune Karl Marx è un film storico, a tratti coinvolgente, a volte ingenuo e anche inevitabilmente un poco didascalico -comunque quasi sempre corretto- che racconta le vicende private e politiche del Marx ventenne, le difficoltà economiche, gli sforzi per sostentare la moglie Jenny e le due bambine, il carattere impetuoso e difficile, gli inizi del sodalizio con un altrettanto giovane Friedrich Engels, l’accordo e poi la rottura con gli anarchici -Proudhon e Bakunin-, l’abilità con la quale Marx ed Engels trasformarono la Lega dei giusti -permeata di ciò che oggi si definirebbe buonismo– nel Partito Comunista, alla cui base venne posta una rigorosa teoria delle forze, dei modi e dei rapporti di produzione, che nulla possiede -tuttora- di psicologico e molto, invece, di analitico e plausibile.
Perché «la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi. […] Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia […] ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche. La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. […] La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro. […] Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e e al consumo di tutti i paesi [oggi il fenomeno di chiama Globalizzazione]
[…] Come ha reso la campagna dipendente dalla città, la borghesia ha reso i paesi barbari e semibarbari dipendenti da quelli inciviliti, i popoli di contadini da quelli di borghesi, l’Oriente dall’Occidente. […] Il sottoproletariato, questa putrefazione passiva degli infimi strati della società, che in seguito a una rivoluzione proletaria viene scagliato qua e là nel movimento, sarà più disposto, date tutte le sue condizioni di vita, a lasciarsi comprare per mene reazionarie. […] La lotta del proletariato contro la borghesia è in un primo tempo lotta nazionale, anche se non sostanzialmente, certo formalmente. È naturale che il proletariato di ciascun paese debba anzitutto sbrigarsela con la propria borghesia [anche a questo principio fa riferimento il Sovranismo].
[…] Una parte della borghesia desidera di portar rimedio agli inconvenienti sociali, per garantire l’esistenza della società borghese. Rientrano in questa categoria economisti, filantropi, umanitari [nell’originale: Philanthropen, Humanitäre], miglioratori della situazione delle classi lavoratrici, organizzatori di beneficenze, protettori degli animali, fondatori di società di temperanze e tutta una variopinta genìa di oscuri riformatori». E così via.
(Marx-Engels, Manifesto del Partito Comunista, a cura di E. Cantimori Mezzomonti, Laterza 1981, pp. 54;  57-59; 61; 73; 74; 109-110).
Lessi queste pagine per la prima volta quando avevo 17 anni e non le ho dimenticate. Le ho rilette più volte insieme ai miei studenti quando insegnavo filosofia a scuola. Ho commesso l’errore di non leggerle anche insieme agli studenti universitari, immaginando -a torto- che le conoscessero. E invece in un Paese irrimediabilmente cattolico, e quindi ferocemente sentimentale, le lacrimevoli immagini di Internet, gli appelli a favore «di donne e bambini» pretendono di sostituire le analisi più oggettive dell’umano e delle società. A vantaggio, come sempre, della borghesia globalizzata e dei suoi interessi. È anche per questo che le tesi di Karl Marx sono ancora vive, poiché è ancora vivo l’inganno borghese-umanitario che Das Manifest der Kommunistischen Partei aveva disvelato. Nel 1848. 

Riforme

L’editrice Petite Plaisance continua la pubblicazione dei numeri della rivista Punti Critici.
Nel numero 5/6 del dicembre 2001 vi apparve un mio saggio dal titolo Sulla «Grande Riforma» della scuola italiana. In esso proseguivo la riflessione iniziata sulla stessa rivista (numero 2 – settembre/dicembre 1999) con un contributo su Educazione e antropologia.
A distanza di diciotto anni da questi due saggi -e da quelli di analogo argomento pubblicati sulla rivista diretta da Dario Generali il Voltaire. Cultura Scuola Società– provo la tristezza di aver compreso che cosa fosse in gioco e di aver previsto con sufficiente esattezza  che cosa sarebbe accaduto alla Scuola e all’Università. Tra l’altro, in questo saggio (alle pp. 168-169) mi esprimevo criticamente sul concetto di flessibilità, che non a caso è stato ripreso ed enfatizzato positivamente dal Presidente della CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) durante un recente dialogo che abbiamo avuto nel mio Dipartimento in occasione del IV Colloquio di ricerca.
Posso dire che questi testi rappresentano un’archeologia (nel senso foucaultiano) della catastrofe educativa italiana ed europea.

«Negli scorsi decenni ciò che chiamiamo cultura è stato visto da molti quasi soltanto come uno strumento di potere e di discriminazione. Nella impossibilità di elevare tutti al sapere, quanti hanno aderito a quella concezione hanno poi operato – consapevolmente o meno non ha importanza – allo scopo di distruggere la cultura come valore e di dequalificare scuole e università ponendole al servizio del ‘mondo del lavoro’, vale a dire del capitalismo globalizzatore dominato dagli Stati Uniti d’America. Questo è il vero significato delle riforme scolastiche in corso in Europa da alcuni anni, comprese quelle imposte in Italia dal ministro Berlinguer e dai suoi consiglieri-successori».

Hard Times

Io, Daniel Blake
(I, Daniel Blake)
di Ken Loach
Gran Bretagna – Francia, 2016
Con: Dave Johns (Daniel Blake), Hayley Squires (Kattie)
Trailer del film

Ha subìto un attacco cardiaco. Il medico gli ha prescritto una lunga pausa dal lavoro. La pratica è in mano a un’agenzia privata, delegata dal governo inglese a verificare la capacità di lavoro di Daniel Blake. La funzionaria sanitaria -né un medico né un’infermiera ma un’impiegata- gli nega la condizione che era stata certificata da collegi di medici. Comincia quindi il percorso di Daniel dentro i gironi degli uffici, dei colloqui, dei curricula, della documentazione da produrre on line. Comincia e più non si conclude.
Incentrato su una singola persona, che ha molta voglia di lavorare, il film si allarga a una ragazza che tenta di sopravvivere con due figli a carico. L’esito è per tutti il freddo e la fame. Esattamente come nei romanzi ottocenteschi di Charles Dickens, in particolare Hard Times – For These Times. La differenza è la tecnologia quale ulteriore strumento di oppressione. La miseria britannica è la stessa. Perché il contesto è identico ed è la forma economica del Capitale nella sua versione ultraliberista. Non si tratta di variabili personali, di essere buoni o cattivi, lavoratori o pigri, razionali o imprudenti. Queste differenze sono certamente reali e incidono sul destino delle persone, ma qui -nell’economia contemporanea- si tratta del sistema generato nel profondo dal calvinismo -come Max Weber ci ha insegnato- e per il quale il successo è segno della benevolenza divina e il fallimento esistenziale ed economico è segno di un probabile destino di dannazione eterna.
Questo rimane il nucleo dell’ideologia anglosassone del successo e del farsi da sé, una concezione ultraindividualistica e barbarica del mondo, per la quale non esiste Mitsein, non c’è comunità, ma soltanto il confronto del singolo con il suo dio e con il proprio destino. Per inciso, quando Heidegger difende l’Europa rispetto all’americanismo -come fa pure nei Quaderni neri– difende anche questa dimensione collettiva dell’esistenza umana rispetto alla ferocia antisociale del sistema di produzione capitalistico.
Per comprendere tale sistema basterebbero la scena iniziale del film -titoli di testa su sfondo nero, durante i quali si ascolta il primo dialogo tra Daniel Blake e la ‘funzionaria sanitaria’: non comunicazione assoluta- e quella centrale nella quale Kattie afferra e apre una scatola di pomodori, poiché è da giorni che non mangia per poter nutrire i propri figli, mostrando una fame che di solito associamo alla ‘povera’ Africa ma che sembra impensabile in Europa. E invece è una fame reale. Molto più reale delle astrazioni economicistiche e matematiche di Milton Friedman e dei suoi Chicago Boys, le quali hanno ispirato e continuano a guidare l’opera di governanti dell’ultradestra come Pinochet, Thatcher, Reagan, Sarkozy, Cameron, Monti, Renzi, Macron e altri analoghi soggetti.

Vi presento il Capitale

Vi presento Toni Erdmann
(Toni Erdmann)
di Maren Ade
Germania-Austria 2016
Con: Peter Simonischek (Winfried / Toni Erdmann), Sandra Hüller (Ines), Thomas Loibl (Gerald), Trystan Pütter (Tim), Michael Wittenborn (Hennenberg), Vlad Ivanov (Iliescu)
Trailer del film

Winfried Conradi non è più giovane ma ama scherzare come un ragazzino, con parrucche, denti finti e aggeggi vari. Bada anche all’anziana madre e a un cane ancor più vecchio. La figlia Ines è una consulente aziendale, sempre in giro per il mondo e totalmente concentrata sul proprio lavoro, che sostanzialmente consiste nel preparare le condizioni per delocalizzare le aziende e licenziare delle persone. Adesso si trova a Bucarest. Winfried le si presenta all’improvviso, con la motivazione del compleanno di lei. Il padre osserva Ines, i suoi ritmi, gli sguardi, il lavoro, la fragilità e la ferocia. Dopo pochi giorni sembra ripartire e invece ricompare nelle vesti di Toni Erdmann, un bizzarro consulente-coach. Ines è costretta a presentarlo in questa veste ai suoi colleghi e amici. La travolgente e amara allegria di Toni Erdmann non servirà forse a ricomporre il legame tra padre e figlia ma sarà utile a indurre finalmente Ines a guardare davvero il tessuto dei propri giorni, il significato della vita.
Riassunto così, sembra un film psicologico e intimista. E invece è -soprattutto nella prima parte- una attenta ed esatta descrizione della brutalità del Capitale. I soggetti che lavorano alla liquidazione delle aziende utilizzano la lingua dell’anglofinanza, ben adatta a mascherare dietro termini asettici la rovina del corpo sociale. I soggetti che lavorano alla liquidazione delle aziende guardano soltanto al profitto come stella polare dei loro pensieri e delle azioni. I soggetti che lavorano alla liquidazione delle aziende si comportano al modo dei software: programmati, prevedibili, freddi. Gettato in tale mondo, il calore triste di Toni Erdmann osserva con stupore, ne comprende alcune forme se non proprio i significati, reagisce con l’istinto della vita rispetto alla morte.
Quando il padre accenna a tutto questo, Ines risponde con sarcasmo, rifiutando parole come «senso, felicità, esistenza». E a un certo punto si ascolta una domanda che non pensavo il cinema potesse ancora porre al capitale finanziario: «Ma tu sei un essere umano?».
La radicalità dell’interrogativo esprime con l’efficacia della sintesi la struttura reificata dell’economia contemporanea, la sua natura alienata (sì, i termini marxiani sono ancora attuali). Alla ricerca dei propri corpi cancellati dall’ossessione finanziaria, i personaggi cadono inevitabilmente nella volgarità di forme trasgressive assai banali, dalle quali escono più storditi di prima. L’evolversi dell’intreccio narrativo conferma quanto difficile sia rimanere svegli dentro il sonno del denaro.
Lo è stato anche per il pubblico dell’arena Adua di Catania, il quale sorpreso, sconcertato e irritato ha cominciato ad andarsene. Probabilmente ci si aspettava un film familiar-sentimentale e ci si è ritrovati davanti a un’opera politica. Toni Erdmann è certamente anche un film sentimentale, lo è però nel significato completo della parola. Ed è anche pieno di divertimento. Lo stile è quello del gruppo Dogma di Lars von Trier, anche se molto temperato. In ogni caso un film lento -anche questo ho sentito- rispetto alla banale frenesia del cinema statunitense.
Il corpo sociale (il pubblico medio) è talmente anestetizzato dalla bidimensionalità, frammentarietà e velocità degli schermi facebookiani e della pubblicità televisiva da non riuscire a sostenere opere che abbiano un minimo di profondità stilistica e analitica.

Kapitalism

Santiago Sierra
Mea Culpa
Milano – Padiglione d’Arte Contemporanea
A cura di Diego Sileo e Lutz Henke
Sino  al 4 giugno 2017

Il gesto semplice e ironico di Duchamp ha liberato l’arte dalla collocazione museale e l’ha trasformata in un fare artistico che travalica i luoghi, la stasi, il semplice guardare. Da allora l’arte opera ovunque e sempre nel tempo e nello spazio, diventando azione, documento, immersione. Santiago Sierra è uno dei più significativi testimoni di questo situazionismo inseparabilmente estetico e politico. La mostra al PAC di Milano -uno degli spazi più creativi d’Europa- ne documenta la fecondità in modo intelligente e profondo.
Entriamo dunque nella materia sonora degli spari in città messicane controllate dai narcos; nella materia liquida di 200 litri d’acqua del Mar Morto (che sta scomparendo); nella materia solida di un metro cubo di pietre provenienti da Gerusalemme.
Entriamo nei segni di enormi graffiti incisi nel deserto marocchino sottratto dal governo al popolo Sahrawi; nei segni della parola Sumision (sottomissione) scavata al confine tra Messico e Stati Uniti; nei segni di 3000 buchi tutti uguali creati a Cadice; nei segni di enormi No che viaggiano per l’Europa, uno dei quali venne proiettato dietro la persona di Benedetto XVI tramite un sistema tecnico con il quale è impedito agli umani di vedere il segno, che rimane invece ben impresso nelle foto.
Entriamo negli spazi immensi del Polo Nord e del Polo Sud dove Sierra pianta la bandiera nera dell’anarchia.
Entriamo nei corpi umani che si fanno tatuare una riga sulla schiena, che mostrano i denti degli ultimi gitani di Ponticelli, che scavano fosse sulla spiaggia di Livorno e vi spariscono, che reduci dalle guerre statunitensi stanno ritti in un angolo a guardare il niente, che sostengono parallelepipedi alle pareti, che si accoppiano (veramente) e si masturbano.
E tutto questo le persone lo accettano e lo fanno in cambio di denaro, anche di poco denaro. «L’acqua di un mare destinato alla scomparsa», le pietre sacre di Gerusalemme, i corpi feriti dai tatuaggi o posseduti senza intimità, sono prodotti comprati in alcuni casi «dall’artista con una telefonata da Zurigo, modalità che sottolinea il potere d’acquisto senza limiti del denaro» (le citazioni sono tratte dal testo di presentazione della mostra). L’opera più emblematica di Sierra è il video che documenta da luoghi diversi del pianeta la distruzione della nove lettere che compongono la parola KAPITALISM. Lettere che cancellano in modo plurale la pluralità delle forme nelle quali il Capitale si manifesta, vive, uccide. Si ha la netta sensazione di una vittoria politica ottenuta con mezzi estetici ma non per questo meno significativi. Il pane dell’economia si mescola con le rose dell’arte, nichilismo e situazionismo si fondono e trasmettono una sensazione di potenza politica, di prosecuzione della resistenza con i mezzi libertari della critica.
La foto che vedete qui sopra l’ho scattata nello spazio più ampio del PAC. Quelli che sembrano degli strani parallelepipedi di colore nero sono in realtà 21 moduli antropometrici di materia fecale umana -raccolta dai manual scavengers che in India puliscono le latrine- lasciata essiccare per tre anni. Escrementi umani, alla lettera. Ché questo siamo, tutti. Ed è per tale ragione che intoniamo -ogni giorno- il mea culpa dell’esserci.

Ἄναξίμανδρος….ἀρχήν….εἴρηκε τῶν ὄντων τὸ πειρον….ἐξ ὧν δὲ γένεσίς ἐστι τοῖς οὖσι, καὶ τὴν φθορὰν εἰς ταῦτα γίνεσθαι κατὰ τὸ χρεὼν διδόναι γὰρ αὐτὰ δίκην καὶ τίσιν ἀλλήλοις τῆς ἀδικίας κατὰ τὴν τοῦ χρόνου τάξιν.

Principio degli esseri è l’apeiron, la polvere della terra e del tempo, il suo flusso infinito…Da dove gli enti hanno origine, là hanno anche la distruzione in modo necessario: le cose che sono tutte transeunti, infatti, subiscono l’una dall’altra punizione e vendetta per la loro ingiustizia secondo il decreto del Tempo.

(Anassimandro, in Simplicio: Commentario alla Fisica di Aristotele, 24, 13 [DK, B 1])

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