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Sovranismo / Globalismo 

A delle «pale eoliche» somigliano molti professionisti della politica: «girano nel vuoto e spandono vento» (A. de Benoist, Diorama Letterario 345, p. 8). E tanto più freneticamente girano quanto più il loro apparente potere va dissolvendosi nella supremazia della finanza sulla politica; una trasformazione che è la vera cifra, senso e spiegazione di quanto sta accadendo nel XXI secolo: «Sono le leve di controllo economiche, i centri di comando finanziari che, senza bisogno di alcun direttore d’orchestra collocato dietro le quinte o di altri mandanti occulti, convergono ufficialmente sugli impersonali ‘mercati’ per spostare gigantesche quantità di denaro virtuale, e di investimenti reali, in direzioni adatte alla preservazione dei loro interessi  -che coincidono con quelli di chi ha voluto, incensato e dichiarato irreversibili gli effetti della globalizzazione» (M. Tarchi, ivi, p. 1).
I nemici della libertà e della giustizia sono sempre meno gli stati e sempre più il capitale finanziario che è costitutivamente internazionalista. È anche per questo che il κριτήριον, la vera linea di demarcazione tra movimenti politici, non sta più nella topologia destra/sinistra ma nella distinzione tra i globalisti eredi del capitalismo e i sovranisti eredi dei diritti dei popoli. Una prova evidente che questo è il più corretto e plausibile criterio di demarcazione della politica contemporanea sta nel fatto che i globalisti praticano, teorizzano, difendono ciò che dalle analisi marxiane emerge come uno dei più efficaci e distruttivi strumenti del capitale: l’esercito industriale di riserva generato da ondate migratorie costanti e pervasive, il cui risultato è l’abbassamento dei salari e la perdita di diritti dei lavoratori. Marx condannava la concorrenza degli immigrati nei confronti dei lavoratori autoctoni, vedendo il vantaggio che tale immigrazione rappresenta per il padronato.

Alcuni esponenti della sinistra un po’ più accorti di altri se ne rendono pienamente conto, come in Italia Carlo Formenti e Carlo Freccero, i quali sono comunque degli intellettuali e non dei leader politici. Capo politico è invece Sahra Wagenknecht, importante esponente della sinistra radicale tedesca, deputata europea e vicepresidente del partito Die Linke (‘la Sinistra’, appunto), la quale ha dato vita al movimento Aufstehen (‘In piedi) esplicitamente contrario ai flussi migratori e all’accoglienza indiscriminata. Wagenknecht ha dichiarato che «il problema della povertà nel mondo non può essere risolto da un’immigrazione senza frontiere, il cui unico effetto è fornire manodopera a buon mercato al padronato» (Ivi, p. 9). Ludger Volmer, cofondatore di Aufstehen, rifiuta di considerare ‘razzisti’ tutti coloro che sul fenomeno migratorio hanno posizioni critiche, osserva che gli aiuti umanitari in quanto tali non hanno mai risolto alcun problema sociale, sostiene che la sinistra non può che uscire sconfitta dalla incomprensione delle ragioni profonde -anche antropologiche- che stanno alla base del rifiuto del migrazionismo da parte del corpo collettivo (ho sintetizzato il seguente testo di Volmer: «Jeder Rassist ist Ausländerfeind; aber nicht jeder Skeptiker der Zuwanderungspolitik ist Rassist. Eine Polarisierung in dieser Frage wird keinen Gewinner sehen, sondern die gesamte Linke als Verlierer. […]  Wann hat je humanitäre Hilfe – und darum handelt es sich auch bei der engagiertesten Flüchtlingshilfe – ungerechte Strukturen verändert? […] Ein solidarischer Diskurs verlangt, auf stigmatisierende Begriffe zu verzichten. Individuen, besonders wenn sie in subjektiv fragilen oder überkomplexen Situationen leben, reagieren auf zusätzliche Zumutungen mit Angst, auch mit Fremdenangst. Reicht es, diese Leute zu beschimpfen? Oder lohnt es vielleicht, sich einmal grundsätzlicher mit den widersprüchlichen Postulaten von Evolutionsbiologie und Sozialphilosophie zu befassen: ererbte oder tradierte Disposition und ihre durch bewusstseinsmäßige Reflexion gegebene Veränderbarkeit als Determinanten kulturellen Lernens». Versuch einer Problemskizze, 12.10.2018).
C’è molta lucidità politica nelle tesi di Volmer e Wagenknecht poiché soltanto dei miopi non vedono quanto è accaduto negli ultimi anni, il fatto che la sinistra si va dissolvendo perché ha rinunciato alla propria identità ideologica e alla base sociale che da sempre l’aveva caratterizzata, vale a dire ha rinunciato all’impegno e alla lotta a favore dei lavoratori, dei loro salari, dei loro diritti, dell’occupazione. La globalizzazione rappresenta infatti l’estensione del capitalismo e della speculazione finanziaria all’intero pianeta, a ogni economia, territorio, ambito produttivo e culturale. L’attacco globalista è diretto contro la Differenza e dunque contro le libertà, a favore di un’Identità che vorrebbe sottoporre l’intero pianeta e ogni individuo ai principi deterritorializzati e mercantili delle multinazionali e dei loro corifei.

L’immagine che illustra questo testo è di Steve McCurry; la foto (del 2013) raffigura una bella ragazza etiope della Valle del fiume Omo con il suo gallo, animale che in Occidente non è da compagnia, come non lo sono i topolini o le iguane di altre culture che l’omologazione globalista fa di tutto per cancellare. All’ONU, ad esempio, è in discussione una risoluzione contro «i cibi ad alto contenuto di grassi, zucchero e sale», che segnerebbe l’ostracismo verso molti prodotti italiani (Parmigiano, Gorgonzola, gnocchi e altro). Ne ho avuto esperienza diretta durante un soggiorno estivo in campagna a Bronte (Ct). Un amico allevatore mi ha detto che non poteva più darmi il suo formaggio perché gli è stato proibito di produrne in quanto non dotato di tutti i macchinari che soltanto grandi aziende zootecniche (vale a dire i lager nei quali vengono rinchiusi gli altri animali) possono permettersi. Non è più possibile, pertanto, gustare un prodotto buonissimo, sano, frutto del lavoro di un’azienda locale e non dell’industria alimentare. In nome della salute, certo, la salute del capitale.

Libertaria 2018

Sabato 20 ottobre 2018 alle 18,00 a Nicosia (Enna) nell’ambito delle Giornate di DaVì parteciperò alla presentazione di  Libertaria 2018 – Voci e dinamiche dell’altro (a cura di Luciano Lanza, Mimesis 2018) e Anarchici e orgogliosi di esserlo di Amedeo Bertolo (elèuthera 2017).

L’emancipazione è un processo senza fine. Anche questo ci insegna la storia dell’anarchismo. Un processo nel quale ciò che conta non è la meta finale -che non esiste- ma è il divenire della libertà. E questo accade perché anche il dominio è un processo senza fine. Tramontate alcune tradizionali strutture istituzionali, emergono forme sociali apparentemente più impalpabili, virtuali, ma di fatto anch’esse ferree. Tale è il Web, che diventa sempre più «una massiccia macchina di sorveglianza di proporzioni inimmaginabili alle polizie segrete del passato» (Harry Halpin, Libertaria 2018, pp. 46-47) e che esercita il proprio dominio con l’attiva complicità e partecipazione dei dominati. Tale è «il diritto internazionale umanitario, restio a prendere atto dell’egemonia orwelliana a livello linguistico, là dove la guerra è umanitaria, l’ordine ferreo è pace, la dittatura è democrazia, l’oligarchia è pluralismo» (Salvo Vaccaro, ivi, p. 32). Tale è lo squilibrio pervasivo e massiccio tra teorici alleati tra i quali uno -gli Stati Uniti d’America- interviene continuamente nell’immaginario collettivo, nelle condizioni economiche, nelle strutture terroristiche che esso stesso crea, protegge, finanzia. Il caso italiano è paradigmatico, come ben sanno gli anarchici milanesi. La strage di piazza Fontana non sarebbe stata infatti possibile né pensabile senza i ‘Servizi di sicurezza’ statunitensi che conoscevano e tranquillizzavano gli ideologi e i realizzatori del massacro.
La forma più violenta di dominio -quella che di fatto influenza e determina le altre- si attua nell’«abisso del nichilismo finanziario» (Vaccaro, 29), nella «finanziarizzazione predatoria» di cui discutono Yanis Varoufakis e Noam Chomsky. Il Capitale è sin dal principio l’appropriazione privata della ricchezza generata dall’intero corpo sociale. Il Capitale è l’astrattezza matematica della scienza economica che si pone per intero al suo servizio, ignorando nelle proprie equazioni -le equazioni che determinano poi la vita di miliardi di persone- lo spazio e il tempo reali, le fabbriche, i costi di trasporto, i monopoli; una scienza dunque del tutto disincarnata ma che detta le formule che poi la stampa finanziata dallo stesso Capitale rende luogo comune,  verità, decisione giusta e inevitabile.
Il Capitale è la legge del più forte, che nel 2008 salva le banche e le assicurazioni statunitensi che avevano accumulato miliardi di debiti -cancellandoli di botto-, affama la Grecia, per i suoi debiti di gran lunga inferiori, e condiziona la politica di tutte le società europee, compresa l’Italia.
Le istituzioni dell’Unione Europea sono le vere nemiche dell’Europa, dei suoi popoli, dei suoi lavoratori, dei suoi diritti, delle sue libertà. Varoufakis, che ha conosciuto dall’interno le strutture dell’Unione, parla di vera e propria «brutalità» dei banchieri dell’Eurogroup contro i rappresentati eletti degli stati europei.
Rispetto a questo estremismo finanziario le prospettive libertarie mostrano la loro saggezza e il loro potenziale di emancipazione e di pace. Lo fanno a partire dalla lucidità con la quale sanno individuare identità e differenze nelle strutture del potere. Tra coloro che meglio ne hanno individuato la natura c’è Amedeo Bertolo (1941-2016), che non è stato soltanto uno dei più importanti anarchici europei ma  anche e soprattutto uno dei più lucidi pensatori libertari, capace di distinguere con esattezza concetti come potere, autorità, dominio.
Il dominio ha la sua fonte nella trasformazione delle differenze in gerarchie. Il modello originario e fondante del dominio è la relazione dell’animale umano con gli altri viventi. Una relazione che è diventata sempre più a senso unico, che ha assunto le forme dello sterminio e della produzione industriale di viventi generati soltanto per essere destinati alla macellazione: «Negli ultimi due secoli la violenza e lo sfruttamento degli animali hanno cambiato passo non solo per la quantità (miliardi), ma per la qualità. È un’interminabile moltiplicazione per sterminio che ha profondamente trasformato l’animale, da corpo vivente e senziente in pura fungibilità. È il sogno realizzato di ogni dominio, segnatamente quello capitalistico: trasformare il vivente in pura fungibilità» (Filippo Trasatti, p. 184). È anche per questo che l’opzione vegetariana è oggi una delle più efficaci e concrete forme della disobbedienza a un sistema che affama interi continenti per produrre la carne che arriva sulle mense dei Paesi più ricchi. Rispettare, conservare, difendere la differenza animale è conservare, rispettare, difendere «le forme di eguaglianza nella differenza» delle quali parla Vaccaro (27); è attuare una pratica «da cui emerga un’identità umana meno monolitica e al tempo stesso di un’ontologia che metta in primo piano il divenire, la molteplicità, le differenze» (Trasatti, 180).
Perché al centro dell’anarchia, come della vita, c’è sempre la Differenza.

[L’immagine è di Pietro Spica]

Globalizzazione

La Globalizzazione è un errore anche ontologico che si ripresenta spesso nelle vicende umane e che consiste nel prevalere di uno dei due paradigmi che strutturano l’essere: l’Identità e la Differenza. La Globalizzazione è un tentativo di inglobare individui, culture, civiltà e saperi in un’unica forma, fondata sull’economia liberista e sui suoi dispositivi. Sta qui il vero problema delle migrazioni. Molti immigrati infatti «rifiutano -a ragione- di spogliarsi delle stigmate della propria cultura d’origine per abbracciare in blocco gli stili di vita che vigono in quei luoghi dove hanno cercato e trovato accoglienza» (M. Tarchi, in Diorama Letterario 343, p. 2). Il patrimonio immateriale dei popoli -quello difeso dall’Unesco- è anche la loro identità, che resiste all’inclusione in una universalità che dissolve le differenze.
Non a caso gli umani -animali capaci di tutto pur di sopravvivere- sono stati storicamente disposti a rinunciare alla vita soltanto per difendere beni che sono insieme materiali e immateriali e si sintetizzano in strutture come il territorio/Heimat, le credenze religiose, l’identità di classe. Strutture che sono per loro natura circoscritte ed escludenti, poiché ogni identità è tale soltanto in quanto si separa e differenzia da altre identità. L’uguale non può entrare né in dialogo né in conflitto. L’uguale è una forma di povertà rispetto al gioco di identità e differenza.
Tanto più in un contesto come quello contemporaneo, di moltiplicazione del numero di umani, di loro convivenza in territori sempre più circoscritti, con la conseguente erosione delle risorse necessarie alla vita individuale e collettiva. Siamo 7,5 miliardi e «gli oltre 9,5 miliardi previsti per il 2050 rappresentano già un dato preoccupante . E la crescita non si fermerà, perché sono previsti oltre 11 miliardi di abitanti per la fine del secolo» (G. Ladetto, ivi, 8). Non soltanto l’Europa occidentale è decisamente sovraffollata ma «già oggi si sarebbe superata la capacità del pianeta di sostentare l’attuale popolazione» (Id., 8). Su questo che è il problema ho scritto anche qui: ὕβϱις.
Della questione demografica i grandi media parlano poco, anche perché non è evidentemente  favorevole all’ottimismo accogliente del politicamente corretto. A stabilire i regimi di discorso infatti, e dunque a stabilire ciò che si può dire e ciò che va censurato, non è più direttamente la politica ma sono i media, con la loro enorme forza di penetrazione simbolica. I più importanti strumenti di informazione, comprese le strutture di Internet, sono gestiti e finanziati dagli Stati Uniti d’America, che Archimede Callaioli definisce giustamente «la nazione più fedifraga mai esistita, a partire dal saluto, il Farewell Address, di George Washington al Congresso americano, in cui si raccomandava ‘soprattutto’ di non farsi mai irretire in patti con le ‘corrotte monarchie’ europee. Nessuno, credo, potrebbe enumerare tutti i trattati stipulati e mai rispettati con la Nazione Indiana dal Governo statunitense» (Ivi, 31).
Le dinamiche della globalizzazione, della morte ambientale, dei conflitti per le risorse fondamentali, sono così complesse da rendere sterile ogni chiave di lettura che le voglia comprendere utilizzando le nobili ma ormai obsolete prospettive topologiche della ‘destra’ e della ‘sinistra’. Anche se una differenza tra di loro che ancora permane consiste nel fatto che «come tutti sanno, nei partiti di destra, grazie anche all’incultura, il vuoto dottrinario è la regola» (A. De Benoist, ivi, 6), un teorico della a-crescita come Maurizio Pallante, osserva giustamente che destra e sinistra valutano entrambe positivamente e ingenuamente la crescita di un dato come il PIL, che in realtà non soltanto misura elementi parziali ma valuta poi in modo positivo anche gli effetti economici delle guerre, delle catastrofi e della corruzione. «Ragione per cui la globalizzazione possiamo intenderla ‘di destra’ economicamente, ‘di sinistra’ culturalmente, ‘di centro’ politicamente» (E. Zarelli, ivi, 26).
Una partizione esatta e comprendente, la quale contribuisce a spiegare fenomeni come quelli descritti con la consueta lucidità dal filosofo Denis Collin: «‘L’immigration est une chance’  disent-ils. Une chance pour qui ? Pour les pays d’origine qui perdent travailleurs qualifiés et capitaux dans cette nouvelle traite des nègres ? Pour les immigrés eux-mêmes ? Pour les travailleurs européens ? Non, l’immigration est une chance extraordinaire pour le patronat. […] La gauche morale immigrationniste est le complément indispensable au néolibéralisme et à la mondialisation» (‘L’immigrazione è una risorsa’, dicono. Una risorsa per chi? Per i Paesi d’origine che perdono lavoratori qualificati e capitali in questa nuova tratta degli schiavi neri? Per gli stessi immigrati? Per i lavoratori europei? No, l’immigrazione è una risorsa per i padroni. […] La sinistra morale immigrazionista è l’indispensabile complemento del neoliberismo e della globalizzazione. «L’internationale des méchants», ‘L’internazionale dei cattivi’, La Sociale, 7.9.2018).
Noam Chomsky -uno dei maggiori filosofi viventi, un anarchico autentico e senza dogmi- intervistato di recente da Fabrizio Rostelli ha affermato che «working people are turning against elites and dominant institutions that have been punishing them for a generation. […] There has been economic growth and increase in productivity, but the wealth generated has gone into very few pockets, for the most part to predatory financial institutions that are, overall, harmful to the economy» («Chomsky: working people are turning against the élites, it’s not populism». Il manifesto – Global  edition, 8.9.2018; trad. it., sempre sul manifesto: «I lavoratori si stanno rivoltando contro le élite e le istituzioni dominanti che li hanno puniti per una generazione. […] C’è stata una crescita economica e un aumento della produttività, ma la ricchezza generata è finita in pochissime tasche, per la maggior parte a istituzioni finanziarie predatorie che, nel complesso, sono dannose per l’economia»).
Se già alcuni decenni fa era possibile affermare che «ser de la izquierda es, come ser de la derecha, una de las infinitas maneras que el hombre puede elegir para ser un imbécil: ambas, en efecto, son formas de la hemiplejía moral» (José Ortega y Gasset, La rebelión de las masas,  Editorial Andrés Bello, Barcelona 1996, p. 38; vale a dire che “essere di sinistra è, come l’essere di destra, uno degli innumerevoli modi che una persona ha d’essere imbecille. Entrambe, infatti, sono forme di emiplegia mentale”), questo risulta assai più vero negli anni Dieci del XXI secolo. Per quanto mi riguarda ho abbandonato da molti anni questa distinzione e la sua presunta intoccabilità.
L’emancipazione passa per altre strade, molto meno schematiche e assai più complesse e differenziate. Strade che partono dalla distanza che si pone nei confronti di ciò che Philippe Muray ha chiamato «l’impero del Bene», l’impero che Guy Debord definiva come lo Spectaculaire Intégré il quale s’impone ovunque, perfettamente coeso con ogni forma di discorso pubblico, struttura istituzionale, modo di produzione. I cittadini di questo impero, si ritengano di destra o di sinistra, «desiderano ardentemente tutto ciò che subiscono passivamente. […] Sono tutti schiavi, e sono tutti felici di esserlo» (M. Virgilio, in Diorama Letterario 343, p. 34).

Internet

Corporeità, sicurezza e potere in Internet
in Lessico di etica pubblica
Anno IX, numero 1/2018, a cura di Davide Sisto
Luglio 2018
Pagine 11-20

Indice
1. Intelligenza e computazione
2. Sicurezza
3. Rivoluzione e colonizzazione
4. Memorie permanenti e controllo digitale
5. Trasparenza
6. Algocrazia
7. Tecnocrazia e fede

Abstract
L’intelligenza è sempre del corpo. Uno dei limiti fondamentali di Internet è dunque la pura virtualità, il potere degli algoritmi, la sostituzione dello spessore complesso e carnale delle relazioni con il dato numerico e quantitativo. È dall’illusione che il mondo possa diventare digitale che nascono anche i gravi problemi di sicurezza dei quali il corpo sociale non sembra ancora essere consapevole, sia nei comuni utilizzatori sia nelle aziende. Si tratta di una trasformazione funzionale a una vera e propria metamorfosi del corpomente, una colonizzazione dell’immaginario che nasconde le relazioni di potere e le differenze sociali nell’uguaglianza dei soggetti virtuali. Memorie permanenti, controllo digitale, trasparenza e algocrazia delineano una costellazione di potere tra le più pervasive che le tecnologie abbiano generato.

Intelligence always belongs to the body. So, one of the fundamental limits of Internet is pure virtuality, algorithms’ power, the replacement of the complicated and carnal thickness of relationships with numerical and quantitative data. From the illusion the world can become digital, serious security problems of which the social body isn’t beware yet arise both in common users and in companies. It’a a transformation aiming at a real metamorphosis of bodymind, a colonisation of the Imaginary hiding power relationships and social differences in equality of virtual subjects. Permanent memories, digital control, transparency and algocracy outline one of the most pervasive power constellations technologies have ever created.

Iocufocu

Il secondo semestre di questo anno accademico è stato per me molto impegnativo ma anche fecondo: tre corsi istituzionali e un (breve) corso su Proust nel Dipartimento di Scienze Umanistiche, un corso alla Scuola Superiore di Catania, un corso di Counseling filosofico, varie conferenze e partecipazione a convegni.
Ora il semestre si conclude (o quasi…) con un vero e proprio iocufocu, un fuoco d’artificio previsto per i primi giorni di giugno a Castellammare del Golfo (Trapani), dove si svolgerà la quinta edizione del Festival nazionale della Filosofia d’a-Mare. Il suo fondatore, Augusto Cavadi, mi ha invitato infatti a partecipare all’evento con tre relazioni/conversazioni, una ‘disputa’ e una tavola rotonda.
Qui si può leggere il programma completo dell’evento e qui sotto quello specifico con i miei interventi.

Venerdì 1 giugno
20,00: La taranta tra filosofia, musica e danza

Sabato 2 giugno
9,30 – 12,00: Che cosa significa essere pagani, oggi
16,00 – 17,30: Disputa a due, La volontà di potenza in Nietzsche: cosa mi convince, cosa non mi convince, dibattito pubblico con Orlando Franceschelli
18,00 – 20,00: Tavola rotonda su Si può essere felici in un mondo infelice?  

Domenica 3 giugno
9,30 – 12,00:  XXI. Il secolo della dismisura 

Spero comunque di riuscire a fare anche qualche bagno 🙂

 

Artista sovrano

L’11 novembre 2017 abbiamo presentato al Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania il libro di Giuseppe Frazzetto Artista sovrano. L’arte contemporanea come festa e mobilitazione.
Ho inserito su Dropbox il file audio (ascoltabile e scaricabile sui propri dispositivi) del mio intervento, che spero restituisca almeno un poco la ricchezza della proposta teoretica dell’autore. La registrazione dura 36 minuti.

 

Incorrect

The Square
di Ruben Östlund
Svezia, Danimarca, USA, Francia, 2017
Con: Claes Bang (Christian), Elisabeth Moss (Anne), Terry Notaryy (Oleg)
Trailer del film

«Rigore è quando arbitro fischia» diceva Vujadin Boskov . «Arte è quando artista lo dice», potremmo parafrasare. «È così? Non c’è dubbio. Per ora. Finché dura il party generalizzato. La festa immobile dell’anti-arte, della spiritualizzazione banalizzata del far-niente estetico d’un inafferrabile ‘Io è un altro’, del trionfo dell’autofeticizzazione servo/sovrano» (Giuseppe Frazzetto, L’artista sovrano. L’arte contemporanea come festa e mobilitazione, Fausto Lupetti editore, Bologna 2017, p. 206).

Il party generalizzato è gestito da Christian, direttore di un Museo d’arte contemporanea di Stoccolma. Il prossimo spazio situazionale sarà The Square, un’opera spiegata con queste parole: «Il quadrato è un santuario di fiducia e altruismo, entro i cui confini tutti hanno uguali diritti e doveri». Nobile e banale idea, per promuovere la quale vengono chiamati due ‘creativi’ che realizzano un video decisamente violento, il quale suscita le reazioni indignate della gente, della stampa, delle istituzioni. Il fatto è che Christian non ha seguìto personalmente la produzione del filmato promozionale, perché occupato a recuperare portafoglio e cellulare che gli sono stati sottratti con destrezza in una piazza. Evento dal quale scaturiscono a cascata altri fatti, grotteschi e inquietanti.
Come grottesca, inquietante e aggressiva è la performance di Oleg, artista che durante una elegantissima cena appare muscoloso al modo dell’incredibile Hulk, si comporta come un animale selvaggio -è così, infatti, che viene presentata la sua opera/corpo- ed esercita violenza sui commensali sino a essere alla fine da costoro pestato. È questo il momento forse più alto -un momento che ben ricorda il Buñuel del Fascino discreto della borghesia– di un film intelligente e ironico. Un film dissacratorio dell’unico Valore Supremo che sembra pervadere il mondo contemporaneo. Il Valore che sacralizza le minoranze, le donne, i mendicanti, i ‘diversamente abili’, i profughi, gli studenti dei corsi zero, i credenti di tutte le fedi, i piangenti di ogni latitudine, salvo poi escluderli ferocemente da ogni autentico riscatto. Infatti «nel regime neoliberale post-democratico la classe dominante è legittimata a esercitare il dominio solo se si dichiara preoccupata per le sorti dei dominati», scrive Stefano Jorio in un’analisi del film condivisibile in gran parte ma non nelle conclusioni: Violenza di classe (in «il Tascabile», 14.11.2017)

Quanto più il politically correct agisce, tanto più intollerante diventa l’omologazione, tanto più l’ingiustizia trionfa nell’orgia del narcisismo spettacolare, dei social network, delle migliaia di petizioni, dell’ossessione di non offendere nessuno -proprio nessuno– quando si parla, condizione che impone il silenzio a ogni critica rivolta al mondo e alle sue manifestazioni.
È di questo che tratta The Square, del quadrato illogico del conformismo contemporaneo il quale vince nel rispetto assoluto e maniacale dovuto alla condizione e alla sconclusionatezza di tutti e di ciascuno, anche di chi -in un’altra scena emblematica- disturba una conferenza con un continuo turpiloquio (una delle manifestazioni della sindrome di Tourette). Tutti rispettati e tutti servi del sistema spettacolare, del quale il sistema dell’arte -ciò che Frazzetto definisce «il Collettivo» (op. cit., p. 45)- è metafora e sineddoche.
Il politicamente corretto esprime un nichilismo profondo, il nichilismo dell’identità che cancella ogni differenza con l’affermare che le differenze devono essere tutte eguali.

Un’estetica

Lunedì 13 novembre 2017 alle 17,30 nel Coro di Notte del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania parteciperò alla presentazione del volume di Giuseppe Frazzetto Artista sovrano. L’arte contemporanea come festa e mobilitazione, uno dei libri più importanti che siano usciti negli ultimi anni, un’estetica all’altezza del nostro tempo.

[Il ritratto di Giuseppe Frazzetto è opera di Carmelo Nicosia]

La democrazia e i suoi nemici

Sia in ambito politologico sia nella quotidiana e concreta organizzazione dei governi, il tramonto di ciò che viene ancora e per inerzia chiamato democrazia è ormai evidente. Tra le tante prove e testimonianze possibili, si possono scegliere due dati elettorali, il caso catalano e la struttura dell’Unione Europea, vale a dire il vero e proprio tradimento -ogni altra parola appare eufemistica- attuato dalle sinistre europee nei confronti della loro identità storica e politica.

Il primo dato elettorale è quello che emerge dall’elezione di Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron alla presidenza della Repubblica francese. Non mi riferisco a programmi, intenzioni, azioni di governo ma al semplice dato numerico per il quale questo presidente è stato eletto al ballottaggio del 2017 da molto meno della metà dei francesi aventi diritto di voto, esattamente da 20.703.631 elettori su 47.552.183. Quasi due terzi del popolo francese non ha dunque espresso la volontà di avere questa persona come presidente. E si tratta della Francia, vale a dire di una nazione che ha sempre espresso percentuali di voto assai alte.
Il secondo dato elettorale concerne quanto sta avvenendo in Italia, dove una variegata coalizione formata da Partito Democratico, Forza Italia, seguaci di Angelino Alfano e Lega Nord, con l’attiva complicità del governo Gentiloni e della presidente della Camera Boldrini, impone una legge elettorale che ha l’esplicito e antidemocratico obiettivo di neutralizzare la forza del Movimento 5 Stelle e di eliminare ciò che resta della sinistra. Una legge elettorale imposta con il voto di fiducia da e a un Parlamento eletto con una legge dichiarata dalla Consulta incostituzionale è il fascismo del XXI secolo.

Struttura e funzionamento dell’Unione Europea sono affidate a un’oligarchia di funzionari, tecnocrati e banchieri che nessuno ha mai eletto ma che impongono la loro ideologia ultraliberista e le loro decisioni tecnico-amministrative a tutti i governi dell’Unione. Il processo di integrazione europea mostra in tal modo la propria natura antidemocratica e antieuropea, tanto che Pierre Dardot e Christian Laval in Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista (DeriveApprodi, Roma 2016) affermano con chiarezza che è necessario dissolvere la cornice dell’Unione europea per salvare l’Europa politica. Un caso emblematico è quanto sta accadendo nella Spagna/Catalogna, dove l’insofferenza verso i poteri che rispondono soltanto al centralismo finanziario mostra allo stesso tempo le difficoltà di una cornice obsoleta quale è ormai lo Stato-nazione e la determinazione di quest’ultimo a sopravvivere a qualunque costo. Per quanto diversi siano nel tempo, nello spazio e nelle fondamenta, sembra che il crollo dell’Impero Austro-Ungarico e quello dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche abbiano insegnato poco ai decisori politici. In ogni caso, il libro di Dardot e Laval enuncia tesi fondamentali sul tradimento della democrazia operato da governi che non rispondono più ai popoli ma alle aristocrazie tecnocratiche.
Riassumendo e commentando le loro tesi, Massimo Virgilio (Diorama letterario, n. 338) scrive parole chiare e del tutto condivisibili: «A sostenere gli enormi costi della crisi, in particolare quelli relativi al salvataggio del sistema bancario, sono stati chiamati esclusivamente i lavoratori dipendenti e i pensionati. In questo modo il sistema capitalistico ha fatto della crisi un vero e proprio modo di governo, che sfrutta ‘le armi disciplinari dei mercati finanziari’ per punire severamente chiunque respinga il programma neoliberista di riduzione dei salari, liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione delle imprese pubbliche e tagli al welfare. […] L’obiettivo di questo potere è uno, l’accumulazione illimitata della ricchezza» (pp. 36-37).

Tra i non molti intellettuali di sinistra capaci di formulare analisi realistiche e non edulcorate sul sistema economico vigente, Dardot e Laval sostengono che «se il capitale e il blocco oligarchico neoliberale che lo rappresenta hanno potuto affermare la loro volontà con tanta facilità, la responsabilità è per intero della sinistra di governo. Quest’ultima da diversi anni ha fatto sua la teoria di una fine della storia che si risolve in un capitalismo senza fine, senza regole e senza confini. Ha accettato l’idea che in un mondo dalle risorse limitate e in via di esaurimento, la crescita illimitata della produzione di beni e servizi sia indispensabile ad assicurare benessere e felicità all’umanità. […] Evidentemente, sovvertire il sistema capitalistico non è più l’obiettivo di una sinistra che ormai si limita solo a proporre un capitalismo dal volto umano che nella realtà non esiste né potrà mai esistere. Come può avere un volto umano un sistema che consente a soli 62 individui in tutto il pianeta di possedere la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, ossia la metà più povera della popolazione mondiale?» (pp. 37-38).
Democrazia non vuol dire soltanto andare a votare ogni 4-5 anni per delegare qualcuno che amministri la cosa pubblica. Democrazia significa effettiva divisione dei poteri, che oggi sono invece subordinati a quello finanziario; significa la libertà di scrivere e manifestare il proprio pensiero, sempre più limitata da censure ideologico-governative e dal flagello del politicamente corretto che sottomette al diritto penale persino le opinioni storiche e filosofiche; significa libertà dal bisogno economico e non soltanto la libertà di dei diritti civili.
È dunque evidente come il neoliberismo sia «ormai così compenetrato nello Stato che chiunque abbia davvero a cuore la sovranità del popolo non può fare altro che agire contro lo Stato esistente, contro tutto ciò che nello Stato sorregge la dimensione oligarchica» (p. 38).

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