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La Grande Impostura

«Si ripete, anche nel nuovo governo, lo stesso schema che abbiamo visto da qualche tempo: il ministero dell’economia è stato assegnato a un cosiddetto tecnico. La trasformazione delle scelte di politica economica in scelte tecniche, e dunque in qualche modo inevitabili e necessarie, è uno dei più grandi inganni di questi anni che è stato effettuato con la complicità di una politica ormai esautorata di ogni reale potere d’azione e a spese di una opinione pubblica anestetizzata dai grandi media che ha perso ogni riferimento culturale oltre che politico.
Questa situazione è spiegata magistralmente da Luciano Gallino nel suo libro Il Colpo di Stato di Banche e Governi (Einaudi, 2013) […] Le fasi della la crisi economica scoppiata inizialmente come una crisi bancaria e finanziaria innescata da una crisi di debito privato dovuto a un’incontrollata creazione di “denaro dal nulla” nella forma dei titoli derivati da parte delle banche sia in Europa che in America.
Quando questo castello di carte è crollato, con dei costi enormi per milioni di persone, il governo americano ha sostenuto le banche per quasi trenta trilioni di dollari, nella forma di prestiti e garanzie, in parte rientrati e in parte no, mentre alla fine del 2010 la Commissione Europea ha autorizzato aiuti alle banche per più di 4 trilioni di dollari. Con questi interventi la crisi finanziaria, che fino all’inizio del 2010 era una crisi di banche private e non si era tramutata in una catastrofe mondiale, è stata caricata sui bilanci pubblici che così hanno salvato i bilanci privati. In quel momento le parole d’ordine, diffuse dai principali media, sono diventate però altre: eccesso di indebitamento degli stati, eccesso di spesa pubblica, pensioni insostenibili, spese per l’istruzione “che non ci possiamo più permettere”, ecc. E come conseguenza, anche per rispettare i nuovi provvedimenti, primo tra cui l’incredibile norma del pareggio di bilancio inserita in Costituzione senza una discussione pubblica da un parlamento quantomeno distratto, è stato fatto passare senza grandi difficoltà il messaggio che  lo Stato spende troppo e dunque che è necessario tagliare le spese pubbliche: asili, scuole, sanità, istruzione, ricerca, pensioni, ecc. […]
Come osservato dallo storico Massimo L. Salvadori, l’economista Vilfredo Pareto, convinto che la democrazia fosse un’illusione, scriveva “La plutocrazia moderna è maestra nell’impadronirsi dell’idea di eguaglianza come strumento per far crescere, di fatto, le disuguaglianze”. Era il 1923: oggi siamo sempre allo stesso punto».
[Fonte: La grande mistificazione della crisi finanziaria, Roars, 14.3.2014]

Condivido interamente le parole di Francesco Sylos Labini e invito a leggere la versione integrale (poco più ampia) della sua analisi. In essa si fanno evidenti i profondi intrecci tra gli stati, le banche e la comunicazione. Diventano dunque  molto chiari almeno due elementi: dove risieda il nucleo del potere contemporaneo e quali siano le vere ragioni del fallimento ormai storico e totale di ciò che si è chiamato «Sinistra». In tutte le sue forme istituzionali e parlamentari i partiti di sinistra hanno assimilato integralmente i princìpi che stanno a fondamento della Grande Impostura. Ed è per questo che non hanno senso -se non quello marxiano del mascheramento- le differenze in Europa tra Schultz e Tsipras e in Italia quelle tra Bersani, Renzi, Civati, Vendola, Fassina e altri soggetti che hanno portato a compimento la dissoluzione di qualunque analisi critica dell’economia politica, accettando totalmente una diagnosi fasulla di quanto sta accadendo. Ed è per questo che bisogna farla finita con la sinistra, è per questo che abbiamo bisogno di altre prospettive, di altre rivolte, che partano dal tessuto sociale e non dai partiti, come l’anarchismo ha sempre sostenuto.

 

19 commenti

  • agbiuso

    23 Ottobre, 2014

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    Quanto ci costa l’euro

    Quando si parla di ritorno alla sovranità monetaria, quindi di una moneta sotto il controllo dello Stato italiano e non di entità bancarie straniere spesso le persone pensano “E dopo cosa ci succederà?”. Si sono assuefatte all’euro e si fidano di più dei killer economici, degli strozzini della porta accanto, in questo caso rappresentati da istituti di Paesi europei che hanno comprato i nostri titoli pubblici in questi anni (ben il 30% sono detenuti all’estero), che di qualunque governo italiano. E vanno capiti con i governi che abbiamo avuto…
    Gli stessi dubbiosi non si fanno però la domanda opposta “Quanto ci costa rimanere nell’euro?” Una prima risposta sono gli interessi sul debito pubblico che si accumula di anno in anno, che a luglio ha segnato il record storico di 2.168 miliardi di euro. Con la moneta emessa dallo Stato italiano, attraverso la Banca d’Italia, che tornerebbe prestatore di ultima istanza così come era prima dell’entrata nello SME, gli interessi richiesti unitamente all’avanzo primario consentirebbero ai tassi di rimanere sotto controllo e certamente di portarci fuori dal panico da spread a cui siamo esposti oggi con cadenza ormai regolare. Meglio per le banche private ammazzare il debitore che rinegoziare. Il debitore, l’Italia, ha invece l’interesse contrario. L’Italia ha un avanzo primario di circa 40 miliardi prima di pagare gli interessi sul debito.”Quanto ci costa rimanere nell’euro?”. Comunque troppo e senza nessuna ragione.

  • Caterina

    22 Marzo, 2014

    Perdonatemi se dico banalità o se le mie riflessioni vi possono sembrare esagerate e apodittiche…
    L’Europa non é soltanto quello che dite, é peggio. Non serve per evitare le guerre, é un modo diverso di farsi la guerra: in modo composto e civile, di dominare, di conquistare i mercati, se non più, come in passato, la terra degli altri, di accrescere il divario fra i forti ed i deboli, i ricchi ed i poveri, fare strage di esseri umani… di quelli che, disperati, non uccidono e non vengono uccisi, ma si uccidono. Non credo affatto ci sia un pensiero o un progetto unico, ma forti interessi che convergono, in maniera più o meno consapevole, verso comuni obiettivi. E si passa per l’annientamento di una classe media, la più pericolosa perché pensante, sempre. Per questo tanto accanimento contro il ‘pubblico’. Con sanità e scuole privati, questo impiccio si elimina prima. Voi pensate che certe scelte siano sbagliate, ma mi pare di capire che ritenete che a guidare queste scelte sia la mancata o l’errata riflessione sulle conseguenze di queste scelte. Se così fosse, ci sarebbe al più, ignoranza o corruzione, ma in ‘buona fede’. Peccato che MS5 sembri del tutto indifferente, se non entusiasticamente partecipe, alla demonizzazione del settore pubblico. Ormai da molto tempo si lavora a questo processo, con la guida, per assurdo, di quelli che ne potrebbero venire travolti: intellettuali, professori, inconsapevoli o ben compensati.
    Grazie per questo spazio.

  • agbiuso

    21 Marzo, 2014

    Credo che lei abbia ragione, Adriana. L’euro si va rivelando sempre più come il cavallo di troia che i poteri più nascosti perché più impersonali hanno introdotto nella città europea, distruggendola. A favore di chi è di che cosa?
    Gli economisti da lei citati nel precedente intervento sono alcuni degli studiosi che non hanno venduto scienza e coscienza a tali poteri. Soltanto un enorme impegno mediatico -di tipo orwelliano- fa ancora ritenere a molti europei che la moneta unica sia salvabile e positiva.
    Ma si fa sempre più chiaro che la distruzione delle differenze non sta unificando l’Europa, la sta distruggendo. Perché l’Europa è proprio la terra della Differenza. I suoi ceti dirigenti stanno rinunziando alla pluralità che l’Europa è e quindi ci stanno uccidendo. Dobbiamo uccidere loro, prima.

  • Adriana Bolfo

    21 Marzo, 2014

    L’Europa forse sarebbe una bella idea, a parte il fatto che esiste nelle sue varietà culturali da tempo e non ha alcun bisogno di venire inventata.
    L’€ si è rivelato essere una pessima idea, certo bellissima per i pochi che ne hanno avuto i frutti, quelli che anche prima erano straricchi. Dunque, una pessima idea. Le valute nazionali non hanno diviso nessuno, invece l’€ gabellato per Europa dai furbi, e scambiato per Europa dagli ingannati dai furbi, sta invece dividendo ancor più le classi sociali e ha cominciato a dividere quei popoli che, in certi sogni, sarebbero resi uniti dalla moneta.
    Anche concretamente avviene ciò, nel momento in cui produzione locale dei cibi stessi, olttre a tutto il resto, viene ostacolata da prodotti resi competitivi in base al cambio fisso. Poiché non ho voglia di rileggere quanto avevo scritto nel precedente commento, posso fornire chiarimenti su quest’ultima affermazione, se necessari e non già presenti nel commento sopra, o posso ripetere con altre parole per mio esercizio.
    E va da sé che moneta unica, cioè cambio fisso, e filiera corta sono inoltre due realtà antitetiche, poiché la moneta unica uccide la produzione locale in tutti i settori, non solo quelli dell’eccellenza ma anche quelli della necessità quotidiana come il cibo, peraltro spesso, in passato, di qualità, appunto, eccellente.
    Il colpo che si prepara contro le singole produzioni è quello contro la produzione e vendita di latte, da noi come in Grecia.
    Per alcuni e alcuni stati si conferma dunque l’intento, non dichiarato ma in atto, di fare l’euro e quindi i fatti, cioè gli affari propri.
    Di fronte a tutto ciò, come alla fame e ai suicidi crescenti in primis in Grecia ma anche qui, le analisi connotate da colori diversi non sono possibili, nel senso che proprio non sono. Spiace che la sinistra non arrivi dove dovrebbe per sua natura, ma se non ci arriva per sua natura significa, appunto, che non ha più aree nelle quali poter distinguersi.

  • diego

    18 Marzo, 2014

    Molto, molto esatto: un’idea bella realizzata male e gestita ancora peggio. L’idea non era cattiva, perchè l’Euro avrebbe potuto mettere fine all’egemonia nefasta del dollaro. Non dimentichiamoci che da un certo punto in poi gli States hanno sostanzialmente stampato moneta approvigionandosi di petrolio in cambio di sola carta stampata, e forse l’incalcolabile e mostruoso «debito mondiale» deriva di lì. Quindi l’euro, moneta con sottostante una realtà politica ed economica potenzialmente assai forte, avrebbe potuto davvero essere un grande strumento di giustizia economica mondiale. Invece che è successo, come giustamente qui è stato evidenziato? In pratica si è fatta la moneta senza avere l’Europa politica davvero costituita, un po’ come comprarsi una Maserati e non avere neanche la patente per il motorino. Io penso che l’unico rimedio, nel contorto e ben spiegato inganno delle banche rispetto agli stati, sia quello suggerito da Vladimiro Giacchè: nazionalizzazione delle banche stesse, per poter almeno ricominciare a poter «governare» l’economia con la politica, seppur in modo indiretto. Mi scuso per la prolissità e l’approssimazione.

  • agbiuso

    18 Marzo, 2014

    Caro Vito,
    la questione dell’euro credo che si ponga in questi termini (volendo sintetizzare al massimo).
    Una bellissima e fondante idea, che è stata realizzata molto male per numerose ragioni, tra le quali persino dei conti truffaldini allo scopo di far entrare Paesi che non avrebbero potuto. È stata gestita peggio, consegnando la sovranità monetaria (in pratica la sovranità tout court) a un organismo non politico che pertanto non rende conto a nessuno, favorendo in tal modo l’espandersi e il radicalizzarsi delle nefaste conseguenze di una decisione già presa nel 1973:

    =======
    Le banche, che potranno contrarre presiti all’1% dalla Bce, concederanno presiti al Mes [Meccanismo europeo di stabilità] ad un tasso di interesse nettamente superiore, dopo di che il Mes presterà agli Stati ad un tasso ancor più elevato. […] In ultima analisi, le banche daranno agli Stati, imponendo interessi, del denaro che consentirà a quei medesimi Stati di rimpinguare le casse di quelle stesse banche. Una situazione davvero surrealista, la cui causa prima, come è noto, è la proibizione fatta a partire dal 1973 agli Stati di contrarre prestiti ad interesse minimo o nullo con le loro banche centrali, il che li ha posti sostanzialmente alle dipendenze del settore privato.
    (Alain De Benoist, Diorama letterario, n. 314, pp. 8-9)
    =======

    A questo punto credo che dovrebbe essere concesso almeno di parlarne con spirito critico e non dogmatico o -peggio- ricattatorio.
    Sono pessimista, comunque, sul fatto che l’Euro sia riformabile, vista la situazione, e credo che se non sùbito comunque nel giro di un decennio crollerà da sé.
    Con quali conseguenze?

  • Vito

    17 Marzo, 2014

    Caro Prof. Biuso,
    sono Vito amico di Alfredo, condivido il suo articolo sulla scelta imposta dell’attuale ministro dell’economia e tutto il resto.
    In questi ultimi tempi a parere di vari economisti e movimenti politici italiani e stranieri sembra che la nostra attuale crisi italiana sia imputabile alla nostra entrata nella moneta euro (crisi che secondo una recente dichiarazione europea si prolungherà almeno per altri dieci anni)
    Gli attuali provvedimenti di Renzi di dare circa 80 € in più sulla busta di chi lavora secondo me non farà aumentare i consumi e le imprese.
    Mi chiedo perchè non andare alla radice del problema incominciando a studiare il modo (non facile) per uscire da questo sciagurato euro che a dire di molti è diventato “un’arma di distruzione di massa” e riappropriarci della nostra sovranità monetaria?
    In attesa del suo parere Le porgo affettuosi saluti.

  • Pietro Ingallina

    16 Marzo, 2014

    Prof. Biuso, la ringrazio per il complimento rivoltomi. Nonché, dico grazie a tutti per la discussione.
    Mi permetto solo di dissentire circa l’anarchismo con il Prof. Generali. L’anarchismo non può solo essere un’ideologia politica ascrivibile ad alcuni movimenti passati e circoscritta storicamente. Esso è pure una metodologia, nonché una forma mentis (se mi si passa il termine) ed un carburante per la mente stessa.

    Per il resto, mi permetto solo di citare il Saggio, il Principe o Cristo della Filosofia, come fu definito da Deleuze e Guattari:

    I filosofi concepiscono gli affetti che si dibattono in noi, come vizi nei quali gli uomini cadono per loro colpa, sicché sono soliti deriderli, compiangerli, biasimarli o (quelli che vogliono sembrare santi) detestarli del tutto. Così facendo, dunque, credono di rendere un servizio a Dio e attingere il culmine della sapienza, quando sanno lodare in mille modi una natura umana che non esiste da nessuna parte, e maledire quella che esiste realmente. Costoro, infatti, concepiscono gli uomini non per ciò che sono, ma per come vorrebbero che fossero, sicché quasi sempre hanno scritto una satira invece che un’etica e non hanno mai concepito una politica che fosse di qualche utilità, ma che è piuttosto una chimera o che potrebbe funzionare in Utopia o in quel tempo aureo dei poeti, dove cioè non era affatto necessaria. E quindi si crede che di tutte le scienze utili a qualcosa, tanto grande è in politica il divario tra teoria e prassi che nessuno sembra meno idoneo a governare uno Stato che i teorici, ossia i filosofi gli affetti.

    B. de Spinoza, Tractatus politicus, I, 1, in Tutte le opere, Bompiani, Milano 2010, p. 1631.

  • marina

    16 Marzo, 2014

    PS. Per chiarire un diffusissimo equivoco, vorrei sottolie4nsare che il marxismo (quello di Marx…) non è mai stato, né ha preteso di essere “un modello di lotta politica”, ma un tentativo (a mio avviso riuscito, ma su questo la discussione è aperta, ovviamente)di elaborare una metodologia scientifica per l’analisi dei rapporti sociali, che prende il nome di materialismo storico dialettico. Che da questa visione siano nati comportamenti politici contingenti (e finora falliti, per motivi che sarebbe bene comprendere del tutto, altrimenti non si va da nessuna parte, almeno per come la vedo io), è un fatto, ma è inesatto e fuorviante indentificare i due aspetti. La storia non ha fretta… Se in occidente siamo – come a volte mi sembra verosimile vedendo il disfacimento morale della nostra attuale classe dirigente – alla caduta dell’impero romano, le invasioni barbariche potrebbero durare molti secoli, prima che nasca un mondo nuovo e diverso… non necessariamente migliore.

  • marina

    16 Marzo, 2014

    Senza, ovviamente, alcuna pretesa se non quella di ampliare l’orizzonte della discussione, vorrei sottolineare che il ritorno alla metodologia marxiana è reso imprescindibile anche dal relativamente recente affacciarsi al capitalismo “attivo” di vastissime nuove aree del pianeta, ciò che rende più che mai attuale la categoria concettuale della lotta di lotta di classe, che nei paesi a capitalismo maturo (tanto maturo da essere fatiscente…..) può apparire, a prima – e propagandistica – vista superata, almeno nella sua visione più classica e fossilizzata (e per ciò stesso anti-marxiana), mentre ha solo subito trasformazioni che sarebbe urgente quanto indispensabile approfondire. Una visione eurocentrica (ovviamente estesa al capitalismo statunitense)è oggi, a mio avviso, limitata e distorcente.

  • diegod56

    16 Marzo, 2014

    Ho letto qui dei commenti, oltre all’articolo tuo, caro Alberto, di grande valore ed interesse. In primis quanto ha scritto il prof. Generali, che tocca alcuni punti nevralgici del problema. Sono molto d’accordo sui rischi della demagogia, o per meglio dire sull’utilizzo demagogico delle regole della democrazia. Sul marxismo, oso parzialmente dissentire. Certamente la cosiddetta prassi rivoluzionaria è un concetto antiquato, come dire: il marxismo militante sicuramente non si puo’ riesumare senza effetti tragicomici. Ma l’analisi delle concrete vicende socioeconomiche richiede oggi più che mai la grande lezione di Marx. Vorrei anche dire, caro Alberto, che è vero che la crisi si innesca dalla grande truffa finanziaria, ma la grande truffa finanziaria parte da una crisi «classica» del capitalismo, una crisi «normale» di sovrapproduzione che si è tentato di rimandare, posticipare, con i trucchi della finanza. Quindi l’analisi marxista dei difetti congeniti al sistema di produzione capitalistico rimane valida eccome. Solo ripartendo da Marx possiamo scrivere che «un altro mondo è possibile» altrimenti rimaniamo nel piano della nobile esortazione morale oppure in un catastrofismo inutile che è parte dello spettacolo, contrappunto falsamente avverso al potere. Grazie Alberto, grazie a tutti, per le cose interessanti che si possono leggere qui (salvo le mie sciocchezzuole).

  • agbiuso

    15 Marzo, 2014

    Grazie a te, Dario, e ad Adriana per le vostre ampie, informatissime, vibranti analisi.
    Molto ci accomuna e qualcosa ci divide come è giusto che sia tra uomini liberi.
    In ogni caso, mi sembra di capire che conveniamo sul fatto che la pratica politica e i paradigmi economici dominanti costituiscono un pericolo rovinoso per le collettività e per i singoli e che senza mutamenti radicali non avremo prospettive né noi né soprattutto i nostri figli.
    È anche dalla nostra consapevolezza del passato che nasce la preoccupazione verso il futuro. I criminali attualmente al potere vivono invece soltanto nel loro “principesco” presente, come giustamente scrive Dario. È di questo presente che dobbiamo privarli, todo modo, a cominciare dall’arma che è la parola pensata.

  • Dario Generali

    15 Marzo, 2014

    Caro Alberto,

    concordo totalmente con la tua analisi delle ragioni finanziarie della crisi e sul fatto che la medesima sia stata determinata da una serie di azioni del tutto illegali lasciate operare senza freno per gli intrecci perversi e corrotti fra politica banche e finanza, che hanno portato a scaricare il peso di truffe colossali sui popoli e sugli stati.
    Nello stesso modo sono convinto della totale degenerazione della vita politica e amministrativa nel nostro paese, con la conseguenza di una totale omologazione delle forze di sinistra con la tradizione di larga corruzione delle forze moderate e di destra. Si tratta di una situazione intollerabile non solo moralmente e civilmente, ma anche economicamente, perché le maggiori e migliori risorse dello Stato sono drenate per mantenere in modo principesco una classe di politici e di amministratori di alto livello che hanno come unico fine la promozione di se stessi e delle consorterie (perché tali ormai sono i partiti politici in Italia) che li hanno portati e li mantengono al potere.
    Non condivido invece il ricorso a modelli di lotta politica ormai decontestualizzati, come il marxismo e l’anarchia. Anche teoricamente sono modelli del passato, che non possono agire sul tessuto contemporaneo per vari motivi, primo fra tutti per il fatto che le classi sociali alle quali si rivolgevano non esistono più, almeno nelle forme e con le caratteristiche che avevano fino agli ultimi decenni del Novecento.
    Le forme di resistenza oggi, almeno secondo me, hanno e devono avere altre caratteristiche e devono trovare il coraggio di percorrere nuove vie. In primo luogo credo che la frontiera democratica da difendere sia la difesa dello stato di diritto e, quindi, della certezza del diritto. Senza di essa non si ha consorzio civile ed è impossibile chiedere al corpo sociale il rispetto delle norme e comportamenti socialmente costruttivi.
    Un altro problema a mio avviso determinante è quello della rappresentanza politica, sia sul versante attivo che su quello passivo. Gli elettori non possono esercitare un diritto così delicato in condizioni di totale inconsapevolezza e irresponsabilità. Per guidare un’automobile è richiesta una patente, perché farlo senza le necessarie competenze potrebbe portare danni a terzi e, quindi, alla società. Nello stesso modo esercitare il diritto di voto senza sapere quello che si sta facendo porta danno alla società e permette l’elezione dei peggiori cialtroni, ladri e demagoghi. Sempre a mio parere l’esercizio del voto dovrebbe essere subordinato a un semplice esame sulla Costituzione e sui programmi politici ed economici dei partiti che si presentano alle elezioni. Nello stesso modo i candidati dovrebbero mostrare di avere le necessarie competenze per poter esercitare il loro mandato. Ricordo incredibili manifestazioni d’ignoranza di parlamentari interrogati su basilari nozioni di politica e di economia. Non si può legiferare, per esempio, sul ruolo e sui poteri della Consob senza sapere cosa sia questo organo di vigilanza dei mercati finanziari.
    Una volta garantito il rispetto dello stato di diritto si potrebbe cercare di trovare la formula economica più adatta a governare i mercati delle democrazie occidentali, in modo da garantire nel contempo le libertà borghesi, senza le quali non si ha uno stato civile, e tutelare al possibile anche quelle sostanziali, attraverso un’adeguata politica di welfare. Personalmente trovo ottimo il modello keynesiano attualizzato al presente, ma sarei sicuramente disposto a prendere in considerazione modelli più efficaci e attuali, se ce ne fossero.
    Un caro saluto e grazie per il tuo impegno civile e per gli stimoli che sempre offri alla discussione.
    Dario

  • Adriana Bolfo

    15 Marzo, 2014

    Il punto non mi pare tanto quello di affidare a un soggetto o a un altro un ministero, quello dell’economia in ispecie, quanto la linea politica-economica che si persegue, di fatto, che si continua ad applicare.
    Il politico in quanto tale, e specialmente negli anni recenti, non ha purezza maggiore di un tecnico e il tecnico non è più disdicevole, per certa ideologia, o più commendevole, per altra ideologia, di un politico, se ententrambi applicano la medesima ricetta – liberista, segnatamente – per di più rivelatasi errata nella pratica.
    Solo un esempio: i tagli allo stato sociale, che sono tagli al Pil, peggiorano il rapporto debito pubblico/Pil, che in quanto rapporto, aumenta al diminuire del denominatore, come forse molti hanno imparato almeno alla scuola media. Nessuna delle prefiche di tutti i colori e sapori che ha parlato e parla in questi anni di debito pubblico come causa della crisi ha mai avuto l’aria di considerarlo. L’ideologia sottesa è quella liberista per cui la spesa sociale è solo spesa e basta (errore). E’ dimostrato anche dai fatti che i tagli in epoca di crisi sono misure pro-cicliche – come dicono quegli economisti, cioè “tecnici”, seri cioè non idelogizzati – vale a dire che i tagli in epoca di crisi provocano crisi ancora maggiore.

    Fermo restando inoltre che la crisi è, come in tutti i PIIGS, crisi da debito privato estero, come perfino a sinistra qualcuno ha cominciato a capire, e non per dire che “gli altri” lo capissero e lo dicessero – come si vede dalle stime del Fondo monetario internazionale pubblicate da anni, fermo restando che l’austerity ha fatto e fa danni, come comprovato dai fatti, il punto negativo politico-economico è non sapere/non voler ammettere che tale austerity è frutto che “discende per li rami” dall’€uropa gabellata come Europa – ideologia della sinistra -, che è concretamente frutto dei Trattati, maiuscola solo per rispetto alla nostra lingua, i quali sono anticostituzionali in quanto proprugnano una politica antidemocratica.
    Su quest’ultimo punto segnalo il recente saggio di Luciano Barra Caracciolo, presidente di sezione del Consiglio di Stato, “Euro e (o?) democrazia costituzionale”, Dike giudirica, 2013.
    Sul meccanismo economico-politico per cui l’€ è comprovatamente rovinoso, ottimi due saggi a lungo rimasti uniche voci critiche dei luoghi comuni sulla conclamata, specie a sinistra, qualità salvifica dell’€, entrambi con tanto di fonti, anche tabelle di conti, riferimenti dettagliati ecc, saggi più volte presentati insieme dagli autori:
    1)Alberto Bagnai, Il tramonto dell’euro, Imprimatur editore, 2012; 2)Marino Badiale e Fabrizio Tringali, La trappola dell’euro. Gli autori e gli eventuali conoscitori scuseranno l’incompletezza degli estremi che peraltro non osta al reperimento dei saggi. Gli autori 2)avevano in precedenza già pubblicato saggio di cui non ricordo il titolo. Alberto Bagnai, insegnante di politica economica all’unversità d Chieti-Pescara ed esperto di economia internazionale, cura inoltre, dall’epoca Monti, il blog Goofynomics, il cui primo post fu “I salvataggi che non ci salveranno”, pubblicato proprio nei primi giorni dell’insediamento Monti; i 2)curano da inizio 2012, se non erro, il prezioso blog “Il mainstream”, sui vari luoghi comuni della politica e dell’economia. Luciano Barra Caracciolo cura da tempo il blog Orizzonte48, analisi puntuale delle fonti e dei risvolti giuridico-economci di tante disposizioni e iniziative in materia.
    In breve tempo, economisti e non, hanno prodotto interventi e letteratura conseguente, come Claudio Borghi Aquilini, Antonio Maria Rinaldi, Vladimiro Giacché (Titanic Europa, titolo indicativo), Diego Fusaro, studiosi dai percorsi anche ideologici diversi, come anche quelli di economisti e non fuori dall’Italia, dove il dibattito è assai ampio, e pubblico, senza censure, da tempo. Negli studi, dunque, singoli studiosi di di formazione diversa hanno fatto luce su tutta la questione indipendentemente dal percoso ideologico individuale; tra loro, appunto, qualcuno di sinistra c’è, mentre in ambito politico solo Stefano Fassina si esprime da circa un anno sulle analisi ed esprime riserve sui rimedi.
    Se qualcuno si chiede dove sia la sinistra, ecco la mia risposta, che discende dalla realtà comprovabile: il resto sono discorsi, fumo, fuffa, cipria e Tsipras.

    Gli interventi pubblici degli studiosi nominati sono tutti reperibili in youtube, compresa l’audizione di Alberto Bagnai alla Commissione finanze della Camera, dicembre 2013.

  • agbiuso

    15 Marzo, 2014

    “l’associazionismo dal basso non legato a nessuna istituzione partitica esistente”
    “La Politica nacque in Grecia coi grandi saggi e lì morì”.

    Lei è giovane, caro Pietro, ma è anche saggio. La ringrazio per questa sua testimonianza.

  • Pietro Ingallina

    15 Marzo, 2014

    Mi trovo d’accordo in pieno con la sua linea, caro Prof. Biuso. Motivo per cui, e vengo anche al suo discorso Marina, dopo i diciassette anni e la mia delusione da fondatore del circolo SEL a Ramacca, proposte per candidarmi al consiglio comunale da circa cinque diversi schieramenti delle più disparate fazioni e intrallazzi (e solo per accapparrare voti dalla scuola superiore!); decisi che l’unica e pura soluzione attuabile fosse l’associazionismo dal basso non legato a nessuna istituzione partitica esistente, che praticavo già dall’adolescenza. La sola prospettiva che potesse essere insieme sociale, educativa (e dunque critica)e politica.
    Per quel che vale, credo che uno dei termini fondamentali del politico sia rigenerazione: scopo e metodo del suo stare seduto sulla poltrona.
    Siamo ben lontani da qualsiasi spiegazione del mito delle stirpi nel Politico di Platone. La Politica nacque in Grecia coi grandi saggi e lì morì.

  • marina

    15 Marzo, 2014

    Ci mancherebbe!!!!! Fui espulsa dall’allora PCI nel lontanissimo 1962 per non essermi piegata a tacere le mie critiche alla “linea del partito”, benché mi fosse stato promesso un seggio in parlamento non appena avessi avuto l’età, e da allora non ho visto motivo di aderire ad alcun altro “tentacolo” sviluppatosi in seguito da quel corpo.

  • agbiuso

    15 Marzo, 2014

    La ringrazio del commento, del tutto appropriato.
    Spero naturalmente che la “profonda analisi (e quindi conoscenza) del tessuto sociale stesso, analisi per la quale resta più che mai valido lo strumento del materialismo storico” non coincida in alcun modo con il sostegno a organizzazioni quali il PD, Sel, Pdci e affini.

  • marina

    15 Marzo, 2014

    L’argomento sollevato è talmente enorme che sarebbe, più che presuntuoso, risibile tentare una riposta in poche righe. D’altra parte, sono convinta che sia un nodo la cui soluzione è imprescindibile se si vuole anche solo immaginare una “sinistra” capace di uscire dalle sabbie mobili in cui è sempre più andata sprofondando da quasi un secolo. A puro livello metodologico, mi limiterò ad osservare la drammatica attualità del dibattito tra anarchismo e marxismo, che in ultima analisi è (a mio parere)il dibattito fra una visione volontaristica e una visione scientifica dei rapporti sociali. Da marxista, resto convinta che non si possa validamente parlare di prospettive che “partano da un tessuto sociale” senza che questo sia preceduto da una profonda analisi (e quindi conoscenza)del tessuto sociale stesso, analisi per la quale resta più che mai valido lo strumento del materialismo storico.

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