Skip to content


Imperialismo

Imperialismo

Poche cose sono emblematiche della servitù di un individuo e di un popolo come il prendere posizione per l’uno o per l’altro di due padroni, le cui differenze sono per quell’individuo e per quel popolo irrilevanti. Il coro dell’atto III dell’Adelchi è assai efficace nel descrivere tale situazione.
Che dunque a vincere le imminenti elezioni che designeranno il rappresentante legale del sistema finanziario e militare statunitense sia il guerrafondaio premio nobel per la pace Barack Obama o il plurimiliardario cristiano-mormone e ultraliberista Mitt Romney, la politica statunitense verso il resto del mondo rimarrà quella ben esemplificata da Hiroshima, dal Vietnam, dalla distruzione dell’Iraq, dell’Afghanistan e della Libia, dal terrorismo che sta colpendo la Siria.
Ed Husain, analista del Council on Foreignis Relations -uno degli istituti di ricerca che elaborano la strategia statunitense verso gli altri Paesi- scrive che «i ribelli siriani oggi sarebbero incommensurabilmente più deboli senza Al Qaeda. I battaglioni dell’esercito libero siriano (Fsa) sono stanchi, divisi, confusi e inefficaci. Si sentono abbandonati dall’Occidente e sempre più demoralizzati mentre affrontano la potenza di fuoco superiore e l’esercito professionista del regime di Assad. L’arrivo di jihadisti di Al Qaeda porta disiciplina, fervore religioso, esperienza bellica dalle battaglie in Iraq, finanziamenti dai simpatizzanti nel Golfo e soprattutto risultati letali. […] In breve, l’Fsa ha bisogno di Al Qaeda ora» (Fonte: www.cfr.org/syria/al-qaedas-specter-syria/p28782 ).
Questo significa, commenta Francesco Labonia su Indipendenza, (anno XVI, n. 32, pp. 30-35) che «Washington e i suoi alleati/subalterni NATO sostengono (con finanziamenti e forniture di armi) quella che per anni è stata dipinta come una Spectre planetaria, cioè al Qaeda», con la quale invece gli USA si sono adesso alleati allo scopo di annientare «l’ultimo Stato arabo laico caratterizzato da un pluralismo multiculturale, integrato con il riconoscimento degli stessi diritti alle varie religioni che si intrecciano nella complessità dei vincoli tribali-familiari», come vari esponenti cristiani che vivono in Siria confermano.

Nel flusso di menzogne che i media filoamericani diffondono «straordinario è il ruolo dell’influente Al Jazeera, di proprietà della famiglia regnante del Qatar. Ora, il Qatar è il regno di un piccolo satrapo di stampo feudale e teocratico. […] Il Qatar brilla per il fatto che non esiste alcun Parlamento, non vige alcuna Costituzione, non è ammessa l’esistenza di alcun partito e ovviamente non sono mai state indette, anche solo pro forma, consultazioni elettorali. La parola “diritti”, di qualsiasi natura, è semplicemente sconosciuta. La sua importanza le viene soprattutto dall’essere sede di una gigantesca base militare statunitense, considerata la più grande esistente fuori dagli Stati Uniti. […] Da questo emirato Al Jazeera lancia le sue crociate suppostamente democratiche d’interventismo militare in casa d’altri. Anche al prezzo di mistificazioni e falsificazioni colossali. […] Di democrazia è fantasioso parlare anche per altri Stati dell’area come gli Emirati Arabi Uniti l’Oman o la monarchia hashemita della Giordania o nello stesso Yemen. Per Al Jazeera (e non solo), però, è la Siria laica, multiconfessionale, non sottomessa e sovrana a dover essere democratizzata, cioè, come da relativa accezione linguistica euroatlantica,  dominata».
Tutto questo è non soltanto grottesco ma anche esemplare di una società -la società dello spettacolo- nella quale il dominio appartiene a chi controlla la comunicazione e l’informazione. Ancora una volta Orwell e Debord ci hanno insegnato l’essenziale.
Ma nonostante questa imponente propaganda della quale naturalmente tutti i media italiani, escluso in parte il manifesto, sono strumento e voce «quel che principalmente conta –e non è assolutamente cosa da poco– è che gran parte della società siriana sinora non si è piegata ed ha scelto la strada della resistenza, nelle diverse forme in cui la sta esprimendo. La migliore risposta che si possa dare all’oscurantismo di matrice salafita-alqaedico e alla sudditanza atlantica».
Tacito fa dire al generale caledone Calgaco «Auferre, trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant» (Agricola, 30, 7). Rubare, massacrare, rapinare. Questo, con falso nome, chiamano impero. Creano il deserto, e lo chiamano pace. E democrazia.

35 commenti

  • agbiuso

    Dic 8, 2018

    Gli stolti definivano Trump ‘nazista’, definivano così un sionista che sta rafforzando sino al fanatismo l’asse Washington-Riad-Tel Aviv.

    La versione integrale dell’articolo si trova qui:
    Con Trump il commercio mondiale è in pericolo e vi spiego perché
    di Alberto Negri, 7.12.2018

    L’arresto in Canada su richiesta Usa della vicepresidente di Huawei Wanzhou Meng per presunte violazione delle sanzioni all’Iran è un avvertimento mafioso alla Cina ma anche a tutti Paesi e all’Europa che continuano a rispettare l’accordo sul nucleare del 2015 con l’Iran sancito anche da una risoluzione Onu. In poche parole, oltre alle sanzioni sulle imprese che commerciano con Teheran, gli Usa emetteranno dei mandati di arresto chiedendo ai loro alleati di obbedire. Una sorta di Far West dove chiunque può finire con un “Wanted” stampato in fronte.

  • agbiuso

    Dic 3, 2018

    George Bush: dinastia, affari con i nazisti, petrolio, droga, CIA, guerra, crimini. Un vero americano.

    I veri Bush, di Pino Cabras, Antimafia Duemila, 1.12.2018

  • agbiuso

    Apr 14, 2018

    Il più pericoloso stato terrorista del mondo, gli Stati Uniti d’America, hanno bombardato la capitale della Siria, uno stato sovrano a migliaia di chilometri dalle loro coste. A collaborare all’attacco sono state le colonie Regno Unito e Francia. Aerei sono partiti anche dalla base catanese di Sigonella. In spregio dell’articolo 11 della Costituzione repubblicana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
    Voi che vi siete bevuti le menzogne sulle armi di distruzione di massa dell’Iraq, sulla Libia, sull’Afghanistan, non siete ancora abbastanza ubriachi? Un poco di razionalità non guasterebbe.

  • agbiuso

    Mar 18, 2018

    I neonazisti cerchiamoli non tra i grotteschi nostalgici del Duce ma dentro la Nato, che arma e sostiene i massacri della Turchia in Siria contro la Russia e gli anarchici di Rojava.

  • agbiuso

    Mar 18, 2018

    L’immensa ipocrisia degli USA, della NATO e dell’Europa sulla Siria. Accusano continuamente la Russia ma collaborano ai massacri della Turchia.
    In fuga dal Sultano, il manifesto, 18.3.2018

  • agbiuso

    Gen 10, 2018

    Su A Rivista anarchica di dicembre 2017 / gennaio 2018 un articolo di Santo Barezini da leggere per comprendere che cosa sia davvero la giustizia statunitense, al di là di film e telefilm di propaganda: L’isola invisibile

  • agbiuso

    Ott 29, 2017

    Una puntuale analisi della politica statunitense, delle sue scelte terroristiche.

    ===============================

    Ma quante opere di bene dai cinque ex presidenti!
    di Massimo Fini
    Fonte: Il Fatto Quotidiano / Massimo Fini.it, 27 ottobre 2017

    I cinque presidenti americani che hanno preceduto Trump si sono riuniti per raccogliere fondi per le vittime degli ultimi uragani. Queste ‘Dame di San Vincenzo’ made in Usa avrebbero fatto meglio a contare le vittime civili che hanno provocato durante la loro presidenza e a ripensare ai disastri politici che hanno combinato. Non tutti per la verità. Il democratico Jimmy Carter fu un presidente pacifico e pacifista. Invece l’altrettanto democratico Bill Clinton aggredì la Serbia contro la volontà dell’Onu e senza alcuna seria ragione. La Serbia era alle prese con un conflitto interno: gli albanesi del Kosovo, divenuti maggioranza, avevano creato un movimento indipendentista armato (armato dagli Usa) che come avviene in ogni lotta di liberazione faceva uso del terrorismo, la Serbia difendeva l’integrità dei propri confini. C’erano due ragioni a confronto che avrebbero dovuto essere risolte dai contendenti senza alcun peloso intervento esterno. Invece intervennero gli Usa da diecimila chilometri di distanza e che dopo il tentativo di accordo di Rambouillet, che la Serbia non poteva accettare perché avrebbe significato la sua fine come Stato sovrano, decisero che le colpe stavano solo dalla parte dei serbi, e bombardarono per due mesi quel Paese. Risultati. 5.500 morti civili di cui 500 erano albanesi cioè proprio coloro che si pretendeva difendere. Oggi il Kosovo è ‘libero’, ma al prezzo della più grande pulizia etnica dei Balcani: dei 360 mila serbi che vivevano in Kosovo ne sono rimasti solo 60 mila. E’ vero che oggi in Kosovo gli americani hanno la loro più grande base militare al mondo, ma in questo modo hanno favorito, contro la Serbia ortodossa di Milosevic che faceva da ‘gendarme’ dei Balcani, la componente musulmana dove oggi sono ben incistate cellule Isis, mentre la criminalità comune (droga, traffico di armi e di esseri umani) è aumentata in modo esponenziale. Inoltre dopo il precedente del Kosovo, che dagli Stati Uniti è lontanissimo, riesce un po’ difficile contestare alla Russia di essersi annessa i territori russofoni ai suoi confini.
    Qualche attenuante ha invece Bush senior, repubblicano: Saddam Hussein aveva aggredito il Kuwait, Stato sovrano rappresentato all’Onu (anche se, per la verità, il Kuwait è uno Stato fantoccio creato dagli Stati Uniti nel 1960 per i loro interessi petroliferi). Le perplessità, per chiamarle così, vengono dal modo in cui gli americani condussero quella guerra. Invece di affrontare fin da subito, sul terreno, l’imbelle esercito iracheno che era stato battuto persino dai curdi e per salvare il rais di Bagdad dovette intervenire la Turchia (e quanto imbelle sia questo esercito lo si è visto anche di recente a Mosul e a Raqqa) bombardarono per tre mesi Bagdad e Bassora facendo 157.971 vittime civili di cui 32.195 bambini.
    E’ stato poi il figlio George W. Bush, repubblicano, a inventarsi la teoria totalitaria che gli Sati democratici avevano non solo il diritto ma anche il dovere di esportare, a suon di bombe, la democrazia in quelli che democratici non erano. La guerra all’Afghanistan talebano è stata, e continua a essere, una guerra puramente ideologica. C’era stato, è vero, nel frattempo l’11 settembre. Ma i fatti hanno poi dimostrato in modo inequivocabile che i Talebani con l’abbattimento delle Torri Gemelle non avevano niente a che fare. La teoria Bush si è poi estesa all’Iraq (2003) e col democratico Obama alla Libia (2011). In Iraq le conseguenze, umane e politiche, sono state devastanti. I morti causati, direttamente o indirettamente, dall’intervento americano vanno dai 650 ai 750 mila. Inoltre gli americani, che avevano sempre combattuto gli iraniani e che nella guerra Iraq-Iran erano intervenuti per impedire agli uomini di Khomeini la vittoria che si erano conquistati sul campo, con la guerra all’Iraq hanno consegnato agli iraniani, che non hanno dovuto sparare nemmeno un colpo, tre quarti dell’Iraq. La tragedia libica, Obama presidente, è sotto gli occhi di tutti.
    In Siria c’era una rivolta contro Assad. Anche qui, come in Serbia, era una questione interna a quel Paese. Sono intervenuti gli americani, con i soliti bombardieri e droni, il che ha permesso ai russi di inserirsi nel conflitto. I morti di questa tragedia li conteremo alla fine se avrà una fine.
    L’avventurismo americano è stato seguito con fedeltà canina dagli europei (con qualche eccezione: Angela Merkel) e si è rovesciato puntualmente sul Vecchio Continente. L’aggressività americana nei confronti del mondo musulmano ha partorito l’Isis che nonostante le sconfitte a Mosul e a Raqqa non è affatto finito, è anzi più pericoloso che mai per noi europei perché i foreign fighters stanno rientrando. Inoltre è sulle coste del Vecchio Continente, in particolare quelle italiane, che si riversa parte dei migranti che fuggono dalle guerre innescate dagli Stati Uniti. Se i presidenti americani che si sono riuniti per fare le ‘anime belle’ siano più cinici o più cretini non sapremmo dire. Quel che è certo è che noi europei siamo stati solo cretini.

  • agbiuso

    Set 1, 2017

    Nessuna potenza politica può, ancora, opporsi a quella degli Stati Uniti d’America.
    Ma per fortuna la potenza della Terra trascende ogni umana istituzione. E colpisce.

  • agbiuso

    Ago 18, 2017

    In relazione al terrorismo islamista che continua a compiere stragi in Europa, mi sembra molto sensato questo breve testo di Federico Pieraccini, pubblicato sull’AntiDiplomatico:
    Basta seguire la politica estera criminale degli Usa. L’Europa o cambia o muore.

    ————
    McCain e i neo-conservatori in america inveiscono contro cittadini americani definiti “estremisti di destra”, ma armano banderisti-neonazisti in Ucraina per avanzare i propri interessi geopolitici contro la Federazione Russa.
    Obama e i neo-liberal in america piangono per gli attentati terroristici di stampo islamista, ma armano fanatici takfiri e wahabiti in Medio Oriente per avanzare i propri interessi geopolitici contro l’Iran e i suoi alleati nella regione. In entrambi i casi, chi ne subisce le conseguenze, oltre alle popolazioni locali, siamo noi Europei che per decenni abbiamo seguito le politiche Americane con un profondo senso di autolesionismo.
    Ora si inizia a pagarne il contro. Intanto gli USA, con 6000km di oceano a separarli dai disastri che combinano nel mondo, hanno tempo di abbattere statue e occuparsi di gender equality.
    L’Europa o cambia o muore.

  • agbiuso

    Lug 19, 2016

    Ho cambiato soltanto un nome. Anche Adolf Hitler era stato “democraticamente eletto” nel 1933.

    Televideo, 19/07/2016 20:36
    Obama a Hitler: “Rispetti democrazia”

    20.36 Il Presidente Obama ha telefonato al premier tedesco Hitler ribadendo il “forte impegno” di Washington nei confronti del governo eletto democraticamente a Berlino. Il presidente Usa ha offerto aiuto per le indagini avviate successivamente all’incendio del Reichstag. Obama ha sottolineato come gli Usa e la Ue siano preoccupati dagli arresti di massa in corso nel Paese teutonico e auspica che “la Germania conduca indagini che riflettano valori democratici e un giusto processo”.

  • agbiuso

    Lug 19, 2016

    Si cerca sempre il nuovo Hitler. Eccolo. Si tratta di Erdogan, dittatore turco amico dell’Occidente, alleato prezioso della Nato contro la Siria, complice dei tagliagole islamisti dell’Isis.

    ==========
    Il Sultano scatenato
    di Tommaso Di Francesco, il manifesto, 19.7.2016

    Centinaia di corpi seminudi ammucchiati per terra, in quello che sembra un hangar o un caravanserraglio, mani legate dietro la schiena, lo sguardo perso senza luce di chi, sconfitto, chiede pietà ma non s’aspetta altro che violenza. Giovanissimi e inermi i soldati che si sono arresi, che hanno rifiutato di sparare sulla folla, che hanno ceduto alle promesse di fraternità dei manifestanti pro-Erdogan nella lunga notte del golpe tentato e fallito, e che ora invece vengono bastonati, diventano la colonna infame della vendetta del Sultano.

    In queste ore il presidente turco trionfante aggiunge alla lista di proscrizione tutti i nemici, o quelli che considera tali o a malapena orientati verso la predicazione dell’autoesiliato Gülen, l’ex sodale e potente islamista ora diventato capro espiatorio di ogni malefatta. Da ieri agli arresti, oltre a 650 civili e a più di 6 mila soldati, ci sono anche 8mila agenti di polizia a quanto pare non sufficientemente fedeli, nonostante che la polizia sia stata la guardia pretoriana del regime contro i soldati golpisti. Ai quali si aggiungono 130 generali dello stato maggiore turco finiti in galera insieme a 800 magistrati (di cui due di Corte costituzionale). Più che un repulisti, una vera decimazione e deportazione.

    Si riempiono le galere, è il tempo delle sparizioni, della tortura, delle confessioni estorte. E il popolo aizzato e in trionfo chiede il ripristino della pena di morte, che il governo di Ankara aveva eliminato come richiesto dall’Ue per l’ingresso del paese nell’Unione.

    Un ingresso sempre rimandato – un tempo perfino sostenuto dal carcere dal leader kurdo Ocalan imprigionato dal 1999, ma come prospettiva di soluzione “europea” della questione kurda – e alla fine abbandonato da Bruxelles. Mentre Stati uniti, Paesi europei e Nato hanno preferito delegare al «nostro» Sultano atlantico il lavoro sporco di destabilizzare la Siria – in rovine – così diventando il santuario dei ribelli anche jihadisti.

    È il buio della specie. Queste immagini di deportazione evocano inevitabilmente l’universo concentrazionario e di sterminio che l’Occidente raffinato ha allargato soltanto 70 anni fa nel cuore d’Europa, i fili spinati dell’ultima guerra fratricida balcanica. Così come la declinazione ordinaria di ogni colpo di stato – nonché occidentale – che si rispetti, dalla Grecia, al Cile, all’Argentina.

    Fermiamo la mano del boia, delle deportazioni, delle sparizioni e delle torture. Delle esecuzioni a sangue freddo come quella del vice-sindaco di un municipio di Istanbul. Siamo al disprezzo dell’umanità. Ogni civiltà invece si misura sul rispetto del vinto. I governi europee, l’Ue, gli Stati uniti e la Nato sono stati tutti a guardare nella notte del tentato golpe, aspettando partecipi la sua riuscita. Perché non c’è F-16 che si levi in volo da Incirlik senza che i comandi centrali della Nato lo sappiano. Abbiamo assistito come spettatori interessati, per prendere le distanze solo dopo il fallimento del golpe. Il rischio è che staremo a guardare anche adesso lo spettacolo dei campi di concentramento che apre un nuovo sipario di dolore nel sud ferito del nostro Continente. Fermiamo il Sultano.

  • pasquale d'ascola

    Feb 15, 2015

    @diego Attento Diegus
    Auscultata al super brico-ok di calolziocorte (Lecco), radio qualcosa in azione per annunciare che la serata finale, magari fosse l’ultima di tutte, di sanremo ha prodotto 12.000.000 ( leggasi dodici milioni) di… che cosa… auscultatori. Nuovi scemi o scemi di sempre. E rapid share e spread sprint speed. Percent percent. Tra galline che ballano. Piripì.

  • diegod56

    Feb 14, 2015

    meraviglioso, pasquà

    del resto fra una bianca gallina livornese e un bipede homo statunitensis, è ben evidente una certa disparità intellettiva

  • pasquale d'ascola

    Feb 14, 2015

    Segnalo per un amenesame la notizia qui di seguito linkata

    Kinder Sorpresa banditi in Usa. Ora i bambini sono al sicuro

    Inoltre invio a tutti i lettori tardivi e augusti questo scherzo scritto un po’ celia, e un po’ per non morire dalla malinconia che questo mondo di pericolosi idioti suscita, là dove è l’asino che dovrebbe kafkare e invece. Non oso dire buona ma lettura di cuore.

    La notizia che non farà ‘stasera il giro del pianeta perché il signor Obama, che può arrossire alfine tanto sta dilavandosi al colore timido fino a sembrare acqua di pit o farina da bread, la farà archiviare, katrank classified, la notizia è che dopo il fortunato arresto della coppia di importatori di sorprese traumatiche ecco che allo stesso accorto custode dello stato federale gli si presenta lì alla sua borderline una gallina, gallus sinae, una leghorn candida, lei, dai bei bargigli rossi e solitaria; è una sera sospettabile di connivenze e il traffico è assai rado, una gallina saffica dunque fantasticherebbe l’accorto cittadino milite, ma no ecco che la bella gli depone un uovo, non un uovo di colombo, una sfera irregolare che trimpella tra confine e confine e infine rotola giù lungo se stessa e s’arresta ai piedi del guardiano. Questi al vederlo arresta d’un subito invece la gallina per avere tenuto in qualche suo utero nascosto un regalo così incerto nella forma e di evidente pericolosità; egli il meschino, come molti tra i suoi compatrioti sa bene che cosa sia un uovo ma pensa che sia prodotto esso dalla maturità dei kelvinator, alibi frigidìferi, begli ordinati globulosi dischi arancioni dentro un allusivo albume dentro una bella confezione trasparente di plastica ché il frigidifero, è evidente, riproduce la propria esteriorità all’interno del suo ovario frigido e notturno. Del guscio, della sua sconcertante forma, della sua calcifica e rigida materia all’ingestione o ingoio, l’agente non ne sa, ma percepisce subito di tanto artefatto l’insita alla legge non conformità, capisce bene che così com’è assunta quell’enorme particola di gallina non solo può celare il rischio pel bimbo medio americano ma persino per l’adulto di fantasie sfrenate autore e ben di più per certe adulte impertinenti, oltre che per la chiesa presbite e luterana. Inoltre intravede l’uomo dello stato la possibilità di una promozione per tanti arresti in un giorno solo, conciossiacosaché egli proceda d’ufficio. Il signor Obama grato per tanta sensibilità medita se dopo la russia sia o non sia il caso di sferrare il colpo che cauteli il bimbo americano al cànada, così sfrontato e lieto lì al confine tra briscola e canasta. Stasera esausto ma felice l’agente mangerà gallina in brodo.

    D’ascola che pascola

  • agbiuso

    Ago 16, 2014

    ===================
    “1) Innanzitutto occorre mettere in discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli USA non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà.
    Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. A Roma, nel 2003, manifestammo contro l’intervento militare italiano in Iraq. Uno degli slogan era “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Siamo stati profeti anche se non ci voleva un genio per capirlo. Pensare di fermare la guerra in atto in Iraq armando i curdi è una follia che non credo che una persona intelligente come il Ministro Mogherini possa davvero pensare. Evidentemente le pressioni che ha subito in queste settimane e il desiderio che ha di occupare la poltrona di Ministro degli esteri della Commissione europea, l’hanno spinta ad avallare le posizioni di Obama e degli USA ormai autoproclamatisi, in barba al diritto internazionale, poliziotti del mondo. Loro, proprio loro, che hanno sostenuto colpi di stato in tutto il pianeta, venduto armi a dozzine di dittatori, loro che hanno impoverito mezzo mondo, loro che, da soli, utilizzano oltre il 50% delle risorse mondiali.
    Loro che hanno invaso Iraq e Afghanistan con il pretesto di distruggere le “cellule del terrore” ma che hanno soltanto progettato oleodotti, costruito a Baghdad la più grande ambasciata USA del mondo ed esportato, oltre alla loro democrazia, 25.000 contractors in Iraq, uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno.

    2) L’Italia, ora che ne ha le possibilità, dovrebbe spingere affinché la UE promuova una conferenza di pace mondiale sul Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell’ALBA, della Lega araba, l’Iran, inserito stupidamente da Bush nell’asse del male e soprattutto la Russia un attore fondamentale che l’UE intende delegittimare andando contro i propri interessi per obbedire a Washington e sottoscrivere il TTIP il prima possibile. Essere alleati degli USA non significa essere sudditi, prima di applicare sanzioni economiche a Mosca, sanzioni che colpiscono più le imprese italiane che quelle russe, si dovrebbero pretendere le prove del coinvolgimento di Putin nell’abbattimento dell’aereo malese. Non dovrebbe bastare la parola di Washington, soprattuto alla luce delle menzogne dette sull’Iraq.
    ===================

    E’ soltanto un passaggio dell’ampia analisi che Alessandro di Battista dedica alla situazione geopolitica contemporanea.
    Analisi che chiede ciò che ormai è improrogabile: uscire dal Novecento e dalle sue guerre, a partire da quella del 1914-1918.
    Ho fatto proprio bene a votare, alle ultime elezioni politiche italiane, per queste persone.

  • agbiuso

    Ago 13, 2014

    Conseguenze delle guerre umanitarie

    ================
    In Iraq l’America bombarda se stessa
    di Tommaso Di Francesco, il manifesto, 13.8.2014

    Sulla nuova crisi ira­chena sta avve­nendo qual­cosa che ci riguarda. È infatti in discus­sione l’ideologia occi­den­tale della cosid­detta “guerra umanitaria”.

    Ina­spet­ta­ta­mente, pro­prio men­tre i pro­ta­go­ni­sti della vicenda che si con­suma sulla pelle di popo­la­zioni paci­fi­che, cri­stiane e yazide, dovreb­bero essere com­patti e uniti con­tro il dila­gare delle mili­zie dello Stato isla­mico dell’Iraq e del Levante (Siria e non solo) ecco che invece si divi­dono fron­tal­mente, al loro interno e fra loro. Così a Bagh­dad il duro sciita Al Maliki non vuole abban­do­nare il ruolo di pre­mier, che gli deriva dalla costi­tu­zione fin qui appro­vata da Washing­ton, e viene detro­niz­zato con una mano­vra di palazzo soste­nuta da Washing­ton, con la quale si affida a un altro sciita l’incarico di un governo “più uni­ta­rio” e rap­pre­sen­ta­tivo delle varie fazioni; e allora Al Maliki, che resta capo dell’esercito, muove i carri armati verso un fron­teg­gia­mento desti­nato a pesare quanto a insta­bi­lità e a rispo­sta alle mili­zie jiha­di­ste che avan­zano e incon­trano, oltre alla fuga dispe­rata delle mino­ranze, la massa dei sun­niti che li acco­glie a brac­cia aperte.
    Dall’altra, sul ver­sante ame­ri­cano, pro­prio quando il pre­si­dente sta­tu­ni­tense Barack Obama decide e pra­tica l’intervento che più “uma­ni­ta­rio” non si può, in soc­corso ai fug­gia­schi e in aiuti mili­tari alle truppe kurde, ecco che l’ex segre­ta­rio di stato Hil­lary Clin­ton, che gioca ormai aper­ta­mente le sue carte elet­to­rali per la nuova pre­si­denza ame­ri­cana, in una inter­vi­sta a The Atlan­tic attacca Obama per inca­pa­cità e reti­cenza sul fronte siriano. Uno scom­pi­glio più forte non era imma­gi­na­bile, tanto da appa­rire come una prima vit­to­ria dell’avanzata dello Stato isla­mico dell’Iraq e del Levante, il nuovo nemico che per Hil­lary Clin­ton “ha preso il posto dell’Unione sovietica” .

    La divi­sione del fronte ira­cheno era nota, quella della lea­der­ship ame­ri­cana, a que­sto livello di espli­ci­ta­zione, invece no. Entrambe però nascono dalla deriva e dalle ceneri delle guerre “uma­ni­ta­rie” ame­ri­cane, non solo in Iraq. Bagh­dad è spac­cata per­ché le tre guerre sta­tu­ni­tensi (del 1991 di Bush padre, di Bill Clin­ton nel ’98 e di Bush figlio con­tro Sad­dam fal­sa­mente accu­sato di “soste­nere Al Qaeda) hanno rotto in tutta l’area l’equilibrio tra le due con­fes­sioni fon­da­men­tali dell’Islam, sun­niti e sciiti, can­cel­lando insieme non tanto e non solo Sad­dam Hus­sein e il suo regime ma lo Stato, l’esercito e tutte le istituzioni.

    Quando Obama un anno fa dichiarò che quello ira­cheno era il “miglior ritiro della sto­ria ame­ri­cana”, con un occhio al disa­stro in Viet­nam, non aveva ben com­preso che il soste­gno al nuovo potere sciita — in fun­zione di con­te­ni­mento dell’Iran degli aya­tol­lah — rap­pre­sen­tato da Al Maliki e la ridu­zione dei sun­niti, la com­po­nente mag­gio­ri­ta­ria, a forza subal­terna sarebbe stata una bomba a tempo ritar­dato, così come il silen­zio sull’avvio di fatto dell’indipendenza del Kur­di­stan ira­cheno con i suoi ric­chi gia­ci­menti di petro­lio men­tre i lea­der kurdi hanno gio­cato il dop­pio ruolo di garanti dell’impossibile sta­tus quo del paese.

    Ma se que­ste sono le basi della divi­sione a Bagh­dad, le lace­ra­zioni interne alla Casa bianca sem­brano per­fino più esplo­sive. Il vol­ta­fac­cia di Hil­lary Clin­ton, che pure ha par­te­ci­pato con Obama delle “magni­fi­che sorti e pro­gres­sive” pre­sen­tate dall’Amministrazione Usa dopo l’uccisione di Osama bin Laden, è dav­vero impre­sen­ta­bile. Accusa Obama di negli­genza per non essere inter­ve­nuto in Siria nell’appoggio ai ribelli anti-Saddam, ma dimen­tica almeno due verità. La prima è — e lo rico­no­sce nell’intervista — che i jiha­di­sti poi sono stati aiu­tati da altri e “noi non pote­vamo fare nulla”, vale a dire che l’ex Segre­ta­rio di Stato Usa è stata pro­ta­go­ni­sta della coa­li­zione degli “Amici della Siria”, con Gran Bre­ta­gna, Fran­cia, Ita­lia, ma con l’Egitto di Morsi, la Tur­chia e soprat­tutto con l’Arabia sau­dita e il Qatar, avviata per soste­nere la ribel­lione armata dell’opposizione siriana; una oppo­si­zione che si è subito divisa sul campo in for­ma­zioni “lai­che”, quelle dell’Esercito libero siriano e quelle jiha­di­ste, prima inde­fi­nite, poi sem­pre più aper­ta­mente legate ad Al Qaeda, come il fronte An Nusra. Fazioni che hanno ingag­giato non solo una guerra feroce con le truppe del regime di Assad, ma un con­flitto forse ancor più san­gui­noso fra loro.

    Vale la pena ricor­dare che armi, muni­zioni, adde­stra­mento sta­tu­ni­tense e occi­den­tale sono arri­vati quando l’opposizione era ancora inde­fi­nita e che quei rifor­ni­menti sono finiti per gran parte nelle mani dei jiha­di­sti gli Usa se ne sono accorta all’ultimo momento ma era troppo tardi -, così come i con­si­glieri mili­tari Usa hanno adde­strato sul campo e in Tur­chia, spesso diret­ta­mente, tutti i com­bat­tenti. Del resto come ave­vano fatto in Libia per abbat­tere, insieme ai raid della Nato, il regime di Ghed­dafi. Hil­lary Clin­ton gioca sporco: dovrebbe ricor­dare infatti come que­sta con­ta­mi­na­zione neces­sa­ria coi jiha­di­sti per abbat­tere Ghed­dafi portò un anno dopo al dramma di Ben­gasi dell’11 set­tem­bre 2012, quando le for­ma­zioni jiha­di­ste ucci­sero Chris Ste­vens, l’ambasciatore Usa che durante la guerra con­tro Ghed­dafi era l’uomo dell’intelligence ame­ri­cana di coor­di­na­mento degli insorti libici e inviato pro­prio del Segre­ta­rio di Stato in Libia. Il disa­stro libico è alla base del disa­stro in Siria — si ricor­derà che Obama in un primo tempo era riot­toso a seguire lo scal­ma­nato e “uma­ni­ta­rio” Sar­kozy. In Libia si è voluto fare come in Kosovo, e in Siria come in Libia. Ma non ha fun­zio­nato, non ha mai funzionato.

    La Libia, ora tutta quanta nel caos, è diven­tata il san­tua­rio e il depo­sito di armi dell’islamismo radi­cale in tutta la regione del Levante e dell’Iraq. E a Ben­gasi è stato pro­cla­mato un mese fa l’”emirato isla­mico”. Hil­lary Clin­ton a causa dei fatti di Ben­gasi uscì di scena con il gene­rale Petraeus, allora capo della Cia. Fu una disfatta sulla quale almeno lei dovrebbe riflet­tere, e invece stra­parla senza vergogna.

    Per­ché l’agenda di Hil­lary Clin­ton (degna erede dell’”umanitario” Bill Clin­ton e dei tanti pro­se­liti della Nato) sem­bra indi­care la strada della “nuova” Ame­rica post-Obama: soste­nere la neces­sità dell’occupazione, anche manu mili­tari, degli spazi lasciati vuoti dopo l’89 con nuove guerre uma­ni­ta­rie, per­fino con la rie­di­zione della guerra fredda ad est e l’allargamento della Nato ai con­fini della Rus­sia. Obama si mostra incerto. Ma non può uscire dal mili­ta­ri­smo uma­ni­ta­rio. Che però mostra la sua falsa coscienza. Per­ché ogni raid aereo che ordina sui jiha­di­sti dello Stato isla­mico dell’Iraq e del Levante, è come se fosse un bom­bar­da­mento dei risul­tati delle guerre ame­ri­cane, delle divi­sioni set­ta­rie pro­dotte dalla poli­tica estera ame­ri­cana neces­sa­rie per coman­dare divi­dendo. L’intervento aereo sarà “mirato, non ci sarà quello di terra e non in Siria”: sono le tre regole del nuovo inter­ven­ti­smo oba­miano. Men­tre vanno in onda i lamenti stra­zianti dei bam­bini cri­stiani e jiha­zidi quasi a farci dimen­ti­care le cen­ti­naia di migliaia di vit­time ira­chene della guerra ame­ri­cana. “Non in Siria” è quasi tra­gi­co­mico: lì non può inter­ve­nire, aiu­te­rebbe Assad, gli hez­bol­lah e l’Iran e poi deve affret­tarsi a riti­rare i con­si­glieri mili­tari ame­ri­cani della guerra coperta in corso in Siria: se bom­bar­dasse i jiha­di­sti insorti in Siria rischie­rebbe di bom­bar­dare forze Usa. Vale a dire se stesso.

  • agbiuso

    Ago 12, 2014

    A piena conferma di quanto scrivevo lo scorso 10 agosto.

    =============
    Apprendisti stregoni
    di Giuliana Sgrena, il manifesto 12.8.2014

    Gli Stati uniti hanno ini­ziato l’invio di armi – senza spe­ci­fi­care quali – ai pesh­merga kurdi per­ché impe­di­scano l’avanzata dei jiha­di­sti dello Stato isla­mico in Iraq e nel Levante (Isil). Nel frat­tempo è stato eva­cuato il per­so­nale del con­so­lato Usa a Erbil, la capi­tale del Kur­di­stan ira­cheno. Forse è il segno che nem­meno Obama crede nella sua strategia.

    Lo stato ira­cheno infatti si sta fran­tu­mando non tanto e non solo per l’arrivo dell’Isil o per il man­cato raf­for­za­mento mili­tare dell’opposizione siriana – come rim­pro­vera Hil­lary Clin­ton al pre­si­dente sta­tu­ni­tense – ma come risul­tato finale dell’occupazione mili­tare Usa dell’Iraq nel 2003. L’obiettivo per­se­guito fin dal 1991: la spar­ti­zione dell’Iraq in tre zone in base alle appar­te­nenze etnico-religiose, si sta rea­liz­zando con gli effetti più devastanti.

    Seb­bene i com­bat­tenti kurdi siano stati gli unici a con­tra­stare, in parte, l’avanzata dei fana­tici jiha­di­sti non baste­ranno gli «aiuti» sta­tu­ni­tensi (i bom­bar­da­menti che con­ti­nuano da parte Usa e l’invio di armi) a scon­fig­gere al Qaeda, non potranno infatti essere i kurdi a «libe­rare» l’Iraq. Sem­bra di assi­stere al remake dell’avventura afghana quando gli Usa pun­ta­rono tutte le loro carte sui tagiki dell’Alleanza del nord. Il fal­li­mento afghano con il ritorno dei tale­ban evi­den­te­mente non è bastato.

    I raid ame­ri­cani – il primo inter­vento in Iraq dopo il ritiro delle truppe nel 2011 – avreb­bero col­pito obiet­tivi dell’Isil, ma non è dato sapere quali. Del resto non è facile avere infor­ma­zioni dalla zona dei com­bat­ti­menti, soprat­tutto dopo che la gior­na­li­sta kurda Deniz Firat, dell’agenzia Firat, è stata uccisa da una scheg­gia. Deniz si tro­vava nella zona di Makh­mur la città che sarebbe stata ricon­qui­stata dai pesh­merga insieme a Gwer. L’Isil avrebbe invece occu­pato Jala­wla, più a est.

    Nella pro­vin­cia di Ninive si sta con­su­mando la tra­ge­dia dei pro­fu­ghi delle mino­ranze: gli yazidi e i cri­stiani. Migliaia di yazidi soprav­vis­suti alle minacce, ai mas­sa­cri e alla fame, dalla zona di San­jir si sareb­bero diretti prima in Siria e poi nel Kur­di­stan, dove si tro­vano anche gran parte dei cristiani.

    Ma l’attenzione nel frat­tempo si è spo­stata a Bagh­dad dove è in corso il brac­cio di ferro tra il nuovo pre­si­dente Fuad Mas­sum e l’ex pre­mier Nuri al Maliki, che non vuole rinun­ciare al terzo man­dato. Mas­sum ha dato l’incarico per for­mare il nuovo governo a Hai­der al Abadi, ma al Maliki sem­bra deciso a sfi­dare il presidente.

    Al Maliki, abban­do­nato anche dagli ame­ri­cani, è uno dei mag­giori respon­sa­bili della situa­zione ira­chena. Dispo­tico, auto­ri­ta­rio – nello scorso man­dato aveva tenuto per sé il mini­stero della difesa, degli interni e il comando dell’intelligence – e ultra­set­ta­rio: ha escluso da tutti i ruoli di potere, dall’amministrazione pub­blica e dall’esercito, i sun­niti. Tanto che l’avanzata dell’Isil nelle zone sun­nite non ha tro­vato alcuna oppo­si­zione. Ma con­tro una nuova nomina di al Maliki, seb­bene il suo par­tito – Stato di diritto – abbia vinto le ultime ele­zioni (senza otte­nere la mag­gio­ranza), si è schie­rata anche gran parte dell’Alleanza nazio­nale sciita.
    L’ex pre­mier por­terà la sua deter­mi­na­zione a restare al potere alle estreme con­se­guenze con un golpe, come lasce­rebbe inten­dere il dispie­ga­mento nei luo­ghi stra­te­gici di Bagh­dad dell’esercito, delle forze di poli­zia e delle unità di élite che rispon­dono solo a lui?

    Il pre­si­dente Mas­sum, kurdo secondo la costi­tu­zione, forse in attesa degli ame­ri­cani, sta in qual­che modo ten­tando di fer­mare il «nuovo dit­ta­tore» come viene chia­mato al Maliki dall’opposizione.Ma comun­que for­nendo armi non si è mai posto fine alle guerre, la deriva in Libia lo dimostra.

  • agbiuso

    Ago 10, 2014

    L’Iraq era una società laica, multietnica e multireligiosa.
    La guerra degli USA e dei loro servi -in nome della “democrazia” e dei “diritti dell’uomo”- lo ha consegnato agli islamisti più fanatici.
    Eterogenesi dei fini.

  • agbiuso

    Giu 18, 2014

    Ricevo e diffondo queste riflessioni di Luigi Ambrosi a proposito dell’Ucraina e delle politiche statunitensi (l’Europa non esiste, è soltanto serva). Riflessioni che condivido interamente.

    ===========
    TRACCIA PER UN ESAME DI MATURITA’ DEI GIOVANI ITALIANI
    (Ovvero preparare i giovani all’attuale realtà storica)

    Commenta e sviluppa riflessioni ed approfondimenti sul recente Comunicato del G7, evidenziandone le contraddizioni:
    “Siamo uniti nel condannare la violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina da parte della Russia. L’annessione illegale della Crimea e le azioni di destabilizzazione dell’est dell’Ucraina sono inaccettabili e devono cessare” …”incoraggiamo le autorità di Kiev… nel proseguire le operazioni di restaurazione della legalità e dell’ordine nel sud-est dell’Ucraina”.

    Commenti:

    La Crimea e il sud-est dell’Ucraina hanno scelto l’autodeterminazione con i referendum; perchè il G7 non li riconosce e li considera illegali mentre ha riconosciuto l’autodeterminazione del Kossovo e del Sud Sudan? Forse perchè l’obiettivo per questi ultimi era di indebolire Stati considerati ostili (Sudan, Serbia), mentre per la Crimea l’autodeterminazione comporta il rafforzamento di uno Stato ostile e appartenente ai BRICS ? E perchè contemporaneamente il G7 considera illegittime le elezioni in Siria (con il 73 % di votanti) e legittime quelle in Ucraina di autorità andate al potere con un golpe il 22 febbraio?
    Il G7 incoraggia le autorità di Kiev a ristabilire ordine e legalità (anche con bombardamenti dei civili) mentre solo pochi mesi fa diffidava dall’uso della forza sui dimostranti il precedente governo regolarmente eletto di Yanukovich. Perchè prima era illegittimo ristabilire l’ordine e la legalità su dimostranti spesso armati, numerosi di loro addestrati appositamente in Polonia e dichiaratamente neo-nazisti, ed ora è legittimo bombardare con aerei e mortai le città secessioniste? E’ proprio per i bombardamenti sui civili (notizia dimostratasi poi falsa) che il G7 spinse la NATO ad intervenire in Libia abbattendo Gheddafi e seminando distruzione tuttora imperante; ora invece i bombardamenti sono incoraggiati per restaurare la legalità?
    Dietro al golpe e al nuovo governo Ucraino (con uomini scelti dagli USA) vi sono gli USA, che per loro ammissione hanno investito 5 miliardi di dollari pur di distaccarla dalla Russia e farla entrare nella Nato, e l’Unione Europea che nell’autunno scorso si era vista respingere la proposta di unione economica dal governo legittimo, che aveva invece optato per l’unione economica con la Russia. E’ una ulteriore dimostrazione che dietro alle guerre vi sono motivazioni economiche e politiche, e non umanitarie o legalistiche.
    Una forza determinante tra i dimostranti ucraini che hanno effettuato il golpe è costituita da formazioni dichiaratamente naziste, rappresentate poi da due ministri nel governo provvisorio. Come mai Usa, Francia e G.B. che hanno sempre vantate meriti nella guerra contro i nazisti, ora ricorrono ad essi pur di conseguire i loro obiettivi geo-politici ? Alleanza “atipica” che si è riproposta anche in Libia e Siria con il sostegno e finanziamento delle formazioni integraliste islamiche associate ad Al Qaida (e spesso ammazza-cristiani): quale capolavoro di ipocrisia, quale contradditoria elaborazione culturale produce il G7 e la NATO pur di giustificare la sua supremazia e le guerre?

    Riflessioni:
    Perchè il G7 continua a definirsi “la comunità internazionale” quando rappresenta meno di un decimo della popolazione mondiale?
    Perchè ancora una volta gli Stati del G7 pensano di uscire da una grave crisi economica attraverso la guerra?
    Perchè il G7 persegue una politica fortemente ostile verso i grandi Paesi dei BRICS che stanno finalmente uscendo da una miseria secolare, e verso ogni Stato che vuol salvaguardare la propria sovranità nazionale?
    Come la stampa dei Paesi del G7 opera la guerra di propaganda (o propaganda di guerra?) contro questi Paesi, o falsificando notizie o creando eventi fittizi (come nel caso di Libia e Siria) o sottacendo fatti gravi (come il massacro di Odessa e i bombardamenti di civili in Ucraina).
    Perchè una buona parte del pacifismo e della sinistra occidentale, storicamente conto le guerre imperialiste, si ritrova ora allineata alle politiche di guerra della Nato?
    Può il G7 far precipitare la situazione in Ucraina ed in Medio Oriente, completare l’accerchiamento della Cina, ricolonizzare l’Africa, perseguire nel logoramento dei Paesi dell’America Latina per arrivare infine ad una nuova guerra mondiale che ribalti un tavolo dove le economie in declino e super-indebitate del G7 sono perdenti in casa e fuori?

  • agbiuso

    Giu 12, 2014

    Les ailes et les serres du pygargue américain
    di Gabriel Galice

    Il est un truc de la manipulation, commun au prestidigitateur et au dirigeant politique peu soucieux de démocratie (Chomsky) : attirer le regard du spectateur dans une direction pour le détourner d’un spectacle édifiant.

    On diabolise Poutine, Le Pen et Assad, fort bien. Les faits divers complètent le tableau. Le Mondial de foot coiffe le tout. Circulez, y a rien à voir ! En cuisine, on mijote des plats de résistance peu ragoutants.

    Quelques initiés auront entendu parler du Partenariat Transatlantique pour le Commerce et l’Industrie, concocté entre milieux d’affaires des Etats-Unis et de l’Union européenne, avec la bénédiction de cercles politiques à leur disposition.

    Le tableau n’est portant pas complet. Au même moment, les Etats-Unis négocient un traité semblable de l’autre côté de l’Eurasie : le Partenariat Transpacifique (en anglais Trans-Pacific Strategic Economic Partnership).

    Ce n’est pas tout. Les ailes du commerce (Mercure) impliquent les serres pour saisir les proies (Mars). En dépit des assertions des idéologues, le marché ne marche pas tout seul. Le pygargue, emblème des Etats-Unis, est un aigle pêcheur. Or donc, dans la plus grande discrétion, se négocie un volet militaire entre Européens et Américain, l’ACSA, pour « Acquisition and Cross-Servicing Agreement ». http://www.bruxelles2.eu/psdc/gestion-de-crise/un-accord-militaire-avec-les-usa.html Idem sur le front Est, avec des accords Canada-Japon, Etats-Unis-Brunai

    De mauvais esprits supputent que l’accord « administratif et technique » militaire entre les USA et l’EU affaiblit les capacités propres de l’Europe en matière de défense. Zbignew Brzezinski nous en avait avertit : « Pour le dire sans détour, l’Europe de l’Ouest reste dans une large mesure un protectorat américain et ses Etats rappellent ce qu’étaient jadis les vassaux et les tributaires des anciens empires.1 »

    Nos cousins d’Amérique font souvent preuve d’une grande qualité : celle d’appeler un chat un chat. Qu’on se le dise : le pygargue a des ailes et des serres. Et les peuples d’Europe sont des pigeons ?

    Gabriel Galice – Berne, le 12 juin 2014
    ==========

    Fonte: La Sociale. Analyses et débats pour le renouveau d’une pensée de l’émancipation

  • agbiuso

    Mar 16, 2014

    Ucraina, Jugoslavia, Europa e Diritto internazionale.
    «Non c’è pretore tra gli stati».
    Crimea, il delitto internazionale di Tommaso Di Francesco,
    il manifesto, 16.3.2014

  • agbiuso

    Ago 23, 2013

    DRONI – AGS, sette domande per saperne di più sulla nostra -della Sicilia in particolare- condizione di colonia militare degli Stati Uniti d’America.

  • agbiuso

    Ago 10, 2013

    Noam Chomsky e altri intellettuali statunitensi sostengono la lotta delle famiglie e dei cittadini siciliani contro la base militare satellitare americana di Niscemi (Caltanissetta): «Il progetto Muos e la militarizzazione della Sicilia non sono nell’interesse dei cittadini e delle cittadine americani. Condanniamo fermamente le violenze contro i manifestanti e chiediamo che il loro diritto di parola e di protesta venga rispettato. Esprimiamo la nostra piena solidarietà con la società civile siciliana in protesta contro il Muos».

  • agbiuso

    Mar 9, 2013

    Vorrei onorare la persona di un uomo che ha cercato di offrire istruzione e salute a milioni di indigenti e che anche per questo è stato e continua a essere calunniato.
    Lo faccio con le parole dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano: La demonizzazione

    ==========
    Hugo Chávez è un demonio. Perché? Perché ha alfabetizzato due milioni di venezuelani che non sapevano né leggere né scrivere pur vivendo in un paese che possiede la ricchezza naturale più importante del mondo che è il petrolio.
    Io ho vissuto in quel paese per qualche anno e so molto bene come era. Lo chiamavano «Venezuela Saudita» a causa del petrolio. C’erano due milioni di bambini che non potevano andare a scuola perché non avevano i documenti. Poi è arrivato un governo, questo governo diabolico, demoniaco, che fa cose elementari come dire: «I bambini devono essere ammessi a scuola con o senza documenti». era la fine del mondo: ecco una prova del fatto che Chávez è un cattivo, un cattivissimo.
    Visto che possiede questa ricchezza, e che grazie al fatto che a causa della guerra in Iraq il petrolio è carissimo, lui vuole approfittarne a fini di solidarietà. Vuole aiutare i paesi sudamericani, specialmente Cuba: Cuba gli manda i medici, lui paga con il petrolio. Ma anche quei medici sono stati una fonte di scandalo. Dicono che i medici venezuelani erano furiosi per la presenza di quegli intrusi che lavoravano nei quartieri poveri.
    Al tempo in cui io vivevo là come corrispondente di «Prensa Latina», non ho mai visto un medico. Adesso invece i medici ci sono. la presenza dei medici cubani è un’altra prova del fatto che Chávez sta sulla Terra di passaggio, perché appartiene all’inferno. Per questo, quando si leggono le notizie bisogna tradurre tutto. Il demonismo ha quest’origine: per giustificare la macchina diabolica della morte.

    Eduardo Galeano (tratto dal n.121 di «Latinoamerica», in libreria)
    ==========

    Fonte: il manifesto, 7.3.2013

  • agbiuso

    Nov 12, 2012

    Ti ringrazio, caro Diego, per aver ulteriormente argomentato la tua opinione.

    A proposito dell’imperialprogressismo, e su dove può condurre, ho trovato eccellente l’analisi che il collega e amico Marino Badiale ha pubblicato su Mainstream.

    ============

    Parliament addicted

    Per capire “a che punto è la notte”, vale la pena di leggere questa intervista a Diliberto.
    E’ notevole il passaggio nel quale Diliberto spiega che “solo una cosa c’è in ballo: se non torniamo in parlamento, altri cinque anni così, consegnano i comunisti all’inesistenza”. Per cui a qualunque costo e in qualsiasi modo, loro devono tornare in Parlamento. Non ne possono fare a meno. Senza una poltrona parlamentare vanno in crisi di astinenza. Comunisti parlamentodipendenti. Parliament addicted, si potrebbe dire in questi tempi di imperante anglofilia.
    Lo ammetto, prendersela con i Comunisti Italiani può apparire manifestazione di scarsa pietas.
    Per cui non voglio usare toni indignati od offensivi. Ormai comincio ad “avere un’età”, come si suol dire, e non ho riserve infinite di indignazione. Tutta quella che potevo impiegare nei confronti di Diliberto e soci l’ho consumata al tempo della guerra di aggressione alla Jugoslavia, quando, lo ammetto, ho perso un po’ del mio aplomb di fronte allo spettacolo surreale di un Partito Comunista che partecipa ad un’aggressione imperialistica dichiarandosi ovviamente ora e sempre antimperialista, di militanti che agitano bandiere rosse e pugni chiusi contro le guerre della NATO mentre i loro dirigenti partecipano ad un governo che fa la guerra della NATO, di politici e intellettuali che si producono in capriole dialettiche mentre le bombe esplodono su Belgrado.
    Cerco quindi di esprimere nella maniera più fredda possibile un giudizio politico sulla scelta del PdCI di cercare un’alleanza col PD.

    Siamo oggi di fronte, col governo Monti, al più massiccio attacco ai diritti e ai redditi del mondo del lavoro e dei ceti subalterni che sia mai stato tentato nella storia della Repubblica Italiana. Questo attacco ha come unico risultato possibile una spaventosa regressione civile, un immiserimento economico, culturale e umano, che si riassume nell’espressione coniata dall’economista francese Bernard Conte: “terzomondizzazione” (“Tiers-mondialisation”). Il PD di Bersani è parte integrante di questa azione nefasta, come è evidente dal fatto che esso sostiene il governo che la compie (mi scuso con i lettori di questo blog per dover dire simili ovvietà, ma qui, come ho ricordato, stiamo parlando di gente che mandava i cacciabombardieri su Belgrado dichiarandosi contraria all’imperialismo USA), per cui un qualsiasi progetto di alleanza col PD, specie se fatto da forze politiche di piccole dimensioni, non potrà che seguire il solco già tracciato dal governo Monti. I Comunisti Italiani si stanno quindi proponendo come coloro che agiteranno bandiere rosse e pugni chiusi e nello stesso tempo collaboreranno alla distruzione della civiltà e della democrazia di questo paese (allo stesso modo, appunto, nel quale tredici anni fa agitavano bandiere rosse e pugni chiusi mentre partecipavano all’aggressione imperialistica contro la Jugoslavia).
    Questa è la sostanza dei fatti. A scanso di equivoci, preciso che ritengo ovvio e naturale che una forza politica anticapitalistica cerchi uno spazio in Parlamento, e delle alleanze per arrivarci. Ma non lo si può fare a qualsiasi prezzo e a prescindere da ogni analisi della realtà. Una tale analisi è alla portata di qualsiasi persona di normale intelligenza e media cultura, e porta alle conclusioni sopra indicate.
    Ma come ho detto all’inizio, è inutile arrabbiarsi. Si tratta, in fondo, solo di un ristretto gruppo di militanti e politici di professione che ha deciso di vendere un patrimonio simbolico (bandiere rosse, falci e martelli, dotte citazioni di Marx e Lenin e Gramsci e quant’altro, serissime analisi marxistosociostoricoeconomicogeopolitiche e tutto il resto della chincaglieria di ogni partito comunista che si rispetti) in cambio di qualche posto remunerato dentro all’apparato della politica. Perché arrabbiarsi? E’ una onesta compravendita. Loro si vendono al PD, il PD fa i suoi calcoli se conviene comprare oppure no, se il baratto si conclude il PD raccatta un po’ di voti e l’apparato dei Comunisti Italiani ottiene i posti che gli garantiscano le “quattro paghe per il lesso” di carducciana memoria.
    In fondo oggi un Diliberto che dichiara tranquillamente che l’alfa e l’omega della propria strategia politica è il ritorno in Parlamento, fa quasi simpatia. Si tratta della stessa squallida operazione di Vendola, ma almeno Diliberto è più sincero.
    (M.B.)

  • diego b

    Nov 11, 2012

    La mia opinione, ovviamente senza la pretesa che sia la «verità» incontrovertibile, è che anche la politica interna degli USA abbia un riflesso importante sull’Europa e il pianeta tutto. La scellerata politica reaganiana che portò (non entro in dettagli tecnici per non tediare) alla fine della separazione fra banche d’affari e banche di raccolta sul territorio (insomma banche normali) è una delle cause della incredibile truffa dei subprime. Questo evento, con un effetto domino spaventoso, ci porta dritti anche alle crisi europee, fino alle banche italiane con i titoli «marci» nella pancia.
    A mio sommesso avviso, poi, una demarcazione fra politica interna e politica esterna degli usa è artificiosa. Al congresso americano ci furono furibonde diatribe per tagliare la spesa pubblica sociale a favore della spesa pubblica militare. Difatti, poi, a risolvere il problema è arrivato l’11 settembre, ben orchestrato per far sì che le spese militari e la politica aggressiva non avessero più neppur timidi oppositori.
    Veniamo all’italietta. Non è forse per motivi di sciocca grandeur che siamo andati a impelagarci in costosissime missioni in Afghanistan, lasciando sul campo vite giovani e un mare di soldi?
    Quindi, a mio sommesso avviso, la cesura romaniana fra politica estera e politica interna è una forma astuta di polemica «interna», frutto di una penna tanto abile ed elegante quanto profondamente di destra.

  • agbiuso

    Nov 10, 2012

    Ringrazio Amelia per questa efficace citazione da Costanzo Preve.
    Segnalo anche un punto di vista diverso ma sempre critico e interessante.
    L’analisi di Gabriele Pastrello conferma per intero la pericolosità del sistema finanziario che l’ultracapitalismo statunitense ha imposto al mondo e l’irrazionalità della politica USA.

    ================
    Fiscal cliff, la vendetta

    È difficile fare previsioni sulle conseguenze economiche della vittoria di Obama. Ma c’è un fatto che può favorire la ripresa economica. La sconfitta repubblicana è quella del Tea Party, il che indebolisce un potente ostacolo ideologico alle politiche di ripresa.
    Quello che del Tea Party è stato forse poco percepito in Europa è che si è trattato di una reazione alla crollo economico del 2008. È vero che i suoi motivi ideologici sono profondamente radicati nella storia americana. Ma non si deve considerare il suo esordio nella primavera del 2009 come casuale. La conferenza stampa del Presidente Bush nel settembre 2008, subito dopo il fallimento Lehman Brothers, insieme al Presidente della Federal Reserve Bernanke e al Ministro del Tesoro Paulson, è stato un evento di cui non si ricordano precedenti. Difficile sottovalutare la drammaticità del messaggio: la catastrofe economica incombe. A confermarlo c’era la processione degli occupati nella finanza con i loro scatoloni, la cui vita finiva in un attimo col licenziamento.
    Ma ancora più cruciale fu il crollo dei valori di Borsa, caduti dall’aprile 2008 al febbraio 2009 di più del cinquanta per cento, contro solo circa il dieci per cento dopo dieci mesi dall’ottobre del 1929; uno shock concentrato. Europei ed economisti pensano solo al 2009 come l’anno della recessione. Ma è tra la prima metà del 2008 e l’inizio del 2009 che si infrange il sogno del grande arricchimento continuo promesso dalla svolta antistatalista attuata nel nome di Reagan. La cui filosofia elementare era: lasciateci fare, meno lo Stato si impiccia, tutto andrà per il meglio. Svolta che l’amministrazione Clinton non aveva intaccato, ma di cui aveva anzi confermato la validità con l’azzeramento del deficit del bilancio dello Stato.
    Pensiamo ora a quell’America profonda che, nel pieno della caduta dei valori mobiliari, e quindi dei Valori Americani, oltre all’indigeribilità del primo presidente nero, vede che la risposta federale alla crisi è l’aumento della spesa, del deficit e del debito pubblici. Tutto ciò che la Nuova Religione reaganiana aveva additato come il male assoluto. Cosa poteva pensare quell’America profonda? Che quelle misure erano un palliativo che non poteva che aggravare la crisi e allontanare la ripresa del sogno. Che quella sopravvivenza di Stato che era stata tollerata fin dai tempi di Reagan aveva portato a un frutto avvelenato: la crisi del 2008; e che il solo rimedio sarebbe stato la sua estirpazione.
    Nel 1929 i nuovi ricchi americani erano più innocenti e si buttavano dai grattacieli, come racconta la retorica della Grande Depressione. Adesso sono incarogniti e vogliono la vendetta contro chi pensano gli abbia tolto il sogno, e i soldi: lo Stato. Questo, più che la lunga storia di quei valori americani profondi, spiega la virulenza del movimento. Che ha molto in comune con il maccartismo dei primi Cinquanta. Come allora, una folla di politicanti si è associata, a caccia di voti, aumentando il momento politico del movimento. La sua crescita impetuosa non poteva non suggerire il bersaglio grosso: la Presidenza. I movimenti, negli Usa, catturano il momento ideologico e emozionale emergente molto più rapidamente dei partiti europei, più strutturati. Ma, al tempo stesso, mancano della forza conservativa che quei partiti hanno, purtroppo, anche di fronte a dure smentite politiche. Una cosa pare emergere dalla sconfitta di Romney: che il Tea Party, potente aggregatore di consensi, è diventato anche un potente repulsore. La scommessa di capitalizzare sul Tea Party, senza perdere verso altri settori, è stata perdente nonostante le condizioni paressero ottimali. L’uscita dalla crisi era stata debole. La politica di Obama era stata frenata da tabù, come l’avversione a deficit e debito pubblici, condivisi anche nel suo entourage. Lui stesso pareva aver perso il tocco magico del discorso mobilitante.
    Una disgregazione dello schieramento che ha fallito l’attacco finale è molto probabile, data anche la debole strutturazione dei partiti americani. Qui si apre un’opportunità di ridurre la presa ideologica del liberismo anarcoide estremo impersonato dal Tea Party. Negli stati industriali del Nord Mid-West è successo per esperienza diretta. Il difficile è farlo capire a settori più ampi. Solo la prova provata del consolidamento della ripresa può indebolirne la presa su elettori meno ideologizzati. Il presidente Obama deve assolutamente evitare il ‘precipizio fiscale’, cioè quella massa di tagli già contrattati con i repubblicani che taglierebbero inevitabilmente le gambe a una ripresa ancora debole. Se vuole farsi ricordare per aver portato gli Usa fuori dalla crisi è necessario che il presidente smetta di ascoltare le colombe clintoniane. Questa è l’ultima trappola repubblicana.

    (Fonte: il Manifesto, 10.11.2012)

  • Amelia

    Nov 10, 2012

    Condivido pienamente quanto dice Alberto ed è il motivo per cui ho riportato quell’articolo. Ciò che mi interessa è il mio paese e l’Europa e non la politica interna degli USA, come evidenziato nell’ultima parte dell’articolo, anche se scritto da Sergio Romano.
    A tale proposito riporto queste poche righe di Costanzo Preve:

    L’obamamania è una sorta di wishful thinking, come direbbero gli inglesi, cioè una forma di subordinazione e di interiorizzazione della collocazione della sinistra nell’impero americano; per cui la sinistra vorrebbe un imperatore buono invece che cattivo, preferisce Traiano anziché Nerone. L’obamamania non è una riflessione sui rapporti fra l’Europa e l’impero americano, ma è semplicemente una forma di veltronismo, cioè di interiorizzazione della subalternità. Questa è una delle ragioni per cui non mi interessa più la sinistra.

  • agbiuso

    Nov 9, 2012

    Caro Diego, ti scusi per delle parole così belle ed elogiative?
    Che spesso (e non soltanto “a volte”) mi freghino, non c’è dubbio. Spero soltanto che dipenda dalle ragioni da te indicate e non da mancanza di discernimento.

    Nel caso specifico, comunque, condivido pienamente il tuo giudizio su Romano quale “penna maligna, corrosiva e velenosa”, giudizio che avevo almeno accennato nel mio commento al suo articolo.

    Condivido anche quanto dici sulle differenze in politica interna tra Obama e il programma ultraliberista e bigotto di Romney. Il mio giudizio verte però sulla politica estera, ambito nel quale Barack Obama è stato un degno prosecutore dell’imperialismo, del militarismo e dell’interventismo di Bush.
    Di più grave, rispetto all’idiota che lo ha preceduto, c’è il fatto che Obama ha tradito tutte le sue promesse, persino quella di chiudere il lager di Guantanamo.
    Ha poi proseguito nella spoliazione e distruzione dell’Iraq e dell’Afghanistan; ha invaso la Libia senza alcuna ragione; sta cercando di disintegrare l’ultimo stato laico del Vicino Oriente: la Siria; ha autorizzato e autorizza l’assassinio personale di soggetti ritenuti pericolosi dagli Usa. Pochi sanno che ogni settimana questo presidente decide chi far uccidere nel mondo da parte dei servizi segreti USA.
    E costui è stato insignito del premio Nobel per la pace! Un’autentica vergogna.

    A me interessa poco della politica interna degli USA. Questo popolo inferiore, infatti, si merita di essere discriminato, impoverito, massacrato socialmente dai suoi stolti e corrotti governanti. Sì, ho scritto proprio “inferiore“; nei confronti degli statunitensi sono esplicitamente razzista. Come vedi, non sono poi così “profondamente buono” :-).

  • diegod56

    Nov 9, 2012

    Io, caro Alberto, non sono d’accordo con quanto scritto da Sergio Romano.
    Ha assolutamente ragione quando ci ricorda che un presidente degli States persegue gli interessi strategici e imperialistici del suo paese, e nulla cambia se è un democratico o un repubblicano.
    Ma Romano, ex diplomatico, dotato di ricchissima pensione che gli paghiamo noi contribuenti, è lontanissimo dalla vita interna degli USA.
    Per i meno abbienti di quel grande e multiforme paese c’è differenza fra un propugnatore del darwinismo sociale, un “duro e puro” del pensiero che i poveri si devono arrangiare ed un uomo come Obama che, fra mille incertezze e contraddizioni, almeno ha tentato di proporre una sanità pubblica, almeno ha cercato, con scarso successo, di frenare lo strapotere delle iene della finanza.
    Ti racconnto una cosa, caro Alberto. Una signora che conoscevo e viveva vicino a me, aveva la doppia cittadinanza, italiana e USA. Dal Texas, quando doveva operarsi di qualcosa, veniva alla scassatissima ASL ligure, perchè altrimenti doveva pagare tutto.
    Le idee tardoreaganiane di Romney sono talmente brutte, violente, antisociali, da far apparire le timide e contraddittorie proposte di Obama qualcosa di molto meno repellente.
    Romano, da penna maligna e corrosiva quale è, cerca di insinuare che non c’è differenza con l’intento di disprezzare ogni speranza, ogni anche ingenua voglia di giustizia. Non accetto lezioni da una penna velenosa come la sua.
    Caro Alberto, tu sei uomo troppo onesto, profondamente buono e limpido, per questo a volte ti fregano. Perdonami la franchezza, lo sai quanto davvero ti voglio bene.

  • agbiuso

    Nov 8, 2012

    Grazie, cara Amelia.
    Sergio Romano di solito non è per nulla condivisibile, schierato com’è con i poteri finanziari e atlantici, ma stavolta ha ragione a scrivere con chiarezza che gli interessi dell’Europa non sono quelli degli USA.
    Lui dice che “non coincidono sempre e necessariamente”, io dico -invece- “quasi mai”.

  • Amelia

    Nov 8, 2012

    Nell’attuale clima di generale entusiasmo per la rielezione di Obama, mi sembra interessante e lucido questo articolo di Sergio Romano pubblicato sul Corriere della sera del 9 ottobre 2012

    GLI EUROPEI E IL VOTO IN USA MEGLIO SPETTATORI CHE PARTIGIANI
    di Sergio Romano*

    Cari lettori, Vi sono articoli in cui l’autore esprime una opinione o una preferenza e cerca di spiegare perché una soluzione o una prospettiva gli sembrino meglio di altre. E vi sono articoli in cui l’autore cerca di misurare e pesare le forze in campo, i fattori che possono influire sulla vicenda di cui sta scrivendo e determinare l’esito finale di un conflitto, di uno scontro politico, di una crisi economica. L’articolo che avete letto appartiene alla seconda categoria. Ho tentato anzitutto di comprendere perché la maggioranza degli spettatori americani (più di 60 milioni) abbia preferito Mitt Romney a Barack Obama. Mi sono chiesto, in secondo luogo, quale sarebbe stato l’effetto del dibattito sul risultato delle elezioni presidenziali. Ho segnalato lo stile teatrale che la politica ha assunto grazie alla televisione, non soltanto in America, e mi sono chiesto infine se il giudizio dello spettatore corrisponda sempre alla scelta che l’elettore farà al momento del voto. Naturalmente la distinzione fra le due categorie non è mai netta. Anche quando vuole essere soltanto «analista », l’autore di un articolo lascia spesso intravedere i suoi desideri e i suoi pregiudizi. Ma nel caso delle elezioni americane mi sarebbe difficile esprimere preferenze. Ciascuno dei due candidati ha il suo profilo politico ed entrambi cercano di distinguersi offrendo agli elettori ricette diverse. Ma il vincitore sarà sempre e comunque il presidente degli americani. Quando sarà alla Casa Bianca, l’eletto farà la politica che gli sembrerà più conforme agli interessi del Paese e coltiverà quella parte della società americana da cui è stato scelto. Se deciderà di fare una guerra, cercherà di raccogliere intorno a sé il maggior numero possibile di alleati. Ma non chiederà il permesso all’Europa e non consulterà gli europei nel corso del conflitto. Se riterrà che una certa politica monetaria sia indispensabile per la prosperità degli Stati Uniti, non si chiederà, per esempio, se un dollaro debole possa nuocere all’economia dei Paesi dell’euro. Perché dovrei affannarmi a sperare nella vittoria di un contendente piuttosto che dell’altro?Molti europei sembrano immedesimarsi nella competizione elettorale americana e scelgono il candidato che maggiormente ricorda la famiglia politica a cui appartengono. Nel caso di queste elezioni, quindi, i progressisti sarebbero con Obama e i conservatori con Romney. A me sembra, francamente, tempo sprecato e per di più indice di una certa sudditanza culturale di fronte agli Stati Uniti. Chi parteggia per uno dei due candidati senza che questo gli garantisca la benché minima influenza sulla sua futura politica alla Casa Bianca, riconosce implicitamente all’America il diritto di guidare il mondo. A me sembra che il mondo, soprattutto in questo momento, abbia bisogno anche dell’Europa e che gli interessi dell’Europa non coincidano sempre e necessariamente con quelli degli Stati Uniti.

  • aurora

    Nov 6, 2012

    grazie per le interessanti informazioni

  • agbiuso

    Nov 6, 2012

    Mi è stato segnalato il testo che copio qui sotto.
    Fonte: Comitato Italia-Siria

    =============

    Perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    di Ouday Ramadan

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: nella mia Siria non ho mai visto nessuno cibarsi dai cassonetti
    della spazzatura.

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: nella mia Siria non ho mai visto un funerale del più illustre
    sconosciuto che non avesse almeno 1000 persone dietro.

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: nella mia Siria ho visto il più umile dei lavoratori riuscire a
    mandare 10 figli a scuola ed oggi sono il medico, l’ingegnere, l’ufficiale,
    l’operaio, l’impiegato etc. etc.

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: nella mia Siria non ho mai visto sfrattare nessuno dalla propria
    casa in affitto.

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: la mia Siria l’ho girata per lungo e per largo con i mezzi
    pubblici con meno di 5 euro.

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: nella mia Siria nessuno studente, dalle scuole dell’infanzia fino
    agli alti studi universitari, paga un centesimo per acquistare i libri di
    testo.

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: nella mia Siria ogni siriano ha diritto a 1000 litri di gasolio
    all’anno per riscaldarsi.

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: nella mia Siria non si paga un centesimo per curarsi ed il Governo
    non ti trattiene il 50% della tua busta paga oppure del tuo reddito.

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: nella mia Siria un kg di pane ha il prezzo di 7 centesimi.

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: nella mia Siria il figlio dell’industriale e quello dell’operaio
    si vestono uguale a scuola. In barba ai Calvin Klein, Benetton e cretinate
    simili.

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: nella mia Siria è garantito il diritto di culto pure a Tex Willer.

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: nella mia Siria non vedrò mai un McDonald’s

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: nella mia Siria invece di pagare l’impresa funebre per trasportare
    la salma di un defunto, chi viene a darti le condoglianze ti porta anche la
    solidarietà in soldi.

    Mi chiedono perché non vuoi il cambiamento in Siria?
    Rispondo: nella mia Siria se ti dovesse capitare di avere la febbre a 38
    gradi, troveresti 50 persone disposte a coprirti e procurarti i medicinali.

    Ouday Ramadan, 03/11/2012

  • diego b

    Nov 5, 2012

    In effetti, caro Alberto, su quel che accade davvero in Siria, e sulle vere cause di ciò che accade, non c’è alcuna informazione obiettiva. In pratica le poche notizie io le ho recepite soltanto visitando le tue pagine.

Inserisci un commento

Vai alla barra degli strumenti