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Dismisura

La «ricchezza sfacciata» e la «vanità fuori dalla norma» di Donald Trump fanno di questo inquietante personaggio un emblema della disperazione della classe operaia e del ceto medio statunitensi, i quali affidano a lui quello che si può definire «l’ultimo respiro dell’America bianca» (J. Littell, in Diorama letterario, n. 331, pp. 1 e 5), destinata a essere fortemente ridimensionata dall’affermarsi dei latini e degli afroamericani.
In ogni caso, poco cambierà per i ceti meno abbienti degli USA e per i suoi vassalli. A confermarlo è anche il dissolversi delle illusioni -ché tali sono state sin dall’inizio- riposte nel ‘primo Presidente nero’. Obama si è comportato da capo di una potenza interessata soltanto al proprio dominio mondiale e al perpetuarsi del potere all’interno. Ben lo argomenta Giuseppe Ladetto in una analisi che deve molto al realismo di Machiavelli, al suo mostrare l’essenza del comando, che più parla di ‘bene’ collettivo e meno lo pratica.
«Nel discorso pubblico, i leaders, in particolare quelli dei paesi liberal-liberaldemocratici, devono dare un’immagine di sé e della propria nazione intrisa di riferimenti etici. Pertanto non esplicitano mai i veri obiettivi della loro azione, che sono sempre dettati da logiche di potenza e non da principi morali. Così, quando i risultati delle azioni intraprese divergono palesemente dagli obiettivi dichiarati per finalità di immagine, nascono valutazioni infondate anche se quei leaders hanno raggiunto proprio quegli obiettivi che in realtà si erano proposti». (12)
Tra gli obiettivi principali dell’amministrazione Obama -come di quelle che l’hanno preceduta e che la seguiranno- c’è il controllo dell risorse del pianeta, la sottomissione degli alleati, la neutralizzazione delle uniche due potenze che possono in parte oscurare quella americana: Russia e Cina. Al fine di perseguire tali scopi, «l’attuale condizione di instabilità ed ingovernabilità mediorientale potrebbe essere per loro, entro certi limiti, la soluzione migliore. […] Per certi versi, l’instabilità dell’area può servire alla grande potenza per tenere in allarme i paesi ‘amici’ e mantenerli legati a sé» (Id., 13). E questo contribuisce a spiegare molti eventi legati alla situazione del Vicino Oriente, comprese le azioni dell’Isis.
In questa chiave, la vittoria di Hillary Rodham Clinton potrebbe risultare «per gli europei una sciagura probabilmente senza precedenti, per le tendenze ultra-egemoniche e belliciste messe in mostra dalla ex first lady e segretario di Stato» (testo redazionale, p. 39).
Assai più di altri imperi, quello statunitense è intessuto di dismisura. Le sue dimensioni, fondamenti, obiettivi, strumenti, rappresentano esattamente l’opposto di ciò che «la filosofia greca sapeva», vale a dire «che il limite prima di segnare i confini della cosa, è ciò che la fa esistere» (O. Rey, 23). Questo impero che non ha rivali crollerà probabilmente per dissoluzione interna, per questa sua dismisura. Già si intravvedono i segnali di una guerra civile tra le diverse etnie e gruppi che abitano un Paese profondamente diviso, nonostante la retorica patriottica e militarista con la quale cerca di nascondere in primo luogo a stesso la propria discordia interna, la στάσις.

Come europei

Le reazioni al referendum britannico che ha sancito l’uscita dall’Unione Europea sono state davvero disvelatrici della struttura ormai radicalmente oligarchica della politica occidentale. Per i ceti dirigenti -vale a dire per i decisori politici- e per chi gode degli enormi vantaggi economici e simbolici della globalizzazione, la democrazia si riduce a «un sistema in cui al popolo è concessa soltanto la libertà, condizionata, di approvare le linee di condotta decise ‘da chi sta in alto’» (M. Tarchi in Diorama Letterario 332, p. 3). Decisori politici che sono privi, tra le tante altre cose, di una delle condizioni necessarie a far politica: imparare dagli eventi. E invece, «terrorizzati come dei conigli investiti dalla luce dei fari, i dirigenti dell’Unione europea si leccano le ferite ma rifiutano di mettersi in discussione: l’unica lezione che trarranno da questo voto è che bisogna decisamente far di tutto per impedire ai popoli di esprimersi» (A. de Benoist, 6). Quello che sta accadendo e che accadrà sempre più è che «dappertutto, i popoli si rivoltano contro un’oligarchia transnazionale che non sopportano più» (Ibidem). L’arma più potente per tenere sotto controllo questa rivolta è naturalmente l’informazione. I commenti e le analisi successive al Brexit sono davvero esemplari di tale intenzione. Tarchi così le riassume:

Le hanno tentate davvero tutte, per frenare il processo di separazione fra Regno Unito e Unione europea. Mesi di assillante campagna psicologica interna e internazionale incentrata sulla visione apocalittica dei disastri che si sarebbero abbattuti su un intero continente in caso di abbandono delle istituzioni di Bruxelles (e poi si ha il coraggio di sostenere che a puntare sul ‘voto di pancia’ e sulla paura del futuro sono soltanto i movimenti populisti…). Discesa in campo del grande fratello d’Oltreoceano, pronto a rincarare la dose. Manovre pilotate dei ‘mercati’ -ovvero, come nessuno ha ormai il coraggio di negare, dei grandi speculatori che fanno indisturbati il bello e il cattivo tempo delle Borse, piegando ai propri voleri le classi politiche dell’intero pianeta. […] Senza timore di cadere nel ridicolo, insigni studiosi hanno perfino proposto, se non di privarli [i cittadini più anziani] totalmente del diritto di voto, quantomeno di decurtargliene una considerevole quota. […] Su queste elucubrazioni, e soprattutto sul loro sottofondo psicologico, ci sarebbe molto da dire. […] Sarebbe però, in questa sede, un esercizio ozioso, dal momento che a neanche tre settimane dal voto britannico un documentato articolo del ‘Guardian’, che scarsa eco ha trovato fuori dai confini nazionali, ha smentito in pieno la leggenda dei vecchi cattivi (pp. 1-2).

L’unica potenza rimasta a dominare il mondo induce a questo tipo di comportamenti. L’altra, sconfitta nella Guerra fredda, rimane per molti europei un enigma, sul quale cerca di fare un po’ di luce il libro di Paolo Borgognone Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietica (Zambon, 2015). Ne riferisce Archimede Callaioli, mostrando come nel decennio di ultraliberismo seguito al 1991 «la Russia esce dalla condizione di diffusa povertà in cui aveva trascorso gli ultimi decenni (e non solo) della sua storia sovietica, per conoscere la vera e autentica miseria, mentre meno dell’1% della sua popolazione può avere accesso al paradiso del consumismo occidentale» (25). Per quanto riguarda le decisive questioni geostrategiche, Callaioli osserva che ci siamo abituati a ritenere «normale che nessun paese ritenga di poter influenzare quello che accade in un altro, tranne uno, e che non ci risulta che la Russia, la Cina, il Venezuela, l’Iran, Cuba, il Vietnam, e tutti gli altri Stati del Medio Oriente, dell’Africa e dell’America Latina abbiano mai tentato di influenzare la politica degli Stati Uniti, mentre il contrario è sempre avvenuto» (Ibidem).
Rispetto a tale pervasivo e gravissimo monopolio interventista degli Stati Uniti d’America, dovremmo come europei essere più rispettosi nei confronti della Russia, una nazione difficile certo da comprendere ma che «non ha mai approfittato delle sue vittorie militari (e ne ha avute parecchie, nel corso della storia, da Ivan il Terribile in poi) per sottometterci a sé. Nel confronto e nello scontro, ci ha sempre rispettato, ha sempre rispettato la diversità che ci distingueva, cosa che vorremmo molto poter dire di altre nazioni» (28).
Dalle vicende storiche e culturali dovremmo come europei imparare a riconoscere da dove vengono i reali pericoli per le nostre economie e per la nostra cultura. Vengono da Ovest.

Sul disordine costituito

Che cosa vuole il potere? Quali sono gli strumenti e insieme gli obiettivi di chi comanda? L’elenco potrebbe essere lungo ma esso dovrebbe in ogni caso comprendere la rassegnazione, il silenzio, l’adesione al pensiero dominante. Sono esattamente questi gli elementi del potere contemporaneo. Il quale però, a differenza di altre epoche, è assai più sottile e anzi tende a presentarsi come il garante e lo spazio delle libertà, dei ‘diritti’.  E quindi bisogna affinare gli strumenti culturali e teoretici –metapolitici– mediante i quali resistere all’omologazione, poiché «rassegnarsi è un delitto commesso contro la nostra stessa coscienza di uomini liberi di assegnarsi un destino» (M. Tarchi, Diorama letterario, n. 330, p. 3).

Il postulato è che non bisogna avere «il benché minimo rispetto per l’ordine costituito, che il più delle volte è solo un disordine costituito» (A. de Benoist, 3). Disordine che si mostra in una varietà di espressioni e forme:

– la globalizzazione economica e i conseguenti esodi di intere popolazioni, il cui risultato consiste nel fatto che «i ‘disperati’ accettati in nome del dovere di accoglienza, della solidarietà e della incapacità politica di attuarne il rimpatrio finiranno con il vivere in larga misura di sussidi statali pagati con le imposte dei cittadini già residenti e, in larga misura, alimenteranno una vera e propria armata di riserva del Capitale addetta al lavoro e al contenimento dei salari» (Tarchi, 2);

– la pervasività dei Social Network e dei loro scopi di controllo e di profitto, profitto esteso anche allo sfruttamento delle relazioni sociali, le quali «sono state trasferite su piattaforme elettroniche che ne annientano le qualità nello stesso momento in cui le rendono quantificabili e monetizzabili» (M. Virgilio, 35);

– l’emergere di personaggi inaffidabili e francamente stolti, ai quali vengono affidati interi Stati e arsenali, come Donald Trump -«un miliardario paranoico incrociato con un potenziale dottor Stranamore», che «di fatto, non conosce assolutamente niente delle questioni internazionali e non ha la benché minima idea di cosa sia la politica»- e la sua rivale, «l’istericissima strega neo-conservatrice Hillary Clinton. […] È certo che, a confronto con lo spaventapasseri spennato e con la bambola Barbie che ha superato la data di scadenza, Bernie Sanders perlomeno fa la figura di un umano» (de Benoist, 4-5);

– la progressiva eliminazione o ridimensionamento della libera corporeità, delle sue strutture e ritmi naturali  e innati, a favore di una culturalizzazione ed economicizzazione totale dei corpi. Un esempio è quello presentato da Jonathan Crary nel suo 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno (Einaudi, 2015). Il dormire è infatti ritenuto un’attività assolutamente ‘improduttiva’ e come tale da ridurre quanto più possibile. «Un fatto, questo, del quale il capitale è stato cosciente sin da quando ha deciso di operare come se il tempo non esistesse, e che lo ha costretto ad impegnarsi a fondo nella costruzione di un soggetto umano in grado di adeguarsi completamente ad ‘un sistema in cui le operazioni produttive non si fermano mai’, ad ‘un lavoro che, per diventare più redditizio, funziona appunto 24/7. […] Altre necessità primarie della vita umana come la fame, la sete, il sesso, sono state mercificate, il sonno, no. Grazie alla sua natura, esso resta libero dal giogo del profitto. Dal sonno il capitale non può estrarre nulla che si possa considerare di valore. Per questo gli ha dichiarato guerra, erodendo a poco a poco il tempo che gli può essere dedicato» (M. Virgilio, 35-36).

– l’estensione del pensiero unico sin nei gangli della coscienza individuale e dei corpi collettivi. È questo lo strumento più potente e più pericoloso, in quanto «per la specie umana, i nudi fatti sono in sé sprovvisti di senso. L’uomo è un animale ermeneutico, che cioè ha bisogno di interpretare i fatti in funzione di una griglia che possa conferir loro un senso» (de Benoist, 5), l’uomo è un dispositivo semantico.

La cultura, le letteratura, l’arte, la filosofia costituiscono gli antidoti più forti a questa regressione dei Corpi sociali verso la servitù volontaria. Alcuni miti mantengono la loro carica sovversiva ed emancipatrice a distanza di secoli e millenni. Uno di questi è Don Giovanni, letto da Roberto Escobar in una interessante chiave temporale. L’attitudine di Don Juan lascia infatti «intravedere una concezione del tempo vissuto nella umana libertà effimera dell’esserci, in cui si colgono addirittura echi heideggeriani ante litteram. Così è il Convitato di Pietra a dover lamentare ‘più tempo non ho’, riconoscendo indirettamente che non ne ha mai avuto, avendo barattato questo e la sua libertà con quella che a Don Giovanni appare come l’ingannevole promessa dell’eternità» (G. Del Ninno, 37). Don Giovanni non è soltanto un seduttore, un libertino, un amorale. È una figura della resistenza al Grande Altro. Invece che darne una lettura banalizzante, bisogna «piuttosto, cedere all’invidia e all’ammirazione» (Id., 38).

Opporre dunque al mito dell’autorità il mito altrettanto potente della libertà. E allora si può condividere la fiducia, nonostante tutto, di de Benoist sui limiti del potere contemporaneo: «La classe dominante vive al di fuori del terreno, in un universo fittizio di cui ha fatto un prolungamento di se stessa. Nega la realtà per non ‘fare il gioco’ di coloro che vogliono tenere gli occhi aperti. Tutto questo è in pura perdita. La banchisa ha iniziato a fondere e le dighe ad incrinarsi. Nessuno ci crede più» (10).

Metapolitica

Ciò che possiamo fare adesso, subito, nei confronti dell’oppressione sociale e del conformismo culturale è capire, è opporre alla forza degli apparati politici la lucidità della metapolitica, dell’andare alla radice degli eventi per comprenderne e disvelarne la natura. Perché il dominio -Weber e Gramsci lo sapevano bene- si esercita soprattutto sulle menti, sulle convinzioni, sui paradigmi, sui modelli culturali. È «sul piano della conquista delle mentalità, e della loro omologazione allo spirito del tempo esistente, che si svolgono essenzialmente le partite che incidono sui destini del nostro mondo» (M.Tarchi in Diorama Letterario, n. 328, p. 2).
La propaganda pervasiva, ossessiva, costante e continua, fa sì che vengano accolte come ovvie e giuste decisioni, eventi e situazioni caratterizzate da palese ingiustizia e persino da brutalità. Solo qualche esempio, tra i tanti possibili:

  • la ‘comprensione’ verso la complicità della Turchia, paese membro della Nato, con i tagliagole dell’Isis, in funzione antisiriana e soprattutto anticurda, «la Turchia gioca, infatti, un gioco irresponsabile. Tutto quello che le interessa è nuocere a Bashar el-Assad ed impedire la nascita di uno stato curdo indipendente. Aiuta direttamente o indirettamente l’Isis e lo finanzia acquistandogli il petrolio» (A. de Benoist, 8);
  • il sorvolare sulla diretta responsabilità delle guerre statunitensi nella nascita dell’Isis, testimoniata dal fatto che i principali dirigenti di quella formazione politico-militare «non sono degli islamisti ma nella maggior parte dei casi, ex ufficiali dell’esercito di Saddam Hussein» (Ibidem);
  • il nascondimento del fatto che dopo la fine dell’URSS l’esistenza e l’ampliamento della Nato siano dettate da ragioni di puro imperialismo, le quali minacciano la sicurezza della stessa Europa, come persino il generale francese Vincent Desportes ammette; ignorare tale minaccia impedisce di difenderci dai nostri veri nemici, difenderci anche collaborando «senza riserve mentali con tutti i nemici dei nostri nemici, a cominciare dalla Russia, dalla Siria e dall’Iran» (Ibidem);
  • il silenzio, gravissimo e antidemocratico, sul TTIP, il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, «il più pericoloso cavallo di Troia mai ideato per annientare la residua autonomia europea» (Tarchi, 3), un accordo a tutto vantaggio degli Stati Uniti e delle multinazionali, alle quali viene data facoltà e «potere di citare in giudizio l’autorità statuale fino a rovesciarne le leggi sovrane che regolamentano questioni di primaria importanza -come le relazioni del mondo del lavoro, l’inquinamento, la sicurezza agroalimentare, gli organismi geneticamente modificati», con l’obiettivo di rendere «norma la mercificazione dell’esistente. Non è un caso che i contenuti del mercato unico transatlantico e le sue motivazioni restino privi di trasparenza e discussione pubblica» (E. Zarelli, 31).

Dicotomie concettuali come destra/sinistra o moderatismo/estremismo si rivelano autentici miti invalidanti, che ostacolano la comprensione e quindi l’azione politica. L’espressione forse più significativa e più grave di tale paralisi è il primato delle questioni etniche e razziali rispetto ai problemi economici e alle prospettive di classe. Ignorando l’intero impianto della dottrina marxiana, «la sinistra radicale considera la regolarizzazione degli immigrati clandestini come il marcatore di sinistra per eccellenza, senza capire che serve oggettivamente il processo di dominio capitalista e mercantile» (C. Robin, 33). Il dispositivo concettuale marxiano dell’‘esercito industriale di riserva’ ha ancora molto da insegnare agli ‘umanisti’ liberali di sinistra che si fanno complici del Capitale senza neppure rendersene conto.

Conformismo

A Giordano Bruno, 17 febbraio 1600

Uno dei padri dell’anarchismo, Pierre-Joseph Proudhon, riteneva che quanti parlano di umanità nascondano in realtà un inganno. Carl Schmitt riprese tale affermazione scrivendo che «Wer Menschheit sagt, will betrügen» poiché «l’umanità è uno strumento particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche ed è, nella sua forma etico-umanitaria, un veicolo specifico dell’imperialismo economico» (Le categorie del “politico”, Il Mulino, 1998, p. 139).
Nel XXI secolo umanità è diventato anche e soprattutto uno strumento del conformismo più pervasivo e più cupo. Chi non condivide l’ideologia liberale dei ‘diritti umani’ è additato al disprezzo. Poiché tale ideologia si manifesta ed esprime in forme numerose e diverse, essa induce a una omologazione interiore che è la condizione fondante ogni dittatura del pensiero e della prassi.
Essa si manifesta nei veri e propri insulti rivolti al populismo, vale a dire a una posizione politica legittima come molte altre. Nei suoi confronti si agitano spettri, si minacciano guerre civili, si terrorizza il corpo sociale. Ha quindi ragione Marco Tarchi a rilevare che «non c’è ormai più alcuna ragione di dubitarne: oggi sono i nemici del populismo i veri imprenditori della paura, i censori del pensiero, gli istigatori del linciaggio morale degli avversari. Battersi per sconfiggere i loro progetti, quali che siano le riserve critiche che si possono legittimamente nutrire nei confronti di questi nuovi bersagli dell’intolleranza ideologica è oggi la migliore prova dell’amore per la libertà intellettuale che sia possibile offrire» (Diorama Letterario,  327, settembre-ottobre 2015, p. 3; le successive citazioni sono tratte dallo stesso numero di DL).
Il conformismo si esprime soprattutto come dittatura del politicamente corretto, produttrice di tabù, di penose mode linguistiche, dell’illusione che basti imporre delle formule verbali per mutare la realtà. «Il politicamente corretto è l’erede diretto dell’Inquisizione, che si prefiggeva di lottare contro l’eresia individuando i cattivi pensieri. L’ideologia dominante è anch’essa un’ortodossia, che considera eretici tutti i modi di pensare dissidenti. E poiché non ha più gli strumenti per confutare i pensieri che la infastidiscono, cerca di delegittimarli -dichiarandoli non falsi ma cattivi» (Alain de Benoist, p. 5). Si giunge a chiedere la galera non per dei ladri, degli assassini, dei corrotti, dei truffatori ma per coloro che non condividono le idee dominanti in alcuni ambiti della vita collettiva ritenuti di fatto sacri e incontestabili, anche se hanno a che fare semplicemente con gli eventi storici, con le scelte sessuali, con le opzioni etiche. «Lo scopo è molto semplice e non ha [ad esempio] niente a che vedere con il volere difendere i diritti individuali di omosessuali, transessuali e altri: si tratta di un passo avanti verso l’omologazione assoluta e irreversibile del pensiero unico e allineato, in cui pochi decidono come debbano pensare tutti, pena la galera» (E. Zarelli, p. 33).
Il politically correct è tra le meno percepite ma tra le più profonde forme di colonizzazione dell’immaginario collettivo provenienti dagli Stati Uniti d’America, Paese nel quale la violenza fisica dilaga ma in cui non vengono tollerate parole che siano di disturbo a un rispetto ipocrita e formale. Sino al grottesco di voler emendare e modificare le favole nelle quali i lupi appaiono cattivi (è anche da convinto animalista che respingo simili idiozie). Gli USA sono un Paese che ciancia di diritti, di eguaglianza, di democrazia e dove le diseguaglianze economiche sono fortissime, dove la politica estera è semplicemente feroce. Il gorgo siriano che ha dato origine all’Isis è in questo senso emblematico. «La barbarie islamista di Daesh ci minaccia, mentre il regime di Bashar al-Assad non ci ha mai minacciati. Contro la prima, bisogna quindi sostenere il secondo»; «Per quale ragione ci stiamo accanendo nel rifiutare un qualunque tipo di collaborazione con la Siria e l’Iran, che combattono l’Isis con le armi in pugno, e continuiamo nel frattempo a fare la corte alle dittature petrolifere del Golfo, che sostengono direttamente o indirettamente i jihadisti?» (de Benoist, 6 e 11).
Contro l’eguaglianza degli zombi, contro la giustizia del più forte, contro la sconfinata ipocrisia del potere e delle sue forme politicamente corrette, va ricordato che «non è la prossimità a rendere popolari; sono l’altezza e la grandezza» (Id., 4). Parole che certamente stridono con lo spirito del tempo. Ma parole vere.

Massacri

Una immensa allucinazione collettiva. Questo è la società dello spettacolo nel XXI secolo. In essa può accadere che una sola immagine cancelli il significato di milioni di altre simili, diventando uno strumento di ciò che l’immagine stessa dice di combattere. Il bambino che alcuni mesi fa è stato trovato morto annegato sulle spiagge turche ha monopolizzato sentimenti comprensibili ma parziali, nascondendo milioni di vittime delle guerre scatenate dall’imperialismo finanziario che mai si riposa nella sua ansia distruttiva. È infatti «difficile trovare nella memoria qualche traccia di una altrettanto viva partecipazione emotiva alla sorte di quel milione di bambini che, a detta di organizzazioni collegate all’Onu, sono deceduti per le conseguenze dirette o indirette (prima di tutto l’embargo esteso a medicine e generi alimentari) della guerra a suo tempo mossa dagli Stati Uniti d’America e dai loro alleati-vassalli all’Iraq» (M.Tarchi, in Diorama letterario, n. 326, p. 1). Quanti sono soliti criticare i ‘populismi’ per il loro parlare ‘alla pancia e non alla testa’ utilizzano a man bassa immagini come quella del bambino annegato, in modo da indurre a loro volta a pensieri e atteggiamenti che nulla hanno di razionale e argomentato. Tanto è vero che molti altri bimbi sono morti allo stesso modo ma di essi lo spettacolo non ha parlato. Le medesime immagini, infatti, se ripetute annoiano, non fanno vendere giornali, non inducono al ‘mi piace’ sui social network.
Gli organi di informazione poco o nulla dicono dei bambini greci ridotti alla fame e alla miseria dalle politiche criminali e usuraie della Troika, le quali sono state criticate da due premi Nobel per l’economia -Stiglitz e Krugman-, i quali ritengono che l’economia ellenica «sia crollata non malgrado, bensì a causa delle misure di austerità che le sono state imposte in maniera tanto assurda quanto criminale» (A. de Benoist, ivi, p. 25). La Grecia è l’esempio più chiaro della violenza totale che l’oligarchia finanziaria esercita cercando «di prendere il controllo della politica degli stati al fine di governare  senza i popoli, smantellare i servizi pubblici ed annullare le acquisizioni sociali. […] Quando la crisi è scoppiata, gli stati si sono indebitati a loro volta per salvare le banche, il che ha trasformato il debito privato in debito pubblico. […] Ci si è comportati come se l’aiuto prestato alla Grecia fosse andato ai greci, quando invece è andato essenzialmente ai loro creditori, permettendo così alle banche più esposte di ricapitalizzarsi per il tramite dello stato greco» (Ivi, pp. 24-25).
Tutto questo, lo sterminio di intere società ed economie da parte di oligarchie senza scrupoli, avviene in un’epoca che moltiplica il linguaggio ‘politicamente corretto’ (sino a farne un dogma) e ciancia a ogni passo di diritti dell’uomo. Il fatto è che «la morale dei ‘diritti dell’uomo’ non è altro che un travestimento degli interessi finanziari» (Ivi, p. 11).
Le potenze che blaterano di diritti umani, le potenze che poi sono pronte a sospendere tali diritti quando vengono direttamente attaccate -come sta succedendo in questi giorni a Parigi e come accadrà ancora-, sono le stesse potenze che hanno invaso e distrutto i regimi arabi laici dell’Iraq, della Libia, della Siria, sono dunque le stesse potenze che all’inizio hanno creato e finanziato organizzazioni come l’Isis, poiché -afferma Richard Labéviere- «la lotta contro il terrorismo genera milioni di posti di lavoro nelle industrie dell’armamento, della comunicazione ecc. Il terrorismo è necessario all’evoluzione del sistema capitalista, che si riconfigura in permanenza gestendo la crisi. […] L’Isis non viene quindi sradicato, ma tenuto in vita» (Ivi, p. 12).
I massacratori dello Stato islamico sono degli immondi fanatici che portano alle più radicali ma legittime conseguenze la logica costitutiva di ogni monoteismo esclusivo ed escludente, la logica biblica e coranica, come succede da due millenni. I massacratori dell’Isis sono il frutto delle guerre e dei servizi segreti di quegli stessi stati i cui cittadini inermi sono poi alla mercé di organizzazioni violente e di assassini che non esisterebbero se l’espansionismo anglosassone e francese non li avesse creati, come di fatto li ha creati. Gli stati servi delle strutture finanziarie internazionali stanno agendo come degli apprendisti stregoni, che evocano potenze oscure ed estreme, senza poi essere in grado di controllarle. Le prime responsabili dei massacri sono quindi le classi dirigenti che hanno tradito gli interessi dei loro popoli e si sono poste al servizio dell’internazionalismo finanziario. Gli assassini di Parigi sono il braccio armato del terrore di questi stati e di tali organizzazioni economiche. I massacratori di Parigi costituiscono una magnifica occasione per militarizzare i territori e reprimere così ogni dissenso.
La storia delle società umane non è mai stata un esempio di giustizia e di pace e tale continua a rimanere anche nell’epoca -il nostro presente- che dice di essere libera e democratica. Ancora una volta, «la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura» (Horkheimer-Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi 1997, p. 11).

Democrazia?

Le recenti elezioni politiche portoghesi hanno visto la vittoria di una sinistra critica nei confronti dell’Europa delle banche. È bastato questo perché il presidente della Repubblica -Anibal Cavaco Silva- attuasse una sorta di colpo di stato, affidando la formazione del governo alle forze sconfitte, favorevoli alla Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale).
Come si sa, in Grecia la volontà dei cittadini è stata calpestata in vari modi.
Se in Italia il Movimento 5 Stelle vincesse le elezioni, ipotizzo che la conseguenza sarebbe un colpo di stato anche violento, orchestrato dalle massonerie e dalle mafie che dominano i partiti -in primo luogo Forza Italia e il Partito Democratico-, le quali stanno letteralmente spolpando la nostra società e la nostra economia.
Sono, questi, alcuni degli eventi che provano come di fatto la democrazia in Europa non esista più, sostituita dalla Troika, dai criminali della finanza. Un processo che consegue dalla vittoria del liberalismo totalitario, il quale in tutto il mondo sta distruggendo con inesorabile miopia culture, differenze, libertà, popoli, pensiero, economie. Lo fa non soltanto con le armi che uccidono i corpi ma anche e soprattutto con l’enorme «manipolazione di massa che è in atto nel mondo occidentale con lo scopo di annientare tutti gli anticorpi in grado di ostacolare la diffusione del pensiero unico liberale, molla e, nel contempo, veicolo del più grande progetto di colonizzazione e sradicamento che l’umanità ha conosciuto» (M. Tarchi, in Diorama letterario, n. 324, p. 3).
È questo imperialismo liberista a produrre fenomeni apparentemente antitetici ma di fatto convergenti verso il tramonto del pensiero. Così nasce anche l’ISIS, che ha tra i suoi scopi il cancellare la memoria storica e i documenti antropologici di intere civiltà la cui struttura è stata o è diversa rispetto all’economicismo ultraliberista. E infatti, a proposito di Palmira e di altre grandi città, Tarchi ha ragione a osservare che

non vi è dubbio che chi rispondesse che, per quanto tragica sia la perdita di vite umane, la cancellazione della testimonianza di una civiltà fiorita due millenni orsono sarebbe un crimine ancor più orrendo, perché attenterebbe alla memoria collettiva di interi popoli, che trascende la somma delle individualità che li hanno composti, sarebbe inchiodato al muro della vergogna mediatica e trattato alla stregua di un cinico barbaro, privo di sentimenti e di spirito civico (Ivi, p. 1).

Analoga a tale devastazione è quella che gli organismi finanziari dominanti esercitano sui lacerti di democrazia appesi al gancio dell’estremismo liberista. Assai chiaro è quanto «ha detto senza fronzoli Jean-Claude Juncker, portavoce degli strangolatori liberali e in subordine presidente della Commissione europea, ‘non ci può essere scelta democratica contro i trattati europei’ (sic)» (A. de Benoist, ivi, p. 6).
Una frase che ha il pregio della chiarezza.

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